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La pipì del cane lavata con l’acqua? Bassetti smonta le ordinanze dei Comuni: “Non serve assolutamente a nulla”

Lavare la pipì dei cani dai marciapiedi versando il contenuto di una bottiglietta d’acqua non ha alcun fondamento scientifico e non garantisce la reale pulizia delle strade. A smontare la validità di una delle ordinanze municipali più diffuse sul territorio italiano è l’infettivologo Matteo Bassetti. L’esperto ha chiarito che l’obbligo imposto ai padroni degli animali domestici dalle amministrazioni locali è inutile dal punto di vista sanitario, poiché l’acqua da sola è del tutto priva di capacità disinfettanti.

L’acqua non elimina i batteri: la bocciatura medica

Attraverso i propri canali social, Bassetti ha risposto ai dubbi posti dai cittadini sull’effettiva utilità igienica delle normative cittadine: “In molti comuni italiani vi sono ordinanze che obbligano i proprietari dei cani a portare con sé una bottiglietta d’acqua per lavare la pipì che i nostri amici a quattro zampe fanno su strade e marciapiedi”, ha precisato l’infettivologo inquadrando la questione. L’analisi dal punto di vista clinico e sanitario restituisce però un verdetto netto sull’efficacia di questa abitudine: “Risciacquare la pipì del cane con la semplice acqua ha un basso valore igienico e disinfettante, poiché l’acqua non elimina germi o batteri”.

Le soluzioni reali: l’uso dell’aceto e le leggi “all’italiana”

L’infettivologo ha quindi indicato le alternative chimicamente valide per igienizzare correttamente le superfici urbane, evidenziando tuttavia un paradosso normativo che blocca l’uso dei prodotti più efficaci. “Per una vera azione igienica bisognerebbe usare acqua e aceto bianco (in diluizione 1:1) che disinfetta naturalmente, rimuovendo gli odori forti e igienizzando la superficie”, ha spiegato Bassetti. L’altra opzione indicata dall’esperto prevede l’impiego di “detersivi enzimatici”. L’uso di questi prodotti chimici, pur garantendo l’eliminazione dei batteri, si scontra tuttavia con le disposizioni urbane: Bassetti precisa infatti che “però sono vietati per l’utilizzo in strada“. Di fronte all’incompatibilità tra i metodi di pulizia scientificamente validi e le attuali regole in vigore, la conclusione del medico boccia l’intero impianto normativo locale: “Insomma una delle tante leggi all’italiana, fatta con molta approssimazione scientifico-sanitaria”.

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Morti tre cani al World Dog Show di Bologna: chiusi nel furgone per ore senza cibo e acqua. Due persone sono state denunciate per maltrattamento di animali

Dovevano partecipare alle esposizioni canine del World Dog Show, l’importante manifestazione internazionale in corso presso il quartiere fieristico di Bologna fino a domenica, ma sono stati invece lasciati per ore rinchiusi in due furgoni, senza acqua né cibo. La notizia è stata riportata dall’edizione bolognese del quotidiano Il Resto del Carlino.

Un epilogo drammatico quello che ha coinvolto sei cani, vittime di quello che si configura come un grave caso di maltrattamento animale. Alla scoperta della situazione, uno degli animali era già privo di vita all’interno dei mezzi. Gli altri, in condizioni critiche, sono stati immediatamente trasportati presso una clinica veterinaria di Ozzano dell’Emilia, dove però altri due esemplari non hanno retto e sono deceduti nelle ore successive.

Le autorità competenti hanno provveduto a denunciare due espositori — un cittadino italiano e uno straniero, entrambi proprietari dei cani — con l’accusa di maltrattamento di animali.

A chiamare i militari sono stati gli stessi organizzatori della fiera: i furgoni, secondo quanto ricostruito, sono arrivati al mattino intorno alle 6.30 e sono stati parcheggiati nel cortile del distretto fieristico. I proprietari si sono allontanati lasciando nei container i cani. Dopo ore hanno riaperto le porte. I tre animali morti erano dei Drahtthaar, cani da ferma tedeschi.

Stefano Vaccari, deputato Dem della commissione Agricoltura e segretario di Presidenza della Camera ha commentato: “La morte di tre cani lasciati all’interno di furgoni parcheggiati sotto il sole durante il World Dog Show di Bologna, organizzato dall’Enci, è un fatto sconvolgente e gravissimo, incompatibile con i principi di tutela animale che dovrebbero essere alla base di ogni manifestazione cinofila. Occorre accertare immediatamente tutte le responsabilità, individuali e organizzative, verificando eventuali omissioni nei controlli, carenze nei protocolli di sicurezza e nella vigilanza. Per questo presenterò un’interrogazione parlamentare al ministro Francesco Lollobrigida affinché riferisca urgentemente sull’accaduto, sulle iniziative che intende assumere e sul sistema di vigilanza esercitato nei confronti dell’Enci anche a tutela della maggioranza dei cinofili ed allevatori che si comportano in modo corretto”.

E ancora: “Chiederò inoltre al ministro per quale motivo continui a mantenere un atteggiamento di sostanziale inerzia nei confronti dell’Enci nonostante le vicende che negli ultimi mesi hanno coinvolto l’ente e che risultano all’attenzione delle procure. La morte di tre cani non può essere archiviata come una fatalità ma servono verità, responsabilità e misure immediate perché tragedie simili non si ripetano mai più”.

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“Rapito, ucciso e poi mangiato”: il cane influencer Chutou scompare nel nulla mentre il proprietario è all’estero, poi la scoperta choc

Si chiamava Chutou ed era un Border Collie di otto anni diventato una piccola celebrità online. Con oltre 1,5 milioni di follower su Douyin, la versione cinese di TikTok, non era soltanto un animale domestico, ma un vero e proprio “compagno di viaggio digitale” seguito da una vasta community. Accanto al suo proprietario, conosciuto sui social come Guo, aveva attraversato la Cina raccontando una vita nomade fatta di paesaggi estremi, tende montate ovunque e lunghe giornate in viaggio. Negli ultimi giorni, però, la sua storia ha preso una piega drammatica che ha lasciato sotto shock il pubblico. Mentre Guo si trovava all’estero per un viaggio in solitaria, il cane era rimasto nella casa di famiglia, affidato al padre. È lì che, secondo quanto ricostruito, l’11 maggio Chutou sarebbe stato portato via da due persone riprese dalle telecamere di sicurezza. Le immagini mostrano i sospetti allontanarsi in bicicletta elettrica con il cane.

Dopo giorni di tentativi, Guo riesce a rintracciare un uomo che ritiene coinvolto nel furto e gli propone una somma di denaro per riavere il cane. L’uomo, però, sostiene di averlo trovato e di averlo seguito spontaneamente, una versione che non convince il proprietario, anche perché Chutou indossava collare e dispositivo GPS. Poco dopo arriva la notizia più dura da accettare: il cane sarebbe stato venduto a un ristorante per una cifra irrisoria e successivamente ucciso e consumato.

La battaglia legale di Guo

Il proprietario si è rivolto anche al personale del ristorante nella speranza di recuperare almeno qualche traccia del cane, ma avrebbe scoperto che non era rimasto nulla: anche il pelo sarebbe stato gettato via. A questo punto Guo ha deciso di procedere per vie legali, denunciando il caso alle autorità.

La situazione è complessa anche dal punto di vista giuridico: in Cina il furto è punibile solo oltre una certa soglia di valore economico, e stabilire quello di un animale domestico, soprattutto uno famoso sui social, non è semplice. Inoltre, il riconoscimento del danno emotivo non è sempre previsto in modo diretto.

La vicenda ha riacceso il dibattito sulla tutela degli animali da compagnia nel Paese. Pur essendo stati fatti alcuni passi avanti negli ultimi anni, come l’esclusione dei cani dal catalogo del bestiame in diverse aree urbane e alcuni divieti locali sul consumo di carne di cane e gatto, non esiste ancora una normativa nazionale univoca che protegga pienamente gli animali domestici. Sui social, intanto, migliaia di utenti hanno espresso rabbia e tristezza, ricordando i video di Chutou e la sua vita accanto al proprietario.

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Diavolo della Tasmania fugge di notte dal parco: scatta la caccia alla femmina “Mary” – IL VIDEO

È scattata una vera e propria caccia a un diavolo della Tasmania fuggito da un parco faunistico della Gold Coast, in Australia. L’animale, una femmina di nome Mary, è riuscito a scappare il 2 giugno da un’area di quarantena del Paradise Country, nello stato del Queensland, facendo perdere le proprie tracce poco dopo la fuga. Le ultime immagini disponibili arrivano dalle telecamere di sorveglianza del parco, che l’hanno ripresa mentre si muoveva da sola in una zona esterna della struttura nelle ore notturne, intorno alle 4 del mattino, prima di scomparire nel nulla.

Da quel momento sono scattate le ricerche da parte dei guardiaparco e delle squadre specializzate nella fauna selvatica, supportate anche da droni con visione termica. Nonostante gli sforzi, l’esemplare risulta ancora disperso e la sua localizzazione non è stata individuata. Mary non viveva in libertà, ma si trovava in quarantena all’interno della struttura zoologica insieme a un altro esemplare, in una fase di osservazione. La sua fuga ha immediatamente attirato l’attenzione dei media locali e delle autorità ambientali, che hanno diffuso avvisi alla popolazione della zona.

Secondo quanto riportato dal “The Guardian” a coordinare le informazioni alla cittadinanza è la direttrice della struttura, Lauren Mousley, che ha descritto l’animale come poco abituato al contatto e potenzialmente schivo. L’appello è chiaro: evitare qualsiasi tentativo di avvicinamento. “Non avvicinatevi all’animale. I diavoli della Tasmania possono reagire in modo aggressivo se provocati o se qualcuno tenta di catturarli”, ha spiegato. Secondo quanto riferito, Mary sarebbe un esemplare timido, che tende a nascondersi in presenza di movimento o disturbo. Proprio questo comportamento rende più complicate le operazioni di recupero, che si stanno concentrando nelle aree boschive e periferiche attorno alla struttura.

Oltre al rischio per la sicurezza pubblica, gli esperti sottolineano anche un possibile impatto sull’ecosistema locale. Il diavolo della Tasmania è infatti un piccolo marsupiale carnivoro, capace di cacciare attivamente e di nutrirsi di diverse specie di fauna selvatica, tra cui piccoli mammiferi e uccelli. Per questo motivo la sua presenza fuori controllo viene monitorata con attenzione, mentre proseguono le ricerche in un’area che si estende ben oltre il perimetro del parco.

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“Massacrati in modi barbari, gridano dal dolore. Sono costretti a nuotare nel sangue dei loro familiari”: la denuncia degli ambientalisti sulla mattanza di 706 cetacei alle Isole Faroe

“Gli animali gridano dal dolore. Intere famiglie vengono massacrate e alcuni animali vengono visti nuotare nel sangue dei loro familiari per ore“. È attraverso le dichiarazioni di Elisa Allen, vicepresidente dei programmi di PETA affidate al quotidiano “The Independent”, che le organizzazioni per la tutela marina descrivono la tradizionale mattanza consumatasi il 27 maggio al largo delle Isole Faroe. In una singola giornata, le acque dell’arcipelago si sono tinte di rosso per l’uccisione di 706 tra balene pilota e delfini dai fianchi bianchi dell’Atlantico, spinti verso le baie poco profonde e abbattuti. Una caccia tradizionale, il “grindadrap“, che la direttrice della campagna locale di Sea Shepherd, Valentina Crast, ha inquadrato in “scene caotiche di estrema crudeltà”, denunciando un prolungamento dell’agonia dei mammiferi direttamente sugli arenili.

I numeri degli abbattimenti

Le autorità locali difendono le operazioni considerandole una tradizione secolare e un metodo di sussistenza alimentare privo di finalità commerciali, in cui carne e grasso vengono distribuiti tra i residenti. Tuttavia, il conteggio effettuato dagli osservatori di Sea Shepherd restituisce le dimensioni di una macellazione massiva: in poche ore sono stati uccisi 402 balene pilota e quattro tursiopi nella capitale Tórshavn, 168 delfini dai fianchi bianchi a Skalabotnur e altri 132 a Hvalvik. Durante le operazioni, due membri dell’equipaggio di Sea Shepherd presenti in veste di osservatori sono stati arrestati dalla polizia. Il fermo è scattato a seguito delle denunce dei cacciatori locali, che li hanno accusati di interferenza, una circostanza che l’organizzazione ambientalista ha formalmente smentito.

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L’appello a “The Independent”

Di fronte alle carcasse sventrate e ammassate sulle spiagge dell’Atlantico, le organizzazioni hanno chiesto l’intervento dei governi europei. Elisa Allen ha sollecitato un bando immediato e permanente rivolgendosi direttamente al primo ministro faroese: “Ogni anno, con orrore del resto del mondo, centinaia di balene e delfini vengono massacrati in modi barbari con ami di metallo, che vengono conficcati negli sfiatatoi dei mammiferi spiaggiati prima che vengano tagliate loro le spine dorsali”. Allen ha ribadito a “The Independent” la necessità di fermare la pratica ricordando che “le balene e i delfini sono altamente intelligenti e provano dolore e paura tanto quanto gli esseri umani”.

Le modifiche normative e la carenza di strumenti

Le contestazioni degli attivisti non si limitano alla tradizione in sé, ma sollevano problemi legali e procedurali. L’organizzazione ambientalista OceanCare ha evidenziato come gli abbattimenti del 27 maggio si siano verificati a poche ore di distanza da un voto all’unanimità del parlamento faroese su una specifica modifica normativa. Questa delibera stabilisce che i regolamenti locali sulla caccia prevalgono sulle leggi relative al benessere animale, proteggendo i cacciatori da eventuali procedimenti giudiziari per violazioni di tale natura. Le associazioni denunciano inoltre che, durante le tre battute di caccia, si è registrata una carenza di lance spinali. Si tratta degli unici strumenti specializzati e autorizzati per recidere rapidamente il midollo spinale e limitare i tempi di macellazione. L’assenza di queste attrezzature ha costretto alcuni partecipanti all’uso di lunghi coltelli non regolamentari, incrementando i tempi di abbattimento e le sofferenze inferte agli animali.

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Spremuta fino all’osso dal circuito delle corse, rinasce grazie al coniglietto di peluche rosa: la storia della levriera Poppy

Per anni è stata allevata per correre. Nel circuito delle corse dei levrieri, migliaia di cani vengono selezionati fin da cuccioli con un unico obiettivo: diventare i più veloci. Quando la loro “carriera” finisce, molti si ritrovano senza una destinazione certa. È da questo mondo che arriva la storia di Poppy, una levriera australiana che, dopo decine di gare e diverse cucciolate, ha trovato una seconda possibilità grazie all’adozione. Ma il passaggio dalla pista al divano non è stato immediato. Quando la levriera è stata adottata dalla sua nuova famiglia in Australia, le prime settimane sono state difficili. Di notte si svegliava, si aggirava per casa e piangeva. Un comportamento che ha subito fatto capire ai suoi adottanti quanto il passato fosse ancora presente.

“Per le prime due settimane si svegliava durante la notte e girava per casa piangendo. Ci spezzava il cuore pensare a quanto dovesse sentirsi triste e confusa”, ha raccontato la proprietaria Emma. La famiglia ha quindi provato a offrirle un piccolo punto di riferimento: un morbido coniglietto di peluche rosa. Quello che sembrava un semplice giocattolo si è trasformato in qualcosa di molto più importante. Poppy ha iniziato a portarlo con sé durante il riposo, stringendolo sotto la zampa e trattandolo con una delicatezza riservata a nessun altro oggetto.

Con gli altri giochi si comportava come qualsiasi cane curioso e vivace. Con quel coniglietto, invece, il rapporto era diverso. Non lo scuoteva, non lo mordicchiava, non lo lanciava in aria. Lo custodiva. Con il passare del tempo, però, qualcosa ha iniziato a cambiare. “Dopo un paio di mesi, ha iniziato a mostrare segni di sentirsi al sicuro e rilassata. Il coniglietto rosa ha iniziato a diventare meno importante”, ha spiegato Emma. A distanza di diciotto mesi dall’adozione, Poppy è ormai un cane completamente diverso. Le paure che la accompagnavano nelle prime settimane hanno lasciato il posto a una quotidianità fatta di affetto, gioco e tranquillità: “È sicura di sé, giocherellona, felice, un po’ impertinente e super affettuosa e amorevole. Il coniglietto rosa è sempre vicino al suo letto e a volte la sorprendo con la testa appoggiata accanto a lui”, racconta ancora la proprietaria.

Una seconda possibilità

Dietro questa rinascita c’è però una storia che riaccende i riflettori sul destino di molti levrieri impiegati nelle competizioni. Prima dell’adozione, Poppy aveva partecipato a 53 gare ed era stata utilizzata anche per la riproduzione, dando alla luce tre cucciolate. Secondo le associazioni che si occupano di tutela animale, ogni anno migliaia di levrieri vengono allevati con la speranza di ottenere il campione perfetto. Non tutti, però, trovano una sistemazione una volta terminata la carriera sportiva.

Emma si è avvicinata a questa razza quasi per caso, dopo aver conosciuto il cane di un vicino: “Mi sono resa conto molto rapidamente di quanto fossero gentili e dolci. Poi ho scoperto quanti venivano scartati dopo la loro carriera nelle corse e che semplicemente non c’erano abbastanza case per tutti loro. È stato questo il motivo che mi ha spinto ad adottare un levriero”. Una scelta che ha cambiato due vite: quella della cagnolina e quella della famiglia che l’ha accolta.

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“Ci sono i pazzi che hanno portato illegalmente in Italia un cane con la rabbia e gli altri pazzi che invitano a non vaccinare gli animali”: la rabbia di Burioni

“Ci sono quelli che hanno portato illegalmente in Italia un cane con la rabbia e quelli che invitano a non vaccinare gli animali: sono due categorie di pazzi”. Roberto Burioni interviene così sul caso del cucciolo proveniente dal Marocco e risultato positivo alla rabbia, una vicenda che negli ultimi giorni ha riacceso il dibattito sui vaccini anche nel mondo degli animali domestici. Come riporta il Corriere della Sera, il virologo ha affidato il suo sfogo ai social dopo che, accanto alle notizie sull’animale arrivato in Veneto e poi morto, sono comparsi online numerosi messaggi contrari alla vaccinazione antirabbica di cani e gatti.

“La situazione, già molto pericolosa a causa di questi pazzi che hanno riportato illegalmente in Italia un cane e con esso la rabbia che da molti anni nel nostro Paese non c’è più, viene aggravata da una seconda categoria di pazzi che non vogliono vaccinare i loro animali domestici“, ha scritto Burioni. Il riferimento è ai gruppi che in queste ore stanno contestando le campagne vaccinali rivolte agli animali, sostenendo che sarebbero inutili o addirittura dannose. Una posizione respinta dal mondo scientifico e anche dall’Associazione nazionale medici veterinari italiani (Anmvi), che ha definito la vaccinazione antirabbica “l’azione più efficace e sicura per proteggere cani, gatti e persone”.

I veterinari hanno inoltre ricordato che l’Italia è tornata ufficialmente indenne dalla rabbia oltre dieci anni fa grazie a una lunga attività di prevenzione e controllo sanitario. Per questo invitano a prestare particolare attenzione all’importazione di animali provenienti da Paesi dove la malattia è ancora diffusa e a rispettare tutte le procedure previste. “L’indennità sanitaria è una dura conquista“, sottolinea l’associazione, che raccomanda di informarsi sempre sullo stato sanitario dei Paesi da cui provengono gli animali e di non sottovalutare una malattia che, una volta manifestatasi, è quasi sempre mortale.

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“Mi ha morso cinque volte, come se mi stesse assaggiando. Ho urlato, il che lo ha eccitato ancora di più ed è diventato sempre più aggressivo”: il racconto choc del triatleta attaccato da uno squalo in Sardegna

Una nuotata di allenamento nelle acque della Sardegna si è trasformata in un incontro ravvicinato con uno squalo per Giovanni Caselli, 28 anni, triatleta francese in vacanza sull’isola. Il giovane sostiene di essere stato morso più volte mentre si trovava in mare aperto e di essere riuscito a raggiungere la riva riportando soltanto ferite superficiali. La vicenda, riportata da LaPresse, è stata raccontata dallo stesso Caselli al quotidiano francese Midi Libre.

Il 28enne, originario di Sète, vicino a Montpellier, stava trascorrendo alcuni giorni di vacanza in Sardegna quando ha deciso di approfittare del mare per proseguire la preparazione atletica. Prima di entrare in acqua aveva in mente anche di registrare qualche contenuto per i social: “Volevo fare un video con acqua turchese e tramonto per i miei social. In seguito, ho detto a mia moglie che avrei fatto 500 metri ad alta intensità per il mio allenamento”, ha raccontato. Secondo la sua ricostruzione, l’allenamento procedeva regolarmente fino a quando non avrebbe notato uno squalo a poca distanza. “A un certo punto ho visto lo squalo davanti a me”, ha spiegato al giornale francese. Inizialmente l’animale non sembrava manifestare atteggiamenti aggressivi, ma la situazione sarebbe cambiata nel giro di pochi secondi. “Invece di girarmi intorno, mi è venuto addosso. Mi è arrivato proprio accanto. Allora ho iniziato a nuotare lentamente all’indietro sul dorso ed è stato allora che mi ha dato il primo morso”, ha raccontato Caselli. Da quel momento, sostiene, sarebbero seguiti altri attacchi ravvicinati.

“Mi ha attaccato, mordendomi cinque volte, per fortuna in maniera superficiale”, ha dichiarato. Il giovane racconta di aver perso la calma dopo il primo contatto. “Ho urlato, il che lo ha eccitato ancora di più ed è diventato sempre più aggressivo. Continuava a mordermi e ho iniziato davvero a farmi prendere dal panico perché gli squali di solito non sono soli”. Nonostante la paura, il ventottenne sarebbe riuscito a mantenere sufficiente lucidità per dirigersi verso la riva. Lo squalo si sarebbe allontanato poco dopo, permettendogli di uscire dall’acqua senza conseguenze più serie.

Le condizioni

Ripensando a quei momenti, Caselli ha descritto una sensazione che rende bene l’idea della tensione vissuta in mare aperto: “Era come se mi stesse assaggiando”. Il bilancio finale parla di ferite lievi a una mano, a un ginocchio e a un polpaccio, che non hanno richiesto il ricovero in ospedale. Le ferite, ha aggiunto, restano sotto osservazione. “Le tengo sotto controllo perché i denti di squalo sono pieni di batteri”.

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Un bambino di 7 anni e un adulto morsicati da procioni: “Non avvicinate gli animali selvatici”

Due persone, tra cui un bambino di 7 anni, sono state aggredite e morsicate da alcuni procioni nel giro di poche ore a Ridgewood, nel New Jersey, una cittadina residenziale a circa 30 chilometri da New York.

Secondo quanto riferito dalle autorità locali, il primo episodio è avvenuto sabato sera nei pressi del Maple Field & Community Garden, dove il bambino è stato morso alla parte superiore della gamba. Nelle ore successive un adulto è stato a sua volta aggredito su una proprietà privata. Entrambi sono stati sottoposti a trattamento antirabbico a scopo precauzionale. Gli animali responsabili non sono ancora stati rintracciati.

A preoccupare le autorità è soprattutto il comportamento insolito dei procioni, che avrebbero attaccato due persone nel giro di poche ore. Gli animali sono prevalentemente notturni e gli episodi avvenuti durante le ore diurne hanno spinto le autorità a raccomandare prudenza, pur senza confermare che si tratti di casi di rabbia.

La polizia e il servizio di controllo animali hanno invitato i residenti a non avvicinare, nutrire o tentare di catturare animali selvatici e a segnalare immediatamente eventuali esemplari che mostrino comportamenti aggressivi o anomali.

Le squadre di Animal Control stanno ancora cercando i procioni coinvolti negli attacchi. Nel frattempo il comune sta valutando la distribuzione di esche vaccinali antirabbiche nelle aree boschive frequentate dalla fauna selvatica. Si tratta di una pratica già utilizzata in diverse zone degli Stati Uniti: gli animali ingeriscono le esche e ricevono una vaccinazione orale contro la rabbia. Secondo le autorità federali il sistema non rappresenta un rischio né per le persone né per gli animali domestici.

L’episodio arriva a poche settimane da un altro caso che aveva attirato l’attenzione nel New Jersey. All’inizio di maggio un castoro poi risultato affetto da rabbia aveva aggredito un bambino di 8 anni che stava pescando sulle rive di un lago a Mahwah, cittadina distante circa 16 chilometri da Ridgewood. Prima di attaccare il piccolo, l’animale aveva già morso altre persone presenti nell’area. Un video ripreso da un testimone mostrava il momento in cui emergeva dall’acqua e si lanciava contro i visitatori del parco.

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“Questa è una tragedia”: i serpenti marini di Ibiza sono arrivati a nuoto fino all’isola di anta Eulària minacciano le lucertole delle Baleari

Un corpo pallido e solitario che si fa strada ondulando attraverso le acque turchesi, nuotando per coprire i 450 metri di mare che separano la costa orientale di Ibiza dall’isolotto di Santa Eulària. È la prova inconfutabile, documentata ad aprile 2024 in un video girato da una guardia ambientale locale, di ciò che i ricercatori temevano da tempo: i serpenti marini provenienti dalla Spagna continentale stanno nuotando per aprire un nuovo fronte di colonizzazione, minacciando la sopravvivenza della lucertola delle Pitiuse (Podarcis pityusensis).

La notizia e i dettagli del fenomeno sono stati riportati dal quotidiano britannico The Guardian in un lungo articolo pubblicato due giorni fa che fa il punto della situazione. Oriol Lapiedra, biologo del Centro di Ricerca Ecologica e Applicazioni Forestali (Creaf) in Catalogna, ha commentato il video confermando l’aggravarsi della situazione: “C’erano sempre più prove aneddotiche da parte di pescatori e turisti che avevano visto i serpenti nuotare, quindi pensavamo che stesse accadendo molto spesso”. Lo studioso ha precisato che “questa è stata la prima prova concreta che abbiamo avuto di un serpente che nuota da Ibiza all’isolotto”.

L’arrivo a Ibiza e l’impatto ecologico

Il colubro ferro di cavallo (Hemorrhois hippocrepis) è un rettile non velenoso originario della Spagna meridionale e orientale. La sua rapida espansione a Ibiza è iniziata circa due decenni fa, introdotto inavvertitamente attraverso l’importazione di antichi ulivi ornamentali dalla terraferma da parte di proprietari immobiliari. I tronchi, ricchi di cavità, hanno fornito nascondigli perfetti per i serpenti in letargo e per le loro uova. A distanza di vent’anni, il rettile è presente su almeno il 90% dell’isola e ha sviluppato una spiccata predilezione per le lucertole locali, animali fondamentali per l’ecosistema. “Controllano le popolazioni di insetti, compresi i parassiti agricoli, quindi tutto cambia quando scompaiono”, ha spiegato Lapiedra, ricordando che queste lucertole “impollinano anche i fiori e disperdono i semi”.

I numeri dell’invasione documentano un quadro allarmante: a Santa Eulària, i ricercatori avevano censito 72 lucertole nel 2016; nel 2023 ne erano rimaste soltanto tre. Le popolazioni uniche di 10 isolotti sono attualmente considerate estinte. Non solo: la presenza del colubro è stata confermata anche nella vicina isola di Formentera, tanto che nell’ottobre 2022, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn) ha spostato la lucertola di Ibiza dalla categoria “prossima alla minaccia” a quella “in pericolo”.

Proliferazione record e il paragone con Guam

Mentre sulla penisola iberica questi serpenti superano raramente gli 1,8 metri, a Ibiza trovano condizioni tali da crescere fino a superare i 2 metri di lunghezza e raggiungere un peso due volte e mezzo superiore. Sulle dimensioni raggiunte dai rettili, Lapiedra ha sottolineato: “Abbiamo trovato animali che sono spessi quanto il mio polso”.

Le stime sulla proliferazione sono severe. Secondo il governo regionale delle Baleari, nel 2023 sono stati catturati oltre 3.500 esemplari, per un totale di oltre 16.000 soppressioni dal 2016. Si prevede che la specie occuperà l’intera isola entro la fine del 2027 e i ricercatori ipotizzano che proprio l’aumento della competizione per il cibo stia spingendo i serpenti a raggiungere gli isolotti a nuoto. Il biologo del Creaf paragona questa dinamica a quanto accaduto sull’isola di Guam, nel Pacifico, dove l’arrivo del serpente arboricolo bruno ha causato l’estinzione di 10 delle 12 specie di uccelli forestali autoctoni. “L’unica differenza è che non risulta che i serpenti a Guam nuotino“, ha specificato Lapiedra. “Quindi ci sono isole intorno a Guam che hanno ancora le specie che Guam aveva in passato”.

Le città come uniche roccaforti

Per salvaguardare il patrimonio genetico delle lucertole — che vantano colorazioni uniche (verdi, blu, nere, marroni, grigie e arancioni) forgiate da millenni di evoluzione — è stato avviato allo zoo di Barcellona un programma di riproduzione in cattività che coinvolge otto diverse popolazioni insulari. Paradossalmente, i luoghi in cui la specie endemica risulta oggi più al sicuro sono i centri abitati. “Le lucertole sono ancora presenti nelle città più grandi di Ibiza e le popolazioni stanno bene”, ha osservato Lapiedra. “Fondamentalmente quello che succede è che nelle aree urbane i serpenti vengono investiti e la gente li uccide anche perché non ama i serpenti. Quindi, per ora, alcune di queste aree urbane hanno buone popolazioni di lucertole”.

La progressiva perdita di queste forme di vita rimane tuttavia un danno incalcolabile. Il ricercatore ha sintetizzato così la gravità ecologica in corso: “Ciascuno, o la maggior parte, degli isolotti ha questi lignaggi unici che si stanno perdendo completamente per la scienza e per l’umanità in questo momento. Quindi questa è una tragedia: è come un incendio in una vecchia chiesa”.

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Briciola alla sua ultima parata del 2 giugno, la mascotte dei Carabinieri va in pensione. Commozione e applausi

Anche Briciola, il celebre cagnolino mascotte ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, ha preso parte alla tradizionale parata della Festa della Repubblica ai Fori Imperiali. Adornato con i colori del Tricolore, il piccolo quadrupede ha sfilato con passo fiero accanto alla Fanfara del 4 Reggimento Carabinieri a Cavallo, sotto gli occhi delle massime autorità dello Stato. Commozione e applausi per l’addio.

Un momento carico di emozione, poiché quella di quest’anno si preannuncia come l’ultima apparizione ufficiale di Briciola: l’anziano cagnolino, dopo anni di fedele servizio al fianco dell’Arma, è pronto a godersi un meritato riposo.

Meticcia di piccola taglia, oggi dodicenne, è entrata a far parte dell’Arma nel 2014, quando aveva poco più di un anno. Da allora vive nella caserma di Tor di Quinto, a Roma, sede dei carabinieri a cavallo, e accompagna spesso i militari nelle manifestazioni ufficiali.

Il suo debutto più importante risale al 2015, durante l’insediamento al Quirinale del presidente Sergio Mattarella. Da allora è comparsa in diverse occasioni pubbliche: dalla parata del 2 giugno lungo i Fori Imperiali agli eventi dell’Arma a Villa Borghese. Nel 2022, durante l’avvio del secondo mandato del capo dello Stato, una sua capriola improvvisata nel cortile d’onore riuscì persino a strappare un sorriso al presidente.

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