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Flotilla, presidio davanti all’ambasciata libica a Roma per la liberazione di 11 attivisti (tra cui gli italiani Alberizia e Centrone)

Un presidio domenica 7 giugno a Roma davanti all’ambasciata libica di via Nomentana. Altre manifestazioni, cartelli e striscioni da Atene a Toronto e a Johannesburg. Attivisti in sciopero della fame in tredici Paesi tra cui l’Italia. La Global Sumud Flotilla si mobilita in tutto il mondo per fare pressione sui governi e chiedere il rilascio dei “Sirte 10+1”, come li chiamano sui social, i dieci negoziatori del convoglio umanitario che cercava di raggiungere Gaza via terra, detenuti dal 24 maggio a Bengasi, più l’undicesimo in carcere a Tripoli. Domani, martedì 9 maggio, i dieci saranno davanti al giudice della Cirenaica: se non li scarcera la situazione rischia di complicarsi.

Arrestati a Sirte, dove erano andati per ottenere almeno il passaggio degli aiuti umanitari verso l’Egitto e poi Gaza, sono nelle mani del governo della Libia Orientale, guidato del generale Khalifa Haftar, non riconosciuto a livello internazionale. Tra loro ci sono gli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone, la prima è un’educatrice in pensione che vive ad Albugnano (Asti) e il secondo è docente a contratto all’Università di Bari. Ci sono poi una polacca, una spagnola, una statunitense, due argentini, un uruguaiano, una portoghese e un tunisino. “Sono medici, educatori, giornalisti e difensori dei diritti umani. Sono genitori, figli, figlie, fratelli, sorelle, partner, amici e membri stimati delle loro comunità che si sono recati in Nord Africa per portare aiuti pacifici e solidarietà alla popolazione assediata di Gaza”, scrive la Global Sumud in un comunicato.

Le accuse, a quanto si è appreso, sono di ingresso illegale nel Paese e manifestazione illegale. La Farnesina assicura tutto il suo impegno, così come le diplomazie di altri Paesi coinvolti, ma i dieci sono detenuti in condizioni dure. Alberizia, 67 anni, ha avuto il permesso di telefonare di nuovo al fratello solo dopo giorni di sciopero della fame e della sete: ha detto che sta “relativamente bene”. Un altro tunisino è stato invece arrestato dalla polizia che risponde al governo riconosciuto di Tripoli.

Il Global Sumud Land Convoy era partito dalla Mauritania a fine aprile, durante la navigazione della Flotilla poi intercettata dalla Marina israeliana tra il 18 e il 19 maggio scorsi. Si era riunito a Tripoli con gli attivisti provenienti dall’Europa. Erano circa 200 a percorrere le strade costiere della Libia su cinque pullman insieme a camion che trasportavano case mobili e alle ambulanze destinate alla popolazione civile di Gaza. Il 24 maggio la carovana si era fermata nell’ultima porzione di territorio controllata da Tripoli e i negoziatori erano andati a Sirte, a 10 chilometri di distanza, per trattare con le autorità locali. Non sono più tornati.

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Flottilla, Centrone e Alberizia ancora nelle carceri libiche da 15 giorni. L’appello dei genitori di Nico: “Il governo li riporti a casa”

Ci sono ancora due attivisti italiani del Global Sumud Convoy, la missione umanitaria via terra della Sumud Flotilla, che attendono di rientrare a casa: Domenico Centrone, 33enne docente universitario originario di Molfetta, nel Barese, e Dina Alberizia, sono ancora nelle mani delle autorità libiche dallo scorso 24 maggio, rinchiusi in carcere.

Per questo i genitori del docente, Ennio Centrone e sua moglie, Dorina Ruggieri, hanno lanciato un appello rivolto al governo italiano e ai governi europei affinché il figlio, e tutti gli altri attivisti, vengano presto rilasciati.

“Siamo i genitori di Nico, come lo chiamiamo noi e i suoi amici. Siamo qui perché abbiamo bisogno di fare un appello importante”, dice la madre di Centrone che però non riesce ad andare avanti perché le lacrime le spezzano la voce. “L’appello è a tutti i Governi europei, al Governo italiano in primis, di cercare di portare a casa nostro figlio e tutti gli altri volontari che hanno partecipato a questa bella missione umanitaria”, prosegue il papà di Centrone nel video pubblicato dalle pagine della missione umanitaria. “Siamo sconvolti dal fatto che nostro figlio che è partito per una semplice missione umanitaria, che voleva solo fare un atto di generosità verso persone sofferenti che hanno bisogno di essere aiutate, sia in carcere – aggiunge – È la sola colpa che ha e si è ritrovato rinchiuso ingiustamente e privato della libertà ingiustamente”.

Un appello lanciato anche dal presidio organizzato nella serata di ieri a Molfetta promosso dal coordinamento “Molfetta per la Palestina”, di cui l’attivista fa parte. “Non ha commesso reati. Di quale reato si è macchiato? Nico è colpevole di solidarietà”, ha dichiarato Beppe Zanna, a nome del Coordinamento.

Anche Marco Croatti, del Movimento 5 stelle, ha chiesto al governo italiano di attivarsi per i due connazionali “illegalmente detenuti in Libia da due settimane insieme ad altri nove loro compagni di altre nazionalità”. “La situazione è inaccettabile e resa ancora più grave dalle condizioni di salute degli attivisti che sono giunti al quinto giorno di sciopero della fame e della sete – aggiunge il senatore – A loro vengono negati diritti fondamentali, assistenza legale e medica e hanno subito maltrattamenti. Una vergogna. Che cosa aspettano il governo Meloni e il ministro Tajani per farsi sentire con durezza e fermezza? In politica estera l’Italia dei finti patrioti della destra appare sempre più delegittima e inadeguata e questa vicenda è l’ennesimo affronto verso il nostro Paese a cui è necessario rispondere con decisione”.

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Flotilla, dieci attivisti ancora in carcere in Libia. Una delegazione alla Farnesina per chiedere maggiori pressioni: “Non abbiamo notizie”

Sono detenuti a Bengasi, ormai da undici giorni, i dieci “negoziatori” del Global Sumud Land Convoy, la carovana di terra che cercava di portare case mobili e aiuti umanitari nella Striscia di Gaza durante la navigazione della Flotilla. Tra loro ci sono anche gli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone. La mattina del 3 giugno una delegazione della Flotilla si è presentata alla Farnesina, davanti al ministero degli Esteri, per chiedere il massimo impegno al governo italiano per la loro liberazione. “Da giorni non sappiamo più niente di loro, neppure delle loro condizioni, chiediamo maggiore pressione e chiarezza da parte del governo“, ha detto Tony Lapiccirella, membro del comitato direttivo internazionale della Global Sumud. È sceso a incontrarli Vincenzo Nigro, portavoce del ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani, per confermare che il governo sta facendo tutto il possibile. Il console d’Italia a Bengasi, Filippo Colombo, ha incontrato i due italiani detenuti diversi giorni fa e sembra abbia ottenuto condizioni di detenzione meno dure, docce e ricambi di vestiti. Ora ha chiesto di vederli di nuovo.

La situazione non è affatto semplice. I dieci sono stati catturati il 24 maggio scorso nei pressi di Sirte, cioè all’estremità occidentale del territorio della Libia Orientale (Cirenainca) controllato dal governo del generale Khalifa Haftar, non riconosciuto a livello internazionale ma in buoni rapporti con il vicino Egitto e in una certa misura con Russia e Turchia. All’accusa di ingresso illegale nel Paese rivolta agli arrestati si sarebbe aggiunta quella di manifestazione illegale, più grave, per quanto i dieci avessero superato i check point solo per provare a negoziare un passaggio sicuro verso l’Egitto, mentre gli altri aspettavano 10 chilometri più indietro. Oltre ai due italiani ci sono una spagnola, una polacca, una statunitense, un uruguaiano, due argentini, una portoghese e un tunisino. A quanto pare il giudice di Bengasi mercoledì 3 giugno ha deciso di prolungare la loro detenzione. Sempre in Cirenaica nel giugno scorso era stato bloccato Sumud Convoy diretto a Gaza, mentre in Egitto erano stati fermati gli attivisti europei e occidentali della Global March: la prima Global Sumud Flotilla, quella del settembre 2025, è nata proprio da quel fallimento.

Il primo troncone di questo nuovo convoglio di terra, composto da attivisti del Maghreb, era partito dalla Mauritania e a Tripoli si erano uniti i partecipanti europei, tra i quali 13 italiani. Lì su cinque pullman circa 200 persone si sono messe in viaggio verso est, tra loro anche medici e con aiuti umanitari vari, sette ambulanze e 5 o 6 camion contenenti case mobili destinati alla popolazione palestinese di Gaza. “Noi eravamo fermi al primo check point, controllato dalle autorità di Tripoli – raccontava Sara Suriano, un’attvista pugliese, ieri mattina davanti alla Farnesina – e loro il 24 maggio sono andati avanti per negoziare il passaggio, ma non sono mai tornati e la sera del 25 siamo stati allontanati dall’accampamento. Siamo tornati a Tripoli e il 26 siamo ripartiti per l’Italia. Volevamo restare, tornare a casa tutti insieme, ma il consolato ci ha detto che era meglio ripartire subito, anche perché il 26 scadevano i nostri visti”. Aggiunge Marco Contadini, ingegnere romano: “Avevamo proposto di lasciare gli aiuti lì, magari di far passare solo i medici e i tecnici o di affidarli alla Mezzaluna Rossa, ma non è stato possibile”.

Leonarda Alberizia detta Dina ha 67 anni, è un’educatrice in pensione, originaria di Foggia e molto conosciuta a Torino dove vive da tempo. Domenico Centrone detto Nico è di Molfetta (Bari), ha 33 anni e tiene un corso di cinematografia all’Università di Bari. Per la loro liberazione sono intervenuti in questi giorni il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, Legacoop Puglia e diversi esponenti del centrosinistra. “Dina ha dedicato trent’anni della sua vita ai bambini di Torino come educatrice ed è andata in quella terra di guerra disarmata, per portare aiuto, e oggi è in carcere in un territorio controllato dalle milizie di Haftar – ha detto ieri Chiara Appendino, deputata M5S ed ex sindaca del capoluogo piemontese -. Questa vicenda non può restare nel silenzio: chiedo al ministro Tajani di intervenire immediatamente, non con le parole di circostanza ma con un’azione diplomatica concreta e urgente per riportare Dina e i suoi compagni a casa. Una donna anziana, incensurata, che ha scelto la pace merita che le istituzioni italiane si battano per lei con la stessa determinazione con cui lei si è battuta per gli altri”.

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