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Tasse, l'articolo 53 della Costituzione è tradito: "Ecco perché l'attuale sistema fiscale è ingiusto"

 

di Michele Blanco

È davvero incredibile come in molti non capiscano, o facciano finta di non capire, l'urgenza di una riforma fiscale profonda e incisiva in Italia, che punti a una reale redistribuzione della ricchezza. Di fronte all'attuale iniquità del sistema, un intervento non è solo utile, ma necessario e indispensabile per ragioni di semplice giustizia sociale, oltre che per rispettare il dettato della nostra Costituzione.

I dati del 2025 parlano chiaro: su 662 miliardi di euro di entrate tributarie totali, l’Irpef ha coperto ben 227 miliardi (con un incremento di quasi 10 miliardi rispetto al 2024). Di questa cifra, il 90% grava su lavoratori dipendenti e pensionati. Al contrario, le imposte "sostitutive" – che colpiscono guadagni finanziari e affitti – hanno generato appena 21 miliardi, mentre l’Ires (l'imposta sui profitti societari) si è fermata a soli 60 miliardi. Il quadro delle imposte dirette si chiude con i circa 17 miliardi dei tributi locali. Ci sono poi le imposte indirette, quelle che colpiscono i consumi a prescindere dal reddito: ben 270 miliardi di euro complessivi, di cui 230 miliardi derivanti solo da Iva e accise.

È evidente che una simile struttura non sia sostenibile. La base imponibile è drammaticamente squilibrata a danno delle classi sociali più deboli, mentre il gettito sui profitti e sulle rendite finanziarie resta vergognosamente basso, agevolato da regimi di favore che permettono ai contribuenti più abbienti di scegliere il fisco più conveniente. Un sistema del genere, schiacciato da tasse indirette e proliferazione di flat tax, tradisce apertamente il principio di progressività sancito dall’articolo 53 della Costituzione.

Eppure, nessuna forza politica ha il coraggio di proporre con forza una vera svolta a beneficio della maggioranza dei cittadini. Una proposta concreta e sostenibile potrebbe articolarsi in tre punti complementari:

  • 1. Ritorno alla progressività Irpef: Riportare le imposte sostitutive (plusvalenze finanziarie e cedolari secche sugli affitti) all'interno del regime Irpef per consentire il cumulo dei redditi, evitando che a beneficiare delle agevolazioni siano solo i redditi più alti. Contestualmente, occorre aumentare gli scaglioni Irpef inserendo due nuove aliquote: il 50% per i redditi sopra i 75 mila euro e il 55% sopra i 100 mila euro.

  • 2. Più tasse su banche e colossi industriali: Innalzare l'aliquota Ires per le banche, le società energetiche e le aziende della difesa, portando la tassazione effettiva al 35%.

  • 3. Imposta patrimoniale sui grandi beni: Introdurre un'imposta patrimoniale (escludendo la prima casa) pari all'1% sui patrimoni sopra i 4 milioni di euro e al 2% sopra gli 8 milioni. Questo è l'unico modo per tassare la crescita smisurata della ricchezza finanziaria accumulata negli ultimi decenni, a fronte di salari che hanno perso drammaticamente potere d'acquisto.

Grazie alle maggiori entrate garantite da questa manovra, si potrebbe azzerare totalmente l'Iva sui beni di prima necessità, ridurre l'aliquota ordinaria al 20% e avere a disposizione fino a 30 miliardi di euro in più da investire in sanità, scuola e spesa sociale.

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"Un mondo senza miliardari per salvare il pianeta": la ricetta shock di Thomas Piketty

 

di Michele Blanco

Il report annuale degli economisti del World Inequality Lab, che vede in prima fila Thomas Piketty, propone una profonda e radicale trasformazione dell’intero ordine economico mondiale. L'obiettivo è evitare una catastrofe sociale, economica, civile, umanitaria e ambientale attraverso la riduzione, non più rinviabile, delle enormi disuguaglianze globali.

Questi economisti propongono un “mondo senza miliardari”, sostenuto da una tassazione globale progressiva che toccherebbe il 20% solo per i super-ricchi. Una riforma strutturale del sistema economico mondiale che, secondo il modello, potrebbe portare a settimane lavorative dimezzate, un reddito medio di convergenza fino a 5mila euro al mese e un fondo globale capace di redistribuire il 10% del Pil ogni anno. Risorse, queste ultime, che consentirebbero a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti nella transizione ecologica, nell'istruzione universale e nella sanità gratuita.

Non si tratta di utopia, ma del piano ponderato di un gruppo di accademici della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire un benessere condiviso.

Il Global Justice Report: la redistribuzione come necessità climatica

Con il Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in concomitanza con l’inizio della World Inequality Conference 2026, si individua nella riduzione dei divari economici la “condizione necessaria” per evitare il punto di non ritorno. Questa tesi, supportata da decenni di studi, dimostra come le politiche neoliberiste e gli attuali divari di ricchezza siano del tutto incompatibili con la stabilità ecologica.

“La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione. È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”.

In buona sostanza, per contenere l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su energie rinnovabili e auto elettriche. È indispensabile ridurre il peso economico, politico e sociale dei super-ricchi che detengono gran parte della ricchezza globale, produrre e consumare meno beni superflui, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi tra il Nord e il Sud del mondo.

Un Fondo Globale da 10mila miliardi di dollari

Il pilastro della proposta è la creazione di un Fondo globale per la giustizia, una nuova istituzione internazionale dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile. Per funzionare, questo fondo dovrebbe incamerare l’equivalente del 10,3% del Pil globale: una cifra enorme, pari a circa ventinfove volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di ONU, Fondo Monetario e Banca Mondiale messi insieme.

Le risorse arriverebbero da un fondo sovrano mondiale alimentato da due strumenti:

  • Tassazione globale dei grandi patrimoni: con aliquote progressivie dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro, fino al 20% per i patrimoni superiori ai 553 milioni di euro.

  • Imposta mondiale sui redditi: applicata con aliquote elevate esclusivamente sui redditi astronomici.

Si tratta di schemi fiscali che oggi possono apparire irrealizzabili, ma che ricalcano le politiche applicate negli Stati Uniti da Franklin Delano Roosevelt durante il New Deal o nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. Come teorizzato dagli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, l'obiettivo finale è ridurre drasticamente la quota di ricchezza in mano agli ultramiliardari, democratizzando un sistema oggi controllato dalla "plutocrazia globale" per spostare le risorse verso i servizi pubblici globali.

Il trasferimento di risorse dal Nord al Sud del mondo

Poiché la maggior parte dei miliardari risiede nel Nord globale, il meccanismo comporterebbe un massiccio trasferimento di risorse verso il Sud del mondo. Gli autori del rapporto giustificano questo flusso finanziario anche come compensazione per i danni cumulativi causati da secoli di colonialismo.

L'impatto stimato di questi investimenti sarebbe dirompente:

  • Portare alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro (60mila euro l'anno), azzerando l'attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America.

  • Elevare la quota di ricchezza della metà più povera del pianeta dall'attuale 2% al 30%.

  • Raddoppiare il reddito di quasi il 90% dell'umanità entro il 2100.

I costi sarebbero sostenuti esclusivamente dai segmenti più ricchi della popolazione, che rimarrebbero comunque benestanti. Al contrario, l’89% della popolazione globale vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare, mentre meno del 2% subirebbe una flessione molto relativa.

Una nuova "Bretton Woods" democratica

Il piano si ispira alle richieste di riparazione climatica e coloniale che arrivano dal Sud globale, oltre che dalle recenti iniziative di Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. La proposta mira a scardinare gli equilibri geopolitici attuali: gli Stati occidentali (circa un miliardo di abitanti contro i 7 miliardi del resto del mondo) detengono un peso politico sproporzionato nelle istituzioni finanziarie. Il report propone di democratizzare il sistema secondo il principio “una persona, un voto”, creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union” (una camera di compensazione globale), riprendendo il modello immaginato da John Maynard Keynes a Bretton Woods nel 1944.

Secondo Piketty, non si tratta di misure irrealizzabili:

Tuttavia, gli autori sono consapevoli che l'attuazione del piano dovrà affrontare una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi. Come spesso accade nei dibattiti occidentali, esiste una resistenza culturale anche all'interno delle classi medie e popolari del Nord del mondo, non sempre inclini all'idea di una società fondata su minori consumi materiali a fronte di più tempo libero e maggiore redistribuzione globale.

La storia dell’umanità dimostra però che le grandi trasformazioni sono possibili: dal suffragio universale alla riduzione dell’orario di lavoro, fino alla nascita della sanità e dell'istruzione pubbliche.

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