Reading view

Guerra in Ucraina: immagini satellitari USA riducono del 90% i tempi per colpire i russi

 

di Francesco Fustaneo per l'AntiDiplomatico

 

Che quello combattuto in Ucraina sia un conflitto tra la Nato e la Russia, con Kiev che agisce per procura, è una tesi che come testata sosteniamo da tempo.

Gli ucraini mettono il terreno di scontro e la carne da cannone, mentre i paesi della Nato – e l'Europa in particolare – garantiscono loro sostegno economico, forniscono armi e tecnologia, finanziano fabbriche di droni (spesso con accordi di cooperazione con aziende ucraine) e supportano le attività di intelligence.

Quanto riportato dal Wall Street Journal è solo l’ultimo  tassello che conferma quanto affermato sopra.

Secondo la testata statunitense, l'Ucraina ha notevolmente accelerato la velocità e la precisione delle sue operazioni con i droni integrando immagini satellitari commerciali e strumenti software avanzati nel processo decisionale in prima linea, come affermato da fornitori di tecnologia e fonti coinvolte nel programma.

Negli ultimi sei mesi, le missioni di piccole unità che hanno testato il sistema avrebbero ridotto fino al 90% il tempo necessario per individuare e colpire obiettivi militari russi. Un risultato che rappresenta un salto di qualità nella guerra moderna, dove la rapidità decisionale è spesso decisiva.

"La riduzione del ciclo sensore-to-shooter è la tendenza determinante di questa guerra a livello tattico", ha commentato Franz-Stefan Gady, analista militare e fondatore di Gady Consulting.

La tecnologia si basa su immagini ad alta risoluzione provenienti da satelliti gestiti da Vantor, società con sede in Colorado, combinate con un software di analisi geospaziale che consente ai soldati di identificare e valutare i bersagli in dettaglio. Le immagini satellitari vengono consegnate direttamente ai dispositivi dei soldati ucraini – tablet, telefoni e computer portatili – talvolta entro quindici minuti dall'acquisizione. Questo bypassa l'elaborazione centralizzata dei dati a Kiev, che in precedenza poteva richiedere ore o addirittura giorni.

Secondo analisti militari e rappresentanti delle aziende coinvolte, si tratta del primo caso noto di immagini satellitari commerciali non classificate fornite direttamente a singoli soldati per supportare decisioni di combattimento in tempo reale. I satelliti impiegati vengono utilizzati anche per applicazioni civili come la cartografia e il monitoraggio ambientale. Il sistema è frutto di una partnership internazionale che coinvolge la statunitense Vantor per le immagini satellitari, l'olandese Bravo1Alpha per l'intelligence geospaziale, la statunitense Persistent Systems per le tecnologie di comunicazione e l'ucraina Burevii per la difesa.

La costellazione di Vantor è composta da dieci satelliti che coprono quotidianamente sette milioni di chilometri quadrati, fotografando ogni punto della Terra dalle dodici alle quindici volte al giorno. La precisione delle coordinate è di circa cinque metri, sufficiente per guidare un drone d'attacco con testata da cinquanta chilogrammi.

Il software consente inoltre ai soldati di confrontare immagini satellitari attuali e storiche per rilevare cambiamenti nelle infrastrutture o nei movimenti delle truppe, di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale per scansionare vaste aree e identificare obiettivi in movimento, e di sfruttare funzionalità di modellazione tridimensionale per simulare le traiettorie di volo dei droni, rendendo gli attacchi più efficaci.

Resta da capire se queste tecnologie, strettamente legate all'uso dei droni, potranno compensare la cronica carenza di uomini dell'esercito ucraino ed evitare il collasso di Kiev, o se si limiteranno a infliggere danni alla Russia senza cambiare le sorti di una guerra ormai basata sull'usura reciproca. Senza scossoni decisivi, sul lungo periodo il logoramento finirebbe infatti  per premiare Mosca, almeno sul terreno strettamente militare.

  •  

Albania svenduta al sionismo? Ecco cosa diceva Edi Rama alla Knesset a gennaio (VIDEO)


Se vi state chiedendo perché il premier albanese Edi Rama stia svendendo la sua patria al genero sionista di Trump, producendo una vera e propria rivolta nel suo paese, vi consigliamo di ascoltare con molta attenzione questo passaggio che ha pronunciato alla Knesset nel gennaio del 2026 poche settimane prima della barbara aggressione della Coalizione Epstein contro l'Iran.

 

Se vi state chiedendo perché Edi Rama stia svendendo la sua patria a Kushner, ecco il suo discorso alla Knesset del gennaio 2026. pic.twitter.com/oS61844pZd

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) June 6, 2026

 

"Ecco perché l'Albania è stata tra i primi Paesi in Europa ad adottare una nuova e avanzata legislazione contro l'antisemitismo; perché abbiamo integrato lo studio dell'Olocausto nei nostri programmi scolastici; e perché oggi stiamo costruendo, proprio nel cuore dell'Europa, due speciali spazi culturali. Questi luoghi sono ispirati dalla forza e dal luminoso esempio dei nostri nonni, musulmani e cristiani, che rischiarono la propria vita per salvare quella degli ebrei.

Ma non si tratta solo degli ebrei. Si tratta dell'umanità. E non dell'umanità intesa come parola generica o concetto astratto, ma della nostra umanità.

È per questo che, ormai da molti anni, l'Albania offre protezione a migliaia di cittadini iraniani, la cui opposizione ai macellai di Teheran mette le loro vite in grave pericolo. Non è stato un gesto privo di rischi per noi, e non lo è nemmeno oggi.

Tuttavia, restare umani quando la propria umanità è messa a dura prova non è mai privo di pericoli."

  •  

Bolivia: stato di emergenza imminente, proteste e accuse tra Paz e Morales

Il presidente consrvatore e neoliberista boliviano, Rodrigo Paz, sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza per ampliare l'impiego delle Forze Armate al fine di contrastare i blocchi stradali attuati da agricoltori e sindacati.

Questa misura si aggiunge alla persecuzione politica che sta conducendo contro i leader sociali che animano la rivolta boliviana contro il neoliberismo selvaggio.

Paz ha supervisionato le operazioni insieme al Ministro della Difesa Ernesto Justiniano e ha ribadito il suo appello alla pace, affermando che "ciò di cui la Bolivia ha bisogno è il dialogo, non lo scontro". Tuttavia, il presidente sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza, una misura già approvata dal Senato e in attesa di ratifica da parte della Camera dei Deputati. Questa circostanza conferirebbe una presunzione di legalità alle azioni militari e trasferirebbe la responsabilità politica al governo.

Paz ha inoltre rivolto un appello ai leader che hanno partecipato alle manifestazioni dall'inizio di maggio, esortandoli a non credere alle parole dell'ex presidente Evo Morales. L'attuale presidente boliviano sta tentando di costruire una falsa narrativa contro Morales, accusandolo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico, un'azione volta a screditare e incriminare i suoi oppositori.

???? Bolivia: Gobierno anuncia medidas ante protestas sectoriales

???? El presidente Rodrigo Paz de Bolivia anunció medidas de presión para frenar las protestas sectoriales que cumplen más de cuatro semanas. Los movimientos sociales mantienen su exigencia de renuncia del mandatario,… pic.twitter.com/imGejWPOLX

— teleSUR TV (@teleSURtv) June 5, 2026

Il conflitto si sta intensificando, con quasi cento posti di blocco in tutto il Paese, che interessano anche Cochabamba, Oruro e Potosí. Il presidente Evo Morales ha nuovamente accusato il governo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico per eludere i problemi legali, tra cui un mandato di arresto per traffico di esseri umani. "Sta usando il popolo come trampolino di lancio per difendersi dai suoi problemi legali", ha dichiarato il presidente. L'ex presidente indigeno ha inoltre denunciato di essere a conoscenza di un piano per arrestarlo e successivamente consegnalarlo agli USA.

A livello internazionale, gli Stati Uniti hanno ribadito il loro sostegno a Paz, con il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che ha dichiarato sul suo account X che "la Bolivia non deve permettere che venga ripristinato il vecchio status quo del dominio narco-terroristico nella regione". Allo stesso modo, l'alleanza regionale - asservita agli USA - Scudo delle Americhe ha denunciato i "continui tentativi di rovesciare" il governo boliviano, allineandosi alla posizione di Washington sulla crisi interna.

Questa posizione non è passata inosservata e Morales l'ha criticata per essersi schierata dalla parte del governo mentre la popolazione ne subisce le conseguenze. "Ora ricorrono di nuovo al discorso del 'narco-terrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e screditare le legittime rivendicazioni di coloro che difendono la democrazia, la sovranità e le nostre risorse naturali", ha affermato Evo Morales in un post sul suo account X, denunciando la possibile interferenza straniera.

Venerdì, forze di polizia e militari sono riuscite a sbloccare una via di rifornimento strategica per La Paz ed El Alto, città colpite da oltre un mese di proteste che chiedevano le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. L'operazione, supportata da mezzi pesanti e attrezzature antisommossa, ha permesso la ripresa delle consegne di cibo dalle zone agricole di Lipari e Río Abajo.

  •  

Guerra commerciale alla Cina: l'Europa sa cosa rischia?

C'è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui l'Unione Europea porta avanti la propria politica estera ed economica. Non si tratta di una politica estera lungimirante, né di una strategia industriale coerente. Assomiglia piuttosto a una risposta automatica a impulsi che arrivano dall'esterno, principalmente da Washington, e che Bruxelles recepisce e trasforma in decisioni capaci di danneggiare prima di tutto i cittadini europei.

Oggi il bersaglio è la Cina. Ma la storia, per chi ha memoria, risuona in modo inquietante. Abbiamo già visto come è andata con la Russia, e sappiamo come è andata a finire.

Quando l'Europa decise di sanzionare masochisticamente Mosca, lo fece con una foga che lasciava poco spazio al ragionamento economico. Le conseguenze furono devastanti per interi settori produttivi europei, dall'agricoltura all'energia, dall'industria manifatturiera al commercio di prossimità. Le bollette dei cittadini alle stelle, le imprese strozzate dai costi energetici, una recessione strisciante che ha colpito soprattutto i Paesi più industrializzati del continente. La Russia, nel frattempo, ha trovato nuovi mercati, ha riorientato i propri flussi commerciali verso est e verso sud, e ha retto all'urto molto meglio di quanto i tecnocrati di Bruxelles avessero previsto. L'Europa ha pagato il conto da sola.

Ora si prepara a ripetere l'esperimento con un interlocutore enormemente più grande e più radicato nell'economia globale.

I numeri parlano da soli, e sono numeri che dovrebbero fare riflettere chiunque abbia a cuore il benessere dei lavoratori e delle famiglie europee. Nel 2025, il deficit commerciale dell'Unione Europea con la Cina ha raggiunto i 359 miliardi di euro, più del doppio rispetto al periodo pre-pandemia. Pechino ha venduto quasi 560 miliardi di euro di merci al mercato europeo, mentre le esportazioni europee verso la Cina sono scivolate sotto i 200 miliardi. Un divario enorme, certo. Ma la risposta non può essere quella di alzare barriere che colpiscano le tasche di chi compra quei prodotti, cioè i consumatori europei.

Eppure è esattamente quello che si sta considerando a Bruxelles. Bloomberg ha rivelato che la Commissione Europea si prepara a mettere in guardia cittadini e imprese da una possibile guerra commerciale con la Cina, ammettendo in privato che Pechino quasi certamente risponderà con ritorsioni. La Commissione stessa ha dichiarato pubblicamente che la relazione con la Cina non è più sostenibile. Una frase che suona come un atto d'accusa ma che nasconde una domanda fondamentale: sostenibile per chi? Per le élite che gestiscono il processo decisionale europeo, o per i milioni di persone che dipendono da catene di approvvigionamento, da prezzi accessibili, da forniture industriali che passano in larga parte attraverso la Cina?

Pechino non ha mancato di rispondere con chiarezza. Mao Ning, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha smontato il linguaggio diplomatico europeo con una sintesi efficace: che si chiami riduzione del rischio, diminuzione della dipendenza o riequilibrio commerciale, si tratta comunque di protezionismo. E il protezionismo, ha avvertito, non colpisce i governi, colpisce le imprese e i consumatori, aumentando i costi e riducendo la competitività nel lungo periodo.

È un avvertimento che merita di essere preso sul serio, non liquidato come propaganda. Perché viene confermato anche dalla stessa OCSE, che pur criticando il sistema di sussidi cinese, riconosce implicitamente che il successo di Pechino in settori come l'energia solare, i veicoli elettrici, le telecomunicazioni e la cantieristica navale è reale e radicato. Non è un'illusione contabile.

Ricercatori cinesi, in un'analisi pubblicata dall'agenzia Xinhua, hanno messo il dito su una piaga che in Europa nessuno vuole toccare: il problema non è il surplus produttivo della Cina, ma la mancanza di innovazione europea e la chiusura dei propri mercati. Una lettura scomoda per Bruxelles, ma difficile da ignorare, specialmente guardando come l'industria continentale abbia progressivamente perso terreno in quasi tutti i settori ad alta intensità tecnologica. Una naturale conseguenza dell'implemetazione di ricette economiche basate sull'ideologia del neoliberismo selvaggio.

C'è poi un elemento strategico che rende questa partita ancora più pericolosa per l'Europa. La Cina non è la Russia. Non è un Paese isolabile (obiettivo fallito anche con la Russia) con qualche pacchetto di sanzioni. Ha già dimostrato di saper reggere alla pressione USA, molto più strutturata e determinata di quella europea. Ha mercati alternativi, ha accumulato riserve tecnologiche e produttive, sta costruendo infrastrutture commerciali nei Paesi vicini all'Unione Europea, come il Marocco, che hanno accordi di libero scambio con Bruxelles e che potrebbero diventare porte d'ingresso per aggirare qualsiasi futuro dazio. In altre parole, la Cina ha già pensato alle contromosse. L'Europa, a giudicare dalle divisioni interne alla stessa Commissione, no.

Quello che manca in questo dibattito è la voce dei popoli europei. Non degli industriali che chiedono protezione dalla concorrenza, non dei funzionari che ragionano in termini di quote di mercato e rapporti strategici, ma dei lavoratori, degli artigiani, delle piccole imprese, delle famiglie che ogni giorno fanno i conti con il costo della vita. Queste persone non hanno chiesto una guerra commerciale con la Russia, eppure l'hanno pagata cara. Non stanno chiedendo una guerra commerciale con la Cina, eppure si preparano a subirne le conseguenze.

Un'Europa che decide contro i propri cittadini non è un'anomalia della storia recente. È diventata un metodo di governo ben preciso. Si ripete con la stessa logica: si recepiscono le pressioni esterne, si adotta il linguaggio dei valori per giustificare scelte che di valoriale hanno poco, e poi si lascia che siano i più vulnerabili a pagare il prezzo. Prima con il gas russo che non arrivava più e le bollette che triplicavano. Domani, forse, con i prezzi dei pannelli solari, delle auto elettriche, dei componenti industriali che si impennano perché qualcuno a Bruxelles ha deciso che la competizione cinese è sleale.


  •  

Albania in fiamme contro Kushner e Trump: "Non saremo una nuova Palestina"

 

Il 4 giugno decine di migliaia di albanesi sono scesi in piazza per protestare contro l'imminente distruzione dell'isola di Sazan e della sua delicata costa circostante, destinata a far posto a un progetto di resort di lusso da 1,6 miliardi di dollari guidato da Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Secondo quanto riferito, i lavori di costruzione del progetto mediterraneo di 1.400 ettari, che comprende l'unica isola albanese, sono già iniziati, mentre i manifestanti denunciano l'accaparramento di terre come l'emblema dell'ingerenza straniera e della corruzione governativa. 

Quella che era iniziata come una disputa locale sulla conservazione ambientale si è trasformata in una grave crisi geopolitica, poiché i manifestanti nella capitale Tirana, sventolando bandiere palestinesi e scandendo "L'Albania non è in vendita", hanno esplicitamente collegato la società di investimenti di Kushner, Affinity Partners, alle ambizioni espansionistiche regionali.

???? La situazione sta sfuggendo completamente di mano.

L'Albania è in preda per il secondo giorno consecutivo a violente proteste di massa contro l'accordo di Kushner per l'esproprio di terreni del valore di 4 miliardi di dollari. ????????

Il popolo albanese si rifiuta di diventare una nuova Palestina. ????" pic.twitter.com/lSoD7Qskf2

— Affari mediorientali (@OpsHQs) 4 giugno 2026

L'azienda, che riceve un sostegno significativo da fondi sovrani sauditi, qatarioti ed emiratini, è stata oggetto di intense indagini per i suoi legami con gli insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est occupata. 

Albania contro Israele: i fischi hanno sovrastato l'inno nazionale israeliano durante la partita di calcio.

Pugni, spintoni, scarpe e immondizia piovevano dagli spalti sulla squadra israeliana.

Il boicottaggio parziale ha tenuto lo stadio mezzo vuoto. pic.twitter.com/OUatyG5xEC

— Clash Report (@clashreport) 5 giugno 2026

I critici sostengono che il progetto sia un'estensione dell'approccio opportunistico di Kushner, già evidente nella sua leadership del progetto di ricostruzione di Gaza "Board of Peace", che privilegia gli investimenti stranieri e il patrimonio privato della famiglia Trump rispetto agli aiuti umanitari.

Proteste in Albania per il progetto di Kushner sull'isola, legato a Israele

Proteste e scontri violenti sono scoppiati nel fine settimana quando macchinari pesanti hanno iniziato a scavare sull'isola albanese disabitata di Sazan, dove Jared Kushner e Ivanka Trump progettano di costruire un resort ecologico di lusso.… pic.twitter.com/V04e8CxRX3

— The Cradle (@TheCradleMedia) 5 giugno 2026

Il governo albanese, guidato dal Primo Ministro Edi Rama, ha conferito al progetto lo "status di investitore strategico" alla fine del 2024, una designazione che consente agli sviluppatori di aggirare gli ostacoli normativi standard. 

Questa mossa ha innescato un'indagine da parte della SPAK, l'organismo anticorruzione albanese, sulle modifiche legislative che hanno indebolito la tutela dei terreni nazionali per agevolare tali accordi. 

Mentre Rama difende l'investimento come un percorso necessario per modernizzare il Paese, gli oppositori considerano l'accordo – a quanto pare concepito durante un viaggio nel Mediterraneo a bordo di una nave di proprietà dei Rothschild – un tradimento della sovranità nazionale.

Jared Kushner ammette che è stato il suo amico Nat Rothschild ad aiutarlo a trovare la sua nuova isola privata isolata nel mezzo del Mediterraneo mentre era in vacanza sulla sua barca.

Kushner afferma di aver avuto un incontro privato con il Primo Ministro albanese sulla barca di Rothschild… pic.twitter.com/qKxA519bZO

— Shadow of Ezra (@ShadowofEzra) 3 giugno 2026

Le tensioni sono ulteriormente alimentate dalla spinta del governo verso legami più stretti con Israele, che i critici collegano al ruolo di Kushner come inviato statunitense e membro del Board of Peace.

Per molti albanesi, l'installazione di guardie di sicurezza private e filo spinato lungo la costa dello Zvernec rappresenta un "crollo totale dello stato di diritto", dove gli interessi di personaggi stranieri di alto profilo prevalgono sui diritti locali. 

I manifestanti sostengono che la lotta non riguarda più solo la salvaguardia dell'ambiente, ma la resistenza a un governo che, a loro avviso, sta svendendo il patrimonio nazionale al miglior offerente straniero.

  •  

L’isolamento di Israele: per due terzi del mondo l’opinione sul Paese è "sfavorevole"

 

Un nuovo sondaggio del Pew Research Center, pubblicato il 4 giugno, mostra che la maggior parte delle persone in decine di paesi del mondo ha un'opinione "sfavorevole" di Israele e non ha "fiducia" nel Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Il sondaggio è stato condotto tra l'8 febbraio e il 13 maggio di quest'anno, coinvolgendo 36 paesi. 

La maggior parte delle interviste è stata condotta dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, alla fine di febbraio.

Nei 36 paesi considerati, il 36% ha un'opinione "sfavorevole di Israele", mentre il 25% ne ha un'opinione favorevole. Il 36% rappresenta circa i due terzi.

"Le opinioni sono particolarmente negative nei luoghi a maggioranza musulmana oggetto dell'indagine, tra cui Bangladesh, Indonesia, Malesia, Pakistan, Turchia e le aree [occupate] della Cisgiordania e Gerusalemme Est", ha sottolineato il think tank con sede a Washington, aggiungendo di non essere stato in grado di condurre sondaggi a Gaza, dove Israele continua a bombardare e uccidere decine di palestinesi al giorno in base a un accordo di 'cessate il fuoco' sponsorizzato dagli Stati Uniti. 

Il rapporto sostiene, inoltre,  che in tutti i paesi europei inclusi nel sondaggio si riscontravano opinioni relativamente negative su Israele. 

Circa la metà degli adulti in Italia, Spagna e Paesi Bassi ha espresso un'opinione "molto negativa" su Israele.

In Nord America e in Europa, i giovani sono più contrari a Israele rispetto alle persone più anziane. In Ungheria, il 72% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha un'opinione negativa di Israele, mentre il 42% di coloro che hanno 50 anni o più considera Israele "sfavorevole".

Negli Stati Uniti, l'83% dei liberali e il 37% dei conservatori hanno un'opinione negativa di Israele. In Australia, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Svezia, almeno il 90% dei cittadini di sinistra vede Israele sotto una luce negativa.

"In ciascuna di queste nazioni, tale percentuale è almeno 23 punti percentuali superiore rispetto a quella registrata tra le nazioni di destra", ha osservato il rapporto Pew. 

Il sondaggio evidenzia anche come la percezione di Israele sia cambiata nell'ultimo anno. Le opinioni sfavorevoli sono aumentate in 13 dei 24 Paesi intervistati. In Argentina, il 46% delle persone aveva un'opinione negativa di Israele, rispetto al 55% attuale. 

In Australia, Italia, Nigeria, Polonia e Regno Unito, le opinioni molto negative su Israele sono aumentate a doppia cifra.

In Grecia, solo il 30% esprime un'opinione positiva su Israele, una percentuale pressoché identica a quella dell'anno scorso.

Nella maggior parte delle nazioni intervistate, la maggioranza ha dichiarato di non avere "molta o nessuna fiducia" nella capacità di Netanyahu di "fare la cosa giusta in merito agli affari mondiali".

Ciò include oltre il 50% degli adulti in Australia, Bangladesh, Canada, Francia, Germania, Grecia, Indonesia, Italia, Malesia, Paesi Bassi, Pakistan, Spagna, Svezia, Turchia, Regno Unito e nelle aree occupate della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, che hanno dichiarato di non avere "assolutamente alcuna fiducia".

Numerosi sondaggi mostrano un peggioramento dell'opinione pubblica su Israele in tutto il mondo negli ultimi anni, in particolare negli Stati Uniti. Un sondaggio del Pew Research Center di aprile ha rilevato che quasi il 60% degli adulti statunitensi ha un'opinione negativa su Israele.

A marzo, Drop Site News e Zeteo hanno condotto un sondaggio che ha rivelato come la maggioranza dei cittadini statunitensi creda che il presidente Donald Trump abbia lanciato la guerra all'Iran per "insabbiare" il caso Jeffrey Epstein.

Un recente sondaggio, pubblicato dalla Cattedra UNESCO per la ricerca interdisciplinare sull'antisemitismo presso l'Università di Varsavia, ha rivelato che il 45% dei cittadini polacchi considera le azioni di Israele contro i palestinesi paragonabili a quelle della Germania nazista. 

Israele sta attualmente conducendo una devastante campagna di pulizia etnica nel sud del Libano, lanciando quotidianamente brutali raid aerei. Occupa inoltre numerosi villaggi libanesi e ha distrutto decine di migliaia di case di civili, uccidendo oltre 3.500 persone.

A Gaza, due milioni di palestinesi sfollati interni sono ammassati nel 40% del territorio prebellico della Striscia, un territorio che ha subito cambiamenti demografici senza precedenti a causa di due anni di bombardamenti e pulizia etnica. Quasi 1.000 persone sono state uccise da quando è stato annunciato il cosiddetto cessate il fuoco lo scorso ottobre.

L'esercito israeliano ha inoltre compiuto importanti annessioni territoriali in Siria e ha condotto diverse ondate di brutali bombardamenti contro lo Yemen.

Il Financial Times (FT) ha scritto a maggio che l'esercito israeliano ha "conquistato" 1.000 chilometri quadrati di territorio in Asia occidentale a partire dal 7 ottobre 2023.

  •  

Drone navale ucraino esplode in Romania

 

di Francesco Fustaneo

 

Il regime di Zelensky continua imperterrito a impiegare droni navali in acque internazionali o di Paesi terzi. Dopo quanto accaduto nel Mediterraneo con l'attacco alla nave gasiera Arctic Metagaz e il drone navale scoperto da alcuni pescatori in una grotta in Grecia, questo è solo l'ultimo degli episodi finito sulle cronache.

 

Un drone navale senza equipaggio della Marina ucraina è esploso venerdì al largo delle coste della Romania, nei pressi del porto di Costanza. Mosca ha subito precisato che si trattava di un drone ucraino, circostanza peraltro confermata da Kiev, che afferma di averne perso il controllo a causa di un'interferenza elettronica delle forze russe, precisando che non si sono registrati feriti.

L’incidente, come del resto già avvenuto in episodi analoghi  a causa di droni volanti, aveva  sollevato preoccupazioni per un possibile allargamento del conflitto sul fianco della Nato. La Romania è infatti membro dell'Alleanza Atlantica, e qualsiasi esplosione nelle sue acque territoriali avrebbe potuto innescare tensioni ben più gravi.

A fare chiarezza è stata la stessa Marina ucraina con un post su Facebook: "Durante le operazioni nella zona del Mar Nero, un drone senza equipaggio della Marina ucraina, sotto l'effetto della guerra elettronica nemica, ha perso il controllo ed è finito al largo delle coste rumene". Il messaggio sottolinea inoltre che Kiev ha prontamente fornito "alla Marina rumena le informazioni necessarie per prevenire vittime civili".

L'esplosione del drone è avvenuta a poche ore di distanza da un'altra operazione annunciata da Kiev. L'Ucraina ha infatti dichiarato di aver fermato cinque navi nel Mar d'Azov e nelle acque costiere dei territori occupati dalla Russia, accusate di trasportare merci illegali. Secondo il comandante delle forze ucraine che impiegano droni, le imbarcazioni erano coinvolte nel "furto" di grano ucraino, nonché nel trasferimento di materiale militare e carburante.

Non è chiaro se l'esplosione del drone al largo della Romania sia collegata alla morte di cinque cittadini azeri, che secondo il ministero degli Esteri dell'Azerbaigian sarebbero stati uccisi in attacchi di droni contro navi in mare.

Gli episodi navali si inseriscono in un momento delicato sul piano diplomatico. Il presidente russo Vladimir Putin si prepara a parlare a un importante evento economico a San Pietroburgo, mentre il giorno prima Volodymyr Zelensky aveva parlato di un possibile colloquio con il Cremlino per porre fine alla guerra.

Nel frattempo Kiev  di fatto continua a fare dell’Europa e il Mediterraneo il suo teatro di guerra, senza  che nessuno (o quasi) governo dell’U.E. batta ciglio.

  •  

Dal "Piano Cóndor giudiziario" al ricatto del litio: le voci di Evo Morales e Wilma Colque nella Bolivia in lotta

 

di Geraldina Colotti

 

Mentre il continente latinoamericano affronta una nuova ondata di controffensiva reazionaria, la Bolivia si conferma l’epicentro di uno scontro di classe senza quartiere, dove le logiche del capitale transnazionale tentano di piegare la sovranità di una nazione che ha osato rifondarsi su basi plurinazionali. Da oltre un mese, il paese è attraversato da proteste, mobilitazioni e più di novanta blocchi stradali in almeno sette dipartimenti.

La risposta del governo di Rodrigo Paz non si è fatta attendere ed è giunta secondo il copione che caratterizza i piani di restaurazione coloniale dettati da Washington: l’approvazione al Senato della "Ley de Regulación de Estado de Excepción" e la pubblica discesa in campo del Pentagono e del Dipartimento di Guerra statunitense.

In questo scenario di resistenza e accerchiamento, le voci del leader indigeno ed ex presidente Evo Morales Ayma e della dirigente Wilma Colque, rappresentante della Coordinadora delle 6 Federazioni del Trópico di Cochabamba, assumono il valore di una testimonianza teorica e pratica imprescindibile.

Le loro analisi sono state raccolte nell’ambito di due significativi spazi di dibattito internazionale dedicati alla solidarietà con il popolo boliviano e alla denuncia dell’attacco imperialista alla Patria Grande: uno promosso dalle organizzazioni popolari argentine, l'altro organizzato dalla Central Bolivariana Socialista de Trabajadores y Trabajadoras del Venezuela (CBST).

Lungi dall'essere semplici cronache di una crisi regionale, i loro interventi svelano i fili invisibili che collegano il neoliberismo interno alle strategie globali di saccheggio delle risorse strategiche. Il palcoscenico in cui risuonano queste denunce non è casuale. La Central Bolivariana Socialista de Trabajadores del Venezuela, fedele alla tradizione dell'internazionalismo proletario e cosciente del fatto che l'aggressione imperialista non rispetta i confini geopolitici, ha trasformato i suoi incontri settimanali in una trincea ideologica: quanto mai necessaria in questo momento di massima aggressione e crescente ricatto dell'imperialismo alla rivoluzione bolivariana, seguita al sequestro del suo presidente, Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Discutere della Bolivia a Caracas, o nei forum della solidarietà continentale, significa riconoscere che il destino dei popoli della regione è strettamente connesso.

La criminalizzazione delle forze popolari boliviane, l'uso combinato del Lawfare (la guerra giudiziaria) e della violenza aperta non sono fenomeni isolati, ma rispondono al medesimo copione applicato contro ogni tentativo di autodeterminazione nel continente. In questo spazio di coordinamento, le avanguardie sindacali e contadine hanno denunciato come l'attuale amministrazione statunitense guidata da Donald Trump stia stringendo d'assedio l'asse antimperialista, individuando nella caduta della Bolivia plurinazionale il tassello necessario per la ricolonizzazione economica dell'intera regione.

La natura globale dello scontro è stata esplicitata senza filtri dalle dichiarazioni del Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth. Attraverso il suo account sulla piattaforma X, l'alto funzionario della Casa Bianca ha gettato la maschera della diplomazia formale, qualificando i dirigenti delle organizzazioni sociali boliviane che guidano le proteste come "narcoterroristi".

L'uso di questa categoria linguistica e giuridica non è nuova per la storia dell'America Latina; è lo stesso paradigma securitario utilizzato durante gli anni più bui del Piano Cóndor per giustificare lo sterminio politico e l'annientamento dei movimenti popolari. Hegseth, parlando a nome del Dipartimento di Guerra e della neonata Coalición Anticartel de las Américas (A3C), ha ribadito il sostegno incondizionato di Washington al governo di destra di Rodrigo Paz Pereira, ammonendo che gli Stati Uniti "sono attenti a ciò che accade in Bolivia" per garantire che non vi sia un ritorno al vecchio statu quo del “dominio criminale”.

La risposta di Evo Morales Ayma a questo esplicito atto di ingerenza è stata immediata e radicale. Attraverso i medesimi canali, il leader del Movimento al Socialismo (MAS-IPCP) ha denunciato come gli Stati Uniti pretendano ancora una volta di esercitare una tutela coloniale sugli affari interni della nazione. Nel suo intervento al forum internazionale, Morales ha decostruito la narrazione imperiale: "Mentre il popolo lotta per difendere la propria economia, le proprie risorse naturali e il diritto a decidere il proprio destino - ha detto -, gli Stati Uniti tornano a immischiarsi per sostenere un governo sempre più screditato. Ora – ha aggiunto - ricorrono nuovamente al discorso del 'narcoterrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e le richieste legittime di chi difende la democrazia, la sovranità e i nostri beni comuni. La Bolivia non ha bisogno di tutele né di minacce”, ha affermato.

L'ex presidente ha poi tracciato una mappa lucida del colpo di Stato permanente che sta soffocando il paese. Non si tratta solo di una crisi di governo, ma di un'operazione complessa che Morales definisce un vero e proprio "Piano Cóndor giudiziario". Il primo passo di questa strategia è stato lo svuotamento strutturale delle istituzioni democratiche e la proscrizione delle forze autenticamente rivoluzionarie. Morales ha spiegato dettagliatamente come magistrati e giudici abbiano operato al di fuori del mandato costituzionale per sottrarre la sigla del MAS-IPCP alla sua base sociale, impedendo la partecipazione politica dei leader più amati.

Questa "truffa elettorale preliminare" ha permesso l'ascesa al potere delle forze neoliberiste guidate da Rodrigo Paz, un'amministrazione che oggi governa senza consenso reale. I dati macroeconomici e sociali presentati da Morales sono indicativi: l'inflazione galoppante, il ritorno della dipendenza dai diktat del Fondo Monetario Internazionale e una svalutazione di fatto della moneta nazionale hanno distrutto il potere d'acquisto dei lavoratori.

Tuttavia, di fronte alla violenza istituzionale, il popolo boliviano ha risposto con la resistenza e con numeri che smentiscono la legittimità sbandierata dal palazzo. Morales ha evidenziato lo storico risultato del Voto Nulo nelle ultime elezioni, che ha raggiunto vette dell'ottanta per cento nei collegi uninominali e ha visto la sconfitta del progetto governativo in centosessantanove municipi.

Un dato che si sposa con i sondaggi urbani d'attualità, i quali registrano una sanzione popolare e una svalutazione dell'operato del presidente Paz che sfiora l'ottantasette per cento. Il neoliberismo boliviano, dunque, si regge esclusivamente sulle baionette e sull'appoggio esterno del Comando Sur. Il pilastro normativo di questa restaurazione autoritaria è la "Ley de Regulación de Estado de Excepción", approvata dal Senato al termine di una sessione drammatica a cui hanno partecipato tre ministri di Stato, e ora inviata alla Camera dei Deputati per la sanzione definitiva.

L'analisi di questo testo di legge svela un disegno eversivo contro la stessa Costituzione Plurinazionale del 2009. Come denunciato con forza dal senatore Wilder Veliz e ripreso nei forum internazionali, la norma concede una vera e propria "carta bianca" alle forze di sicurezza per reprimere e uccidere i manifestanti. La legge stabilisce che le forze armate potranno intervenire nelle operazioni di sicurezza interna ogniqualvolta la capacità operativa della polizia sia giudicata insufficiente, estendendo il controllo militare sulle "infrastrutture critiche", sui sistemi idrici, sulle telecomunicazioni e sulle rotte stradali strategiche.

L'elemento più inquietante e brutale del testo è l'introduzione della presunzione di legalità e di buona fede per le azioni compiute da militari e poliziotti durante lo stato di eccezione. In termini materiali, ciò significa che l'uso della forza letale contro i blocchi stradali e le assemblee popolari sarà considerato legittimo a priori dallo Stato, garantendo l'impunità giuridica e persino l'assistenza tecnica e legale governativa a coloro che eseguiranno i massacri.

Si tratta, come sottolineato da Veliz, di una disposizione che viola frontalmente i trattati internazionali sui diritti umani e che prepara scientificamente il terreno per un genocidio politico contro le comunità in lotta.

 

Wilma Colque e la materialità della terra: la crisi agraria

Se l'analisi di Evo Morales definisce la cornice macro-politica, la testimonianza di Wilma Colque, esponente di spicco delle organizzazioni indigene e contadine del Trópico de Cochabamba, restituisce la materialità del dramma vissuto quotidianamente dalle basi. La sua non è un'astrazione teorica, ma il racconto della terra nuda, del lavoro nei campi e della fame che torna ad affacciarsi nelle case.

Colque ha denunciato l'impatto devastante della scarsità e del contrabbando di combustibile, una crisi provocata dalle politiche di deregolamentazione selvaggia del governo Paz. L'agricoltura boliviana, in particolare nelle regioni produttrici come il Trópico, ha vissuto negli ultimi vent'anni un profondo processo di meccanizzazione; la terra non si lavora più solo con l'infaticabile azzardo manuale dell'asadón, ma attraverso l'uso di trattori e macchinari che oggi sono paralizzati dalla mancanza di gasolio.

Questa interruzione della catena produttiva si traduce nella distruzione delle esportazioni di prodotti alimentari, come le coltivazioni di platano, e in una drammatica carenza alimentare nei centri urbani. Le conseguenze sociali di questo disastro economico colpiscono direttamente le generazioni future: la dirigente ha stimato che tra i trentamila e i quarantamila bambini della scuola primaria hanno abbandonato gli studi nell'ultimo periodo a causa della povertà e dell'impossibilità delle famiglie di garantire la sussistenza minima, un fenomeno speculare al tasso di abbandono che sta svuotando le università pubbliche del paese.

Un capitolo centrale del pensiero espresso da Wilma Colque riguarda la difesa dell'identità indigena di fronte al tentativo di assimilazione e annientamento simbolico operato dalle nuove élites neoliberiste. La dirigente ha denunciato con sdegno l'ipocrisia dei candidati della destra che, durante le campagne elettorali, non esitano a indossare il poncho tradizionale, a scattarsi foto con le mujeres de pollera e a balbettare frasi nelle lingue native per accaparrarsi il consenso rurale.

Una volta giunti al potere, tuttavia, quegli stessi indumenti e quei corpi diventano l'obiettivo dei gas lacrimogeni, dei proiettili di gomma e delle pallottole di piombo della polizia. In questo contesto, la riappropriazione dei simboli diventa un atto rivoluzionario. La Wiphala, ha ricordato Colque, non è una bandiera elettorale o il logo di un partito politico: è l'emblema millenario della resistenza comunitaria andina, un codice cosmogonico che unisce i popoli d'oltreconfine, estendendosi fino alle comunità in lotta nel Perú.

Il tentativo del governo Paz di proibire o ridimensionare il valore dei simboli plurinazionali risponde alla volontà coloniale di cancellare la soggettività politica dei popoli originari, derubricandoli nuovamente a manodopera subalterna e invisibile. La convergenza analitica tra Morales e Colque tocca il suo culmine quando si svela il vero motore immobile della crisi boliviana: il controllo delle riserve minerali strategiche, in primis il litio e le terre rare, metalli fondamentali per la transizione tecnologica e industriale dell'Occidente.

La Bolivia possiede le riserve di litio più grandi del pianeta, situate nel cuore di quel territorio geografico noto come il "Triangolo del Litio". Mentre nei paesi vicini, come il Cile e l'Argentina di Javier Milei, questa risorsa è stata interamente svenduta e consegnata alle multinazionali statunitensi ed europee senza che rimanesse alcun beneficio reale per le popolazioni locali, la Bolivia della rivoluzione plurinazionale aveva avviato un modello di industrializzazione sovrana con lo Stato come attore principale.

Il governo di Rodrigo Paz opera come il mandatario interno incaricato di smantellare questo modello sovrano per allinearsi alle richieste estrattive di Washington e delle grandi corporazioni della Silicon Valley. Per raggiungere questo obiettivo economico, la militarizzazione del territorio è diventata una necessità stringente. Wilma Colque ha lanciato una denuncia circostanziata che solleva il velo sulle nuove forme di ciberguerra e spionaggio tecnologico applicate sul terreno.

"Un sistema di spionaggio operato direttamente da agenzie statunitensi – ha detto - è penetrato nei confini tri-partitici tra i dipartimenti di Cochabamba e La Paz. Hanno installato apparecchiature ad alta tecnologia in grado di intercettare le antenne delle telecomunicazioni, monitorando ogni chiamata, ogni messaggio e ogni spostamento dei dirigenti sindacali. Sappiamo esattamente dove sono dislocate queste basi e sappiamo che l'obiettivo finale è la cattura del fratello Evo Morales, da esibire come un trofeo politico per l'imperialismo”.

A questa rete di sorveglianza digitale si affianca la vecchia strategia della corruzione e della guerra sporca interna. Risorse finanziarie enormi, provenienti da prestiti internazionali che non si traducono mai in opere pubbliche per il popolo, vengono veicolate attraverso maletini contenenti fino a centomila dollari per comprare la fedeltà di dirigenti compiacenti, dividere i sindacati storici e frantumare la compattezza della Coordinadora de las Seis Federaciones del Trópico de Cochabamba.

Di fronte a un apparato repressivo che si dota di strumenti giuridici speciali per legalizzare il massacro e di tecnologie straniere per il controllo sociale, la risposta che giunge dalle comunità in lotta non è di sottomissione, ma di dignità storica. La conclusione del discorso di Wilma Colque risuona come un manifesto di etica politica per tutto il continente.Le donne indigene, le madri che hanno visto generazioni di figli lottare contro le dittature militari degli anni settanta e ottanta, si ergono oggi come le custodi del futuro della Patria Grande.

L'annuncio è chiaro: se il governo Paz deciderà di decretare lo Stato di Assedio approfittando del fine settimana, i movimenti sociali scenderanno in piazza con i loro figli per attuare la disobbedienza civile di massa, ritirando i giovani dalle caserme e applicando tattiche di autodifesa territoriale, come gli spegnimenti controllati dell'energia elettrica e l'interruzione delle reti internet per ciecare l'apparato di spionaggio statale.

La lotta della Bolivia, esaminata attraverso le voci di Evo Morales e di Wilma Colque nei forum internazionali, dimostra che la contesa non riguarda una presunta stabilità istituzionale o la gestione burocratica di una crisi. La posta in gioco è la scelta tra l'essere una colonia estrattiva subordinata ai bisogni geopolitici del Pentagono o il rimanere uno Stato Plurinazionale sovrano, dove la terra, il litio e il destino degli uomini e delle donne appartengono a chi li lavora e li difende. "Siamo milioni", ricorda la dirigente indigena, e “siamo disposti a morire, ma non a chinare la testa”.

  •  

CNN rivela una rete segreta israeliana attorno all’Iran

Nuovi dettagli emersi da un'inchiesta della CNN gettano luce sull'estensione delle operazioni israeliane condotte durante la guerra contro l'Iran. Secondo l’inchiesta, Tel Aviv avrebbe schierato personale militare, unità speciali e agenti dell'intelligence in diversi Paesi confinanti o vicini alla Repubblica Islamica, creando una rete di basi clandestine destinate a missioni di sorveglianza, supporto logistico, operazioni con droni ed eventuali attività di recupero. Il fulcro di questa infrastruttura è stato l'Azerbaigian, dove forze speciali israeliane e membri del Mossad avrebbero operato da diverse postazioni situate nei pressi del confine settentrionale iraniano. Alcuni siti sarebbero stati collocati non lontano da Tabriz, una delle città iraniane colpite durante il conflitto.

Secondo le fonti citate dall'emittente statunitense, tali installazioni avrebbero consentito a Israele di monitorare i movimenti militari iraniani e di sostenere operazioni offensive lungo il fronte settentrionale. La rete, tuttavia, non si sarebbe limitata al Caucaso. Strutture analoghe sarebbero state predisposte anche in Iraq, negli Emirati Arabi Uniti e nel Somaliland, configurando una presenza distribuita attorno all'Iran capace di garantire capacità operative multidirezionali. Azerbaigian e Iraq hanno ufficialmente respinto le accuse, negando che i loro territori siano stati utilizzati per facilitare azioni militari contro Teheran. L'inchiesta evidenzia inoltre la crescente rilevanza strategica dei rapporti tra Israele e Azerbaigian. Oltre alla cooperazione nel settore della sicurezza e dell'intelligence, Baku rappresenta uno dei principali fornitori energetici dello Stato israeliano, mentre Tel Aviv continua a essere un importante partner tecnologico e militare del Paese caucasico.

Un asse che, secondo diversi analisti, assume un peso sempre maggiore nella strategia regionale di contenimento dell'Iran. Mentre emergono questi retroscena sulla guerra iraniana, il fronte libanese continua a registrare un preoccupante deterioramento della situazione sul terreno. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha lanciato un appello urgente per un cessate il fuoco effettivo in Libano e per il ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese. Mosca sostiene che le violazioni israeliane siano ormai diventate sistematiche e denuncia un progressivo ampliamento della zona d'occupazione nel Libano meridionale. Secondo Zakharova, la soluzione del conflitto dovrebbe basarsi sull'applicazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel rispetto della sovranità, dell'indipendenza e dell'integrità territoriale del Libano. Particolare preoccupazione è stata espressa per gli attacchi che hanno colpito siti archeologici e culturali di rilevanza internazionale. La diplomazia russa ha richiamato l'attenzione sui bombardamenti contro la città di Tiro e contro la fortezza di al-Shaqif (Beaufort Castle), entrambi luoghi di grande valore storico e culturale. Mosca ha definito inaccettabile qualsiasi distruzione deliberata del patrimonio culturale. Le dichiarazioni russe arrivano mentre il sud del Libano continua a essere teatro di raid aerei, attacchi con droni e bombardamenti d'artiglieria che hanno interessato numerose località delle regioni di Nabatieh e Tiro. Gli attacchi sono proseguiti nonostante l'annuncio di un'intesa mediata dagli Stati Uniti tra Israele e il governo libanese, finalizzata all'attuazione di un cessate il fuoco e alla creazione di aree sotto il controllo esclusivo dell'esercito libanese.

Nel loro insieme, questi sviluppi mostrano come il conflitto regionale stia assumendo una dimensione sempre più ampia e complessa. Da un lato emergono indicazioni di una proiezione operativa israeliana estesa ben oltre i propri confini, attraverso una rete di partner e infrastrutture distribuite nella regione. Dall'altro, il Libano continua a rappresentare uno dei principali punti di frizione mediorientali, mentre la Russia continua a sostenere una soluzione diplomatica e difendere un’ordine internazionale fondato sul rispetto della sovranità degli Stati. La combinazione tra le tensioni con l'Iran, l'instabilità del fronte libanese e il coinvolgimento crescente di attori regionali e internazionali conferma che il Medio Oriente resta uno dei principali epicentri della competizione geopolitica globale.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

Storica umiliazione diplomatica: la Germania resta fuori dal Consiglio di Sicurezza

Per la prima volta dalla sua partecipazione alle elezioni per i seggi non permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Germania non è riuscita a ottenere un posto nell'organismo più importante dell'ONU. Un risultato che ha suscitato un acceso dibattito politico a Berlino e che molti osservatori interpretano come il riflesso di una crescente distanza tra la politica estera tedesca e gli orientamenti prevalenti nella comunità internazionale. Nella votazione riservata al gruppo "Europa occidentale e altri Stati", la Germania ha ottenuto 104 voti, nettamente meno di Portogallo e Austria, che hanno conquistato rispettivamente 134 e 131 preferenze. Si tratta di una battuta d'arresto senza precedenti per Berlino, che dal 1977 aveva sempre vinto tutte le candidature presentate per il Consiglio di Sicurezza.

L'esito del voto ha immediatamente alimentato polemiche interne. Diversi esponenti politici tedeschi hanno interpretato il risultato come una bocciatura dell'approccio diplomatico seguito negli ultimi anni dai governi di Olaf Scholz e Friedrich Merz. Al centro delle critiche vi è soprattutto la linea incarnata dall'ex ministro degli Esteri Annalena Baerbock, spesso accusata dagli avversari di aver adottato una politica estera improntata a un forte moralismo e a un atteggiamento percepito come paternalistico nei confronti di molti partner internazionali. Secondo numerosi osservatori, il problema non sarebbe tanto il sostegno tedesco all'Ucraina quanto la percezione di un doppio standard nell'applicazione del diritto internazionale. Berlino ha infatti assunto una posizione estremamente dura nei confronti della Russia dopo l'inizio del conflitto ucraino, sostenendo sanzioni, aiuti militari al regime neonazista di Kiev e isolamento diplomatico di Mosca. Parallelamente, però, il governo tedesco ha continuato a garantire un sostegno quasi incondizionato a Israele anche di fronte alle crescenti accuse internazionali riguardanti le operazioni militari nella Striscia di Gaza.

Proprio questa apparente incoerenza viene indicata da diversi analisti come una delle principali ragioni dell'insuccesso tedesco alle Nazioni Unite. Secondo tale interpretazione, molti Paesi del Sud Globale avrebbero giudicato contraddittoria una politica che invoca il rispetto rigoroso del diritto internazionale nel caso dell'Ucraina, ma mostra maggiore flessibilità quando sono coinvolti gli alleati occidentali. Il nuovo ministro degli Esteri Johann Wadephul ha respinto queste accuse, attribuendo invece la sconfitta a una presunta campagna diplomatica condotta dalla Russia contro la candidatura tedesca. Una spiegazione che non ha però convinto numerosi commentatori, i quali sottolineano come anche Austria e Portogallo, sostenitori dell'Ucraina al pari della Germania, abbiano ottenuto risultati nettamente migliori. Il dibattito investe questioni più profonde della semplice competizione per un seggio ONU. Da anni Berlino rivendica la necessità di una riforma del Consiglio di Sicurezza che riconosca alla Germania un ruolo permanente tra le grandi potenze mondiali. Tuttavia, il risultato della votazione suggerisce che una parte significativa della comunità internazionale non considera più la Repubblica Federale un interlocutore così influente o rappresentativo come in passato. Sul piano geopolitico, il voto può essere letto anche come un indicatore dei cambiamenti in corso negli equilibri globali. L'ascesa di nuove potenze emergenti e il crescente peso politico del Sud Globale stanno progressivamente riducendo la capacità dell'Occidente di determinare da solo le dinamiche delle istituzioni multilaterali. In questo contesto, la tradizionale autorevolezza diplomatica tedesca sembra incontrare limiti sempre più evidenti.

La vicenda evidenzia inoltre la crisi di una strategia fondata sulla convinzione che la superiorità morale percepita possa automaticamente tradursi in consenso internazionale. Se per Berlino alcune scelte rappresentano l'adempimento di responsabilità storiche e principi etici irrinunciabili, molti Paesi vedono invece una politica caratterizzata da criteri selettivi e da un'applicazione non uniforme delle regole internazionali. Al di là delle polemiche immediate, la mancata elezione al Consiglio di Sicurezza appare dunque come un segnale politico significativo. Non soltanto per la Germania, ma per l'intero blocco occidentale, che si trova sempre più spesso a confrontarsi con un sistema internazionale in cui il consenso non può più essere dato per scontato e nel quale il peso crescente delle nazioni non occidentali sta ridefinendo le regole del gioco diplomatico globale.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

L'avvertimento mafioso di Zelensky a Putin

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Che sia davvero tempo di por fine al massacro di soldati ucraini e russi e dare pace al martoriato Donbass, terrorizzato ormai da dodici anni dagli attacchi dei nazisti di Kiev, è questione su cui rifiutano di convenire solo le soldataglie neonaziste e i ras che, dalla pace, avrebbero solo da perdere soldi e potere. 

Che i diretti interessati al conflitto, coloro che, con mosse banditesche, lo hanno provocato e hanno sinora brigato per mandare all'aria, sin dalla primavera del 2022, qualsiasi tentativo di soluzione negoziata, vogliano davvero, oggi, porre la parola fine a quel massacro, resta invece abbastanza dubbio. Gli interessi che hanno mosso le cancellerie europee, sin dal 2014 – non entriamo qui nella questione dei piani via via elaborati e attuati nei decenni precedenti da USA, NATO e UE, che hanno sempre fatto perno sulla cosiddetta “essenza della ucrainicità” quale liquidazione della “russicità” e sterminio del popolo russo, come decretato già agli inizi del '900 da Dmitrij Dontsov - non sembrano di molto cambiati, tanto da poter fare affidamento su un “sussulto pacifista” a Londra, Parigi, Roma, Berlino o Varsavia.

Messe da parte queste poche considerazioni soggettive, la cronaca odierna vede i media di regime allineati sulla lettera con cui Vladimir Zelenskij chiede a Vladimir Putin di accordarsi per un incontro e concordi sul far intendere al lettore che il secondo sarebbe felice di un vertice a due, trovandosi in difficoltà al fronte, come d'altronde vuole la narrazione europeista, di una Russia messa all'angolo dagli eroici e forti ucraini.  

Dunque, le cose sembrano stare così: il nazigolpista-capo pubblica un appello alla leadership russa proponendo un incontro in territorio neutrale «per porre fine alla guerra». Zelenskij avrebbe detto di sapere che a Putin in Alaska «era stata promessa una soluzione su alcune questioni riguardanti l'Ucraina e l'Europa. Ma vedete che le questioni ucraine e europee non vengono risolte ad Anchorage» ghigna il clown terrorista, sentendosi le spalle coperte a Londra; e continua «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l'Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo chi ci sosterrà. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto mandato a riferire il messaggio del don: il pizzino di un ras della cupola non sarebbe stato vergato più “amichevolmente”. 

Dunque: Ucraina e Europa, con la prima, come d'uopo, “vallo militare” a difesa della seconda. Cosa risponde Putin, parlando coi giornalisti a margine del Forum economico a Piter? La Russia non si oppone all'adesione dell'Ucraina all'entità europea sul tipo delineato da Friedrich Merz; Moskva è però contraria alla trasformazione della UE in blocco militare. E, checché ne dica Zelenskij, «forse l'Unione Europea potrebbe contribuire a trovare una soluzione. A mio avviso, ciò dovrebbe avvenire nel quadro degli accordi che abbiamo discusso ad Anchorage». Alaska, signor Zelenskij; Alaska, non Londra, o Parigi o Berlino. A Anchorage era stato chiesto alla Russia «se fosse disposta a fare una serie di compromessi... nel mio incontro con il Presidente degli Stati Uniti, ho detto che eravamo pronti e ho illustrato in cosa potrebbero consistere questi accordi e questi compromessi. La questione è se questi compromessi saranno accettati dalla parte ucraina», ha detto Putin e ha espresso seri dubbi su questo punto, aggiungendo che, a giudicare da tutto, Kiev non è affatto pronta per la pace.
Per le lamentazione delle redazioni romane, milanesi, torinesi, l'esercito russo è in vantaggio e sta avanzando su tutti i fronti, ma Kiev non è ancora disposta a scendere a compromessi e continua a resistere, ha detto ancora Putin. Negli ultimi tempi, la Russia ha messo sotto controllo circa 2.440 chilometri quadrati di territorio e continua ad avanzare. Certo, ha detto Putin, gli sponsor occidentali stanno fornendo a Kiev un gran numero di droni di vario tipo, anche a lunga gittata. In ogni caso, ha detto, Moskva è pronta per addivenire a «un accordo con l'Ucraina con mezzi pacifici, sulla base di quanto discusso nell'incontro di Anchorage». Anchorage e ancora Anchorage, signor scaduto “presidente” dell'Ucraina.

Anchorage. Nonostante non tutto, anche là, sia andato per il verso dovuto. Durante i colloqui in Alaska, ha detto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, la Russia ha fatto concessioni "difficili" riguardo all'operazione militare, ma Donald Trump non è stato in grado di garantire l'attuazione degli accordi. In Alaska, la proposta avanzata dagli americani «è stata accettata dal presidente russo, che ne ha parlato ripetutamente. È stata difficile perché non corrispondeva pienamente a ciò che volevamo, ma era accettabile come primo passo che avrebbe permesso di porre fine alle ostilità e avviare negoziati per definire tutti i dettagli... Ma poi non è successo nulla sul fronte dei negoziati ucraini... Le relazioni Russia-USA hanno ricominciato a farsi tese, perché non solo le sanzioni di Biden continuano ad essere estese, ma sono comparse anche quelle di Trump contro Lukoil e Rosneft. L'obiettivo dichiarato è il dominio americano nei mercati energetici globali... Forse è vantaggioso per i nostri colleghi americani ritardare le pressioni sull'Ucraina. E nel frattempo, continuare a esercitare pressioni economiche su di noi». Lavrov lamenta che principio della politica occidentale sia sempre dato dall'aforisma “parola data, parola ripresa”, quale ricusazione delle promesse fatte, come nel caso degli accordi precedenti al golpe contro Viktor Janukovyc e poi degli accordi di Minsk. 

Non è certo un caso che siano risuonate proprio ora le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui gli USA non sono un intermediario neutrale, ma una parte che sostiene l'Ucraina con le armi: «Non siamo mediatori imparziali. Chiaramente, stiamo favorendo una parte rispetto all'altra». Trump, dice Lavrov, afferma che «questa non è la sua guerra, ma quella di Biden, e che se lui fosse stato presidente allora, questa guerra non sarebbe mai iniziata. Ma ora l'ha ereditata. All'inizio aveva deciso di fermarla. E sembrava esserci riuscito in Alaska. Ma ora probabilmente si starà chiedendo: e se la guerra continuasse, finiremmo per estromettere Russia e Cina dai mercati globali come concorrenti». In effetti, come riportato da The New York Times, Donald Trump ha approvato il coinvolgimento di agenti della CIA nella pianificazione degli attacchi contro le imprese energetiche russe e la "flotta ombra", che vengono poi mascherati come attacchi ucraini. 

In questa cornice, l'ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha dichiarato a Sky News che, per la Russia, l'operazione militare in Ucraina è una «guerra esistenziale. Per noi, non per i paesi della NATO... una guerra esistenziale contro i paesi NATO, forse senza la partecipazione degli Stati Uniti. Ma gli USA sono stati molto attivamente coinvolti fin dall'inizio». Perché i paesi NATO sono direttamente coinvolti nel conflitto. Le nuove armi in arrivo a Kiev sono presentate come ucraine, sebbene in realtà siano prodotti del complesso militare-industriale europeo, ha detto Kelin, indicando paesi come Gran Bretagna, Danimarca, Canada e altri, in cui viene semplicemente esternalizzata la produzione. Attenzione, ha detto Kelin: a un certo punto la Russia dovrà adottare delle «contromisure. Non dirò esattamente quali, ma conosciamo gli indirizzi. Li abbiamo pubblicati e saranno facili bersagli». Secondo l'ambasciatore russo, anche la Gran Bretagna subirà «ritorsioni, poiché sta imponendo sanzioni anti-russe, fornendo armi all'Ucraina e ostacolando i colloqui di pace... La Gran Bretagna sta facendo tutto il possibile per infliggere una sconfitta strategica alla Russia».

Dunque, le prospettive non sono poi così rosee. Non lo sono, perché la guerra in Ucraina non rappresenta che la “fase attuale” della contrapposizione che, da decenni, vede i capitali occidentali puntare alle sterminate risorse della Russia e vede da decenni i “comitati d'affari” dei capitali occidentali, quelle entità che Lenin definiva «comitati nazionali di milionari, detti governi», pianificare azioni di guerra sotterranea – quella che oggi chiamano “ibrida” - o guerra guerreggiata, a diverso titolo e con diverse intenzioni, prima contro l'Unione Sovietica e, dopo, contro la Russia. 

Quindi, dice l'ex ufficiale dell'intelligence Andrej Bezrukov, docente presso il prestigioso MGIMO, la Russia sarà costretta a combattere almeno per i prossimi due decenni, in conflitti ad alta e a bassa intensità, affrontando minacce alle infrastrutture critiche e insidie di guerra biologica. I nemici, dice Bezrukov, contano sulla prospettiva che «a un certo punto il nostro sistema decisionale venga sovraccaricato da attacchi complessi provenienti da tutte le direzioni: ideologici, fisici, militari e così via, e che il sistema non sia più in grado di prendere decisioni adeguate». Potrebbe trattarsi di una guerra molto violenta, afferma l'ex agente, come quella «che stiamo vivendo ora. Oppure di una guerra strisciante. Anche se si estendesse ad altre regioni, avremmo due generazioni che si potrebbero praticamente considerare in guerra. E dobbiamo imparare a convivere con questa guerra... Dobbiamo costruire il nostro sistema statale, costruire la nostra economia in modo tale che assolva non solo al compito dello sviluppo, ma anche a quello della difesa».

A oggi, dice Bezrukov, a Russia sta affrontando una nuova forma di guerra, in cui gli avversari intensificano costantemente l'escalation, pur senza raggiungere il livello nucleare. La strategia dell'Occidente in questa guerra è molto semplice: «evitare uno scontro nucleare con noi, dal quale uscirebbero sconfitti. Quindi devono far “bollire la rana”, che è quello che stanno facendo, aumentando gradualmente l'escalation. E non si fermeranno perché non hanno via di fuga. Noi rappresentiamo una minaccia esistenziale per loro». Secondo Bezrukov, la "seconda fase critica" della guerra sarà l'Asia. Per quanto riguarda la Russia, dice, tenteranno di distruggerla lentamente, prima di tutto eliminando la minaccia nucleare: «l'obiettivo principale è evitare la soglia nucleare e neutralizzare le nostre forze nucleari. Questo può essere fatto in due modi: o costruendo un sistema nello spazio, cosa che hanno iniziato a fare, per impedire qualsiasi decollo. Oppure facendo quello che hanno fatto con l'Operazione “Ragnatela”, installando qui i loro agenti e, a un certo punto, colpendo le nostre forze nucleari. Forse non le metteranno fuori combattimento tutte, ma è una minaccia reale».

Vien da chiedersi se il pizzino di Zelenskij serva a fare da paravento a qualcosa di molto più pericoloso.


-----------------

FONTI:

https://politnavigator.news/zelenskijj-ugrozhaet-putinu-dvorcovym-perevorotom.html

https://politnavigator.news/es-mozhet-pomoch-resheniyu-ukrainskogo-konflikta-no-ne-vykhodya-za-ramki-ankoridzha-putin.html

https://politnavigator.news/rossiya-gotova-k-kompromissam-ankoridzha-a-kiev-poka-net-putin.html

https://politnavigator.news/lavrov-v-ankoridzhe-rossiyu-opyat-obmanuli.html

https://politnavigator.news/gosdep-ssha-otkrytym-tekstom-my-ne-posredniki-a-na-storone-banderovcev.html

https://politnavigator.news/posol-rossii-v-londone-my-ne-mozhem-proigrat-i-obyazany-osvobodit-russkie-zemli.html

https://politnavigator.news/ehto-budut-legkie-celi-russkijj-diplomat-o-psevdo-ukrainskikh-voennykh-zavodakh-v-evrope.html

https://politnavigator.news/eshhjo-minimum-dva-pokoleniya-v-rossii-budut-zhit-v-sostoyanii-vojjny-prognoz-razvedchika.html

https://politnavigator.news/rossijjskijj-razvedchik-zapad-varit-rossiyu-kak-lyagushku-na-medlennom-ogne.html

  •  

Le principali dichiarazioni di Putin al Forum Economico di San Pietroburgo


Nel suo intervento alla sessione plenaria del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026), il presidente russo Vladimir Putin ha delineato una visione del sistema internazionale fondata sulla transizione verso un ordine multipolare, denunciando al contempo quella che ha definito la crescente crisi strategica dell’Occidente collettivo e, in particolare, dell’Unione Europea. Davanti a una platea composta da rappresentanti di oltre 130 Paesi, Putin ha sottolineato come il forum si stia consolidando quale spazio di dialogo tra Stati, imprese e attori economici interessati a costruire relazioni basate sul rispetto reciproco e sul vantaggio condiviso. Al suo fianco erano presenti il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, la presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan, il vicepresidente cinese Han Zheng e il ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman Al Saud, una presenza che riflette il crescente peso dei Paesi del Sud Globale nei nuovi equilibri internazionali.

Secondo il leader russo, il mondo sta attraversando la più importante trasformazione strutturale degli ultimi decenni. Il modello di globalizzazione costruito attorno a un numero ristretto di centri finanziari, tecnologici e logistici occidentali avrebbe infatti esaurito la propria funzione storica. Putin ha sostenuto che strumenti presentati per anni come neutrali - dai sistemi finanziari alle infrastrutture tecnologiche, fino alle catene logistiche e informative - siano stati progressivamente trasformati in mezzi di pressione politica e di concorrenza sleale. In questo contesto, ha osservato, sempre più Paesi, aziende e istituzioni finanziarie stanno comprendendo i rischi derivanti dall’eccessiva dipendenza da infrastrutture controllate da attori esterni. Da qui la tendenza crescente a sviluppare tecnologie autonome, nuove rotte commerciali e meccanismi finanziari alternativi, capaci di garantire maggiore sovranità economica e sicurezza strategica. Una parte significativa del discorso è stata dedicata alla situazione europea.

Putin ha accusato la burocrazia di Bruxelles di perseguire una linea politica “miope”, caratterizzata da una retorica aggressiva che sta accelerando il declino europeo. Il presidente russo ha collegato questa strategia non soltanto alla perdita di posizioni dell’Europa nell’economia mondiale, ma anche all’indebolimento della sicurezza regionale e globale. Nel suo intervento, il capo del Cremlino ha inoltre richiamato l’attenzione sulle tensioni che attraversano il Medio Oriente, aggravate dal conflitto che contro l’Iran, e sulle turbolenze che interessano i mercati energetici internazionali.

Secondo Putin, le élite europee contribuiscono ad alimentare instabilità e caos, tentando di coinvolgere un numero sempre maggiore di Paesi in dinamiche di confronto geopolitico. Il presidente russo ha infine ribadito la disponibilità di Mosca al dialogo con l’Europa, a condizione che vengano superati quelli che ha definito approcci coloniali e che la Russia venga riconosciuta come interlocutore paritario. La soluzione delle grandi questioni continentali, ha sostenuto, richiede un confronto fondato sul rispetto reciproco degli interessi e non sulla logica delle accuse reciproche. Il messaggio emerso dal Forum di San Pietroburgo appare chiaro: secondo Mosca, la fase storica dominata dall’egemonia occidentale sta lasciando spazio a una nuova architettura internazionale più policentrica, nella quale un numero crescente di Stati cerca di affermare la propria autonomia politica, economica e tecnologica. Quindi, il consolidamento del mondo multipolare non rappresenta più una prospettiva futura, ma un processo già in corso che sta ridefinendo gli equilibri globali.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

“L’obiettivo del missile era una voce di Radio Gaza. L’uomo è ferito, ma è vivo”

 

Radio Gaza - cronache dalla Resistenza

Una trasmissione di Michelangelo Severgnini e della redazione locale palestinese a Gaza

In contatto diretto con la popolazione di Gaza che resiste e che ha qualcosa da dire al mondo.

Episodio numero 40 - 4 giugno 2026

LA PUNTATA:

 

I TESTI:

 

<<La pace sia con te, fratello mio Michelangelo. Questa marcia si è svolta nella Striscia di Gaza per chiedere un cessate il fuoco, la fine dei massacri, la fine delle uccisioni, la fine della fame e la fine degli sfollamenti. Questo popolo ha marciato sventolando la bandiera palestinese, che non ha mai abbandonato. Non ha alzato bandiera bianca. Questo popolo è sceso in strada per chiedere un cessate il fuoco e chiede al mondo di stare al nostro fianco e sostenerci>>.

 

QUESTO VIDEO E QUESTO MESSAGGIO VOCALE SONO STATI INVIATI DA UNA DELLE VOCI DI RADIO GAZA SUL CAMPO, PRESSO IL PORTO DI GAZA CITTA’, POCO PRIMA CHE LA MANIFESTAZIONE FOSSE COLPITA DA UN MISSILE ISRAELIANO.

IL RAGAZZO E’ SOPRAVVISSUTO PER MIRACOLO, PERDENDO CONOSCENZA AL MOMENTO DELL’IMPATTO. SUBITO SOCCORSO E PORTATO IN OSPEDALE, PRESENTA UNA PROFONDA FERITA AL PIEDE E DIVERSE SCHEGGE CONFICCATE NEL CORPO.

ORA, CON IL VOSTRO AIUTO, RADIO GAZA STA COPRENDO I COSTI NECESSARI PER LE CURE E LE MEDICINE. 

RADIO GAZA HA RISCHIATO DI PAGARE A SUA VOLTA UN ENORME TRIBUTO AL DIRITTO DI CRONACA.

QUESTE LE SUE PAROLE INVIATE ATTRAVERSO UN MESSAGGIO SCRITTO:

 

«Non ricordo esattamente com’è stato l’impatto dell’esplosione; avevo perso conoscenza. Non mi aspettavo di essere ancora vivo quando mi sono svegliato e mi sono ritrovato in ospedale».

 

<<Tre giorni fa, due razzi di ricognizione sono caduti sulla spiaggia di Gaza. L'obiettivo erano alcune persone, tra cui un uomo che ci inviava messaggi vocali a Radio Gaza. È rimasto ferito ed è scampato alla morte, ma soffre terribilmente. Sono andato a trovarlo nella sua tenda dopo che è uscito dall'ospedale e gli ho portato delle medicine, grazie a una somma di denaro inviata da fratello Michelangelo. Tuttavia, le sue condizioni rimangono molto critiche. Ha una famiglia di tre persone: lui, sua moglie e suo figlio. Riesce a sfamarli solo con l'aiuto di fratello Michelangelo>>.

 

I bombardamenti israeliani a Gaza nell'ultima settimana hanno provocato decine di vittime, violando ripetutamente la tregua mediata dagli Stati Uniti che è formalmente in vigore dall'ottobre 2025. 

Come abbiamo raccontato, il 1° giugno scorso, un missile ha colpito un bar affollato vicino al porto nei pressi di una manifestazione. L'attacco ha causato 2 morti e una dozzina di feriti tra i civili.

Il 2 giugno a Raid a Deir al-Balah, un bombardamento mirato contro un veicolo nel centro della Striscia ha provocato 3 morti.

Il 4 giugno, almeno altri 9 palestinesi sono rimasti uccisi in quattro attacchi simultanei che hanno sventrato complessi residenziali.

Mentre l'attenzione internazionale è in gran parte assorbita dai violenti scontri tra Israele e Hezbollah in Libano, la Striscia di Gaza continua a subire attacchi aerei mirati a causa dello stallo nei negoziati per la "fase due" dell'accordo di pace (che prevede il disarmo di Hamas e il ritiro totale delle truppe israeliane).

Per mesi abbiamo parlato di uno stallo che non poteva portare se non al punto in cui Nikolay Mladenov, l’inviato speciale per il Board of Peace, se ne sarebbe lavato le mani e l’iniziativa sarebbe tornata ad Israele.

E così sta succedendo.

Netanyahu ha annunciato l’estensione della linea gialla, cioè la linea di confine con la parte della Striscia controllata dalle forze israeliane, fino al 70%.

Gli accordi dello scorso ottobre prevedevano che Israele non superasse il 53%.

Dall'inizio di quell’accordo ad oggi al contrario, si contano circa 930 palestinesi uccisi dai soli raid aerei israeliani, di cui 119 nell’ultimo mese.

Israele, tra bombardamenti mirati e la stretta sugli aiuti, sta spianando il campo per una nuova operazione di terra.

Non appena ci sarà una tregua reale in Libano. A Gaza è tutto pronto.

 

<<La zona del porto di Gaza, vicino al campo profughi di Shati, è la più densamente popolata: vi risiedono decine di migliaia di famiglie le cui case sono state distrutte, e il numero di famiglie che vi si stabiliscono aumenta durante l’estate grazie alla vicinanza al mare, che garantisce l’approvvigionamento idrico per l’uso quotidiano 

Ora gli aerei israeliani hanno bombardato una tenda all'interno del porto di Gaza con un attacco missilistico che potrebbe causare la morte di un numero molto elevato di cittadini. Siamo di fronte a un vero e proprio massacro.

Poco fa c'è stato un altro bombardamento nella zona di Al-Ramal, dove due giorni fa si è verificato il massacro; sembra trattarsi di un altro attentato mirato. Stiamo vivendo una guerra crudele che non accenna a finire.

Un intero isolato residenziale nel campo di Al-Shati è stato completamente distrutto dopo essere stato bombardato e raso al suolo dagli aerei israeliani. La devastazione aumenta di giorno in giorno, l'esodo si intensifica e lo spazio a disposizione si riduce sempre più.

Bombardamento di un'altalena per bambini, del cortile di una casa, di un ristorante e di un grande magazzino per lo stoccaggio di generi alimentari, con l'incendio di tutte le derrate alimentari che vi si trovavano all'interno: ecco come Israele ha rispettato il cessate il fuoco. Il sionismo non si ferma mai: è venuto al mondo con la violenza, l'omicidio e l'oppressione.

Sono stati giorni e notti terribili per noi nella Striscia di Gaza: ieri notte gli aerei israeliani non hanno smesso di bombardare, distruggere e uccidere nel campo di Shati. Hanno bombardato una tenda uccidendo un'intera famiglia: padre, madre e tutti i figli, e hanno distrutto diversi edifici residenziali nella zona di Al-Daraj. Poi c'è stato un bombardamento intenso sulla zona con i carri armati per tutta la notte, senza sosta, e hanno fatto avanzare la linea gialla nella stessa zona, bombardando un'altra tenda a Mawadi Khan Yunis e bombardando Deir Al-Balah. 

Hanno anche bombardato un'auto a Al-Zawaya 

e la fame continua e c'è stata una nuova riduzione dei pasti forniti dalla cucina internazionale. La fame è al massimo livello e le uccisioni non si fermano un attimo>>.

 

A Gaza è in corso la “stretta finale”, prima della nuova invasione. Gaza è senza cibo, senza acqua. Lo spazio per oltre 2 milioni di persone si restringe. Un milione 900 mila di queste sono rimaste senza casa e vivono nelle tende. Il caldo sta tornando ad assetare la gente. Mantenere in vita e gestire questa moltitudine disperata sarà un’impresa disperata nei prossimi mesi.

 

<<Con la riduzione degli impegni da parte delle organizzazioni internazionali – che ricevono le vostre donazioni – per garantire l’acqua potabile nella Striscia di Gaza, e con l’avvicinarsi dell’estate nella Striscia, il disperato bisogno di acqua e la sua scarsità, si è verificata una grande ressa attorno a un’autocisterna messa a disposizione alcuni giorni fa; nella calca per procurarsi un gallone d’acqua, un giovane ventenne è morto soffocato. Sì, abbiamo perso un giovane che aveva la sua vita mentre cercava di procurarsi 20 litri d'acqua, sufficienti per mezza giornata per una famiglia di cinque persone. Così è la vita qui: con molte donazioni otteniamo una maggiore quantità d'acqua, preveniamo le malattie e la morte di famiglie che soffrono di un disperato bisogno di acqua potabile.

Netanyahu ha dichiarato oggi di controllare il 60% del territorio della Striscia di Gaza e di puntare a controllarne il 70% Conosciamo bene questa dichiarazione: significa evacuazione di zone, nuovi sfollamenti, nuove sofferenze, ricerca di nuovi alloggi, fornitura di tende e altro. Ci troviamo di fronte a un grave problema per il quale dovremo prepararci. Da diversi giorni le milizie affiliate all'esercito di occupazione stanno invadendo i territori vicini e aprendo il fuoco sui cittadini.

Ci troviamo di fronte a un grave problema: quello dei prossimi sfollamenti, in particolare per i campi profughi di Al-Wusta>>.

 

Grazie alle vostre generose donazioni, Radio Gaza sta facendo tutto il possibile, attraverso la campagna “Apocalisse Gaza” e l’invio di valuta elettronica all’interno della Striscia.

Oltre 1 miliardo di dollari sono stati inviati come rimesse all’interno della Striscia di Gaza nel 2025. 

La nostra campagna è stata una piccola goccia di questo enorme oceano.

Questa somma rappresenta più di un terzo dell’economia annuale a Gaza prima dell’ottobre 2023.

Cifre enormi che fanno la differenza. 

Eppure dall’Europa ci sono ancora troppe chiacchiere e pochi fatti.

 

<<La pace sia con voi, insieme alla misericordia e alle benedizioni di Dio. Caro fratello Michelangelo, oggi mi trovo in ospedale, sono molto, molto stanco e ho bisogno di un po' di soldi per pagare le cure. Grazie mille per la vostra collaborazione.

Appello umanitario urgente.

Una famiglia che viveva nelle tende nella zona della spiaggia, dopo i bombardamenti, ha dovuto trasferirsi altrove e questo li ha costretti a spendere tutti i loro risparmi. Da tre giorni non hanno nulla da mangiare. Oggi sono riuscito a procurare loro alcuni cibi in scatola per placare la fame, ma abbiamo bisogno di un aiuto urgente affinché possano procurarsi cibo e bevande.

Oggi abbiamo acquistato queste tende e le abbiamo distribuite alle famiglie che sono state colpite dai bombardamenti due giorni fa; alcune case hanno subito danni parziali e queste tende sono state fornite per riparare le abitazioni in sostituzione delle pareti in cemento.

Oggi, grazie a Dio e alle vostre donazioni, siamo riusciti ad acquistare e distribuire alcune tende ad alcune famiglie le cui case sono state distrutte alcuni giorni fa, nell'ambito dell'impegno di Radio Gaza per alleviare le sofferenze e aiutare gli abitanti di Gaza colpiti dalla guerra di sterminio e dalla carestia. Speriamo di ricevere ulteriori donazioni nei prossimi giorni per completare l'acquisto delle tende e coprire le abitazioni; abbiamo urgente bisogno di acquistare 10 teloni per riparare cinque case, con due teloni per ogni famiglia>>.

 

L’ultima parte di questa straziante puntata è dedicata alla scuola “Al-Amal” che in questi giorni ci strappa sorrisi di commozione e orgoglio. Vedremo ora alcune scene tratte dalla festa celebrata nel cortile della scuola. Ma ascolteremo anche la voce di alcuni bambini. 

Questa non è una favola. 

Questa è Gaza, giugno 2026.

 

<<- Hai ricevuto dei vestiti nuovi per l'Eid? - Ragazza: No. - Perché? 

- Mio padre non ha soldi per comprarci nulla. Guarda, indosso questa tuta, 

e vengo a scuola con le pantofole di mio fratello. Quindi non posso... mio padre non può comprarci vestiti per l'Eid.

- Perché tuo padre non può comprarti dei vestiti? - Perché non lavora.

- La tua casa è ancora in piedi? - No, è stata bombardata.

- La tua casa è stata bombardata? E queste sono le pantofole di tuo fratello? 

Ma come fa tuo fratello ad uscire se indossi le sue pantofole? - A piedi nudi.

- A piedi nudi? - Sì. - Va bene, speriamo di poterti fornire vestiti e pantofole per l'Eid, 

e stivali per l'Eid, se Dio vuole. - Se Dio vuole.

Sono molto, molto contento della scuola.

Oggi sono molto, molto felice della scuola, perché hanno organizzato una festa per noi.

Ringraziamo la scuola italiana “Hope” per aver organizzato la festa.

Ringraziamo la scuola italiana “Al-Amal” per aver organizzato la festa per noi.

Ringraziamo la scuola italiana “Al-Amal”... per la festa... per la festa.

Oggi ringraziamo... oggi ringraziamo... (ride spontaneamente ed esce dall'inquadratura).

- Ringraziamo la scuola italiana “Al-Amal”.

- Ringraziamo Michael Jackson (inteso come Michelangelo).

- Ringraziamo Michael e ringraziamo la scuola di... (ride).

- Viva la Palestina, araba e libera! - Viva! Viva! Viva!

- Gloria ed eternità ai nostri giusti martiri! - Gloria! Gloria! Gloria!

- Cosa vuoi vedere durante le vacanze? - Volevo condividere qualcosa perché mio padre è un martire. - Cosa? - Non c'è niente perché mio padre è un martire>>.

 

La campagna "Apocalisse Gaza" giunge al suo 352° giorno.

186.068 € raccolti grazie a 1.986 donazioni.

185.780€ inviati fin qui a Gaza.

 

Per le donazioni: 

 

https://paypal.me/apocalissegaza

 

oppure

 

Conto corrente per le donazioni: 

SANDALIA ONLUS ATTIVITA' DI ORGANIZZAZIONE PER LA COOPERAZIONE E LA SOLI

IBAN: IT 79 J 01015 86510 000065016676

BIC: BPMOIT22 XXX

Causale: Apocalisse Gaza

 

YouTube:

/@RadioGazaInProgress

 

Facebook:

/RadioGazaAD

  •  

“TURISTIFICA ET IMPERA”. Un memoricidio senza bombe

 

“TURISTI A CASA NOSTRA”? IL NEOLIBERISMO È DI CASA NEL SUD EUROPA (SULLE TRACCE DI ANTONIO DI SIENA)

 

di Capinera88

Di turistificazione (almeno) se ne parla parecchio negli ultimi anni, ma nessuno ci pare, ne ha scritto in maniera profonda e documentata come ha fatto Antonio Di Siena nel suo “Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano” (L’AD Edizioni 2025, con prefazione di Thomas Fazi). Di Siena, come un rabdomante dell’austerità, se ne va in giro tra Puglia e Grecia a sondare le storie di sfratti nei sobborghi e nei centri storici. Le macerie sono quelle del tessuto sociale, mentre i palazzi restano in piedi e i quartieri diventano non-luoghi.

Antonio Di Siena, ex avvocato, oggi ricercatore indipendente e blogger, scrive di politica, economia e geopolitica. Dal 2019 cura la rubrica “Il DiSsenziente” su l’AntiDiplomatico. Vive tra Atene e Bari, per questo ha potuto toccare con mano la desertificazione sociale causata dalla gentrificazione esasperata delle nostre città; il nostro autore la descrive davvero come una guerra d’insediamento coloniale da parte del capitale finanziario non-locale.

UN MEMORICIDIO SENZA BOMBE

In questo libro, in parte cronaca aneddotica drammatica dal fronte urbano, e in parte saggio, Di Siena descrive un processo gravissimo che sta avvenendo per lo più nell’Europa del sud. L’autore non si ferma all’analisi della turistificazione come fatto estetico-paesaggistico, ma lo interpreta come atto di demolizione neoliberista del sistema welfare, della comunità, delle reti sociali e perfino della memoria storica e culturale dei luoghi. Un memoricidio senza bombe.

Tra le cause del turismo massificato che abusa delle nostre identità, le politiche di austerità dell’Unione Europea e tra le conseguenze lo smantellamento della rete sociale e la repressione del dissenso popolare.

Una collettività di cittadini che viene atomizzata fisicamente perché sostituita da un flusso di turisti costante, infatti, vedrà diluirsi anche le proprie rivendicazioni per welfare, assistenza sociale e diritti elementari come avere strutture dedicate, ospedali e scuole. Il turista costa allo Stato meno di un cittadino; il turista è di passaggio e dopo aver stropicciato le lenzuola di un B&B per poche notti non ha bisogno certo di servizi sanitari e scolastici. Va da sé che nessuno protesterà o indirrà scioperi dal momento in cui il cittadino avrà migrato altrove, solo e precario. Il turista pretende solo pulizia, strutture ricettive ed esperienze ludiche. Il cittadino ha invece bisogno di scuole, sanità e servizi costosi e sul lungo periodo e non solo per una stagione. Il motto punk dei CCCP era “Produci consuma crepa”, secondo noi oggi potrebbe diventare “consuma paga sparisci”…

“TURISTIFICA ET IMPERA”

Insomma non solo la turistificazione sfrenata rimpingua le casse dello stato senza restituire nulla alla cittadinanza di quanto essa ha dato (una vera rapina!), ma trasforma le città in merci e le piazze in brand, disarticolando le comunità residenti, in un processo di vera e propria ingegneria sociale. Di Siena chiarisce che non si tratta di una “guerra al turista”, il turismo è una risorsa preziosa, ma viene strumentalizzato in nome di un nuovo modello finanziario-antropologico, sempre instabile che ha precarizzato l’economia italiana, diventando anche uno strumento di abbattimento di garanzie sociali che invece lo stato dovrebbe assicurare perché su di esse si fonda il patto sociale e la legittimità dello Stato stesso.

“Turistifica et Impera”, così si potrebbe riscrivere un antico motto del realismo politico.

  •  

INWIT: il cuore nero della "Transizione ecologica"

 

di Angela Fais*

 

Progetti di milioni di euro finanziati coi fondi del PNRR per portare avanti la famigerata Rigenerazione urbana: il cuore nero della Transizione ecologica.  Rigenerazione con tutti i suoi annessi e connessi, dunque anche riforestazione urbana in nome della quale, oramai lo sappiamo molto bene,  si procede all’abbattimento di grandi alberi sani poi sostituiti da giovanissimi alberelli. E il fine, esilarante, sarebbe creare ‘foreste urbane’.

Ma in realtà c’è molto di più. Nel mare magnum di partenariati pubblico privato (PPP), formula centrale nelle politiche neoliberiste, attraverso cui lo Stato liquida sistematicamente la ‘cosa pubblica’ e lo spazio urbano a investitori senza scrupoli, è in ballo infatti anche la questione dell’illuminazione pubblica o ‘smartlighing’, se vogliamo adoperare la neolingua adottata ormai anche nei documenti ufficiali. Le città italiane, infatti, avrebbero un sistema di illuminazione definito ‘obsoleto’ dalle Amministrazioni. Dunque: via libera a progetti e partenariati per renderle delle smartcities a stretto giro di boa. Roma l’ha già fatto.

Tra la fine del 2023 e il 2024 infatti, il Comune capitolino avrebbe stipulato tramite un PPP, una concessione della durata di 25 anni con la più grande società di infrastrutture digitali wireless del Paese: la INWIT, che realizza e gestisce le infrastrutture passive (torri, tralicci e sistemi di antenne) utilizzate da tutti i principali operatori di telecomunicazione per fornire copertura mobile e 5G ai propri utenti.

I suoi principali azionisti sono Daphne 3 SPA e OAK Holdings. Quest’ultima detiene il 37,6% del capitale di INWIT ed è controllata per il 50% da Vodafone. Il restante 50% da Global infrastructure Partners e KKR, due tra i più grossi fondi di investimento privati al mondo. Solo che il primo, nel 2024, è stato acquisito da BlackRock. Mentre il secondo anche. KKR infatti ha tra i maggiori azionisti proprio BlackRock, Vanguard e State Street: i 3 colossi che hanno in mano il mondo. E, adesso, lo sappiamo per certo, anche le nostre città.

L’obiettivo del PPP che prevede la trasformazione della Capitale in una ‘smart city’ con un finanziamento di 93 milioni di euro, è l’installazione di migliaia di micro-antenne e sensori IoT, con l’ attivazione di rete Wi-Fi, inseriti all’interno dei pali dell’illuminazione pubblica in decine di piazze e strade cittadine, i cosiddetti ‘pali intelligenti’.

Qualcosa di simile però accade anche a Milano dove il Comune promuove da tempo progetti di digitalizzazione e, tramite una partnership strategica con il gruppo A2A, ha abilitato l'installazione delle infrastrutture di INWIT per trasformarsi in una smart city grazie a micro-antenne sui pali dell’ illuminazione pubblica gestiti da A2A.

INWIT ha potuto intrecciare anche una stretta collaborazione anche con il Comune dell’Aquila, dove addirittura ha esteso l’accordo anche con -udite udite- Legambiente.

E così INWIT lo ritroviamo ovunque. Anche a Palermo, dove è in ballo con una proposta di PPP per una concessione della durata plausibilmente stimata di 20 anni, 'avente a oggetto la realizzazione, gestione, conduzione e manutenzione di infrastrutture di connettività per rendere anche Palermo una smart city’. Il Comune ha avviato un'imponente gara da circa 180 milioni di euro con la formula del PPP. E INWIT, guarda caso, è tra i partecipanti. La sua proposta è stata già ammessa dal Comune alla fase negoziale per una partnership pubblico-privato finalizzata appunto a realizzare e gestire le infrastrutture per supportare a pieno la smart city. Non sono illazioni. E’ tutto pubblicato sul sito del Comune di Palermo. E ricordiamo che - curiosamente- le zone interessate dagli abbattimenti coincidono spesso con quelle destinate alla nuova illuminazione. Abbattimenti che hanno suscitato le proteste delle associazioni civiche e della Lipu che, ricordiamolo, ha agito con una diffida. Nulla, invece -guarda un pò- da parte di Legambiente. Quest’inverno il sindaco Lagalla, durante la presentazione di un progetto di rigenerazione del verde urbano da 12 milioni di euro, annunciò entusiasta: “In tre mesi realizzeremo oltre 1.400 potature, quasi quanto si riesce a fare in un anno con le sole forze comunali. E questo è solo l’inizio! Andremo avanti per tutto il 2026 intervenendo in circa 300 strade della città”. Una promessa inquietante, che sembra sia stata mantenuta .

Duole dirlo ma forse qui “i complottisti” avevano ragione. Le fronde degli alberi, infatti, impedirebbero la funzione di video-sorveglianza e in generale l’ottimale funzionamento dei ‘pali intelligenti’. Ma adesso non siamo alle prese con le ciarle di “complottisti” da strapazzo, bensì di fronte alle proteste di cittadini che hanno a cuore il verde e la vita delle città in cui vivono.

*Angela Fais è autrice di "Pietre senza popolo" per LAD Edizioni

  •  

Terremoto al Congresso USA: la legge anti-armi per Israele diventa bipartisan e spacca i partiti

 

Quando la deputata Delia Ramirez annunciò per la prima volta il Block the Bombs Act, una legge volta a imporre un embargo parziale sull'invio di armi dagli Stati Uniti a Israele, solo 21 legislatori democratici si unirono a lei nel sostenere il provvedimento.

Era il giugno del 2025. Un anno dopo, la proposta di legge conta ora 73 co-firmatari, un numero che i sostenitori dei diritti dei palestinesi definiscono un progresso "storico".

"Sebbene alcuni ritenessero il disegno di legge estremo, in realtà è diventato piuttosto diffuso", ha dichiarato Ramirez giovedì in una conferenza stampa a Capitol Hill.

Con 73 membri favorevoli al provvedimento volto a limitare le forniture di armi a Israele, il disegno di legge infligge un duro colpo al sostegno bipartisan quasi unanime di cui Israele ha goduto al Congresso nel corso dei decenni.

Tuttavia, il numero è ben lontano dalla maggioranza nella Camera dei Rappresentanti, composta da 435 membri.

Margaret DeReus, direttrice esecutiva dell'Institute for Middle East Understanding (IMEU), ha affermato che è importante "monitorare i progressi" di tale disegno di legge, sottolineando che un maggior numero di legislatori dovrebbe schierarsi con la maggioranza degli elettori nel respingere gli aiuti incondizionati a Israele.

"Partiamo da una situazione di tale deficit, in cui il Congresso ha dimostrato una tale mancanza di coraggio nel fare ciò che è giusto, che questo rappresenta un enorme miglioramento rispetto a dove eravamo prima", ha dichiarato DeReus ad Al Jazeera.

"Ovviamente, la strada da percorrere è ancora lunghissima."

Sebbene il Congresso rimanga in gran parte filo-israeliano, gli attivisti hanno esortato i suoi membri a riflettere meglio il mutamento delle opinioni dell'opinione pubblica statunitense. Diversi sondaggi mostrano che Israele sta rapidamente perdendo consensi .

Secondo un recente sondaggio dell'Institute for Global Affairs, solo il 16% degli intervistati si è dichiarato d'accordo sul fatto che gli Stati Uniti "dovrebbero continuare a fornire armi a Israele senza nuove restrizioni".

"Gli americani vogliono che investiamo qui in patria".

Giovedì, Ramirez ha sottolineato la necessità di sottoporre il suo disegno di legge al voto della Camera dei Rappresentanti, citando le numerose campagne militari israeliane in Medio Oriente.

Finora, tuttavia, il disegno di legge è stato bloccato dalla leadership repubblicana della Camera.

La deputata ha inoltre criticato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Donald Trump per il loro ruolo nella guerra in Iran, nell'invasione israeliana del Libano e nel crescente numero di vittime a Gaza, dove Israele continua a lanciare attacchi mortali nonostante il "cessate il fuoco".

"Trump e Netanyahu continueranno ad ampliare le guerre, in modo da consolidare il loro potere, rimanere al governo e continuare a trarre profitto dalla nostra sofferenza", ha affermato Ramirez.

La deputata Rashida Tlaib ha inoltre sottolineato che non è più un tabù mettere in discussione il sostegno di Washington a Israele, evidenziando la crescente consapevolezza pubblica degli abusi israeliani.

"Gli americani vogliono che investiamo qui in patria. Non vogliono che investiamo in morte, distruzione e bombe. Vogliono che investiamo in acqua potabile, alloggi, servizi per l'infanzia e molto altro ancora", ha detto Tlaib ai giornalisti.

“Tantissime persone non possono nemmeno permettersi di andare dal medico, eppure tra un minuto troveremo i soldi per continuare a sostenere il governo israeliano nel bombardare i civili.”

La deputata palestinese-americana ha attribuito il merito del crescente sostegno al disegno di legge ai cittadini comuni, affermando che il cambiamento verrà dal popolo, non dal Congresso.

«Cittadini comuni che non condividono la mia fede o la mia etnia si sono presentati alle assemblee comunali chiedendo: "Perché state tagliando il programma SNAP e perché state facendo morire di fame Gaza?"», ha affermato Tlaib, riferendosi a un programma di aiuti alimentari per le famiglie a basso reddito.

"Li vedi venire e dire: 'Perché finanziamo il genocidio, ma non l'assistenza sanitaria nel nostro Paese?'"

All'interno del disegno di legge

Il Block the Bombs Act vieterebbe il trasferimento in Israele di determinate bombe pesanti e munizioni di artiglieria, armi utilizzate in alcuni degli attacchi più letali avvenuti durante la guerra genocida di Israele contro Gaza.

Il disegno di legge è stato inizialmente presentato al Congresso da progressisti e critici accesi di Israele. Ma con l'aumentare dell'indignazione per le atrocità commesse da Israele a Gaza e in tutta la regione, alcuni nomi inaspettati si sono aggiunti alla lista dei co-firmatari.

La deputata Valerie Foushee, eletta al Congresso nel 2022 con il sostegno di gruppi filo-israeliani, tra cui l'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), ha co-sponsorizzato il disegno di legge lo scorso anno.

"Non possiamo semplicemente continuare a fornire armi al governo israeliano quando queste non vengono utilizzate in conformità con il diritto internazionale per massimizzare la protezione dei civili a Gaza", ha dichiarato Foushee nell'agosto del 2025.

A maggio, l'AIPAC si è congratulata con il deputato Christian Menefee per aver sconfitto il suo collega texano Al Green alle primarie che vedevano contrapposti i due deputati democratici uscenti, a seguito della ridefinizione dei distretti elettorali.

Martedì Menefee è diventato l'ultimo co-firmatario del Block the Bomb Act.

Il deputato repubblicano Thomas Massie, che ha perso le primarie contro uno sfidante sostenuto da Trump e da gruppi filo-israeliani, ha anch'egli appoggiato la proposta questa settimana, rendendola bipartisan.

"Israele ha utilizzato munizioni fornite dagli Stati Uniti per uccidere decine di migliaia di civili innocenti", ha affermato Massie.

“Gli Stati Uniti hanno l’obbligo morale di porre fine al sostegno di Israele alla devastazione di Gaza e alla sua popolazione. Sono co-firmatario del Block the Bombs Act per limitare il trasferimento di armi offensive a Israele.”

Il Congresso cambia

Anche il Congressional Progressive Caucus ha appoggiato il disegno di legge. Giovedì, il suo presidente, Greg Casar, ha affermato che il crescente sostegno dimostra che far sentire la propria voce, manifestare e contattare i legislatori può portare al cambiamento.

"Dobbiamo chiaramente sia affrontare il Partito Repubblicano, sia cambiare la nostra identità come Partito Democratico, se vogliamo salvare vite umane", ha affermato Casar.

"L'idea alla base del Block the Bombs Act è semplice: gli Stati Uniti non dovrebbero fornire bombe che sappiamo verranno utilizzate per perpetrare uno dei peggiori disastri della nostra vita."

I legislatori hanno sottolineato che, nonostante il cessate il fuoco, la crisi umanitaria a Gaza persiste e Israele continua a limitare gli aiuti umanitari al territorio palestinese.

La deputata Lateefah Simon ha affermato che sostenere il disegno di legge non dovrebbe essere una questione di parte.

"Dobbiamo essere chiari, non di parte, ma come americani, sul fatto che dovremmo dare la priorità al sostentamento e agli aiuti umanitari rispetto alle bombe, soprattutto quando ci sono centinaia di migliaia di bambini, donne e anziani che muoiono di fame e vivono in condizioni di degrado", ha affermato Simon.

“Stiamo finanziando quella crisi umanitaria. Credo di avere solo una frase da dire: Fermate le bombe.”

Il primo anniversario del Block the Bombs Act coincide con il crescente consenso suscitato da altre proposte legislative che mettono in discussione i legami tra Stati Uniti e Israele.

Mercoledì, la Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione per limitare i poteri di Trump di attaccare l'Iran senza l'autorizzazione del Congresso, in una presa di posizione contro la guerra che Stati Uniti e Israele hanno scatenato contro il Paese.

Quaranta senatori su cento, tra cui una schiacciante maggioranza di democratici, hanno votato ad aprile contro il trasferimento di bulldozer militari a Israele.

Beth Miller, direttrice politica del gruppo di difesa dei diritti civili Jewish Voice for Peace (JVP) Action, ha affermato che il crescente sostegno al Block the Bombs Act è dovuto all'attivismo del movimento per i diritti dei palestinesi negli Stati Uniti.

Ma ha fatto notare che il numero di co-sponsor rimane "terribilmente basso".

"Il fatto che la maggioranza dei membri del Congresso voglia ancora inviare bombe a un Paese che commette un genocidio è un segno di quanta strada dobbiamo ancora fare", ha detto Miller.

  •  

Accordo a Washington ma bombe sul Libano: e in Israele scoppia la rivolta che blocca il Paese

 

Nonostante l'annuncio di un nuovo accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti a Washington, DC, e concordato da funzionari libanesi e israeliani, Israele ha continuato a condurre attacchi letali in tutto il Libano. Le violenze hanno provocato un ulteriore aumento del bilancio delle vittime: il Ministero della Salute Pubblica libanese ha riferito che, a partire dal 2 marzo, almeno 3.526 persone sono state uccise e 10.733 sono rimaste ferite a causa dei bombardamenti israeliani.

Nel frattempo, il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha definito il cessate il fuoco una "farsa", avvertendo che il nord di Israele rimarrà nel mirino del gruppo finché le forze israeliane continueranno a colpire il Libano. Le sue dichiarazioni sollevano profondi dubbi sulle reali prospettive di una tregua duratura.

Il punto della situazione

Iran

  • Preoccupazioni a Teheran per la bozza di accordo: Mohsen Rezaei, consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ha affermato che la bozza del memorandum d'intesa in fase di negoziazione per porre fine alle ostilità contiene ancora "ambiguità" che richiedono chiarimenti. Parlando alla televisione di Stato iraniana, Rezaei ha accusato il presidente statunitense Donald Trump di esercitare pressioni su Teheran affinché accetti le condizioni di Washington, mantenendo deliberatamente i propri termini in uno stato di "vaghezza".

Diplomazia di guerra

  • Dubbi sulla strategia di Washington: Da Washington, DC, la corrispondente di Al Jazeera Kimberly Halkett ha riferito che la Casa Bianca deve fare i conti con crescenti interrogativi sull'effettiva necessità di un accordo negoziato con l'Iran. Il presidente Donald Trump ha infatti ripetutamente dichiarato che l'azione militare statunitense ha ormai "annientato" il programma nucleare iraniano. I critici si domandano: "Se questi obiettivi militari sono stati raggiunti, perché continuare i colloqui?". Halkett ha aggiunto che il prolungarsi della guerra e lo stallo nei negoziati rendono sempre più difficile per l'amministrazione Trump conciliare i proclamati successi militari con la continua spinta diplomatica.
  • Hezbollah respinge le condizioni: Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto la tregua limitata concordata dai rappresentanti libanesi e israeliani negli Stati Uniti, esigendo un cessate il fuoco completo e il totale ritiro delle forze israeliane dal Paese. Qassem ha inoltre preannunciato nuovi attacchi contro il nord di Israele, evidenziando la complessità del percorso verso la pace, mentre entrambe le parti si accusano reciprocamente di aver violato il precedente accordo di aprile.

Stati Uniti

  • Le dichiarazioni di Trump sull'uranio: Il presidente americano ha affermato che Washington potrebbe accedere all'uranio arricchito dell'Iran anche senza siglare un accordo formale con Teheran, sostenendo che il materiale sia di fatto "sepolto". Trump ha poi dichiarato di non avere in programma un incontro con la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, pur non escludendolo in futuro qualora si raggiungesse un'intesa: "Se accadesse... sarei rispettoso".

Israele

  • Proteste ultraortodosse bloccano i trasporti: Centinaia di israeliani ultraortodossi hanno paralizzato l'Autostrada 1 per protestare contro l'estensione della leva militare obbligatoria agli studenti religiosi, secondo quanto riportato dall'emittente israeliana Canale 10. Le tensioni sono esplose dopo che la polizia ha fermato due studenti ultraortodossi, consegnandone uno alle autorità militari. Un massiccio dispiegamento di agenti di polizia e guardie di frontiera è intervenuto per sgomberare l'arteria stradale e disperdere i dimostranti.

  •  

Kallas propone una missione navale dell'UE per lo Stretto di Hormuz (Reuters)

 

Secondo quanto riportato da Reuters, che cita un documento interno, l'UE potrebbe estendere la sua attuale missione navale nel Mar Rosso allo Stretto di Hormuz, assumendo un ruolo di primo piano nelle operazioni di sminamento in questa rotta marittima strategica.

L'operazione «Aspides» dell'Unione, avviata nel febbraio 2024, pattuglia il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l'Oceano Indiano nord-occidentale, scortando navi mercantili e contribuendo a proteggere la navigazione dagli attacchi dei militanti Houthi yemeniti.

La proposta vedrebbe Aspides assumere il «ruolo primario» nelle operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz, integrando gli sforzi di una coalizione ad hoc franco-britannica, secondo un documento diffuso dal servizio diplomatico dell'UE sotto la guida del capo della politica estera Kaja Kallas. Qualsiasi espansione della missione richiederebbe il sostegno unanime di tutti i 27 Stati membri.

Lo Stretto di Hormuz – al largo delle coste iraniane, rotta chiave per le forniture globali di petrolio e GNL – è stato al centro delle tensioni in Medio Oriente da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l'Iran alla fine di febbraio. Il traffico marittimo attraverso la via navigabile è stato pesantemente interrotto, con Washington e Teheran che si accusano a vicenda di violare un fragile cessate il fuoco raggiunto ad aprile.

Bruxelles aveva già respinto in precedenza la richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di contribuire a garantire la sicurezza dello stretto. Kallas aveva affermato che l'UE non ha «alcuna intenzione» di espandere l'Operazione Aspides, insistendo sul fatto che «questa non è una guerra dell'Europa».

Trump ha criticato aspramente per settimane i suoi alleati europei della NATO per non essersi uniti alla guerra e ha lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero lasciare il blocco militare di conseguenza. Il Regno Unito e la Francia hanno successivamente annunciato che avrebbero lanciato una «missione multinazionale per proteggere la libertà di navigazione non appena le condizioni lo consentiranno».

La situazione attuale e le implicazioni energetiche per l'Europa

Gli Stati Uniti e l'Iran si sono scambiati nuovamente attacchi missilistici questa settimana dopo aver minacciato di compromettere il cessate il fuoco. I negoziati sul programma nucleare di Teheran e sullo status di Hormuz rimangono in fase di stallo.

Il conflitto in Medio Oriente ha ulteriormente esacerbato una situazione energetica critica negli Stati europei, che avevano già drasticamente ridotto le importazioni dalla Russia dall'escalation del conflitto in Ucraina del 2022. I mercati del gas hanno registrato una significativa volatilità a causa dell'incertezza che circonda il trasporto marittimo attraverso Hormuz. Diversi funzionari in tutta l'UE hanno già chiesto di ripristinare i legami energetici con la Russia per affrontare la crisi.

  •  

Putin spiazza l’Europa: il “segreto” sul super-missile e la verità sull'economia russa

 

A margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, il presidente russo Vladimir Putin ha tenuto una lunghissima sessione di domande e risposte con i direttori delle principali agenzie di stampa internazionali. All'incontro, durato poco più di due ore, hanno preso parte testate statali cinesi, bielorusse, tedesche, francesi, spagnole e iraniane, oltre a rappresentanti di Reuters e Associated Press (AP).

Il colloquio ha toccato una vasta gamma di temi caldi: dalla tenuta della politica interna ed estera russa alle dinamiche sul campo in Ucraina, fino alle condizioni per un eventuale riavvicinamento con l'Europa.

I punti chiave del colloquio

L'economia russa e le sanzioni

Interrogato sulla capacità di Mosca di resistere alle forti pressioni economiche e alle sanzioni occidentali, Putin ha risposto citando Mark Twain: "Le voci sulla mia morte sono decisamente esagerate".

  • Crescita e parità di potere d'acquisto: Il presidente ha rivendicato che, nonostante le previsioni occidentali di un'economia russa "fatta a pezzi", negli ultimi tre anni il Paese è cresciuto a un ritmo tre volte superiore rispetto a quello dell'Unione Europea.
  • Decisioni interne: Putin ha ammesso che Mosca ha dovuto adottare "decisioni difficili" per contrastare l'inflazione – come il drastico innalzamento dei tassi d'interesse – ma ha assicurato che tali misure stanno dando i loro frutti, con una produzione industriale e redditi reali in costante aumento. In termini di parità di potere d'acquisto, ha concluso, la Russia ha ormai superato tutte le principali economie europee.

La situazione sul fronte ucraino

Secondo il capo del Cremlino, l'esercito russo sta avanzando progressivamente lungo tutta la linea del fronte, mentre le forze di Kiev si trovano a fare i conti con una drammatica carenza di uomini.

  • Le perdite di Kiev: "Ogni mese perdono circa 40.000 persone", ha dichiarato Putin, sostenendo che i civili ucraini vengano ormai "catturati per strada come cani" per essere arruolati a forza. A questo dato ha aggiunto circa 20.000 diserzioni mensili.
  • Il divario tecnologico: Il presidente ha rimarcato la netta asimmetria militare tra le due forze: "L'Ucraina non ha un vero sistema di difesa aerea, ma solo elementi isolati, e non possiede i sistemi d'attacco di cui dispone la Russia. A differenza nostra, Kiev non ha missili ipersonici e da crociera".

Il "Segreto di Stato" sul missile Oreshnik

Putin ha affrontato anche il tema dell'impiego dell'Oreshnik, il nuovo missile balistico ipersonico a medio raggio e a doppia capacità (convenzionale/nucleare), rivelando un retroscena inedito.

  • Nessun impiego su vasta scala: Il presidente ha chiarito che la Russia non ha ancora utilizzato l'Oreshnik "nel pieno senso del termine" in territorio ucraino, spiegando che i test completi vengono eseguiti nei poligoni dedicati.
  • I tre raid confermati: Mosca ha confermato tre attacchi mirati con questo vettore dall'inizio del conflitto: il primo contro un impianto della difesa a Dnepr a fine 2024, il secondo contro una fabbrica di aerei da guerra a Leopoli a gennaio, e l'ultimo a maggio contro un obiettivo a Belaya Tserkov (vicino a Kiev), liquidato dai critici come un semplice "capannone".
  • La rivelazione: "L'ultima volta, a essere del tutto onesti – e vi svelerò un grande segreto di stato militare – abbiamo colpito solo dove ci era più comodo per osservare gli effetti", ha confessato Putin. Ha poi spiegato che i droni russi hanno sorvolato l'area per analizzare la dispersione dei detriti e l'impatto: "È fondamentale per noi raccogliere questi dati per decidere il futuro impiego su vasta scala dell'Oreshnik contro obiettivi specifici, anche in aree urbane".

Le prospettive di pace e i nodi diplomatici

La Russia si dice pronta a una soluzione pacifica, ma solo a patto che vengano rispettati i compromessi concordati lo scorso anno ad Anchorage con il presidente statunitense Donald Trump.

  • Lo scetticismo su Kiev: Il vero ostacolo, secondo Putin, resta la riluttanza di Kiev ad accettare le condizioni. Il leader russo ha sottolineato che il controllo del Donbass e degli altri territori annessi non è negoziabile e non contraddice un potenziale trattato di pace. "Ho l'impressione che i circoli al potere non siano realmente interessati a cessare le ostilità", ha aggiunto, precisando che un accordo non può ridursi a una tregua temporanea utile solo a far riarmare l'Ucraina.
  • La legittimità di Zelensky: Putin ha evitato di rispondere direttamente sulla legittimità di Vladimir Zelensky come interlocutore per un trattato, definendola "una questione per avvocati". Ha però ribadito la linea ferma di Mosca: "Canalizzeremo i colloqui solo con chi è, senza ombra di dubbio, legittimato a firmare". Il mandato di Zelensky è scaduto a maggio 2024 e il processo per nuove elezioni è attualmente congelato.

Il ruolo dell'Europa

In chiusura, Putin ha concesso che l'Unione Europea potrebbe svolgere "un ruolo positivo" nella risoluzione della crisi, ma ponendo una netta condizione.

"L'UE può aiutare, ma non fornendo armi. Dovrebbe piuttosto convincere le autorità di Kiev ad accettare i compromessi di cui abbiamo discusso. Se c'è la volontà da parte europea di collaborare, devono prima abbandonare il loro approccio coloniale e iniziare a parlare con la Russia da partner alla pari."

 

  •  

Ex senatrice indigena brutalmente arrestata in Bolivia. Le immagini censurate dall'occidente dei "diritti umani"

 

Simona Quispe è una donna indigena, nata il 23 giugno 1975 a Carabuco, nel dipartimento di La Paz. È stata la seconda donna indigena a ricoprire la carica di Prima Vicepresidenza della Camera Alta del Senato boliviano.

Il video che vedete qui sotto riporta le immagini del suo brutale arresto. 

 

Simona Quispe, leader indigena ed ex senatrice e' stata brutalmente arrestata in Bolivia.

In Bolivia da alcuni mesi governa l'estrema destra più violenta e barbara che ha ripreso la via del neoliberismo. L'alleato perfetto per l'Unione Europea, insomma, e per questo non vedrete… pic.twitter.com/sWwbgtcR4p

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) June 5, 2026

 

La leader indigena vicina all'ex presidente Evo Morales è stata brutalmente prelevata dalla polizia nel tardo pomeriggio di giovedì 4 giugno 2026 nella città di La Paz, in circostanze che i familiari hanno definito «irregolari». E' stata arrestata mentre usciva dal Parque de las Cholas, un parco turistico della capitale boliviana. Alcuni poliziotti in abiti civili l'avrebbero condotta con la forza a bordo di un minibus, mentre i familiari presenti chiedevano ripetutamente: «¿Dónde está la orden?» («Dove è l'ordine?»).

I familiari hanno denunciato pubblicamente quello che definiscono un «sequestro» e un atto di «persecuzione politica». Al momento, Quispe si trova presso le installazioni della Fuerza Especial de Lucha Contra el Crimen (FELCC), in attesa di un rapporto ufficiale che chiarisca le motivazioni del provvedimento.

Non vedrete queste immagini su nessun media difensore dei diritti umani a paesi e giorni alterni. Non vedrete nessuna risoluzione di urgenza da parte di quel mostro noto come Parlamento dell'Unione Europeo. E nessun politico "progressista" chiedere l'immediata liberazione. E il motivo è semplice: da alcuni mesi la Bolivia, dopo anni di successo e prosperità socialista, è tornata ad essere una colonia del neoliberismo. Ma la notizia positiva è che nel paese le proteste indigene iniziate a maggio 2026 contro la legge sulle ipoteche delle terre si sono trasformate in un immenso movimento di massa che chiede le dimissioni di Rodrigo Paz, con oltre 90 blocchi stradali in sei dipartimenti. La grave crisi economica – inflazione al 14%, crescita negativa tra -3,2% e -3,3%, scarsità di cibo, carburante e farmaci – ha risvegliato il popolo e mostrato in modo brutale quello che accade in poco tempo ad una nazione che si converte in colonia del famigerato "occidente allargato".

  •  
❌