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Fukushima, l’incredibile evasione di un orso: sfugge a trappole, droni e tranquillanti

Continua a tenere con il fiato sospeso la città di Fukushima, nel nord-est del Giappone, dove un orso nero asiatico responsabile del ferimento di quattro persone è riuscito a sfuggire a una vasta operazione di cattura organizzata dalle autorità. Dopo giorni di ricerche, trappole e tentativi di sedazione, l’animale è riuscito a dileguarsi lasciando dietro di sé una scia di interrogativi e preoccupazione tra i residenti. La vicenda ha attirato l’attenzione dei media di tutto il mondo, non solo per la gravità degli attacchi, ma anche per l’incredibile capacità dell’orso di eludere i controlli e trovare una via di fuga.

Gli attacchi nell’area industriale

L’emergenza è iniziata martedì, 2 giugno, mattina nell’area industriale di Sasakino, alla periferia di Fukushima. L’orso è stato avvistato nei pressi di un’acciaieria dove ha aggredito due lavoratori. Uno di loro sarebbe stato scaraventato a terra durante l’attacco. Successivamente l’animale si è spostato tra edifici industriali e abitazioni vicine, colpendo altre persone lungo il suo percorso. In totale quattro individui, di età compresa tra i 20 e gli 80 anni, hanno riportato ferite di varia entità. Alcuni hanno subito lesioni serie e fratture al volto, ma fortunatamente nessuno risulta in pericolo di vita. Le immagini registrate dalle telecamere di sicurezza e diffuse online hanno contribuito ad aumentare l’allarme e il dibattito sulla crescente presenza degli orsi nelle zone urbanizzate del Paese.

Una caccia senza successo

Dopo gli attacchi, l’orso si è rifugiato all’interno di uno stabilimento di componentistica elettronica. Da quel momento è scattata una complessa operazione per catturarlo. Polizia, cacciatori specializzati e personale di emergenza hanno circondato l’area installando gabbie-trappola e utilizzando esche a base di miele e frutta. È stato autorizzato persino l’impiego di dardi tranquillanti, una misura eccezionale considerando la presenza di materiali infiammabili negli impianti industriali. Tuttavia ogni tentativo si è rivelato inutile. Secondo le ricostruzioni, il proiettile anestetico avrebbe colpito l’orso ma il farmaco non sarebbe stato iniettato correttamente, permettendo all’animale di rimanere attivo e vigile.

La fuga che ha sorpreso tutti

La svolta è arrivata nella notte tra mercoledì e giovedì, quando l’orso è riuscito a evadere dall’edificio in cui si trovava. Secondo quanto riferito dalle autorità municipali, l’animale avrebbe aperto autonomamente una finestra che risultava chiusa. Attorno alla serratura sono stati trovati numerosi segni e graffi che farebbero pensare a una manipolazione diretta del meccanismo di apertura. Una volta aperto il passaggio, l’orso ha danneggiato la rete protettiva installata all’esterno, superato le barriere di sicurezza e infine scavalcato il cancello dello stabilimento, facendo perdere le proprie tracce. Le fotografie diffuse dal Comune mostrano chiaramente la finestra utilizzata per la fuga, la rete lacerata e i segni lasciati dagli artigli sul telaio.

Il sindaco: "È un animale estremamente intelligente"

Ad alimentare ulteriormente la curiosità attorno alla vicenda sono stati alcuni comportamenti osservati durante le operazioni di ricerca. Il sindaco di Fukushima, Yuki Baba, ha raccontato che l’orso sarebbe stato visto mentre beveva acqua direttamente da un rubinetto presente nell’area industriale. Per questo motivo il primo cittadino lo ha definito "estremamente intelligente", sottolineando come l’animale abbia mostrato capacità insolite nel trovare risorse e aggirare gli ostacoli predisposti per catturarlo.

Droni e pattuglie continuano le ricerche

Nonostante la fuga, le operazioni non si sono fermate. Droni, pattuglie di polizia e squadre specializzate continuano a monitorare la zona nel tentativo di localizzare il plantigrado prima che possa avvicinarsi nuovamente alle aree abitate. Le autorità hanno invitato la popolazione alla massima prudenza. Alcune scuole della zona hanno temporaneamente modificato le proprie attività, ricorrendo anche alla didattica a distanza e rafforzando le misure di sicurezza per studenti e personale.

Un problema sempre più grave in Giappone

L’episodio di Fukushima non rappresenta un caso isolato. Negli ultimi anni il Giappone sta assistendo a un aumento significativo degli incontri tra esseri umani e orsi. Negli ultimi dodici mesi gli avvistamenti hanno superato quota 50 mila, un dato senza precedenti. Dall’inizio del 2026 gli attacchi attribuiti ai plantigradi hanno già provocato almeno tre morti e oltre venti feriti. Ancora più pesante il bilancio del 2025, quando si registrarono più di 230 aggressioni e 13 vittime, il numero più alto mai rilevato nel Paese.

Perché gli orsi si avvicinano sempre più alle città

Gli esperti spiegano che il fenomeno è legato soprattutto alle trasformazioni del territorio. In Giappone vivono principalmente due specie, l’orso bruno, diffuso nell’isola di Hokkaido, e l’orso nero asiatico, presente soprattutto nell’isola di Honshu, dove si trovano sia Tokyo sia Fukushima. La riduzione delle aree boschive, l’abbandono delle campagne e la diminuzione delle risorse alimentari naturali hanno spinto questi animali a spingersi sempre più vicino ai centri abitati. Di conseguenza aumentano gli incontri ravvicinati con l’uomo. Nella maggior parte dei casi gli attacchi non hanno finalità predatorie. Gli orsi reagiscono spesso perché si sentono minacciati o sorpresi dalla presenza umana. Tuttavia, date le dimensioni e la forza di questi animali, anche un’aggressione di natura difensiva può provocare conseguenze gravissime e, in alcuni casi, risultare fatale. La fuga dell’orso di Fukushima è così diventata il simbolo di un’emergenza che il Giappone sta cercando di affrontare con sempre maggiore urgenza, mentre residenti e autorità attendono di sapere dove ricomparirà il plantigrado che è riuscito a mettere in scacco un’intera operazione di cattura.

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Odissea nello spazio

Una crepa nella stazione orbitante, emergenza nello spazio. A bordo scatta l'operazione Safe haven (rifugio sicuro). Se si rompe la camera d'aria, è finita. Sono state ore di alta tensione quelle vissute dagli astronauti della Stazione spaziale internazionale (Iss). «C'è una perdita di aria, tenetevi pronti all'evacuazione» comunica la Nasa.

La falla è in un modulo russo della stazione: il tunnel di trasferimento del modulo di servizio Zvezda, noto come PrK, presenta da tempo crepe e perdite, che fino a oggi sono state arginate il più possibile da Roscosmos, l'agenzia responsabile del programma spaziale russo. Ma evidentemente le «toppe» non sono state sufficienti e ieri sono iniziate le operazioni per un intervento più esteso. Come massima precauzione, la Nasa ha ordinato ai quattro membri della missione SpaceX Crew-12 e all'astronauta americano Chris Williams (in orbita da febbraio) di indossare le tute spaziali pressurizzate e salire sulla navicella Dragon per tutta la durata del cantiere spaziale. L'intervento è durato qualche ora, poi l'equipaggio è rientrato ai posti di comando.

Due le crepe che hanno destato preoccupazione: la seconda si è presentata una settimana fa in corrispondenza dell'arrivo del cargo di rifornimento Progress-95. Roscosmos aveva fatto sapere che si trattava di una perdita pari a circa mezzo chilo di aria al giorno, che ora però sembrava raddoppiata, o almeno peggiorata.

Tutto abbastanza «normale» per gli addetti ai lavori. La stazione spaziale infatti è in attività ininterrottamente dall'anno 2000: 26 anni di onorata carriera, per cui è normale dover riparare qualche «acciacco».

La questione delle perdite è oggetto di monitoraggio da diversi anni, e in passato avrebbe anche evidenziato divergenze tra la Nasa e l'agenzia spaziale russa Roscosmos sulle modalità di intervento. «Ci auguriamo la massima collaborazione» fa sapere l'agenzia spaziale americana tramite l'addetta stampa Bethany Stevens.

Le cause esatte delle crepe non sono ancora state individuate con certezza. Tra le ipotesi prese in considerazione dagli ingegneri ci sono le possibili microfratture

strutturali sviluppate nel corso degli anni. Il problema è sotto osservazione da oltre cinque anni e rappresenta una delle principali criticità tecniche affrontate dalla stazione negli ultimi tempi.

La vicenda potrebbe mettere in discussione il futuro della Iss. L'avamposto orbitale, frutto della collaborazione internazionale tra Stati Uniti, Russia, Europa, Giappone e Canada, dovrebbe restare operativo almeno fino al 2030. Negli Stati Uniti si discute però della possibilità di estenderne l'attività fino al 2032 per evitare un'interruzione della presenza umana permanente in orbita terrestre in attesa delle future stazioni spaziali commerciali.

In questo momento in orbita nella Expedition 74 ci sono sette astronauti: Sergei Kud-Scerchkov (comandante, Russia), Chris Williams (Usa), Sergei Mikaev (Russia), Jessica Meir (Usa), Jack Hathaway (Usa), Sophie Adenot (Francia) e Andrei Fedyaev (Russia).

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La strage di Crans e la chat di Jessica: "Attenti alle candele. Bruciano il soffitto"

"Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla mousse, possono bruciare" il Constellation. Sarebbe questo l'incredibile messaggio inviato da Jessica Moretti ai suoi dipendenti, recuperato dagli inquirenti da una chat whatsapp e mostrato ieri in aula, durante l'interrogatorio incrociato dei gestori del locale. Quello che nella procedura svizzera serve per mettere "a confronto" le loro rispettive versioni sulla tragedia del Constellation e su tutto quello che non torna a questo punto delle indagini.

I coniugi sono entrati nel campus di Sion da un ingresso laterale, scortati dalla polizia. L'interrogatorio davanti ai pm e a 70 avvocati delle parti civili si apre con le dichiarazioni spontanee di Jessica: "Contro di noi sono state dette solo tante falsità, siamo stati distrutti". Le ha replicato però una mamma che ha perso il figlio di 16 anni: "Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti - ha detto Laetitia Brodard-Sitre - Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione: quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine, non è questo essere devastati". Parla anche Jacques Moretti, per premettere che "è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare".

Ma poi si passa al cuore dell'indagine. E quel messaggio che viene letto in aula, per gli inquirenti sarebbe una prova che i Moretti fossero consapevoli del rischio incendio dovuto proprio a quella schiuma fonoassorbente. "Si trattava semplicemente di un modo di dire", avrebbero spiegato i due. Versione ritenuta non credibile dai magistrati. Viene mostrato anche un altro messaggio, di Jacques, in cui chiederebbe conferma della chiusura della porta del seminterrato. Ai Moretti sono stati fatti sentire poi altri due audio mandati da Jessica allo staff, che smentirebbero la loro versione secondo cui era una iniziativa dei dipendenti quella di portare le bottiglie ai tavoli sulle spalle dei colleghi, come ha fatto quella notte la cameriera Cyane Panine, morta nell'incendio. I messaggi sarebbero di questo tenore: "Avrei gradito che si facesse" o "potreste farlo". "Non abbiamo mai obbligato nessuno", avrebbe precisato Jessica in lacrime. E avrebbe aggiunto: "Era una consuetudine, ma quando si svolgeva la sfilata c'erano sempre due camerieri preparati a gestire la situazione". Diverse testimonianze avevano già indicato che fosse Jessica Moretti a dare istruzioni.

È stata formalizzata ieri anche un'altra accusa, quella di falso documentale in relazione a una fattura del 2015 da circa 13mila euro, dell'acquisto della schiuma fonoassorbente con cui era stato rivestito il soffitto. Proprio quella da cui sono divampate le fiamme. Per gli inquirenti ci sarebbero tracce di una falsificazione - forse per scopi fiscali - come caratteri riconoscibilmente diversi e macroscopici errori, come l'Iva errata. "Ci chiediamo a partire da quando ci saranno delle dichiarazioni sincere senza fornirci dei documenti falsi, dei documenti che erano stati nascosti chissà dove. Dov'è il rispetto delle vittime?", commenta Romain Jordan, il legale che rappresenta anche l'Italia nella costituzione di parte civile.

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Lyhanna uccisa da un pedofilo segnalato nove anni fa

Choc in Francia dopo il ritrovamento del corpo di una bambina di 11 anni scomparsa una settimana fa. Lyhanna Rameau Bernard sarebbe stata vittima di un pedofilo, un uomo con diversi precedenti a accuse di stupro, in particolare su minori, alcune archiviate, noto dal 2017, segnalato più volte e mai fermato. Un caso che ha fatto finire sotto accusa il governo e il sistema giudiziario, sul quale è intervenuto anche il presidente Emmanuel Macron, parlando di "disfunzionamento inaccettabile" della giustizia.

Il cadavere della bambina è stato trovato giovedì in un'azienda agricola abbandonata vicino al villaggio di Puycasquier, nel dipartimento del Gers. I risultati dell'autopsia confermeranno come è stata uccisa. Lyhanna era scomparsa il 29 maggio, quel giorno non era tornata da scuola. Un testimone racconterà di averla vista salire su un'auto guidata da un uomo, che sarà poi identificato e incriminato per sequestro di persona grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza. Jerome Barella, 41 anni, padre di famiglia, aveva lavorato nella fattoria dove è stato trovato il corpo. Conosceva l'undicenne perché era amica di sua figlia, che frequenta la stessa scuola media. Anche i genitori di Lyhanna lo conoscono e avevano imposto alla figlia di stare alla larga da lui dopo che, ad pigiama party in casa sua - secondo quanto raccontato dalla madre della vittima alla stampa - l'uomo avrebbe avuto delle attenzioni particolari nei confronti di Lyhanna e le avrebbe fatto "il solletico". Dopo avrebbe continuato a vederla davanti alla scuola e a portarle la merenda. Tra segnalazioni di molestie su minori a partire dal 2017 e denunce, una delle quali nell'estate del 2025 per violenza sessuale nei confronti di una bambina di 10 anni, l'uomo poteva essere fermato molto prima. Invece niente. Tanto che dopo la scomparsa di Lyhanna, la mamma della bimba che lo aveva denunciato nel 2025 aveva protestato contro la lentezza della giustizia che non lo aveva ancora neppure mai interrogato.

La vicenda ha suscitato un'ondata di indignazione in Francia, sia nella politica che nella società civile. Macron ha espresso "la solidarietà e l'affetto dell'intera nazione" ai genitori della bambina: "Le cose non sono andate come avrebbero dovuto, questo è ovvio. Non possiamo guardare negli occhi la famiglia di Lyhanna e dire che tutto è andato bene, dobbiamo esaminare le responsabilità collettive, sistemiche e individuali". Il primo ministro Sébastien Lecornu si è detto "particolarmente scioccato" dalle irregolarità giudiziarie segnalate in relazione al rapimento di Lyhann e ha chiesto di verificare "se tutti i segnali d'allarme siano stati presi in considerazione". Il ministro della Giustizia Gérald Darmanin e il ministro degli Interni Laurent Nuñez hanno tenuto un incontro d'emergenza a Matignon durante il quale si sarebbe parlato di "prove schiaccianti" che sarebbero state ignorate. I due ministri hanno detto di considerare "incomprensibile" che il principale sospettato non sia stato interrogato nell'ambito delle indagini successive alla denuncia di stupro presentata lo scorso agosto. Darmanin ha chiesto scusa alla famiglia di Lyhanna: "Il sistema giudiziario non è riuscito a proteggerla".

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Il programma del viaggio apostolico in Spagna

Papa Leone XIV si trova in Spagna per il suo viaggio apostolico. Si tratta del quarto viaggio internazionale del suo pontificato. Il Santo Padre è atterrato questa mattina, intorno alle 10.00, all'Aeroporto Internazionale Adolfo Suárez di Madrid-Barajas, dove ha ricevuto un'accoglienza ufficiale. Presso il Padiglione di Stato ha trovato ad attenderli il Re Felipe VI e la Regina Letizia, accompagnati dal premier spagnolo Pedro Sanchez e alcuni ministri. È iniziato così il viaggio apostolico del Pontefice, che resterà in Spagna fino al 12 giugno. In questo periodo, Prevost visiterà non solo Madrid, ma anche Barcellona, Gran Canaria e Tenerife. Con Papa Leone XIV siamo alla nona visita di un Pontefice nel Paese iberico. L'ultima volta è stata 15 anni fa, quando fu Benedetto XVI a recarsi a Madrid in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù.

Per la giornata di oggi è prevista una cerimonia di benvenuto presso il Palazzo Reale di Madrid. A seguire, intorno alle 12.00, ci sarà una visita di cortesia alla Famiglia Reale e poi alle principali autorità spagnole. In questa occasione, il Santo Padre terrà il suo discorso, che sarà pronunciato in spagnolo. Successivamente, nel pomeriggio, il Papa farà visita alla struttura del progetto sociale Cedia 24 Horas. In serata, ci sarà invece una veglia di preghiera con i giovani in Plaza de Lima. Nella giornata di domani, alle 10.00, si terrà una messa in Plaza de Cibeles a Madrid, seguita dalla processione del Corpus Domini.

È inoltre previsto che nel corso del suo soggiorno Papa Prevost si recherà a Barcellona per inaugurare la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Familia. Questo avverrà in concomitanza della morte dell'architetto Antoni Gaudì. Inoltre, stando a quanto riferito dalla Sala Stampa della Santa Sede, Prevost incontrerà le vittime di abuso da parte del clero spagnolo. Dall'11 al 12 giugno, infine, Papa Leone XIV concluderà il suo viaggio a Gran Canaria e Tenerife. Durante la sua presenza nell'arcipelago il Pontefice visiterà i centri di accoglienza e incontrerà i migranti lì ospitati.

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Trump, i video virali e il giallo del farmaco scomparso: la salute del presidente torna al centro del dibattito americano

Da anni Donald Trump ha trasformato la propria immagine fisica in un elemento della sua comunicazione politica. L’energia durante i comizi, i ritmi di lavoro rivendicati dai collaboratori e perfino l’attenzione quasi maniacale all’aspetto esteriore sono diventati parte integrante del suo marchio personale. Proprio per questo, nelle ultime ore, due episodi apparentemente distinti hanno riacceso negli Stati Uniti il dibattito sulla salute del presidente: il video diventato virale in cui sembra assopirsi nello Studio Ovale e la scomparsa dalla sua cartella clinica del farmaco contro la caduta dei capelli che, secondo le precedenti comunicazioni mediche, assumeva regolarmente.

Il tema non riguarda soltanto il gossip politico. Negli Stati Uniti la trasparenza sulle condizioni di salute del comandante in capo è tradizionalmente considerata una questione di interesse pubblico, tanto più quando il presidente è il più anziano mai entrato alla Casa Bianca.

l video nello Studio Ovale e la battaglia della narrazione

Le immagini che hanno fatto il giro dei social mostrano Trump durante un evento ufficiale nello Studio Ovale dedicato alla politica energetica. Per alcuni secondi il presidente tiene gli occhi chiusi e il capo leggermente reclinato, alimentando l’ipotesi che si sia addormentato davanti alle telecamere. Il filmato è stato rilanciato da influencer, commentatori politici e media internazionali, diventando in poche ore uno degli argomenti più discussi della rete.

La Casa Bianca ha reagito con estrema durezza, sostenendo che il presidente non stesse dormendo ma semplicemente sbattendo le palpebre o abbassando lo sguardo durante l’intervento, accusando gli avversari politici di manipolare le immagini per costruire una narrativa sulla sua presunta fragilità fisica. Anche il segretario di Stato Marco Rubio è intervenuto pubblicamente per difendere la resistenza e i ritmi di lavoro del presidente.

Eppure il caso si inserisce in una discussione più ampia che accompagna ormai da mesi la politica americana. Dopo che l’età e le condizioni cognitive di Joe Biden avevano dominato il dibattito pubblico durante la precedente campagna elettorale, oggi anche Trump si trova a dover fare i conti con interrogativi analoghi. Numerosi medici intervistati dalla stampa americana hanno sottolineato che episodi ricorrenti di sonnolenza pubblica meriterebbero maggiori chiarimenti clinici, pur senza avanzare diagnosi sulla base dei soli video.

Il mistero del finasteride sparito dalle cartelle cliniche

Quasi in contemporanea con il caso del video, un altro dettaglio ha attirato l’attenzione dei media statunitensi. Nella più recente documentazione sanitaria resa pubblica dalla Casa Bianca non compare più la finasteride, il farmaco utilizzato contro la caduta dei capelli che i precedenti report medici indicavano come parte della terapia abituale del presidente.

Il farmaco è largamente prescritto negli Stati Uniti sia per il trattamento dell’alopecia androgenetica sia, a dosaggi differenti, per alcune patologie prostatiche. L’assenza del medicinale dall’ultimo aggiornamento sanitario non prova necessariamente che Trump abbia interrotto la terapia: potrebbe trattarsi di una modifica nelle modalità di rendicontazione oppure di una decisione clinica ordinaria. Tuttavia, la mancata spiegazione ufficiale ha inevitabilmente alimentato nuove speculazioni.

Secondo il Washington Post, il presidente aveva assunto il farmaco per anni e la sua scomparsa dalla lista dei medicinali rappresenta una novità rispetto alle comunicazioni diffuse in passato. La Casa Bianca, almeno finora, non ha fornito chiarimenti dettagliati sulla questione.

La salute dei leader come terreno di scontro politico

La vicenda dimostra quanto la salute dei presidenti americani sia diventata un campo di battaglia politica e mediatica. Se fino a pochi mesi fa erano i Democratici a dover fronteggiare i dubbi sull’età di Biden, oggi è il leader repubblicano a subire un controllo costante di ogni gesto, esitazione o dettaglio delle proprie cartelle cliniche.

Nella comunicazione contemporanea, un breve video di pochi secondi può trasformarsi in un caso internazionale e una semplice omissione in un documento sanitario può alimentare settimane di discussione. Al di là delle interpretazioni politiche, allo stato attuale non esistono elementi ufficiali che certifichino problemi di salute tali da compromettere l’attività del presidente.

Esiste però una crescente richiesta di trasparenza, alimentata dalla convinzione che la condizione fisica e cognitiva di chi guida la principale potenza mondiale non possa essere considerata un fatto esclusivamente privato. Negli Stati Uniti, dove l’età media della classe dirigente continua ad aumentare, il tema sembra destinato a restare centrale anche nei prossimi mesi.

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Germania, 14enne “decapitato” da richiedente asilo palestinese

Jermaine B. aveva solo 14 anni ma è stato ucciso poche settimane fa a Memmingen, nel Land della Baviera, pochi chilometri a sud rispetto a Stoccarda e a pochi a nord-ovest rispetto a Monaco. A togliergli la vita, secondo quanto emerso, è stato un richiedente asilo palestinese, Qais Saleh, 37enne presumibilmente nato ad Abu Qash in Cisgiordania, che si trovava armato nell’edificio abbandonato in cui è stato trovato il corpo del piccolo, colpito alla gola. Jermaine era scomparso da casa alcuni giorni prima e per cercarlo erano stati fatti alzare in volo anche gli elicotteri ma solo dopo 3 giorni le forze dell’ordine l’hanno ritrovato.

Alcuni media tedeschi parlano di “decapitazione” del ragazzino o, comunque, di ferite talmente profonde da essere assimilabili a un simile brutale gesto. Jermaine era un appassionato di edilizia, amava i cantieri e le demolizioni: avrebbe voluto fare quello quando sarebbe diventato grande, seguendo le orme del padre, e forse non è un caso che sia stato trovato in un capannone abbandonato e semi-distrutto. Le indagini devono ancora far luce sui rapporti, non è escluso che l’omicida conoscesse il 14enne o che, comunque, non lo avesse già incontrato prima. Nonostante Saleh si fosse visto rifiutare la richiesta di asilo dalla Germania si trovava ancora nel Paese con lo status di “Duldung”, ossia una permanenza tollerata per quei soggetti che, benché non abbiano diritto all’asilo, non può essere espulso perché privo dei documenti. Nemmeno i precedenti penali erano bastati per farlo espellere.

All’arrivo degli agenti, Saleh si trovava in un armadio all’interno del capannone e quando è stato scoperto ha brandito il coltello per aggredire la polizia. In quel momento gli agenti sono stati colti di sorpresa, tanto che l’uomo è riuscito a darsi alla fuga ed è stato ritrovato solo dopo alcune ore a seguito di una segnalazione. È stato raggiunto ma alla vista dei poliziotti ha tentato una nuova fuga fin quando non si è reso conto di essere braccato: a quel punto non ha esitato a estrarre il coltello puntandolo contro gli agenti. Nonostante le intimazioni di gettare l’arma ha continuato a brandire il coltello e gli agenti hanno aperto il fuoco, neutralizzandolo. Saleh è poi morto in ospedale. Il suo arrivo in Germania risale al 2017: fa parte di quell’ampia frazione di irregolari che attraversa la rotta balcanica partendo dalla Grecia per arrivare alle porte dell’Europa occidentale. Prima di fare domanda di asilo in Germania l’aveva già presentata in Belgio e nei Paesi Bassi ma, in entrambi i casi, era stata respinta.

Non si conoscono le ragioni per le quali non sia stata accettata ma probabilmente ci sono stati forti motivi ostativi per i quali tre Paesi non hanno riconosciuto a un migranti della Cis Giordania l’asilo per motivi umanitari, considerando la situazione della zona. Tra le ragioni potrebbe esserci anche la non accertata nazionalità, che per un corto circuito ne ha impedito anche il rimpatrio nonostante fosse da anni formalmente espulso. Nel momento in cui è stato fermato era in possesso del permesso di soggiorno temporaneo rinnovato a febbraio per tre mesi, che gli sarebbe scaduto il 18 maggio, pochi giorni dopo l’omicidio. La Germania ha provato ad appellarsi al regolamento di Dublino, facendo valere la regola del primo ingresso in Europa nel Paese ellenico, in modo tale da spostare la responsabilità della sua gestione sulla Grecia ma non c’è riuscita, in quanto i greci hanno sostenuto che Dublino non fosse applicabile nel caso di Saleh. Il caso di Jermaine ha aperto un’ampia discussione in Germania sul sistema d’asilo e sulla necessità di una riforma, che a partire dal prossimo 12 giugno dovrebbe attuata in tutta Europa grazie al nuovo Patto di migrazione e Asilo dell’Unione europea.

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Area 51 torna al centro del mistero: circola un’immagine di un jet sconosciuto

La recente diffusione di una presunta immagine termica catturata nei pressi di Area 51 ha riacceso l’attenzione internazionale sulle attività sperimentali condotte nello spazio aereo altamente classificato del Nevada. Il materiale, emerso online anche all’interno di circuiti digitali dedicati all’osservazione a distanza di installazioni sensibili, mostrerebbe un velivolo non identificato in volo notturno a bassa quota. Sebbene la qualità del frame sia limitata dalle caratteristiche del sensore termico utilizzato, la configurazione aerodinamica del soggetto ha immediatamente alimentato ipotesi di correlazione con i programmi di sesta generazione attualmente in sviluppo negli Stati Uniti.

Cosa sappiamo

Dall’analisi emerge che l’immagine sarebbe stata acquisita da un dispositivo a infrarossi di fascia avanzata, impiegato per l’osservazione passiva a distanza. Le riprese, secondo le ricostruzioni disponibili, provengono dall’area collinare a sud di Rachel, zona storicamente utilizzata per il monitoraggio non intrusivo delle attività di Area 51. In tale contesto, il velivolo appare in assetto estremamente basso e in condizioni operative notturne, fattore che rende complessa la lettura della firma termica e introduce margini significativi di incertezza analitica. Le autorità militari statunitensi, interpellate in merito, non hanno fornito alcuna conferma né smentita, mantenendo il consueto regime di opacità informativa che caratterizza le attività del sito.

Possibili connessioni con il programma NGAD

Sul piano tecnico, la configurazione del velivolo suggerisce un’impostazione aerodinamica riconducibile a schemi di riduzione della segnatura radar di nuova generazione. Alcuni elementi visivi rimanderebbero a soluzioni già associate ai concetti sviluppati nell’ambito del programma Next Generation Air Dominance (NGAD program), da cui è derivato il futuro caccia Boeing F-47, attualmente in fase di sviluppo avanzato per l’US Air Force. La possibile presenza di superfici canard e di un’ala a geometria lambda richiama inoltre esperienze sperimentali precedenti, incluse quelle riconducibili ai dimostratori X-plane, sviluppati per ridurre i rischi ingegneristici dei programmi operativi.

Tra test e segretezza: lo sviluppo dei programmi aerospaziali militari

Secondo alcuni analisti l’osservazione rientra nel modello tipico dei programmi di sviluppo aerospaziale classificati negli Stati Uniti, caratterizzati da fasi estese di validazione tecnologica su piattaforme dimostrative, funzionali alla riduzione del rischio prima dell’impiego operativo.

Attività di questo tipo, si apprende, “potrebbero” coinvolgere storicamente attori industriali primari come Boeing, Lockheed Martin e Northrop Grumman, sotto la supervisione di enti di ricerca militare quali DARPA. In parallelo, l’evoluzione dei programmi navali F/A-XX e l’utilizzo di infrastrutture come Edwards Air Force Base confermano un’accelerazione del ciclo di sperimentazione aeronautica. In questo scenario, anche osservatori civili hanno recentemente evidenziato come punti di osservazione storici, tra cui Tikaboo Peak, risultino sempre più limitati, segnalando una crescente restrizione dello spazio informativo attorno alle attività di test. Tuttavia, allo stato attuale, non esistono elementi verificati che consentano di attribuire con certezza il velivolo ripreso a un programma specifico, lasciando aperto il campo a molteplici interpretazioni nel più ampio scacchiere della competizione aerospaziale tra grandi potenze.

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Choc in Francia: trovata morta Lyhanna, 11 anni. Fermato il padre di un’amica già segnalato per pedofilia

Sgomento e incredulità scuotono la Francia per un evento tragico che si sarebbe potuto evitare: dopo la segnalazione della scomparsa lo scorso 29 maggio, le autorità francesi hanno confermato il ritrovamento del corpo senza vita di Lyhanna Rameau Bernard, una bambina di soli 11 anni di cui non si avevano più notizie dopo l’uscita da scuola nella località di Fleurance, città non lontano da Tolosa.

I sospetti più che fondati

Il cadavere della piccola, come riportano i media francesi, è stato trovato nascosto in una fattoria abbandonata a 15 chilometri da casa sua: anche se l’autopsia è in corso in queste ore per il riconoscimento, i vestiti corrispondono esattamente a quelli che indossava il giorno in cui è svanita. L’indignazione sociale è esplosa del tutto quando è stato rivelato il nome del principale sospettato: Jérome Barella, uomo di 41 anni e padre di due bambine che frequentavano la stessa scuola di Lyhanna. Sembrerebbe che una di loro due fosse anche la migliore amica della piccola scomparsa. Il sospettato adesso si trova in custodia cautelare. Venerdì scorso l’uomo l’avrebbe prelevata con la sua auto ai margini del centro educativo e quella è stata l’ultima volta che è stata vista viva.

Le denunce rimaste vane

Sfruttando questa conoscenza, l’uomo si sarebbe guadagnato nel corso del tempo la fiducia di Lyhanna invitandola a un pigiama party a casa sua, dove, secondo quanto raccontato dalla madre della vittima alla stampa, l’uomo le preparava piatti speciali e le faceva “il solletico”. Barella sarebbe un pedofilo già noto alla polizia francese dal 2017 visto che su di lui pendono numerose segnalazioni e inchieste per violenza sessuale su minori. Il passato di Barella è più che oscuro visto anche il licenziamento da un Istituto scolastico per comportamenti inappropriati con un’alunna mentre nel 2025 è stato denunciato per la violenza su una bambina di 10 anni.

La negligenza del sistema giudiziario francese, però, ha lasciato quelle pratiche in un cassetto consentendo all’aggressore di rimanere libero e di continuare a insidiare altri minori. Sembra incredibile ma la madre della bambina di 10 anni aveva presentato una denuncia esattamente un anno fa, giugno 2025, sentendosi rispondere dalla polizia francese che “li stavo infastidendo. Se non avessi smesso di chiamare, avrebbero denunciato me per molestie”, ha raccontato.

Le parole di Macron

Alla tv francese Bfm, il presidente Emmanuel Macron ha dichiarato che "le cose non sono andate come avrebbero dovuto andare" per Lyhanna. "Non possiamo accettare quello che è successo, non possiamo guardare le nostre famiglie e dire loro che tutto è andato bene, è falso, come voi sono sconvolto da quello che è successo", ha confidato il capo dello Stato. In questo senso ha sottolineato che c’è "una disfunzione. Sono emerse delle falle, che devono essere chiarite, e le responsabilità devono essere chiarite", ha dichiarato il capo dello Stato dal Montenegro, dove si trova attualmente in viaggio.

“Circolare penale non applicata”

La circolare penale che dà priorità alle vittime minorenni “non è stata applicata dal procuratore di Auch" nella gestione delle denunce contro Jerome B., il sospettato nell'indagine sulla morte di Lyhanna”, ha riferito a Bfmtv una fonte vicina al caso.

“È necessario proseguire la mobilitazione in merito agli atti commessi contro i minori: la violenza fisica o sessuale deve essere oggetto di particolare vigilanza e di trattamento prioritario”, si legge nella circolare penale firmata dal Custode dei Sigilli Gérald Darmanin e diffusa lo scorso gennaio.

Sébastien Lecornu, Primo ministro francese, si è detto "choccato" dalle irregolarità giudiziarie segnalate in relazione al rapimento di Lyhann e vuole sapere "se tutti i segnali d'allarme siano stati presi in considerazione". Lecornu vuole andare a fondo alla vicenda per capire "se tutti i segnali di allarme siano stati presi in tempo, se tutte le procedure abbiano funzionato come avrebbero dovuto e se le priorità fossero corrette".

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L'indignazione a corrente alternata per la fine del bianco Nowak

Certo, George Floyd. E tutto quello che è venuto dopo. Con i pugni battuti sul petto. Con le piazze Black lives matter. Con i politici, gli opinionisti e chiunque cercasse qualche secondo di visibilità, tutti giù in ginocchio. Perché si era inculcato nel loro cervello che, in quanto bianchi, erano intrinsecamente razzisti, portatori di un passato colonialista, addirittura suprematisti per via di quello che c'era scritto nel loro dna. Ma, se allora pensavamo di aver visto tutto, ci sbagliavamo di grosso. Perché era solo l'inizio del contagio ideologico.

Nel 2020 (in realtà già prima) aveva iniziato ad abbattersi sull'Occidente un'ondata violentissima di politicamente corretto che, poi, con il dilagare dell'ideologia woke e dell'agenda Dei, ha fatto dell'anti-razzismo un male cieco. È, infatti, successo che, anziché battersi perché bianchi, neri e altre minoranze venissero trattati tutti allo stesso, i bianchi venissero demonizzati e finissero loro stessi vittime di un razzismo al contrario. Un razzismo, e questo è probabilmente il risvolto più assurdo di questa storia, che in molti casi viene perpetrato da bianchi su altri bianchi perché, talmente terrorizzati da essere bollati come razzisti, si schierano in modo acritico dalla parte della minoranza di turno.

Non troverete nessuno di quelli che lo fecero per Floyd, in ginocchio per Henry Nowak. Eppure nel 2020, nonostante la morte dell'afroamericano fosse avvenuta a svariate migliaia di distanza, la polizia inglese non aveva esitato a cospargersi il capo di ceneri. Si sentivano così scossi per quanto successo a Minneapolis da scrivere «Piani in materia di razzismo» per «comprendere il trauma del passato» e attuare «un vero cambiamento». E quel cambiamento è oggi sotto gli occhi di tutti: un 18enne, esanime a terra, che viene ammanettato e con le manette al polso collassa fino alla morte. Il tutto perché chi lo aveva ripetutamente accoltellato, un sikh di origini indiane, aveva detto di aver subito un'aggressione razzista. Ora che il processo è chiuso e Vickrum Digwa è stato condannato all'ergastolo, è stato annunciato un supplemento d'inchiesta sui poliziotti che hanno arrestato Henry per capire se il loro operato ha contribuito ad accelerare il decesso del 18enne. Ora, mentre la polizia dell'Hampshire fa le indagini interne, sarebbe opportuno che tutto l'Occidente si interroghi sul proprio fallimento. Non lo ha fatto quando Iryna Zarutska è stata accoltellata da un nero in una metropolitana del Nord Carolina e lì lasciata morire dissanguata. Non lo ha fatto nemmeno quando Charlie Kirk è stato messo a tacere con una pallottola in una università dello Utah. Perché, in quanto bianchi (lui con l'aggravante di essere un conservatore), erano considerati vittime di serie B. Potrebbe farlo ora, guardando all'orrore subito da Henry Nowak, e interrompere così questa spirale autolesionista di odio contro i bianchi imposta dai cantori (bianchi) del woke. Un'occasione per tornare tutti più obiettivi, ma soprattutto una battaglia che non è solo culturale ma soprattutto di sopravvivenza.

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Le vite del popolo oppresso e deluso

Raccontare la storia di se stessa e del suo Paese travolto dalla rivoluzione islamica e dall'avvento di Khomeini al potere con un fumetto. Così Marjane Satrapi ha raccontato la realtà in Persepolis, un disegno originale ed emozionante che lei stessa contribuì a trasformare in un film di animazione. Pubblicato in quattro volumi tra il 2000 e il 2003, il libro racconta l'infanzia iraniana, l'adolescenza viennese, il ritorno a Teheran e il successivo trasferimento in Francia. Satrapi ha spiegato di aver scritto il libro per reagire all'immagine stereotipata dell'Iran diffusa in Occidente, senza voler realizzare un trattato politico né una storia ufficiale del Paese. Le rivoluzioni, le guerre e le dittature non vengono descritte attraverso i loro protagonisti politici ma attraverso gli effetti che producono nella vita quotidiana. I personaggi centrali sono una famiglia, una bambina, una nonna, un gruppo di amici, una generazione. Tradotto in oltre venti lingue, venduto in milioni di copie, adottato nelle scuole e nelle università, Persepolis è diventato uno dei libri più influenti degli anni Duemila, dando tra l'altro definitiva legittimità al formato del graphic novel come forma narrativa. Il disegno di Satrapi è descritto come essenziale, con figure sono ridotte all'indispensabile e un bianco e nero che domina ogni pagina con una precisa strategia narrativa. Al cinema, nel 2007, insieme a Vincent Paronnaud realizza l'adattamento animato di Persepolis che ottiene un successo internazionale straordinario, vince il Premio della Giuria al Festival di Cannes e viene candidata all'Oscar come miglior film d'animazione.

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Addio alla creatrice di Persepolis. "Distrutta dalla morte del marito"

Lo sguardo fiero e diretto. I capelli neri e liberi. Arguta e spensierata. È lei, Marjane Satrapi, in un celebre scatto che la ritrae mentre fuma una sigaretta. La scrittrice, artista e regista franco-iraniana divenuta famosa in tutto il mondo grazie alla graphic novel e al film Persepolis, è morta all'età di 56 anni. "Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l'amore della sua vita", si legge in una dichiarazione. Secondo il settimanale francese Le Point, era ricoverata in una clinica di Monaco di Baviera da circa due mesi. Satrapi, schietta critica del governo teocratico iraniano, è conosciuta per la sua opera Persepolis che racconta la storia della sua giovinezza a Teheran, segnata dalle restrizioni imposte dalla leadership islamica iraniana dopo la rivoluzione del 1979, prima di essere mandata in Europa dai genitori. Dopo la morte del marito, Satrapi ha creato una fondazione per sostenere gli studenti stranieri che desiderano venire a Parigi per studiare cinema. La sua pagina Instagram era composta da una serie di immagini che formavano la frase "Perché ho perso l'amore della mia vita", insieme a una foto del marito e all'annuncio della fondazione.

Marjane Satrapi è nata il 22 novembre 1969 a Rasht, ed è cresciuta a Teheran. Aveva antenati aristocratici, il padre era un ingegnere e la madre una stilista, erano cosmopoliti. Milioni di lettori hanno acquistato i suoi libri. In Persepolis esplora la vita interiore degli iraniani moderni. La graphic novel è stata adattata per un film del 2007, candidato all'Oscar e vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes. I suoi disegni in bianco e nero, intensi, si ispirano sia ai fumetti contemporanei che alle miniature persiane. "Quando ero studentessa, avevo una cosa chiara: sarei stata povera. Avrei vissuto in una soffitta, mangiato pasta tutto il tempo e non avrei mai viaggiato, ma avrei lavorato a qualcosa che amavo. Con Persepolis, non pensavo nemmeno che avrei trovato un editore", aveva raccontato. L'opera è diventata una pietra miliare del fumetto, paragonabile solo a Maus di Art Spiegelman. Dalla forte personalità, Satrapi diceva sempre quello che pensava. "Poiché considero i diritti umani superiori al mio punto di vista personale, combatto per la libertà. E voglio che le donne possano indossare il velo, anche se lo detesto", aveva dichiarato. Si vestiva sempre con colori scuri, come nel suo celebre fumetto, pubblicato in bianco e nero.

L'anno scorso, ha rifiutato la Legion d'Onore francese. "Trovo molto difficile comprendere la politica francese verso l'Iran", ha affermato, criticando il diniego dei visti ai giovani iraniani "che amano la libertà, mentre i figli degli oligarchi iraniani passeggiano per Parigi come se fosse Saint-Tropez senza alcun problema". Satrapi si è dedicata a documentare pure i disordini del 2022 seguiti alla morte, in custodia della polizia, di Mahsa Amini. "Ci negano persino i diritti umani fondamentali. Non hai il diritto di ballare, non hai il diritto di cantare". Professò spesso il suo amore per Parigi. "Mi piace vivere lì perché posso fumare ovunque, ma le cose cambieranno". Scriveva spesso del suo vivere lontana dall'Iran. "Teheran, con tutta la sua bruttezza, sarà per sempre ai miei occhi la sposa di tutte le città del mondo".

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Se sono gli ebrei di sinistra a criminalizzare Israele

Non è un problema da poco quando sono gli ebrei stessi a partecipare alla criminalizzazione dello Stato d'Israele, accuse che includono genocidio e colonialismo. La sincera esclamazione dell'ambasciatore Yehiel Leiter a proposito di JStreet ("un cancro nella comunità ebraica") è stata commentata come un gesto di nervosismo. In realtà è una presa di posizione che individua un danno letale nel corpo stesso del popolo ebraico, un attentato alla sua unità in un momento difficilissimo. Leiter parla di JStreet, Anna Foa, Gad Lerner, Pappe, Bernie Sanders da cui Israele viene visto come un Paese razzista e guerrafondaio, fascista e colonialista. Israele avrebbe deviato dal sionismo e anche dall'ebraismo. Quello vero è il loro.

In parallelo alla denuncia Leiter ha anche presentato un pamphlet sulle menzogne che dal 7 ottobre criminalizzano di Israele: costruite con malizia, sparse con una grande macchina del fango. L'alibi ebraico in Usa e in Europa ha fornito libri, film, manifestazioni, firme a migliaia che le rafforzano perché "lo dicono gli ebrei stessi". Ripropongono che loro non odiano Israele, ma Netanyahu è guerrafondaio e fascista. Forse se il governo fosse di sinistra, lo stato sarebbe non solo più democratico ma molto più ebraico. Non conta se Israele non conosce repressione antidemocratica, né tantomeno se è il nemico a aggredire come nel caso degli Hezbollah: la guerra è effetto della perfidia di Netanyahu. I cosiddetti "valori" ebraici divengono un'indicazione per la resa, l'aggressione jihadista resta sconosciuta. Di fatto la sinistra ebraica propone una delegittimazione di Israele ebraica, dimentica che ha sempre cercato una soluzione politica offrendo parte del territorio dal 1948, promuove l'idea woke basata sul concetto di vittime e oppressori, di diritti umani violati: i valori sono tutti occupati, l'autodifesa ne è espulsa.

Israele deve ascoltare in silenzio la condanna del governo e dell'esercito mentre Anna Foa prepara Il suicidio di Israele, bestseller. JStreet suggerisce al Congresso il taglio dei fondi e delle armi, Netanyahu e Trump sono mostrificati e l'Iran diventa un interlocutore antimperialista. Tikkun Olam, la cura del mondo, diventa per JStreet o la Foa retaggio privato di un ebraismo che cerca una condivisione coi palestinesi, due stati per due popoli, sgombero dei Territori. La fame di consenso, di tv, ha disegnato schieramenti sempre più larghi di accusatori: il prezzo è abbracciare accuse sempre più pesanti. Fino al 2024 JStrett rifiutava l'accusa di genocidio, ora l'ha praticamente fatta sua. L'alma mater di questo atteggiamento è nel giornale Haaretz, sullo sfondo del New York Times. In definitiva, gli ebrei contro Israele gettano una bomba nell'orgoglio ebraico, santificano il matrimonio fra progressismo e giudaismo che nacque sulla base storica della guerra al nazifascismo per poi essere subito violata dal comunismo antisemita, già per Marx gli ebrei erano il male capitalista.

La sinistra ebraica attuale dimentica che Ben Gurion e poi Rabin avevano soprattutto a cuore la salvaguarda della nazione. Ho conosciuto Shimon Peres: il tema della sicurezza era parte di lui, un socialista che realizzò la bomba atomica, indispensabile deterrenza alla follia del nemico. L'educazione degli anni '60 e '70 ci consegna un concetto degradato dei diritti umani, che disconosce la civiltà giudaico-cristiana madre della democrazia in nome di un umanitarismo che mette alla pari le civiltà autoritarie come quella di Hamas con quella di Israele e anzi le idolatra perché più deboli. Dunque, gli ebrei che combattono dalla trincea assediata di Israele non sarebbero più veramente ebrei, i veri ebrei sono quelli di sinistra portabandiera di un giudaismo migliore. La cosa che più duole è che l'ignorante denigrazione del popolo ebraico stesso intimidisce gli ebrei stessi con opinioni sradicate da ogni realtà. Solo Sinwar, forse, poteva immaginare Israele come lo vede la Foa: per lei, ebrea, Israele è peggio del fascismo, perché quei "pazzi scatenati pensano di essere mossi da Dio come burattini" per affermare la loro supremazia. Ormai Israele è razzista. I suoi campioni sono i "coloni" di cui disegna un ritratto fantasioso. Ma certo, la vera ebrea è lei. Leiter ha alzato il velo su un pericolo.

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New York cancella mamma e papà: ora sono “genitori gestanti” (o “non gestanti”)

Prima hanno riscritto il vocabolario. Poi la storia. Ora tocca alla famiglia. A New York, dove il politicamente corretto è ormai diventato una specie di burocrazia dell’assurdo, i democratici hanno approvato una legge che cancella dai testi normativi le parole “madre” e “padre”. Non perché siano offensive, non perché siano incomprensibili, ma perché, secondo la religione woke, la realtà biologica va sempre sottoposta a revisione ideologica.

Come riportato dal New York Post, il termine “mother” verrebbe sostituito con “gestating parent”, cioè “genitore gestante”, mentre “father” diventerebbe “non-gestating parent” o semplicemente “parent”. Tradotto: la mamma non è più mamma, è un soggetto amministrativo dotato di funzione gestazionale. Il papà invece viene ridotto a categoria residuale, quasi un accessorio lessicale da aggiornare nei moduli del tribunale. In altri termini, siamo alla trasformazione della lingua in un laboratorio politico permanente.

Il bello, si fa per dire, è che tutto questo accade mentre New York combatte con problemi ben più concreti: tasse alte, costo della vita, sicurezza, bollette, degrado urbano, bilanci approvati in ritardo. Ma l’urgenza dei legislatori progressisti è un’altra: togliere “mother” e “father” dalle leggi. Come se le famiglie newyorkesi si svegliassero la mattina sconvolte dal fatto che nei codici esistano ancora mamma e papà.

I promotori della norma – che ora passerà al vaglio della governatrice Kathy Hochul (che ama presentarsi come la “first mom governor” di New York) per il via libera definitivo – spiegano che il cambiamento servirebbe ad adeguare il linguaggio giuridico ai casi di maternità surrogata, alle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso e alle nuove configurazioni familiari.

Così la madre diventa “genitore gestante”. Una formula che sembra uscita non da una legge sulla famiglia, ma da un manuale sanitario o da un verbale di laboratorio. La paternità diventa “parentage”. Il “putative father” diventa “alleged parent”. Ogni legame viene sterilizzato, ogni identità viene diluita, ogni parola affettiva viene sostituita da un’espressione burocratica. Naturalmente chi protesta viene subito sospettato di oscurantismo. Eppure qui non si tratta di negare diritti a nessuno. Si tratta di difendere il buonsenso da una politica che confonde l’inclusione con la rimozione della realtà. Una legge può benissimo disciplinare famiglie adottive, omogenitoriali, casi di surrogacy e situazioni complesse senza trasformare la madre in una perifrasi da ufficio anagrafe.

"È la cultura woke fuori controllo. È una gara a chi la spunta", il j’accuse di Gerard Kassar, Presidente del Partito Conservatore dello Stato: "È un esempio di quanto sia fuori sintonia la legislatura di New York. È uno spreco di tempo inutile". Kassar ha affermato che il disegno di legge, che non pone limiti di genere, probabilmente innescherà una serie di altre proposte simili, e ha definito le priorità dei legislatori statali completamente sbagliate.

Il candidato repubblicano alla carica di governatore Bruce Blakeman ha colto l'occasione al volo. “I democratici guidati da Kathy Hochul hanno continuato la loro dichiarazione di guerra alle famiglie di New York, cancellando i termini affettuosi di ‘mamma’ e ‘papà’ e sostituendoli con ‘genitore in gravidanza e genitore non in gravidanza’. Questa follia finirà quando sarò governatore”, le sue parole. I repubblicani che hanno votato contro il disegno di legge presentato dai democratici lo hanno definito oltraggioso, ma anche tra i dem serpeggia il malumore. “Ho una parola che possiamo usare per questo: inutile”, il commento di un politico ai microfoni del Post.

Ahinoi l’ossessione woke ha bisogno di simboli. E pochi simboli sono più potenti della parola “madre”. Per questo va neutralizzata. Perché richiama il corpo, la nascita, il legame primario, la differenza sessuale. Tutte cose che l’ideologia fluida tollera solo se tradotte in linguaggio neutro. La realtà, però, ha un difetto: resiste. Le madri continueranno a chiamarsi madri. I padri continueranno a chiamarsi padri. Con buona pace dei legislatori iper-progressisti.

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Crans-Montana, Jessica Moretti: "Contro di noi solo falsità". La madre di una delle vittime: "Voglio risposte"

"Sono qui perché voglio risposte, vogliamo risposte". Laetitia Brodard-Sitre, la mamma di Arthur, 16enne morto a Capodanno nel rogo del Constellation, a Crans-Montana, partecipa oggi all'interrogatorio di Jacques e Jessica Moretti, nell'aula del politecnico di Sion. "In questa tragedia - dice, accompagnata dal suo avvocato - ho perso il mio figlio Arthur, ed è per questo che mi sono vestita in bianco e ho la sua foto sul cuore, a sinistra. Ci sono 41 angeli che se ne sono andati, ci sono ancora 115 feriti che sono in ospedale, in terapia intensiva e che sono gravemente ustionati, alcuni ancora in choc settico e non li si riconosce più".

Arthur era una promessa del calcio giovanile della squadra FC Lutry, paese del Cantone di Vaud, sul lago Lemano. "Oggi sono qui per lui - spiega Laetitia - ma anche per suo fratello Benjamin, il mio secondo figlio, che è vivo, perché vive le conseguenze di questo dramma, tutti i giorni si vive con queste conseguenze, genitori, fratelli, sorelle, nonni e le zie: ha bisogno di risposte, ho bisogno di risposte, abbiamo bisogno di risposte. Siamo qui oggi perché sono passati cinque mesi, ora siamo venuti a conoscenza di molte cose, e ho bisogno di capire lo stato d'animo di Jessica e Jacques Moretti".

"Contro di noi sono state dette solo tante falsità, siamo stati distrutti". Lo ha detto Jessica Moretti, rendendo una dichiarazione spontanea in apertura dell'interrogatorio, in corso a Sion. Presenti la procuratrice generale aggiunta del Cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di avvocati delle parti civili, la donna viene sentita in un confronto con il marito Jacques Moretti, nell'ambito dell'inchiesta sul rogo del Constellation, il discobar di Crans-Montana di cui sono proprietari. L'imprenditrice ha assicurato di voler collaborare con gli inquirenti e ha evidenziato di aver sempre risposto alle domande.

"Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti! Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione: quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine, non è questo essere devastati". Così Laetitia Brodard-Sitre, madre di Arthur, 16enne morto a Capodanno nel rogo del Constellation, a Crans-Montana, presente oggi all'interrogatorio dei coniugi Moretti, ha replicato alle dichiarazioni spontanee rese da Jessica in apertura dell'audizione.

Durante l'interrogatorio, la procura del Cantone del Vallese ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Secondo quanto è trapelato gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all'acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e da cui a Capodanno si è sviluppato l'incendio che ha causato la morte di 41 persone.

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La luna di miele, il litigio con il fratello, l’intervista. Le lettere che svelano un lato inedito di Lady Diana

Lady Diana ha lasciato ai posteri un’eredità preziosa. Non si tratta di gioielli, né di abiti, bensì di qualcosa di ancora più intimo e personale: le lettere che ha scritto a familiari e amici nell’arco della sua breve vita. Sono quei fogli la chiave per tentare di comprendere la personalità, i desideri e le paure della principessa. Negli ultimi giorni i tabloid hanno dato ampio spazio a tre missive in particolare, due delle quali verranno presto vendute all’asta, in cui Diana racconta particolari del suo matrimonio, ma soprattutto cosa pensava davvero dell’ormai famosa intervista concessa alla Bbc nel 1995.

“La lettera della luna di miele”

Il prossimo 7 luglio, riporta il Telegraph, la casa d’aste Gorringe metterà in vendita lettere e foto riguardanti Lady Diana, stimate tra i 5.400 dollari e gli 8.000 dollari. Tra queste vi è una missiva che Diana inviò a Katherine Hanbury, con la quale aveva frequentato la West Heath Girls’ School tra il 1973 e il 1977. “La lettera della luna di miele”, ribattezzata così proprio perché scritta durante il viaggio di nozze dei principi di Galles, per la precisione il 27 settembre 1981, svela dettagli sorprendenti sulla vita di Carlo e Diana: “È stata una luna di miele meravigliosa con un sole sempre splendente e mari fortunatamente calmi…Ora siamo in Scozia fino alla fine di ottobre, un grande piacere per noi. Adoro stare fuori tutto il giorno e odio Londra”. I principi, infatti, trascorsero i primi 12 giorni dell’agosto 1981 in crociera sul Royal Yacht Britannia, toccando diverse destinazioni tra l’Europa e il Nord Africa, poi si recarono a Balmoral, in Scozia.

“Meraviglioso”

Diana aggiunse: “È meraviglioso essere sposati. Penso che dopo due mesi si possa dire con sicurezza…”. Nella lettera la principessa fece intuire di non avere particolari problemi ad adattarsi ai ritmi e alle consuetudini di corte: “Si tratta di giocare con i grandi”, scrisse probabilmente in modo ironico, forse persino spensierato. Diana avrebbe messo in relazione la sua giovanissima età, appena vent’anni e il piccolo universo della corte, plasmato da regole secolari, portate avanti da persone che, al contrario della principessa, avevano più esperienza e una scarsa, quasi inesistente dose di ingenuità.

La confessione e il braccialetto

La lettera, in qualche modo, demolisce tutto ciò che credevamo di sapere sulla fase iniziale del matrimonio tra Carlo e Diana. Le biografie raccontano di una principessa già amareggiata dal legame tra l’allora erede al trono e Camilla. Nel documentario “The Diana Interview. Revenge of a Princess” (2020), citato dal People, l’amica di Lady D, Penny Thornton, dichiarò che alla vigilia delle nozze, avvenute il 29 luglio 1981, il principe avrebbe rivelato alla futura sposa di non amarla. In più proprio Diana raccontò al biografo Andrew Morton (autore del discusso memoir “Diana. La Sua Vera Storia”, del 1992) di aver trovato per caso, due giorni prima delle nozze, un bracciale su cui erano incise le iniziali “G” e “F”, cioè “Gladys” e “Fred”, i nomignoli che Carlo e Camilla si sarebbero dati nei primi tempi della loro storia d’amore.

Balmoral e i gemelli con la doppia “C”

Esquire ricorda anche che durante il soggiorno a Balmoral Carlo avrebbe indossato due gemelli decorati con una doppia “C”, regalo di Camilla. Questa storia, chiarisce la rivista, venne confermata da Lady Diana in un video trasmesso vent’anni dopo la sua morte, nel documentario di Channel 4 “Diana In Her Own Words”. Nella lettera alla Hanbury, poi, la principessa scrisse di amare la vita all’aperto in Scozia: stando a quanto dichiarato dall’ex maggiordomo Paul Burrell a Marie Claire US nel luglio 2025, però, la principessa avrebbe definito “soffocante” l’atmosfera della tenuta e considerato la stessa Balmoral un “mondo arcaico”, bloccato in un tempo che non esisteva più. Stando a quanto riferito da Burrell fin dall’inizio del suo matrimonio Lady D avrebbe accettato di trascorrere le vacanze nella dimora scozzese solo per “far piacere a Carlo”. Inoltre i biografi reali sostengono che durante la luna di miele la principessa avrebbe faticato non poco per ottenere l’attenzione del marito, a quanto pare più interessato alla lettura e alla pittura.

Dov’è la verità?

Nella lettera all’amica d’infanzia Lady Diana disse la verità, oppure cercò di addolcire la realtà, magari sperando che le cose potessero cambiare in meglio? Gli aneddoti relativi alle difficoltà che avrebbero ostacolato l’unione dei principi già prima del royal wedding furono superate, almeno per un breve periodo, tanto da giustificare l’apparente entusiasmo mostrato da Diana nella lettera? Forse non lo sapremo mai.

Garden House

Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è stata catturata anche da una seconda lettera scritta da Diana ma, al contrario di quella indirizzata a Katherine Hanbury, ben nota al pubblico grazie al libro “A Royal Duty” (2003), di Paul Burrell. Nel volume, citato da Yahoo Entertainment, l’ex maggiordomo sostiene che dopo la separazione dall’allora principe Carlo Lady Diana avrebbe voluto affittare una casa in campagna dove trascorrere i fine settimana estivi. In un primo momento il fratello della principessa, Charles Spencer, le avrebbe offerto Garden House, una piccola residenza situata ad Althorp, la tenuta di famiglia. Due settimane dopo, però, il conte Spencer ci avrebbe ripensato, affidando a una lettera indirizzata a Diana i motivi del suo gesto: “Mi dispiace, ma ho deciso che il trasferimento a Garden House non è più possibile. Ci sono molte ragioni, la maggior parte delle quali include le inevitabili interferenze della polizia e della stampa”. Infine, rammaricato, avrebbe proseguito: “So che sto facendo la cosa giusta per mia moglie e i miei figli. Mi dispiace di non poter aiutare mia sorella!”.

La lettera mai aperta

Secondo quanto riportato da Burrell Charles Spencer avrebbe dato in affitto Garden House a un suo collaboratore. Diana, racconta l’ex maggiordomo nel libro, “lesse e rilesse quella lettera, stupita dal voltafaccia. ‘Come può farmi questo?’, disse furiosa, per poi scoppiare a piangere”. Sembra che alcuni giorni dopo Charles Spencer abbia telefonato alla sorella per chiarire la situazione, ma Diana, ancora delusa e adirata, “gli sbatté il telefono in faccia. ‘Non riesco a sopportare di sentire la sua voce’, disse”. Subito dopo la principessa avrebbe “riversato la sua rabbia sulla sua carta da lettere intestata, dal bordo rosso, dicendo al conte esattamente cosa pensava di lui come fratello e quanto si sentisse ferita”. Charles, però, avrebbe rispedito la lettera al mittente, allegando un biglietto: “Conoscendo lo stato in cui eri l’altra sera, quando mi hai riattaccato il telefono in faccia, non so se leggere [la tua lettera] sarà di aiuto al nostro rapporto. Quindi te la rimando, senza averla aperta, perché è il modo più rapido per ricostruire la nostra amicizia”.

La terza missiva

Il prossimo 9 giugno, segnala il People, la casa d’aste Reeman Dansie’s “Royalty, Antiques & Fine Art” metterà in vendita una lettera scritta a mano da Diana e indirizzata a un fan, Michael Barratt. Quest’ultimo, infatti, aveva inviato un messaggio alla principessa per dimostrarle il suo sostegno dopo la celebre intervista a Panorama, Bbc, del 20 novembre 1995. Diana, a sorpresa, lo ringraziò con una missiva di due pagine, datata 27 novembre 1995, in cui scrisse “quanto fosse colpita dal contenuto [del messaggio] e dalle parole profonde [di Barratt] e in particolare si identifica nei suoi sentimenti di conoscenza di sé e capacità di andare avanti nella vita”, fanno sapere dalla casa d’aste.

Per William e Harry

La parte più interessante della lettera, stimata tra i 4.040 e i 5.385 dollari, è quella in cui la principessa “spera che l’intervista a Panorama possa aiutare altre donne in difficoltà simili”, spiegano ancora alla Reeman Dansie e, in qualche modo, essere d’ispirazione anche per i suoi figli. Diana non avrebbe dimenticato, né sottovalutato l’impatto che le sue rivelazioni alla Bbc avevano avuto sui giovani principi. Non avrebbe trascurato il loro dolore, ma nello stesso tempo sottolineava di “non vedere l’ora di insegnare a William e a Harry l’importanza di una comunicazione a un livello più profondo”. Le buone intenzioni di Diana evidenziano ancora meglio i contorni dell’infimo inganno con cui venne ottenuta l’intervista.

“Semplice e sfuggente”

A proposito della “lettera della luna di miele” lo specialista della Gorringe Albert Radford ha fatto un’affermazione che, in realtà, può essere applicata a tutta la vita di Lady Diana, perché riguarda un sentimento che ha caratterizzato ogni sua scelta, nel bene e nel male: “In queste piccole, fragili tracce persiste…una quieta, tenace fede in qualcosa di semplice e sfuggente come l’amore”.

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Scontri e caos a Bruxelles: studenti in piazza e polizia costretta a usare gli idranti

Caos e disordini a Bruxelles questo pomeriggio, dove un migliaio di studenti si sono accalcati alla stazione centrale per protestare contro i tagli all’istruzione in lingua francese. Sono stati momenti di fortissime tensioni molto simili a quelle che si vedono durante tante manifestazioni studentesche nel nostro Paese. Non è chiaro quali sigle studentesche siano scese in piazza nella Capitale belga ma durante la manifestazione sono stati dati alle fiamme diversi oggetti e arredi urbani, comprese diverse rastrelliere con le biciclette. Sicuramente in piazza c’erano i sindacati, molti insegnanti si sono uniti agli studenti arrivando in città anche da altre zone del Belgio.

Non sono mancate le esplosioni e gli insulti, al punto che la polizia, presente sul posto con i vigili del fuoco, è stata costretta a utilizzare gli idranti per disperdere i manifestanti. Per tutta la durata della manifestazione l’area della stazione è stata interdetta al traffico e al passaggio e anche i trasporti sono stati bloccati per sicurezza. Dopo alcune ore di tensioni, la manifestazione si è finalmente dispersa, lasciando dietro di sé i segni della protesta. In Italia ci siamo abituati a tutto questo, da qualche anno a questa parte le manifestazioni degli studenti assumono carattere violento in ben più di un’occasione, spesso anche per motivi più futili rispetto a quelli che hanno mosso gli studenti belgi. La manifestazione di Bruxelles si è accesa a fronte di alcune decisioni assunte dal ministero dell’Istruzione per risparmiare circa 300 milioni di euro nei prossimi anni.

Dopo la manifestazione in stazione, a un certo punto i manifestanti hanno fatto irruzione nell'edificio del Parlamento della comunità francofona lanciando anche fumogeni e la polizia è dovuta intervenire in tenuta antisommossa per evitare problemi più gravi. Alle 16 la manifestazione è giunta a conclusione lasciando in centro a Bruxelles numerosi danni. Non è escluso che nelle prossime settimane, se le misure annunciate dovessero essere confermate, non ci sarà una nuova giornata come questa.

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Cos’è la Sindrome da crepacuore che ha colpito Marjane Satrapi

Ha suscitato molta commozione la scomparsa a 56 anni di Marjane Satrapi, morta “di dolore” dopo un anno dalla perdita del marito e compagno di vita, Mattias Ripa. Questo decesso ha acceso i riflettori su una patologia spesso sottovalutata: si può morire di tristezza a causa della “Sindrome da crepacuore”.

Di cosa si tratta

Già da molti anni si è a conoscenza del fatto che questa sindrome, chiamata anche “takotsubo” (oppure cardiomiopatia da stress), non è una patologia benigna ma ha tassi di mortalità che possono avvicinarsi a chi muore in ospedale a causa di un infarto. “Le alterazioni del microcircolo coronarico hanno un ruolo fondamentale in molte malattie cardiovascolari ed in particolare nella sindrome di takostsubo”, ha spiegato il prof. Filippo Crea, Direttore del Dipartimento Universitario di Scienze Cardiovascolari e Pneumologiche dell’Università Cattolica di Roma.

Quali sono i sintomi

La sindrome si manifesta come un infarto: la sintomatologia più comune riguarda dolore al petto, affanno improvviso e alterazioni dell'elettrocardiogramma. La particolarità è che nel momento in cui viene eseguita una coronarografia d'urgenza perché si sospetta un infarto miocardico, le coronarie risultano normali in maniera sorprendente, in pratica senza stenosi (restringimento).

Cosa accade al cuore

A differenza delle coronarie, però, il cuore ha una forma alterata che diventa a palloncino come fosse il vaso (tsubo) che utilizzano i giapponesi per raccogliere i polipi (tako). Perché succede questo? Come nel caso della mancanza del marito di Marjane Satrapi, c’è un enorme stress emotivo, un trauma fisico o psichico.

Il meccanismo che porta l’ingrossamento del cuore è complesso: di fronte a una situazione allarmante che la persona non riesce a gestire, si attivano la corteccia cerebrale e il sistema nervoso autonomo simpatico. Questa attivazione fa sì che venga liberata una massiccia liberazione di catecolamine in quantità anche di 100 volte superiori ai valori normali. “In particolare di cortisolo e adrenalina, sostanze che se in eccesso hanno un effetto tossico sul muscolo cardiaco”, spiegano gli esperti.

Quali sono le cure

Quando si manifesta la fase più acuta della Sindrome da crepacuore, il medico prescrive solitamente farmaci calmanti o betabloccanti così da evitare che possa peggiorare il quadro clinico. Nella maggior parte dei casi la sindrome diventa reversibile: si riesce a guarire nel giro di un paio di mesi ma bisogna prima eliminare tutto lo stress che si è accumulato provocando l’evento negativo. Molto utile l’aiuto di psicoterapeuti o psichiatri.

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Paura a Francoforte: cede il carrello del Boeing 787 e l'aereo collassa sulla pista

Tanta paura questa mattina all'aeroporto di Francoforte, dove si è verificato un grave incidente che ha coinvolto un Boeing 787. Mentre si trovava ancora in posizione di parcheggio, il carrello anteriore dell'aereo si è retratto inaspettatamente, piegandosi. Alcune persone sono rimaste coinvolte e ci sono stati dei feriti.

Eine Boeing 787 von Lufthansa ist am Flughafen Frankfurt am Main am Gate auf die Nase gekracht. Der Zwischenfall ereignete sich am Donnerstag kurz vor dem geplanten Abflug nach Los Angeles. Mehrere Arbeiter wurden verletzt.
Video ist ein #Netzfund pic.twitter.com/j99dHIaOZJ

— Der Bikey,Madman of Heavy Metal (@Opa_Mit_Bike) June 4, 2026

Stando a quanto riferito fino ad ora, il fatto si è verificato intorno alle 12.45 di stamani, giovedì 4 giugno. L'aereo Dreamliner della Lufthansa si trovava fermo al gate dell'aeroporto ed era nella fase di preparazione. Fortunatamente non c'erano ancora passeggeri a bordo, ma sul velivolo si trovavano già alcuni membri dell'equipaggio oltre al personale di terra, in quel momento impegnato nelle operazioni che precedono la partenza. Improvvisamente è accaduto l'imponderabile. Il carrello anteriore dell'aereo ha ceduto di colpo, e il muso del velivolo si è schiantato al suolo. Come conseguenza, il vettore della Lufthansa è rimasto pericolosamente inclinato in avanti.

Sono subito partiti i soccorsi. A quanto pare alcune persone sono rimaste ferite e c'è stato bisogno di assistenza medica, anche se per fortuna pare che nessuno sia grave. Non sono stati impiegati mezzi di soccorso.

Il volo Lufthansa per Los Angeles è stato annullato. L'aereo, infatti, è rimasto gravemente danneggiato. Non avrebbe potuto in alcun modo prendere il volo.

Lufthansa ha avviato un'unità di crisi finalizzata a chiarire le cause dell'accaduto. L'aereo è abbastanza nuovo, dato che è stato consegnato alla compagnia solo all'inizio dell'anno. Eppure si è verificato un simile incidente. Sarà necessario capire se a causare il disastro sia stato un errore meccanico oppure umano.

"Il carrello di atterraggio anteriore dell'aereo si è ripiegato inaspettatamente mentre era parcheggiato", è quanto dichiarato da un portavoce di Lufthansa, come riportato da Dpa. "Diversi dipendenti sono rimasti feriti e stanno ricevendo cure mediche".

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Scontri razziali, altri guai per Starmer

«Giù, sulle vostre ginocchia». Glielo urlano in faccia, con violenza. Da una parte la polizia, immobile, trincerata dietro alle proprie divise. Dall'altra gli abitanti di Southampton. Qualcuno brandisce la bandiera inglese. L'odio anima la piazza, la divora, ne alimenta paure e tensioni. Pretendono che quegli agenti, che nel 2020 si erano inginocchiati per George Floyd, adesso lo facciano anche per Henry Nowak. Quando era in fin di vita, anziché aiutarlo lo hanno trascinato, voltato e poi ammanettato. E questo perché hanno preferito dar retta a Vickrum Digwa che accusava quel ragazzo riverso a terra di averlo aggredito per motivi razziali. E non si capisce come questo possa essere avvenuto. Perché guardando le immagini della bodycam della polizia, rese pubbliche al termine del processo che ha condannato Digwa all'ergastolo, appare chiaro chi è ha aggredito chi. Così, appena il video ha fatto il giro dei social, la piazza è esplosa. Pietre, lattine, sedie, razzi di segnalazione: qualsiasi cosa gli capitasse a tiro andava bene per bersagliare gli agenti tra le cui fila, al termine degli scontri, si sono contati undici feriti. Dall'altra parte della barricata, invece, sono state arrestate due persone.

Il problema, però, non è solo di ordine pubblico. E, molto probabilmente, non riguarda solo la città di Southampton ma tutta l'Inghilterra. Certo, il ministro dell'Interno, Shabana Mahmood, non poteva che definire i disordini «del tutto inaccettabili», ma la morte di Henry Nowak non può essere archiviata in questo modo. L'Independent Office for Police Conduct, che indaga sulle accuse di comportamenti scorretti da parte della polizia, sta già prendendo in esame l'operato degli agenti che sono intervenuti il 3 dicembre 2025, la sera in cui è morto Henry. Questi dovranno spiegare perché hanno ammanettato il 18enne nonostante fosse esanime a terra; perché non lo hanno liberato quando ripeteva, con un filo di voce, «non riesco a respirare»; perché non gli hanno creduto quando ha detto loro di essere stato accoltellato. Anche il primo ministro Keir Starmer ha usato parole dure contro i disordini di martedì sera ma ha anche dichiarato di essere rimasto sconvolto dalle immagini della bodycam e ha preteso risposte su come «le accuse di razzismo abbiano influenzato il processo decisionale» degli agenti.

La verità è che Starmer, quelle risposte, ce le ha sotto gli occhi. Gli basterebbe dare un'occhiata alle linee guida contro il razzismo per capire perché, come denunciato dai genitori di Henry, la polizia «ha lasciato morire il figlio senza dignità». Il Consiglio Nazionale dei Capi di Polizia ha già fatto sapere che le rivedrà. E lo stesso è stato promesso dal ministro della Polizia, Sarah Jones. Queste linee guida, come spiegato da Nigel Farage di Reform Uk, hanno condizionato il comportamento dei poliziotti creando un «doppio standard» a favore delle minoranze etniche e una sorta di razzismo contro i bianchi.

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