Reading view

El Papa pide desde la catedral a los barceloneses y catalanes que sean “constructores de unidad”

<![CDATA[

León XIV, nada más aterrizar este martes en Barcelona, se ha desplazado a la catedral, donde ha ahondado en el mensaje pacificador y de unidad que lanza tanto de puertas para adentro, hacia la comunidad cristiana, como al conjunto de la sociedad. Así, durante una breve homilía en el rezo de la hora Sexta con los canónigos, la curia diocesana, los seminaristas, los organizadores del viaje y algunos voluntarios, el Papa ha pedido a la Iglesia de Barcelona que “sea testigo y profeta de unidad”. 

Seguir leyendo...

  •  

Annihilationism: Celibate Gay Theology 2.0

Annihilationism dethrones Christ’s sufficiency to satisfy God’s wrath at the same time that it questions the integrity and goodness of God’s law. If, as annihilationists will eventually have to say, God’s wrath is harsh and unmerciful, then no one needs the blood of Christ to satisfy it. Annihilationists pose man as more merciful than God.  ... Continue Reading
  •  

Velhos Achados – A joia

Os poetas antigos são vozes eternas no cômputo dos séculos e não precisam sequer de ser datados para que sejam reconhecidos. Existem através do nome e da obra que legam ao mundo. Em todo o tempo a sua evocação traz-nos momentos iluminados que nos inserem, de modo particular, nas emoções da vida, sem anular a […]
  •  

Europa, ci siamo: sovranità tecnologica, dalla parola all’architettura. La lettura di Cerra

C’è una parola che cinque anni fa, in Italia, quasi nessuno usava parlando di tecnologia, e che il 3 giugno è diventata il titolo di un pacchetto legislativo europeo. È “sovranità tecnologica”. Quel giorno la Commissione europea ha presentato un pacchetto di norme su microchip, cloud, intelligenza artificiale e software, e per la prima volta ha scritto nero su bianco che cosa intende l’Europa quando dice di volersi riprendere il controllo delle proprie tecnologie. A portare quell’espressione in modo strutturato nel dibattito italiano e verso le istituzioni di governo era stato, il 30 marzo 2021, il Centro Economia Digitale, con il primo Rapporto Strategico interamente dedicato alla Sovranità Tecnologica, presentato a Roma davanti ai ministri allora competenti per l’innovazione e per lo sviluppo economico. Pochi mesi dopo la stessa parola risuonava nel discorso di Ursula von der Leyen sullo stato dell’Unione; tre anni più tardi finiva nel titolo di un commissario europeo.

Conviene allora chiarire che cosa significhi, perché è un’idea facile da fraintendere. L’economista Albert Hirschman lo spiegò già nel 1970: chi non può andarsene da un rapporto perde, con l’uscita, anche la voce per farsi ascoltare. Vale per il cliente di un’impresa come per un continente. Nessun Paese, oggi, produce da sé tutte le tecnologie che usa: la vera questione è un’altra, ed è la libertà di scegliere. Sovranità tecnologica significa poter sviluppare e governare le tecnologie da cui dipendono l’economia, la sicurezza e i servizi pubblici; ridurre le dipendenze più pericolose; decidere secondo le proprie regole dove custodire i dati dei cittadini e su quali infrastrutture far funzionare ospedali, banche, amministrazione. È, in fondo, la libertà di non essere messi sotto ricatto su ciò che conta davvero.

Per anni l’Europa ha vissuto questa dipendenza come un fatto naturale, persino conveniente: comprare altrove ciò che funzionava bene e costava meno. Poi è cambiato il mondo. Il rapporto di Mario Draghi sulla competitività, nel 2024, lo ha detto senza eufemismi: l’Unione dipende da fornitori esterni per oltre l’ottanta per cento della propria tecnologia digitale, fabbrica appena un decimo dei microchip del pianeta e affida gran parte del proprio cloud, cioè dei luoghi in cui vivono dati e servizi, a poche grandi piattaforme extraeuropee, in gran parte americane. Lo storico Chris Miller, nel suo «Chip War» del 2022, ha raccontato come quei minuscoli quadrati di silicio siano diventati il petrolio del nostro secolo, la posta di una competizione tra potenze. Sono spesso le tecnologie migliori sul mercato, e proprio per questo se ne diventa dipendenti: il rischio nasce dalla concentrazione e dalla mancanza di alternative, non dalla bandiera di chi le fornisce. Finché tutto resta efficienza, è un vantaggio; quando le forniture diventano strumenti di pressione, e negli ultimi anni è accaduto, la dipendenza si rovescia in vulnerabilità.

L’Europa ha reagito come sapeva fare meglio, con le regole, a volte eccedendo. Le norme sulla privacy, sulle grandi piattaforme e sull’intelligenza artificiale hanno comunque costruito un quadro di diritti che oggi molti, nel mondo, guardano come modello. Ma le regole, da sole, non bastano. Si può normare un mercato, non per questo lo si possiede. L’Europa ha imparato a regolare ciò che non produce; le resta da imparare a produrre ciò che vuole regolare. È questo il senso del pacchetto del 3 giugno: passare dalla norma alla capacità, dal diritto alla fabbrica.

Il pacchetto prova a costruire lungo tutta la filiera, dal chip al software, trattandola per la prima volta come un sistema unico e non come tanti dossier separati: l’intelligenza artificiale ha bisogno di potenza di calcolo, e il calcolo di chip, di energia, di software. Una nuova legge sui semiconduttori punta a rafforzare la produzione europea e a far crescere la domanda di chip fatti in casa. Le regole su cloud e intelligenza artificiale chiedono alle amministrazioni di valutare, caso per caso, quanto sia sensibile ciò che affidano a fornitori esterni, riservando le tutele più severe ai dati di sanità, finanza e giustizia, senza per questo chiudere la porta a nessuno. Una strategia sul software aperto, il cosiddetto open source, mira a ridurre la dipendenza da pochi fornitori rendendo il codice consultabile e riutilizzabile da tutti. E un piano dedicato all’energia ricorda una verità spesso dimenticata: i grandi centri di calcolo e l’intelligenza artificiale consumano quantità enormi di elettricità, e non esiste sovranità digitale senza energia competitiva.

È qui che il lavoro del Centro Economia Digitale ha anticipato il discorso pubblico. La parola, da sola, dice che cosa un Paese vuole, il controllo sulle tecnologie che contano, ma non come arrivarci senza isolarsi. Con il Rapporto Strategico «Coopetizione» (cooperazione e competizione simultanea) del 2024 ne abbiamo già proposto l’evoluzione: non più soltanto un obiettivo, ma anche il metodo per raggiungerlo. La chiamiamo Sovranità Tecnologica Coopetitiva. Significa conquistare l’autonomia sulle tecnologie critiche competendo per la leadership e, allo stesso tempo, collaborando in modo consapevole con altri Paesi su ciò che nessuno costruisce da solo: sovrano è chi sa governare l’interdipendenza, e farne una forza. Lo confermano persino i numeri: in vent’anni i brevetti depositati insieme da imprese rivali sono cresciuti del 159%.

Con “High-Tech Economy”, l’anno successivo, abbiamo mostrato perché tutto questo conviene anche alla crescita: ogni dollaro di valore aggiunto nei settori ad alta tecnologia ne genera 3,9 di prodotto in tre anni, oltre tre volte più che nei comparti tradizionali, e dieci miliardi di dollari in più di quel valore aggiunto valgono 161 mila posti di lavoro nello stesso arco di tempo. Investire in alta tecnologia, prima ancora che una scelta di sicurezza, è il moltiplicatore di ricchezza più potente di cui l’Europa disponga.

In questa partita l’Italia non parte da spettatrice: ha nominato l’idea presto e custodisce eccellenze vere lungo l’intera catena. Nei semiconduttori un campione europeo come STMicroelectronics sta realizzando a Catania il primo impianto al mondo interamente integrato per il carburo di silicio, il materiale che alimenta l’auto elettrica, mentre la ricerca italiana sui chip fotonici, quelli che trasportano i dati con la luce anziché con l’elettricità, è all’avanguardia. Nel supercalcolo schiera due macchine tra le prime dieci del pianeta, Leonardo a Bologna e HPC6 di Eni nel Pavese, il più potente supercalcolatore industriale al mondo: nessun altro Paese europeo ne ha due. Accanto a Leonardo, al Tecnopolo di Bologna, nasce una delle prime fabbriche europee dell’intelligenza artificiale. Restano lo spazio e l’aerospazio, le reti elettriche intelligenti, la cybersicurezza, una manifattura avanzata ancora tra le prime del continente: tasselli reali, che la cornice appena tracciata a Bruxelles può aiutare a comporre in una strategia.

Resta, sopra ogni dettaglio tecnico, il significato di una parola tornata al centro della storia. È una posta che tocca insieme la democrazia e l’economia: un popolo, nell’età degli algoritmi, si governa anche scegliendo le infrastrutture su cui vive, e un’economia resta competitiva solo finché padroneggia le tecnologie che la trasformano. E tocca ciascuno di noi, ormai inseparabili dai nostri dati. L’Europa ha finalmente scritto la cornice; riempirla di capacità reale sarà il lavoro di una generazione.

È qui che il Centro Economia Digitale lancia la sua sfida all’Unione e ai suoi Stati: fare della sovranità tecnologica coopetitiva il metodo della propria sicurezza economica, aperti quanto possibile e chiusi quanto necessario, a partire dall’Italia, la cui sovranità si realizza dentro quella europea e ne rafforza l’efficacia. Perché, alla fine, la sovranità tecnologica è la forma che la libertà prende nell’età della tecnica: la possibilità, per un popolo, di restare autore del proprio futuro senza chiudersi al mondo.

Cinque anni di sovranità tecnologica in Italia e in Europa. La scheda

 

  •  

«Ajudar a compreender os caminhos certos de resistência e superação»

No dia 20 de abril, o Instituto de História Contemporânea (IHC) da Faculdade de Ciências Sociais e Humanas da Universidade Nova de Lisboa (FCSH-UNL) homenageou o historiador Fernando Rosas, pelo seu 80.ª aniversário, com uma iniciativa intitulada «Reler Fernando Rosas». Este artigo corresponde, com ligeiras adaptações, à intervenção feita nesse dia pelo homenageado.

JPEG - 62.8 kio
2026S/ título,Matilde Feitor .

Quis a sorte ou o diabo que eu chegasse a octogenário. E por isso aqui estou a cumprir gostosamente convosco os meus inesperados 80 anos.

Permitam-me que comece por agradecer a vossa presença e o gesto amigo deste reencontro com alguns dos textos que fui escrevendo ao longo dos longos 40 anos de meu percurso académico como historiador, se somarmos aos 30 anos de serviço encerrados com a jubilação, mais 10 de docência voluntária a convite honroso da direção desta Faculdade que agora darei por encerrada.

Devo dizer que esta caminhada sempre foi devedora do saber, da sabedoria e da generosidade dos mestres que nesta casa, e para além dela, me foram confiando e pacientemente moldando como aprendiz de historiador. Por isso as minhas primeiras palavras hão de ser para eles. Palavras de agradecimento, posto que com eles tive o privilégio de ir aprendendo a desbravar os meandros teóricos e práticos do ofício. Aqui as deixo como testamento de gratidão para os professores Joel Serrão, Oliveira Marques, José Medeiros Ferreira e Sacuntala de Miranda, que já partiram, mas também para os que felizmente ainda estão connosco, a professora Miriam Halperne Pereira e Fernando Oliveira Baptista. Pelo que esforçada e empenhadamente me ensinaram enquanto docente, investigador e divulgador da História Contemporânea.

Mas mestres meus foram também — e de que maneira! — as muitas centenas de estudantes das licenciaturas, dos mestrados, dos doutoramentos, dos seminários, com quem tive a oportunidade de conviver, trabalhar e aprender. A sua participação crítica, o seu empenho, a sua curiosidade, as suas dúvidas obrigaram-me permanentemente a pensar, repensar, discutir e rever objetos de estudo, abordagens e metodologias da História Contemporânea.

É por isso com genuína satisfação e reconhecimento sincero que vejo várias e vários antigos alunos e alunas e outras e outros companheiros destas andanças do debate historiográfico — todas elas e todos eles docentes ilustres e autores reconhecidos — terem a paciência e a bondade de repegar criticamente escritos de que fui autor ao longo destas quatro décadas. «Ínclita geração, altos infantes», como diria o poeta. A todos e a todas o meu absoluto agradecimento.

Não sou, nem nunca tive a intenção de ser um historiador ou um académico com pretensões de neutralidade pseudocientífica, pairando sábio, incólume e virginal sobre as desagradáveis paixões do mundo. Uma autoridade super partes, pretensamente imune às ideologias e que confundisse uma atitude de rejeição apolítica do comprometimento com uma forma de sabedoria intemporal e metafísica. Ou seja, como assinala Enzo Traverso, nunca aceitei transformar uma categoria ético-política conservadora numa intocável categoria histórica. Na realidade, essa espécie de historiador ou de cientista social enquanto guardião complacente do Templo da verdade «pura» não existe, a não ser como falsificação medíocre da realidade ou demissão cívica travestida de «ciência».

Porque o historiador é um ente social que respira e interpreta a historicidade da época em que vive, o espírito do tempo e as suas contradições, os seus sucessos e as suas tragédias e que, de alguma forma, seja qual for o sentido em que o faz, projeta sobre o seu estudo a sua visão da realidade, a sua cultura, a sua ideologia. É certo que ele deve assumir distância crítica, é claro que ele tem que ser rigoroso no tratamento e interpretação das fontes de acordo com as normas do ofício, mas a verdade é que há sempre alguma transferência de subjetividade construída na relação mútua do caldo da cultura da época com os fenómenos estudados. Sendo que essa distância crítica e metodológica é sempre algo essencialmente distinto da distância como fonte da indiferença moral, ou seja, como produção social da indiferença ética. A «distância» assim subvertida como conceito engendra a falta absoluta de compaixão relativamente ao outro. Engendra a impunidade da violência opressora, fomenta o racismo, justifica o extermínio. Em suma: pode até ser uma noção com algum curso neste obscuro tempo presente, mas transforma-se na normalização do regresso à barbárie.

Mas ainda porque pensar historicamente a sociedade é sempre um trabalho indissociável do uso público da História e das suas repercussões políticas. Estudar a História e escrevê-la significa, como sugere Traverso, oferecer matéria-prima para o uso público do passado, ou seja, para poder agir sobre a realidade, para de alguma forma a transformar, seja qual for o sentido desse exercício. Não é, nunca foi um exercício asséptico, pretensamente puro, «uma forma de sabedoria intemporal», uma pretensa «neutralidade». O uso público da História como prática cidadã pressupõe, sem dúvida, por parte do historiador, além da indispensável autonomia crítica e do rigor do método, uma opinião interpretativa sobre a realidade do seu tempo presente e é dela de que sempre se parte, sobretudo na História Contemporânea.

Quando nos anos 80 e 90 do século passado me balancei no estudo da História do Estado Novo e do salazarismo, parti de uma perplexidade crucial para o futuro da jovem democracia portuguesa: como fora possível um regime com as características dessa ditadura durar durante 48 anos, quase meio século do século XX português? Um regime que se impôs ao cabo de uma espécie de guerra civil larvar e de acesa conflitualidade intestina entre 1926 e 1933; que se reforça com o triunfo franquista na Guerra Civil de Espanha; que sobrevive à derrota nazi-fascista da Segunda Guerra mundial; que se aguenta sob o terramoto delgadista de 1958-1959; que ainda consegue durar 13 anos de longa e injusta guerra colonial, apesar de esse ser o seu sangrento epílogo.

Seguramente tive de me defrontar com as pertinazes mistificações históricas legitimadoras dessa particular modalidade lusitana do fascismo e das diferentes fases da sua longa evolução. Tanto mais que o pós-novembrismo dos anos 80, a par de uma certa amnésia desculpabilizante da ditadura, fomentava um ambiente de revisão historiográfica neoconservadora que de alguma forma atapetava o terreno ideológico e cultural onde a nova extrema-direita fascizante havia de lançar amarras. Seguramente houve que encarar os discursos míticos oposicionistas de sinal contrário, ciosamente alimentados por longos anos de repressão, de clandestinidade e de sacrifícios em que a sobrevivência política e a resistência se ligaram a fortes e sectarizados discursos identitários, o que era natural por parte de correntes políticas cercadas pela perseguição, as prisões, a censura, a tortura e o assassinato. Nem sempre tem sido fácil fazê-lo, mas essa desconstrução/reconstrução é indispensável ser levada a cabo sem preconceitos numa democracia que luta contra a abolia e a desmemória e que se bate pela memória plural da resistência à ditadura como trave mestra da sua existência.

Todavia, nestes trabalhos da História do Estado Novo é claro que nunca me passou pela cabeça equiparar «neutralmente» o incomparável do ponto de vista de uma ética democrática: o fascismo com o antifascismo; o colonialismo e o anticolonialismo; a opressão e a repressão política e policial com a democracia e as liberdades públicas; a exploração dos grupos do capital financeiro com os direitos do trabalho. Esforcei-me por ter distância crítica em relação a estes fenómenos e rigor no seu tratamento. Mas soube sempre qual o lado da História a que pertencia e a que pertenço.

Da mesma forma, neste enovoado tempo presente carregado de presságios, se convoca a urgência da História e do seu uso público. Porque nele se cruzam quatro inquietantes tendências de regressão civilizacional: por um lado, o retorno impune da barbárie imperial e genocida, o império da lei do mais forte sobre o direito e a moral; por outro, essa cavalgada da nova extrema-direita fascizante pelo mundo fora, apoiada na chantagem trumpista; como coisa nova, o controlo oligopolístico de uma emergente tecnoligarquia sobre a manipulação algorítmica das redes sociais, semeando a abolia ou explorando os instintos primitivos de tanta gente perdida na crise do capitalismo tardio. Por fim, mas fator comum a todo o resto, essa produção social da indiferença que anda de par com a exploração manipulatória do medo e da raiva que escorrem desta arrastada crise histórica dos sistemas liberais.

E é urgente entender as condicionantes históricas destes fenómenos, saber que continuidades ou novidades comportam relativamente ao fascismo paradigmático da primeira metade do século XX, sobretudo ajudar a compreender os caminhos certos de resistência e superação que simultaneamente salvaguardem e renovem a democracia política e social.

Estudar para agir e agir para voltar a estudar. Dar sentido atual à velha máxima de Romain Roland: «pensamento que não age ou é aborto ou é traição». E assim continuo. Enquanto não me falecer juízo na cabeça e força nas pernas, contem comigo. Como cantavam os antigos contrabandistas da raia, pois «trema a terra que daqui ninguém arredou».

  •  
❌