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Oltre transumanesimo e luddismo. Il liberalismo della Magnifica humanitas

L’Enciclica Magnifica humanitas ci ricorda la fame di incognite che ci divora dentro più radicale della sete di risposte che semplificano fuori; interroga i mattoni con i quali costruiamo e non le guglie con le quali orniamo. Le parole del Pontefice costruiscono una strada di domande con al centro – finalmente – l’individuo o, meglio, la persona nel suo rapporto con l’altro e con l’intelligenza artificiale.

Davanti alla corsa prestante della tecnologia che sempre più abita il mondo in qualità di “potere” che condiziona la nostra dimensione relazionale e con essa la nostra identità, ci sono due narrazioni opposte che percorrono con velocità fulminante le nostre società e che si elidono a vicenda rischiando, come i lampi delle tempeste, di dare la luce senza permetterci di vedere. Sembrano approcci più buoni ad accecare per tenerci fermi che luci in grado di aiutare lo sguardo nei passi da compiere; una “striscia di luce”, come cantano i giovani russi contro il buio del regime putiniano, arriva invece dalle parole di Leone XIV.

La prima narrazione è quella che vorrebbe “spengere la tecnologia”; essa appare la più conservatrice e protettiva dell’umanità, evocando un neo-luddismo simile a quello che, davanti alla rivoluzione industriale, infliggeva colpi di martello ai macchinari che relegavano nelle fabbriche il lavoro umano a mero gesto disumanizzato. Ovviamente in questa proposta il potere pubblico deve essere il domatore pubblico dell’IA e, altrettanto ovviamente, la soluzione lungi dal salvare l’uomo lo relega ad uno stadio statico della sua evoluzione.

La seconda storia, invece, è quella del transumanesimo e del postumanesimo (e varianti) che invece vorrebbero “spengere l’’umano” per assegnare un ruolo assoluto alla tecnologia, sperando di raggiungere perfezione e spazi di nuova intelligenza per l’esercizio della mente umana. In questo caso, invece, meno stato e più iniziativa libera delle imprese, ma anche il rischio di “pochi livellatori” in un mondo di “livellati” direbbe Valerio Zanone.

Leone XIV cita direttamente e indirettamente tutte e due queste letture mettendone in evidenza l’insufficienza e proponendo una traiettoria diversa che è caratterizzata dalla centralità della persona perché “la tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona; al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo»” (§4 e Benedetto XVI, Caritas in veritate, 2009).

Per governare le novità, questo il passaggio chiave, il capo della chiesa di Roma non invoca lo Stato, non pretende l’intervento demolitorio oltre che regolatorio del potere politico, ma si rivolge all’umanità stessa affinché eserciti il “discernimento” per distinguere quando l’IA aiuta la persona rispetto a quanto la annichilisce. Diversamente da Leone XIII nelle cui pagine la parola stato (sì, certo, siamo nel 1891 e il Regno d’Italia è appena costituito, ma non è solo questo) è invocata decine di volte, qui i riferimenti sono tutti concentrati sulla capacità personale. Contro il timore che ogni comunità si fondi su di una sterile unità fatta di standardizzazione, piuttosto che su una comunione di diversità e pluralismo, Leone XIV invoca una militanza umana: come allora si denunciava che il socialismo (definito “falso rimedio”) avrebbe annichilito le diversità e sottoposto la persona ad un ordine eterodeterminato disumano, così oggi l’egualitarismo standardizzante operato dalla tecnica può ridurre l’individuo a mero ingranaggio. Due rischi per la libertà dell’uomo, uno denunciato nella Rerum novarum e screditato definitivamente dal 1989, l’altro incipiente e da oggetto della Magnifica humanitas.

Tra le pagine si respira un certo cristianesimo delle origini ossia dal forte tratto individualista e antitetico al potere esterno all’uomo; non a caso, l’Enciclica è ricca di ampie citazioni di pontefici che hanno lottato contro dittature e autocrazie come, in particolare, Giovanni Paolo II (sul nichilismo dei grandi moralismi e le atrocità del Novecento, §204).

La tecnologia “disarmata” in una logica di “destinazione universale dei beni” (ci sarebbe da approfondire molto giuridicamente, §65) può accrescere la dignità umana nella misura in cui permette di evitare che i corpi intermedi soffochino l’individuo: nelle pagine del testo si evince chiaramente l’idea che libertà e responsabilità vanno insieme. Echeggiano le belle parole della Corte costituzionale che evidenzia come la tecnologia possa supportare lo sviluppo dei diritti e della dignità umana (sent. n. 3 del 2025).

Di tutto questo discuteremo, peraltro, l’11 giugno p.v. in un confronto tra voci molto diverse per cultura e ruoli, organizzato nella Biblioteca Vallicelliana a Roma; un modo, anche questo, per fare “comunione” attraverso un confronto libero e sereno che rifiuta la polarizzazione isterica imperante.

Una nota curiosa, infine: chissà se è un caso che il presidente Trump, pochi giorni dopo l’Enciclica, abbia dato indicazioni su “Promoting advanced Artificial Innovation and Security” che, con tratti volontaristici, raccorda potere pubblico e imprese sui modelli avanzati di IA (Ex. Ord. 2 giugno).

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La sfida dell’intelligenza artificiale è culturale e spirituale. L’analisi di Costanzo

Dopo tanta, giusta, attesa, il 25 maggio scorso è stata pubblicata la prima Lettera Enciclica di Papa Prevost. Come affermato nella sua introduzione “la magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”. Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza.

Davvero impressionate e intenso il messaggio che Papa Leone ha voluto sottolineare con questa Sua prima Enciclica che racchiude in essa tutta la forza del suo messaggio pastorale. Tutti i capitoli, cinque, sono pregni di profonde riflessioni ispirate alla storia, al presente fino al futuro. Si spazia dal pensiero dinamico fedele al Vangelo, ai principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa. Dal custodire l’Umano nella trasformazione, quindi verità, lavoro e libertà, alla cultura della potenza e la civiltà dell’Amore. Ma, in questa mia riflessione, mi si permetta di soffermarmi sul terzo capitolo Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA, dove viene tracciato l’orizzonte in cui si colloca la sfida della trasformazione tecnologica, in particolare quella legata all’IA e alle correnti transumaniste e post-umaniste.

Costruire l’umano nell’era dell’intelligenza artificiale

Dopo aver richiamato i principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa, è possibile volgere lo sguardo alle sfide concrete del nostro tempo. Un’immagine biblica offre una chiave di lettura efficace, da una parte la torre di Babele, simbolo di un progetto umano guidato dal desiderio di dominio e destinato a generare disumanizzazione, dall’altra la ricostruzione di Gerusalemme sotto Neemia, espressione di un’opera condivisa fondata sulla responsabilità e sulla collaborazione.

Questa contrapposizione invita a interrogarsi sul grande “cantiere” della nostra epoca: che cosa stiamo costruendo? In un contesto in cui lo sviluppo tecnologico trasforma rapidamente linguaggi, relazioni e istituzioni, la domanda non riguarda il futuro, ma il presente. L’intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti sono già parte integrante della vita quotidiana e chiedono una scelta consapevole: quale progetto sostenere e con quale stile, per custodire la dignità dell’umano. Negli ultimi decenni si è progressivamente affermato un paradigma tecnocratico, che tende a far coincidere il criterio delle decisioni con l’efficienza, il controllo e il profitto. La tecnica, da semplice strumento, diventa così criterio dominante, stabilendo ciò che conta e ciò che può essere scartato. In questo processo, la creazione rischia di ridursi a risorsa e la persona a ingranaggio.

Le innovazioni tecnologiche, dall’intelligenza artificiale alla robotica, dalla biotecnologia alle nanotecnologie, offrono indubbi benefici, ma amplificano anche questa dinamica. Il loro potere richiede una rinnovata riflessione etica e politica: non tutto ciò che è possibile è anche desiderabile. Senza un adeguato sviluppo morale e sociale, il progresso tecnico può trasformarsi in una minaccia per l’uomo stesso.

Particolarmente rilevante è la concentrazione del potere digitale in pochi attori economici, che controllano dati, infrastrutture e capacità computazionale. Questo squilibrio genera nuove forme di dipendenza, esclusione e manipolazione, rendendo necessario un discernimento fondato sui principi della dignità umana, del bene comune, della solidarietà e della giustizia. Chi possiede ingenti risorse tecniche ed economiche e, di conseguenza, anche ampie capacità organizzative e umane, è in grado di orientare profondamente i cambiamenti culturali. Può arrivare a influenzare un gran numero di persone su ciò che viene ritenuto vero riguardo all’uomo, al mondo, al senso della vita, alla famiglia e perfino a Dio. Si tratta di una forma di potere che, priva di un fondamento di verità, impone, in modo più o meno esplicito, la propria visione come se fosse verità.

Bisogna anche sottolineare che la disinformazione non è un fenomeno nato con l’intelligenza artificiale, ma oggi trova in essa un potente amplificatore, la capacità di manipolare testi, immagini e video espone i cittadini a visioni distorte o parziali della realtà. La questione investe profondamente la sfera culturale e morale, poiché la qualità della comunicazione pubblica è strettamente legata alla fiducia sociale e, a sua volta, la influenza. Un’informazione autentica, tuttavia, non può derivare da un controllo centralizzato o automatizzato. Nel dibattito pubblico, la verità dei fatti ha certamente una dimensione razionale che richiede verifica, controllo delle fonti e responsabilità argomentativa, ma è anche, e soprattutto, una costruzione relazionale, prende forma attraverso legami di fiducia e pratiche condivise, nel confronto sincero con gli altri e con la realtà. Solo una ricerca condivisa della verità, riconosciuta come bene comune, può costituire il fondamento di una comunicazione giusta.

L’Intelligenza Artificiale, natura e limiti

L’Intelligenza Artificiale rappresenta dunque uno degli sviluppi più significativi del nostro tempo, ma è importante evitare equivoci. Essa non è assimilabile all’intelligenza umana. Pur imitando alcune sue funzioni e superandola per capacità di calcolo, l’IA resta legata al trattamento dei dati, non possiede esperienza, coscienza, relazioni autentiche né comprensione del significato. I sistemi di intelligenza artificiale non “vivono” ciò che producono, non conoscono la gioia, il dolore, l’amore o la responsabilità, possono sì simulare empatia e comunicazione, ma non costruiscono relazioni reali, il loro “apprendimento” consiste in adattamenti statistici, non in una crescita interiore. Questa distinzione è fondamentale per mantenere il primato della persona umana, unica capace di libertà, coscienza e responsabilità.

L’IA può rappresentare un aiuto prezioso, ma richiede un uso sobrio e consapevole, infatti, nel contesto personale emergono tre rischi principali, la tendenza a delegare il giudizio, l’illusione di oggettività delle risposte e la simulazione della relazione umana. A livello sociale, l’uso crescente dell’IA nei processi decisionali comporta benefici in termini di efficienza, ma anche rischi significativi quali, impatti ambientali elevati, automatizzazione delle decisioni che incidono sui diritti delle persone e possibilità di rafforzare disuguaglianze e pregiudizi. Per questo motivo, l’adozione di tali tecnologie deve essere accompagnata da criteri chiari di responsabilità, trasparenza e controllo perché ricordiamolo sempre, non esiste un uso neutrale dell’IA, ogni sistema incorpora valori, scelte e visioni del mondo.

L’introduzione dell’IA nei processi sociali pone un’altra questione fondamentale, chi è responsabile delle decisioni? La complessità dei sistemi spesso rende difficile individuare responsabilità e correggere errori, rendendo necessario rafforzare meccanismi di accountability. Non basta invocare l’etica, occorrono norme adeguate, vigilanza indipendente e una politica capace di governare il cambiamento. Senza questi strumenti, il rischio è che il potere tecnologico imponga le proprie logiche, riducendo gli spazi democratici. Inoltre, la concentrazione delle risorse tecnologiche solleva interrogativi sulla giustizia sociale, accesso alle tecnologie, proprietà dei dati e distribuzione dei benefici devono essere affrontati in una logica di bene comune.

Custodire l’umano

Il nodo centrale resta la custodia dell’umano. Il pericolo non è solo l’uso scorretto delle tecnologie, ma l’affermarsi di una visione che identifica la pienezza della vita con l’efficienza, il controllo e l’ottimizzazione. In questa prospettiva, l’essere umano rischia di ridursi a progetto da migliorare, perdendo la dimensione relazionale e comunitaria. Una civiltà autentica si misura non dalla potenza dei mezzi, ma dalla capacità di cura, appunto, la cura dell’altro, appresa nelle relazioni quotidiane, è ciò che rende possibile una società veramente umana. La tecnologia può supportare questo processo, ma non sostituirsi alla libertà e alla responsabilità delle persone.

Le nuove narrazioni: transumanesimo e post-umanesimo

Nel contesto culturale attuale emergono visioni che interpretano il progresso come superamento dell’umano. Il transumanesimo propone il potenziamento delle capacità attraverso la tecnologia, mentre il post-umanesimo immagina una trasformazione radicale dell’essere umano, fino alla sua ibridazione con la macchina. Queste prospettive, pur diverse tra loro, condividono l’idea di oltrepassare i limiti della condizione umana, il rischio quindi è quello di considerare l’uomo come materiale da perfezionare, aprendo la strada a nuove forme di esclusione e disuguaglianza.

Il valore del limite

In realtà, il limite non è un difetto da eliminare, ma una dimensione costitutiva dell’umano. È proprio attraverso il limite, la fragilità, la sofferenza, la vulnerabilità, che maturano la compassione, la solidarietà e la profondità spirituale. Eliminare il dolore significherebbe eliminare anche l’amore e il desiderio ma l’esperienza umana è fatta di prove, fallimenti e relazioni che plasmano interiormente la persona, accogliere questa complessità significa custodire la ricchezza dell’umanità. La sfida dell’intelligenza artificiale non è semplicemente tecnica o etica, ma profondamente culturale e spirituale. Si tratta di decidere quale idea di uomo e di società vogliamo promuovere. “Disarmare” l’Intelligenza Artificiale significa sottrarla alla logica del dominio e restituirla alla dimensione del bene comune, rendendola uno strumento al servizio della persona e non viceversa. In questo grande cantiere del nostro tempo, la domanda iniziale resta decisiva “che cosa stiamo costruendo”? La risposta non dipende dalla tecnologia in sé, ma dalla responsabilità con cui scegliamo di usarla.

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