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CNN rivela una rete segreta israeliana attorno all’Iran

Nuovi dettagli emersi da un'inchiesta della CNN gettano luce sull'estensione delle operazioni israeliane condotte durante la guerra contro l'Iran. Secondo l’inchiesta, Tel Aviv avrebbe schierato personale militare, unità speciali e agenti dell'intelligence in diversi Paesi confinanti o vicini alla Repubblica Islamica, creando una rete di basi clandestine destinate a missioni di sorveglianza, supporto logistico, operazioni con droni ed eventuali attività di recupero. Il fulcro di questa infrastruttura è stato l'Azerbaigian, dove forze speciali israeliane e membri del Mossad avrebbero operato da diverse postazioni situate nei pressi del confine settentrionale iraniano. Alcuni siti sarebbero stati collocati non lontano da Tabriz, una delle città iraniane colpite durante il conflitto.

Secondo le fonti citate dall'emittente statunitense, tali installazioni avrebbero consentito a Israele di monitorare i movimenti militari iraniani e di sostenere operazioni offensive lungo il fronte settentrionale. La rete, tuttavia, non si sarebbe limitata al Caucaso. Strutture analoghe sarebbero state predisposte anche in Iraq, negli Emirati Arabi Uniti e nel Somaliland, configurando una presenza distribuita attorno all'Iran capace di garantire capacità operative multidirezionali. Azerbaigian e Iraq hanno ufficialmente respinto le accuse, negando che i loro territori siano stati utilizzati per facilitare azioni militari contro Teheran. L'inchiesta evidenzia inoltre la crescente rilevanza strategica dei rapporti tra Israele e Azerbaigian. Oltre alla cooperazione nel settore della sicurezza e dell'intelligence, Baku rappresenta uno dei principali fornitori energetici dello Stato israeliano, mentre Tel Aviv continua a essere un importante partner tecnologico e militare del Paese caucasico.

Un asse che, secondo diversi analisti, assume un peso sempre maggiore nella strategia regionale di contenimento dell'Iran. Mentre emergono questi retroscena sulla guerra iraniana, il fronte libanese continua a registrare un preoccupante deterioramento della situazione sul terreno. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha lanciato un appello urgente per un cessate il fuoco effettivo in Libano e per il ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese. Mosca sostiene che le violazioni israeliane siano ormai diventate sistematiche e denuncia un progressivo ampliamento della zona d'occupazione nel Libano meridionale. Secondo Zakharova, la soluzione del conflitto dovrebbe basarsi sull'applicazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel rispetto della sovranità, dell'indipendenza e dell'integrità territoriale del Libano. Particolare preoccupazione è stata espressa per gli attacchi che hanno colpito siti archeologici e culturali di rilevanza internazionale. La diplomazia russa ha richiamato l'attenzione sui bombardamenti contro la città di Tiro e contro la fortezza di al-Shaqif (Beaufort Castle), entrambi luoghi di grande valore storico e culturale. Mosca ha definito inaccettabile qualsiasi distruzione deliberata del patrimonio culturale. Le dichiarazioni russe arrivano mentre il sud del Libano continua a essere teatro di raid aerei, attacchi con droni e bombardamenti d'artiglieria che hanno interessato numerose località delle regioni di Nabatieh e Tiro. Gli attacchi sono proseguiti nonostante l'annuncio di un'intesa mediata dagli Stati Uniti tra Israele e il governo libanese, finalizzata all'attuazione di un cessate il fuoco e alla creazione di aree sotto il controllo esclusivo dell'esercito libanese.

Nel loro insieme, questi sviluppi mostrano come il conflitto regionale stia assumendo una dimensione sempre più ampia e complessa. Da un lato emergono indicazioni di una proiezione operativa israeliana estesa ben oltre i propri confini, attraverso una rete di partner e infrastrutture distribuite nella regione. Dall'altro, il Libano continua a rappresentare uno dei principali punti di frizione mediorientali, mentre la Russia continua a sostenere una soluzione diplomatica e difendere un’ordine internazionale fondato sul rispetto della sovranità degli Stati. La combinazione tra le tensioni con l'Iran, l'instabilità del fronte libanese e il coinvolgimento crescente di attori regionali e internazionali conferma che il Medio Oriente resta uno dei principali epicentri della competizione geopolitica globale.


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Storica umiliazione diplomatica: la Germania resta fuori dal Consiglio di Sicurezza

Per la prima volta dalla sua partecipazione alle elezioni per i seggi non permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Germania non è riuscita a ottenere un posto nell'organismo più importante dell'ONU. Un risultato che ha suscitato un acceso dibattito politico a Berlino e che molti osservatori interpretano come il riflesso di una crescente distanza tra la politica estera tedesca e gli orientamenti prevalenti nella comunità internazionale. Nella votazione riservata al gruppo "Europa occidentale e altri Stati", la Germania ha ottenuto 104 voti, nettamente meno di Portogallo e Austria, che hanno conquistato rispettivamente 134 e 131 preferenze. Si tratta di una battuta d'arresto senza precedenti per Berlino, che dal 1977 aveva sempre vinto tutte le candidature presentate per il Consiglio di Sicurezza.

L'esito del voto ha immediatamente alimentato polemiche interne. Diversi esponenti politici tedeschi hanno interpretato il risultato come una bocciatura dell'approccio diplomatico seguito negli ultimi anni dai governi di Olaf Scholz e Friedrich Merz. Al centro delle critiche vi è soprattutto la linea incarnata dall'ex ministro degli Esteri Annalena Baerbock, spesso accusata dagli avversari di aver adottato una politica estera improntata a un forte moralismo e a un atteggiamento percepito come paternalistico nei confronti di molti partner internazionali. Secondo numerosi osservatori, il problema non sarebbe tanto il sostegno tedesco all'Ucraina quanto la percezione di un doppio standard nell'applicazione del diritto internazionale. Berlino ha infatti assunto una posizione estremamente dura nei confronti della Russia dopo l'inizio del conflitto ucraino, sostenendo sanzioni, aiuti militari al regime neonazista di Kiev e isolamento diplomatico di Mosca. Parallelamente, però, il governo tedesco ha continuato a garantire un sostegno quasi incondizionato a Israele anche di fronte alle crescenti accuse internazionali riguardanti le operazioni militari nella Striscia di Gaza.

Proprio questa apparente incoerenza viene indicata da diversi analisti come una delle principali ragioni dell'insuccesso tedesco alle Nazioni Unite. Secondo tale interpretazione, molti Paesi del Sud Globale avrebbero giudicato contraddittoria una politica che invoca il rispetto rigoroso del diritto internazionale nel caso dell'Ucraina, ma mostra maggiore flessibilità quando sono coinvolti gli alleati occidentali. Il nuovo ministro degli Esteri Johann Wadephul ha respinto queste accuse, attribuendo invece la sconfitta a una presunta campagna diplomatica condotta dalla Russia contro la candidatura tedesca. Una spiegazione che non ha però convinto numerosi commentatori, i quali sottolineano come anche Austria e Portogallo, sostenitori dell'Ucraina al pari della Germania, abbiano ottenuto risultati nettamente migliori. Il dibattito investe questioni più profonde della semplice competizione per un seggio ONU. Da anni Berlino rivendica la necessità di una riforma del Consiglio di Sicurezza che riconosca alla Germania un ruolo permanente tra le grandi potenze mondiali. Tuttavia, il risultato della votazione suggerisce che una parte significativa della comunità internazionale non considera più la Repubblica Federale un interlocutore così influente o rappresentativo come in passato. Sul piano geopolitico, il voto può essere letto anche come un indicatore dei cambiamenti in corso negli equilibri globali. L'ascesa di nuove potenze emergenti e il crescente peso politico del Sud Globale stanno progressivamente riducendo la capacità dell'Occidente di determinare da solo le dinamiche delle istituzioni multilaterali. In questo contesto, la tradizionale autorevolezza diplomatica tedesca sembra incontrare limiti sempre più evidenti.

La vicenda evidenzia inoltre la crisi di una strategia fondata sulla convinzione che la superiorità morale percepita possa automaticamente tradursi in consenso internazionale. Se per Berlino alcune scelte rappresentano l'adempimento di responsabilità storiche e principi etici irrinunciabili, molti Paesi vedono invece una politica caratterizzata da criteri selettivi e da un'applicazione non uniforme delle regole internazionali. Al di là delle polemiche immediate, la mancata elezione al Consiglio di Sicurezza appare dunque come un segnale politico significativo. Non soltanto per la Germania, ma per l'intero blocco occidentale, che si trova sempre più spesso a confrontarsi con un sistema internazionale in cui il consenso non può più essere dato per scontato e nel quale il peso crescente delle nazioni non occidentali sta ridefinendo le regole del gioco diplomatico globale.


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L'avvertimento mafioso di Zelensky a Putin

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Che sia davvero tempo di por fine al massacro di soldati ucraini e russi e dare pace al martoriato Donbass, terrorizzato ormai da dodici anni dagli attacchi dei nazisti di Kiev, è questione su cui rifiutano di convenire solo le soldataglie neonaziste e i ras che, dalla pace, avrebbero solo da perdere soldi e potere. 

Che i diretti interessati al conflitto, coloro che, con mosse banditesche, lo hanno provocato e hanno sinora brigato per mandare all'aria, sin dalla primavera del 2022, qualsiasi tentativo di soluzione negoziata, vogliano davvero, oggi, porre la parola fine a quel massacro, resta invece abbastanza dubbio. Gli interessi che hanno mosso le cancellerie europee, sin dal 2014 – non entriamo qui nella questione dei piani via via elaborati e attuati nei decenni precedenti da USA, NATO e UE, che hanno sempre fatto perno sulla cosiddetta “essenza della ucrainicità” quale liquidazione della “russicità” e sterminio del popolo russo, come decretato già agli inizi del '900 da Dmitrij Dontsov - non sembrano di molto cambiati, tanto da poter fare affidamento su un “sussulto pacifista” a Londra, Parigi, Roma, Berlino o Varsavia.

Messe da parte queste poche considerazioni soggettive, la cronaca odierna vede i media di regime allineati sulla lettera con cui Vladimir Zelenskij chiede a Vladimir Putin di accordarsi per un incontro e concordi sul far intendere al lettore che il secondo sarebbe felice di un vertice a due, trovandosi in difficoltà al fronte, come d'altronde vuole la narrazione europeista, di una Russia messa all'angolo dagli eroici e forti ucraini.  

Dunque, le cose sembrano stare così: il nazigolpista-capo pubblica un appello alla leadership russa proponendo un incontro in territorio neutrale «per porre fine alla guerra». Zelenskij avrebbe detto di sapere che a Putin in Alaska «era stata promessa una soluzione su alcune questioni riguardanti l'Ucraina e l'Europa. Ma vedete che le questioni ucraine e europee non vengono risolte ad Anchorage» ghigna il clown terrorista, sentendosi le spalle coperte a Londra; e continua «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l'Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo chi ci sosterrà. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto mandato a riferire il messaggio del don: il pizzino di un ras della cupola non sarebbe stato vergato più “amichevolmente”. 

Dunque: Ucraina e Europa, con la prima, come d'uopo, “vallo militare” a difesa della seconda. Cosa risponde Putin, parlando coi giornalisti a margine del Forum economico a Piter? La Russia non si oppone all'adesione dell'Ucraina all'entità europea sul tipo delineato da Friedrich Merz; Moskva è però contraria alla trasformazione della UE in blocco militare. E, checché ne dica Zelenskij, «forse l'Unione Europea potrebbe contribuire a trovare una soluzione. A mio avviso, ciò dovrebbe avvenire nel quadro degli accordi che abbiamo discusso ad Anchorage». Alaska, signor Zelenskij; Alaska, non Londra, o Parigi o Berlino. A Anchorage era stato chiesto alla Russia «se fosse disposta a fare una serie di compromessi... nel mio incontro con il Presidente degli Stati Uniti, ho detto che eravamo pronti e ho illustrato in cosa potrebbero consistere questi accordi e questi compromessi. La questione è se questi compromessi saranno accettati dalla parte ucraina», ha detto Putin e ha espresso seri dubbi su questo punto, aggiungendo che, a giudicare da tutto, Kiev non è affatto pronta per la pace.
Per le lamentazione delle redazioni romane, milanesi, torinesi, l'esercito russo è in vantaggio e sta avanzando su tutti i fronti, ma Kiev non è ancora disposta a scendere a compromessi e continua a resistere, ha detto ancora Putin. Negli ultimi tempi, la Russia ha messo sotto controllo circa 2.440 chilometri quadrati di territorio e continua ad avanzare. Certo, ha detto Putin, gli sponsor occidentali stanno fornendo a Kiev un gran numero di droni di vario tipo, anche a lunga gittata. In ogni caso, ha detto, Moskva è pronta per addivenire a «un accordo con l'Ucraina con mezzi pacifici, sulla base di quanto discusso nell'incontro di Anchorage». Anchorage e ancora Anchorage, signor scaduto “presidente” dell'Ucraina.

Anchorage. Nonostante non tutto, anche là, sia andato per il verso dovuto. Durante i colloqui in Alaska, ha detto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, la Russia ha fatto concessioni "difficili" riguardo all'operazione militare, ma Donald Trump non è stato in grado di garantire l'attuazione degli accordi. In Alaska, la proposta avanzata dagli americani «è stata accettata dal presidente russo, che ne ha parlato ripetutamente. È stata difficile perché non corrispondeva pienamente a ciò che volevamo, ma era accettabile come primo passo che avrebbe permesso di porre fine alle ostilità e avviare negoziati per definire tutti i dettagli... Ma poi non è successo nulla sul fronte dei negoziati ucraini... Le relazioni Russia-USA hanno ricominciato a farsi tese, perché non solo le sanzioni di Biden continuano ad essere estese, ma sono comparse anche quelle di Trump contro Lukoil e Rosneft. L'obiettivo dichiarato è il dominio americano nei mercati energetici globali... Forse è vantaggioso per i nostri colleghi americani ritardare le pressioni sull'Ucraina. E nel frattempo, continuare a esercitare pressioni economiche su di noi». Lavrov lamenta che principio della politica occidentale sia sempre dato dall'aforisma “parola data, parola ripresa”, quale ricusazione delle promesse fatte, come nel caso degli accordi precedenti al golpe contro Viktor Janukovyc e poi degli accordi di Minsk. 

Non è certo un caso che siano risuonate proprio ora le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui gli USA non sono un intermediario neutrale, ma una parte che sostiene l'Ucraina con le armi: «Non siamo mediatori imparziali. Chiaramente, stiamo favorendo una parte rispetto all'altra». Trump, dice Lavrov, afferma che «questa non è la sua guerra, ma quella di Biden, e che se lui fosse stato presidente allora, questa guerra non sarebbe mai iniziata. Ma ora l'ha ereditata. All'inizio aveva deciso di fermarla. E sembrava esserci riuscito in Alaska. Ma ora probabilmente si starà chiedendo: e se la guerra continuasse, finiremmo per estromettere Russia e Cina dai mercati globali come concorrenti». In effetti, come riportato da The New York Times, Donald Trump ha approvato il coinvolgimento di agenti della CIA nella pianificazione degli attacchi contro le imprese energetiche russe e la "flotta ombra", che vengono poi mascherati come attacchi ucraini. 

In questa cornice, l'ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha dichiarato a Sky News che, per la Russia, l'operazione militare in Ucraina è una «guerra esistenziale. Per noi, non per i paesi della NATO... una guerra esistenziale contro i paesi NATO, forse senza la partecipazione degli Stati Uniti. Ma gli USA sono stati molto attivamente coinvolti fin dall'inizio». Perché i paesi NATO sono direttamente coinvolti nel conflitto. Le nuove armi in arrivo a Kiev sono presentate come ucraine, sebbene in realtà siano prodotti del complesso militare-industriale europeo, ha detto Kelin, indicando paesi come Gran Bretagna, Danimarca, Canada e altri, in cui viene semplicemente esternalizzata la produzione. Attenzione, ha detto Kelin: a un certo punto la Russia dovrà adottare delle «contromisure. Non dirò esattamente quali, ma conosciamo gli indirizzi. Li abbiamo pubblicati e saranno facili bersagli». Secondo l'ambasciatore russo, anche la Gran Bretagna subirà «ritorsioni, poiché sta imponendo sanzioni anti-russe, fornendo armi all'Ucraina e ostacolando i colloqui di pace... La Gran Bretagna sta facendo tutto il possibile per infliggere una sconfitta strategica alla Russia».

Dunque, le prospettive non sono poi così rosee. Non lo sono, perché la guerra in Ucraina non rappresenta che la “fase attuale” della contrapposizione che, da decenni, vede i capitali occidentali puntare alle sterminate risorse della Russia e vede da decenni i “comitati d'affari” dei capitali occidentali, quelle entità che Lenin definiva «comitati nazionali di milionari, detti governi», pianificare azioni di guerra sotterranea – quella che oggi chiamano “ibrida” - o guerra guerreggiata, a diverso titolo e con diverse intenzioni, prima contro l'Unione Sovietica e, dopo, contro la Russia. 

Quindi, dice l'ex ufficiale dell'intelligence Andrej Bezrukov, docente presso il prestigioso MGIMO, la Russia sarà costretta a combattere almeno per i prossimi due decenni, in conflitti ad alta e a bassa intensità, affrontando minacce alle infrastrutture critiche e insidie di guerra biologica. I nemici, dice Bezrukov, contano sulla prospettiva che «a un certo punto il nostro sistema decisionale venga sovraccaricato da attacchi complessi provenienti da tutte le direzioni: ideologici, fisici, militari e così via, e che il sistema non sia più in grado di prendere decisioni adeguate». Potrebbe trattarsi di una guerra molto violenta, afferma l'ex agente, come quella «che stiamo vivendo ora. Oppure di una guerra strisciante. Anche se si estendesse ad altre regioni, avremmo due generazioni che si potrebbero praticamente considerare in guerra. E dobbiamo imparare a convivere con questa guerra... Dobbiamo costruire il nostro sistema statale, costruire la nostra economia in modo tale che assolva non solo al compito dello sviluppo, ma anche a quello della difesa».

A oggi, dice Bezrukov, a Russia sta affrontando una nuova forma di guerra, in cui gli avversari intensificano costantemente l'escalation, pur senza raggiungere il livello nucleare. La strategia dell'Occidente in questa guerra è molto semplice: «evitare uno scontro nucleare con noi, dal quale uscirebbero sconfitti. Quindi devono far “bollire la rana”, che è quello che stanno facendo, aumentando gradualmente l'escalation. E non si fermeranno perché non hanno via di fuga. Noi rappresentiamo una minaccia esistenziale per loro». Secondo Bezrukov, la "seconda fase critica" della guerra sarà l'Asia. Per quanto riguarda la Russia, dice, tenteranno di distruggerla lentamente, prima di tutto eliminando la minaccia nucleare: «l'obiettivo principale è evitare la soglia nucleare e neutralizzare le nostre forze nucleari. Questo può essere fatto in due modi: o costruendo un sistema nello spazio, cosa che hanno iniziato a fare, per impedire qualsiasi decollo. Oppure facendo quello che hanno fatto con l'Operazione “Ragnatela”, installando qui i loro agenti e, a un certo punto, colpendo le nostre forze nucleari. Forse non le metteranno fuori combattimento tutte, ma è una minaccia reale».

Vien da chiedersi se il pizzino di Zelenskij serva a fare da paravento a qualcosa di molto più pericoloso.


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FONTI:

https://politnavigator.news/zelenskijj-ugrozhaet-putinu-dvorcovym-perevorotom.html

https://politnavigator.news/es-mozhet-pomoch-resheniyu-ukrainskogo-konflikta-no-ne-vykhodya-za-ramki-ankoridzha-putin.html

https://politnavigator.news/rossiya-gotova-k-kompromissam-ankoridzha-a-kiev-poka-net-putin.html

https://politnavigator.news/lavrov-v-ankoridzhe-rossiyu-opyat-obmanuli.html

https://politnavigator.news/gosdep-ssha-otkrytym-tekstom-my-ne-posredniki-a-na-storone-banderovcev.html

https://politnavigator.news/posol-rossii-v-londone-my-ne-mozhem-proigrat-i-obyazany-osvobodit-russkie-zemli.html

https://politnavigator.news/ehto-budut-legkie-celi-russkijj-diplomat-o-psevdo-ukrainskikh-voennykh-zavodakh-v-evrope.html

https://politnavigator.news/eshhjo-minimum-dva-pokoleniya-v-rossii-budut-zhit-v-sostoyanii-vojjny-prognoz-razvedchika.html

https://politnavigator.news/rossijjskijj-razvedchik-zapad-varit-rossiyu-kak-lyagushku-na-medlennom-ogne.html

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Le principali dichiarazioni di Putin al Forum Economico di San Pietroburgo


Nel suo intervento alla sessione plenaria del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026), il presidente russo Vladimir Putin ha delineato una visione del sistema internazionale fondata sulla transizione verso un ordine multipolare, denunciando al contempo quella che ha definito la crescente crisi strategica dell’Occidente collettivo e, in particolare, dell’Unione Europea. Davanti a una platea composta da rappresentanti di oltre 130 Paesi, Putin ha sottolineato come il forum si stia consolidando quale spazio di dialogo tra Stati, imprese e attori economici interessati a costruire relazioni basate sul rispetto reciproco e sul vantaggio condiviso. Al suo fianco erano presenti il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, la presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan, il vicepresidente cinese Han Zheng e il ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman Al Saud, una presenza che riflette il crescente peso dei Paesi del Sud Globale nei nuovi equilibri internazionali.

Secondo il leader russo, il mondo sta attraversando la più importante trasformazione strutturale degli ultimi decenni. Il modello di globalizzazione costruito attorno a un numero ristretto di centri finanziari, tecnologici e logistici occidentali avrebbe infatti esaurito la propria funzione storica. Putin ha sostenuto che strumenti presentati per anni come neutrali - dai sistemi finanziari alle infrastrutture tecnologiche, fino alle catene logistiche e informative - siano stati progressivamente trasformati in mezzi di pressione politica e di concorrenza sleale. In questo contesto, ha osservato, sempre più Paesi, aziende e istituzioni finanziarie stanno comprendendo i rischi derivanti dall’eccessiva dipendenza da infrastrutture controllate da attori esterni. Da qui la tendenza crescente a sviluppare tecnologie autonome, nuove rotte commerciali e meccanismi finanziari alternativi, capaci di garantire maggiore sovranità economica e sicurezza strategica. Una parte significativa del discorso è stata dedicata alla situazione europea.

Putin ha accusato la burocrazia di Bruxelles di perseguire una linea politica “miope”, caratterizzata da una retorica aggressiva che sta accelerando il declino europeo. Il presidente russo ha collegato questa strategia non soltanto alla perdita di posizioni dell’Europa nell’economia mondiale, ma anche all’indebolimento della sicurezza regionale e globale. Nel suo intervento, il capo del Cremlino ha inoltre richiamato l’attenzione sulle tensioni che attraversano il Medio Oriente, aggravate dal conflitto che contro l’Iran, e sulle turbolenze che interessano i mercati energetici internazionali.

Secondo Putin, le élite europee contribuiscono ad alimentare instabilità e caos, tentando di coinvolgere un numero sempre maggiore di Paesi in dinamiche di confronto geopolitico. Il presidente russo ha infine ribadito la disponibilità di Mosca al dialogo con l’Europa, a condizione che vengano superati quelli che ha definito approcci coloniali e che la Russia venga riconosciuta come interlocutore paritario. La soluzione delle grandi questioni continentali, ha sostenuto, richiede un confronto fondato sul rispetto reciproco degli interessi e non sulla logica delle accuse reciproche. Il messaggio emerso dal Forum di San Pietroburgo appare chiaro: secondo Mosca, la fase storica dominata dall’egemonia occidentale sta lasciando spazio a una nuova architettura internazionale più policentrica, nella quale un numero crescente di Stati cerca di affermare la propria autonomia politica, economica e tecnologica. Quindi, il consolidamento del mondo multipolare non rappresenta più una prospettiva futura, ma un processo già in corso che sta ridefinendo gli equilibri globali.


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“L’obiettivo del missile era una voce di Radio Gaza. L’uomo è ferito, ma è vivo”

 

Radio Gaza - cronache dalla Resistenza

Una trasmissione di Michelangelo Severgnini e della redazione locale palestinese a Gaza

In contatto diretto con la popolazione di Gaza che resiste e che ha qualcosa da dire al mondo.

Episodio numero 40 - 4 giugno 2026

LA PUNTATA:

 

I TESTI:

 

<<La pace sia con te, fratello mio Michelangelo. Questa marcia si è svolta nella Striscia di Gaza per chiedere un cessate il fuoco, la fine dei massacri, la fine delle uccisioni, la fine della fame e la fine degli sfollamenti. Questo popolo ha marciato sventolando la bandiera palestinese, che non ha mai abbandonato. Non ha alzato bandiera bianca. Questo popolo è sceso in strada per chiedere un cessate il fuoco e chiede al mondo di stare al nostro fianco e sostenerci>>.

 

QUESTO VIDEO E QUESTO MESSAGGIO VOCALE SONO STATI INVIATI DA UNA DELLE VOCI DI RADIO GAZA SUL CAMPO, PRESSO IL PORTO DI GAZA CITTA’, POCO PRIMA CHE LA MANIFESTAZIONE FOSSE COLPITA DA UN MISSILE ISRAELIANO.

IL RAGAZZO E’ SOPRAVVISSUTO PER MIRACOLO, PERDENDO CONOSCENZA AL MOMENTO DELL’IMPATTO. SUBITO SOCCORSO E PORTATO IN OSPEDALE, PRESENTA UNA PROFONDA FERITA AL PIEDE E DIVERSE SCHEGGE CONFICCATE NEL CORPO.

ORA, CON IL VOSTRO AIUTO, RADIO GAZA STA COPRENDO I COSTI NECESSARI PER LE CURE E LE MEDICINE. 

RADIO GAZA HA RISCHIATO DI PAGARE A SUA VOLTA UN ENORME TRIBUTO AL DIRITTO DI CRONACA.

QUESTE LE SUE PAROLE INVIATE ATTRAVERSO UN MESSAGGIO SCRITTO:

 

«Non ricordo esattamente com’è stato l’impatto dell’esplosione; avevo perso conoscenza. Non mi aspettavo di essere ancora vivo quando mi sono svegliato e mi sono ritrovato in ospedale».

 

<<Tre giorni fa, due razzi di ricognizione sono caduti sulla spiaggia di Gaza. L'obiettivo erano alcune persone, tra cui un uomo che ci inviava messaggi vocali a Radio Gaza. È rimasto ferito ed è scampato alla morte, ma soffre terribilmente. Sono andato a trovarlo nella sua tenda dopo che è uscito dall'ospedale e gli ho portato delle medicine, grazie a una somma di denaro inviata da fratello Michelangelo. Tuttavia, le sue condizioni rimangono molto critiche. Ha una famiglia di tre persone: lui, sua moglie e suo figlio. Riesce a sfamarli solo con l'aiuto di fratello Michelangelo>>.

 

I bombardamenti israeliani a Gaza nell'ultima settimana hanno provocato decine di vittime, violando ripetutamente la tregua mediata dagli Stati Uniti che è formalmente in vigore dall'ottobre 2025. 

Come abbiamo raccontato, il 1° giugno scorso, un missile ha colpito un bar affollato vicino al porto nei pressi di una manifestazione. L'attacco ha causato 2 morti e una dozzina di feriti tra i civili.

Il 2 giugno a Raid a Deir al-Balah, un bombardamento mirato contro un veicolo nel centro della Striscia ha provocato 3 morti.

Il 4 giugno, almeno altri 9 palestinesi sono rimasti uccisi in quattro attacchi simultanei che hanno sventrato complessi residenziali.

Mentre l'attenzione internazionale è in gran parte assorbita dai violenti scontri tra Israele e Hezbollah in Libano, la Striscia di Gaza continua a subire attacchi aerei mirati a causa dello stallo nei negoziati per la "fase due" dell'accordo di pace (che prevede il disarmo di Hamas e il ritiro totale delle truppe israeliane).

Per mesi abbiamo parlato di uno stallo che non poteva portare se non al punto in cui Nikolay Mladenov, l’inviato speciale per il Board of Peace, se ne sarebbe lavato le mani e l’iniziativa sarebbe tornata ad Israele.

E così sta succedendo.

Netanyahu ha annunciato l’estensione della linea gialla, cioè la linea di confine con la parte della Striscia controllata dalle forze israeliane, fino al 70%.

Gli accordi dello scorso ottobre prevedevano che Israele non superasse il 53%.

Dall'inizio di quell’accordo ad oggi al contrario, si contano circa 930 palestinesi uccisi dai soli raid aerei israeliani, di cui 119 nell’ultimo mese.

Israele, tra bombardamenti mirati e la stretta sugli aiuti, sta spianando il campo per una nuova operazione di terra.

Non appena ci sarà una tregua reale in Libano. A Gaza è tutto pronto.

 

<<La zona del porto di Gaza, vicino al campo profughi di Shati, è la più densamente popolata: vi risiedono decine di migliaia di famiglie le cui case sono state distrutte, e il numero di famiglie che vi si stabiliscono aumenta durante l’estate grazie alla vicinanza al mare, che garantisce l’approvvigionamento idrico per l’uso quotidiano 

Ora gli aerei israeliani hanno bombardato una tenda all'interno del porto di Gaza con un attacco missilistico che potrebbe causare la morte di un numero molto elevato di cittadini. Siamo di fronte a un vero e proprio massacro.

Poco fa c'è stato un altro bombardamento nella zona di Al-Ramal, dove due giorni fa si è verificato il massacro; sembra trattarsi di un altro attentato mirato. Stiamo vivendo una guerra crudele che non accenna a finire.

Un intero isolato residenziale nel campo di Al-Shati è stato completamente distrutto dopo essere stato bombardato e raso al suolo dagli aerei israeliani. La devastazione aumenta di giorno in giorno, l'esodo si intensifica e lo spazio a disposizione si riduce sempre più.

Bombardamento di un'altalena per bambini, del cortile di una casa, di un ristorante e di un grande magazzino per lo stoccaggio di generi alimentari, con l'incendio di tutte le derrate alimentari che vi si trovavano all'interno: ecco come Israele ha rispettato il cessate il fuoco. Il sionismo non si ferma mai: è venuto al mondo con la violenza, l'omicidio e l'oppressione.

Sono stati giorni e notti terribili per noi nella Striscia di Gaza: ieri notte gli aerei israeliani non hanno smesso di bombardare, distruggere e uccidere nel campo di Shati. Hanno bombardato una tenda uccidendo un'intera famiglia: padre, madre e tutti i figli, e hanno distrutto diversi edifici residenziali nella zona di Al-Daraj. Poi c'è stato un bombardamento intenso sulla zona con i carri armati per tutta la notte, senza sosta, e hanno fatto avanzare la linea gialla nella stessa zona, bombardando un'altra tenda a Mawadi Khan Yunis e bombardando Deir Al-Balah. 

Hanno anche bombardato un'auto a Al-Zawaya 

e la fame continua e c'è stata una nuova riduzione dei pasti forniti dalla cucina internazionale. La fame è al massimo livello e le uccisioni non si fermano un attimo>>.

 

A Gaza è in corso la “stretta finale”, prima della nuova invasione. Gaza è senza cibo, senza acqua. Lo spazio per oltre 2 milioni di persone si restringe. Un milione 900 mila di queste sono rimaste senza casa e vivono nelle tende. Il caldo sta tornando ad assetare la gente. Mantenere in vita e gestire questa moltitudine disperata sarà un’impresa disperata nei prossimi mesi.

 

<<Con la riduzione degli impegni da parte delle organizzazioni internazionali – che ricevono le vostre donazioni – per garantire l’acqua potabile nella Striscia di Gaza, e con l’avvicinarsi dell’estate nella Striscia, il disperato bisogno di acqua e la sua scarsità, si è verificata una grande ressa attorno a un’autocisterna messa a disposizione alcuni giorni fa; nella calca per procurarsi un gallone d’acqua, un giovane ventenne è morto soffocato. Sì, abbiamo perso un giovane che aveva la sua vita mentre cercava di procurarsi 20 litri d'acqua, sufficienti per mezza giornata per una famiglia di cinque persone. Così è la vita qui: con molte donazioni otteniamo una maggiore quantità d'acqua, preveniamo le malattie e la morte di famiglie che soffrono di un disperato bisogno di acqua potabile.

Netanyahu ha dichiarato oggi di controllare il 60% del territorio della Striscia di Gaza e di puntare a controllarne il 70% Conosciamo bene questa dichiarazione: significa evacuazione di zone, nuovi sfollamenti, nuove sofferenze, ricerca di nuovi alloggi, fornitura di tende e altro. Ci troviamo di fronte a un grave problema per il quale dovremo prepararci. Da diversi giorni le milizie affiliate all'esercito di occupazione stanno invadendo i territori vicini e aprendo il fuoco sui cittadini.

Ci troviamo di fronte a un grave problema: quello dei prossimi sfollamenti, in particolare per i campi profughi di Al-Wusta>>.

 

Grazie alle vostre generose donazioni, Radio Gaza sta facendo tutto il possibile, attraverso la campagna “Apocalisse Gaza” e l’invio di valuta elettronica all’interno della Striscia.

Oltre 1 miliardo di dollari sono stati inviati come rimesse all’interno della Striscia di Gaza nel 2025. 

La nostra campagna è stata una piccola goccia di questo enorme oceano.

Questa somma rappresenta più di un terzo dell’economia annuale a Gaza prima dell’ottobre 2023.

Cifre enormi che fanno la differenza. 

Eppure dall’Europa ci sono ancora troppe chiacchiere e pochi fatti.

 

<<La pace sia con voi, insieme alla misericordia e alle benedizioni di Dio. Caro fratello Michelangelo, oggi mi trovo in ospedale, sono molto, molto stanco e ho bisogno di un po' di soldi per pagare le cure. Grazie mille per la vostra collaborazione.

Appello umanitario urgente.

Una famiglia che viveva nelle tende nella zona della spiaggia, dopo i bombardamenti, ha dovuto trasferirsi altrove e questo li ha costretti a spendere tutti i loro risparmi. Da tre giorni non hanno nulla da mangiare. Oggi sono riuscito a procurare loro alcuni cibi in scatola per placare la fame, ma abbiamo bisogno di un aiuto urgente affinché possano procurarsi cibo e bevande.

Oggi abbiamo acquistato queste tende e le abbiamo distribuite alle famiglie che sono state colpite dai bombardamenti due giorni fa; alcune case hanno subito danni parziali e queste tende sono state fornite per riparare le abitazioni in sostituzione delle pareti in cemento.

Oggi, grazie a Dio e alle vostre donazioni, siamo riusciti ad acquistare e distribuire alcune tende ad alcune famiglie le cui case sono state distrutte alcuni giorni fa, nell'ambito dell'impegno di Radio Gaza per alleviare le sofferenze e aiutare gli abitanti di Gaza colpiti dalla guerra di sterminio e dalla carestia. Speriamo di ricevere ulteriori donazioni nei prossimi giorni per completare l'acquisto delle tende e coprire le abitazioni; abbiamo urgente bisogno di acquistare 10 teloni per riparare cinque case, con due teloni per ogni famiglia>>.

 

L’ultima parte di questa straziante puntata è dedicata alla scuola “Al-Amal” che in questi giorni ci strappa sorrisi di commozione e orgoglio. Vedremo ora alcune scene tratte dalla festa celebrata nel cortile della scuola. Ma ascolteremo anche la voce di alcuni bambini. 

Questa non è una favola. 

Questa è Gaza, giugno 2026.

 

<<- Hai ricevuto dei vestiti nuovi per l'Eid? - Ragazza: No. - Perché? 

- Mio padre non ha soldi per comprarci nulla. Guarda, indosso questa tuta, 

e vengo a scuola con le pantofole di mio fratello. Quindi non posso... mio padre non può comprarci vestiti per l'Eid.

- Perché tuo padre non può comprarti dei vestiti? - Perché non lavora.

- La tua casa è ancora in piedi? - No, è stata bombardata.

- La tua casa è stata bombardata? E queste sono le pantofole di tuo fratello? 

Ma come fa tuo fratello ad uscire se indossi le sue pantofole? - A piedi nudi.

- A piedi nudi? - Sì. - Va bene, speriamo di poterti fornire vestiti e pantofole per l'Eid, 

e stivali per l'Eid, se Dio vuole. - Se Dio vuole.

Sono molto, molto contento della scuola.

Oggi sono molto, molto felice della scuola, perché hanno organizzato una festa per noi.

Ringraziamo la scuola italiana “Hope” per aver organizzato la festa.

Ringraziamo la scuola italiana “Al-Amal” per aver organizzato la festa per noi.

Ringraziamo la scuola italiana “Al-Amal”... per la festa... per la festa.

Oggi ringraziamo... oggi ringraziamo... (ride spontaneamente ed esce dall'inquadratura).

- Ringraziamo la scuola italiana “Al-Amal”.

- Ringraziamo Michael Jackson (inteso come Michelangelo).

- Ringraziamo Michael e ringraziamo la scuola di... (ride).

- Viva la Palestina, araba e libera! - Viva! Viva! Viva!

- Gloria ed eternità ai nostri giusti martiri! - Gloria! Gloria! Gloria!

- Cosa vuoi vedere durante le vacanze? - Volevo condividere qualcosa perché mio padre è un martire. - Cosa? - Non c'è niente perché mio padre è un martire>>.

 

La campagna "Apocalisse Gaza" giunge al suo 352° giorno.

186.068 € raccolti grazie a 1.986 donazioni.

185.780€ inviati fin qui a Gaza.

 

Per le donazioni: 

 

https://paypal.me/apocalissegaza

 

oppure

 

Conto corrente per le donazioni: 

SANDALIA ONLUS ATTIVITA' DI ORGANIZZAZIONE PER LA COOPERAZIONE E LA SOLI

IBAN: IT 79 J 01015 86510 000065016676

BIC: BPMOIT22 XXX

Causale: Apocalisse Gaza

 

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“TURISTIFICA ET IMPERA”. Un memoricidio senza bombe

 

“TURISTI A CASA NOSTRA”? IL NEOLIBERISMO È DI CASA NEL SUD EUROPA (SULLE TRACCE DI ANTONIO DI SIENA)

 

di Capinera88

Di turistificazione (almeno) se ne parla parecchio negli ultimi anni, ma nessuno ci pare, ne ha scritto in maniera profonda e documentata come ha fatto Antonio Di Siena nel suo “Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano” (L’AD Edizioni 2025, con prefazione di Thomas Fazi). Di Siena, come un rabdomante dell’austerità, se ne va in giro tra Puglia e Grecia a sondare le storie di sfratti nei sobborghi e nei centri storici. Le macerie sono quelle del tessuto sociale, mentre i palazzi restano in piedi e i quartieri diventano non-luoghi.

Antonio Di Siena, ex avvocato, oggi ricercatore indipendente e blogger, scrive di politica, economia e geopolitica. Dal 2019 cura la rubrica “Il DiSsenziente” su l’AntiDiplomatico. Vive tra Atene e Bari, per questo ha potuto toccare con mano la desertificazione sociale causata dalla gentrificazione esasperata delle nostre città; il nostro autore la descrive davvero come una guerra d’insediamento coloniale da parte del capitale finanziario non-locale.

UN MEMORICIDIO SENZA BOMBE

In questo libro, in parte cronaca aneddotica drammatica dal fronte urbano, e in parte saggio, Di Siena descrive un processo gravissimo che sta avvenendo per lo più nell’Europa del sud. L’autore non si ferma all’analisi della turistificazione come fatto estetico-paesaggistico, ma lo interpreta come atto di demolizione neoliberista del sistema welfare, della comunità, delle reti sociali e perfino della memoria storica e culturale dei luoghi. Un memoricidio senza bombe.

Tra le cause del turismo massificato che abusa delle nostre identità, le politiche di austerità dell’Unione Europea e tra le conseguenze lo smantellamento della rete sociale e la repressione del dissenso popolare.

Una collettività di cittadini che viene atomizzata fisicamente perché sostituita da un flusso di turisti costante, infatti, vedrà diluirsi anche le proprie rivendicazioni per welfare, assistenza sociale e diritti elementari come avere strutture dedicate, ospedali e scuole. Il turista costa allo Stato meno di un cittadino; il turista è di passaggio e dopo aver stropicciato le lenzuola di un B&B per poche notti non ha bisogno certo di servizi sanitari e scolastici. Va da sé che nessuno protesterà o indirrà scioperi dal momento in cui il cittadino avrà migrato altrove, solo e precario. Il turista pretende solo pulizia, strutture ricettive ed esperienze ludiche. Il cittadino ha invece bisogno di scuole, sanità e servizi costosi e sul lungo periodo e non solo per una stagione. Il motto punk dei CCCP era “Produci consuma crepa”, secondo noi oggi potrebbe diventare “consuma paga sparisci”…

“TURISTIFICA ET IMPERA”

Insomma non solo la turistificazione sfrenata rimpingua le casse dello stato senza restituire nulla alla cittadinanza di quanto essa ha dato (una vera rapina!), ma trasforma le città in merci e le piazze in brand, disarticolando le comunità residenti, in un processo di vera e propria ingegneria sociale. Di Siena chiarisce che non si tratta di una “guerra al turista”, il turismo è una risorsa preziosa, ma viene strumentalizzato in nome di un nuovo modello finanziario-antropologico, sempre instabile che ha precarizzato l’economia italiana, diventando anche uno strumento di abbattimento di garanzie sociali che invece lo stato dovrebbe assicurare perché su di esse si fonda il patto sociale e la legittimità dello Stato stesso.

“Turistifica et Impera”, così si potrebbe riscrivere un antico motto del realismo politico.

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INWIT: il cuore nero della "Transizione ecologica"

 

di Angela Fais*

 

Progetti di milioni di euro finanziati coi fondi del PNRR per portare avanti la famigerata Rigenerazione urbana: il cuore nero della Transizione ecologica.  Rigenerazione con tutti i suoi annessi e connessi, dunque anche riforestazione urbana in nome della quale, oramai lo sappiamo molto bene,  si procede all’abbattimento di grandi alberi sani poi sostituiti da giovanissimi alberelli. E il fine, esilarante, sarebbe creare ‘foreste urbane’.

Ma in realtà c’è molto di più. Nel mare magnum di partenariati pubblico privato (PPP), formula centrale nelle politiche neoliberiste, attraverso cui lo Stato liquida sistematicamente la ‘cosa pubblica’ e lo spazio urbano a investitori senza scrupoli, è in ballo infatti anche la questione dell’illuminazione pubblica o ‘smartlighing’, se vogliamo adoperare la neolingua adottata ormai anche nei documenti ufficiali. Le città italiane, infatti, avrebbero un sistema di illuminazione definito ‘obsoleto’ dalle Amministrazioni. Dunque: via libera a progetti e partenariati per renderle delle smartcities a stretto giro di boa. Roma l’ha già fatto.

Tra la fine del 2023 e il 2024 infatti, il Comune capitolino avrebbe stipulato tramite un PPP, una concessione della durata di 25 anni con la più grande società di infrastrutture digitali wireless del Paese: la INWIT, che realizza e gestisce le infrastrutture passive (torri, tralicci e sistemi di antenne) utilizzate da tutti i principali operatori di telecomunicazione per fornire copertura mobile e 5G ai propri utenti.

I suoi principali azionisti sono Daphne 3 SPA e OAK Holdings. Quest’ultima detiene il 37,6% del capitale di INWIT ed è controllata per il 50% da Vodafone. Il restante 50% da Global infrastructure Partners e KKR, due tra i più grossi fondi di investimento privati al mondo. Solo che il primo, nel 2024, è stato acquisito da BlackRock. Mentre il secondo anche. KKR infatti ha tra i maggiori azionisti proprio BlackRock, Vanguard e State Street: i 3 colossi che hanno in mano il mondo. E, adesso, lo sappiamo per certo, anche le nostre città.

L’obiettivo del PPP che prevede la trasformazione della Capitale in una ‘smart city’ con un finanziamento di 93 milioni di euro, è l’installazione di migliaia di micro-antenne e sensori IoT, con l’ attivazione di rete Wi-Fi, inseriti all’interno dei pali dell’illuminazione pubblica in decine di piazze e strade cittadine, i cosiddetti ‘pali intelligenti’.

Qualcosa di simile però accade anche a Milano dove il Comune promuove da tempo progetti di digitalizzazione e, tramite una partnership strategica con il gruppo A2A, ha abilitato l'installazione delle infrastrutture di INWIT per trasformarsi in una smart city grazie a micro-antenne sui pali dell’ illuminazione pubblica gestiti da A2A.

INWIT ha potuto intrecciare anche una stretta collaborazione anche con il Comune dell’Aquila, dove addirittura ha esteso l’accordo anche con -udite udite- Legambiente.

E così INWIT lo ritroviamo ovunque. Anche a Palermo, dove è in ballo con una proposta di PPP per una concessione della durata plausibilmente stimata di 20 anni, 'avente a oggetto la realizzazione, gestione, conduzione e manutenzione di infrastrutture di connettività per rendere anche Palermo una smart city’. Il Comune ha avviato un'imponente gara da circa 180 milioni di euro con la formula del PPP. E INWIT, guarda caso, è tra i partecipanti. La sua proposta è stata già ammessa dal Comune alla fase negoziale per una partnership pubblico-privato finalizzata appunto a realizzare e gestire le infrastrutture per supportare a pieno la smart city. Non sono illazioni. E’ tutto pubblicato sul sito del Comune di Palermo. E ricordiamo che - curiosamente- le zone interessate dagli abbattimenti coincidono spesso con quelle destinate alla nuova illuminazione. Abbattimenti che hanno suscitato le proteste delle associazioni civiche e della Lipu che, ricordiamolo, ha agito con una diffida. Nulla, invece -guarda un pò- da parte di Legambiente. Quest’inverno il sindaco Lagalla, durante la presentazione di un progetto di rigenerazione del verde urbano da 12 milioni di euro, annunciò entusiasta: “In tre mesi realizzeremo oltre 1.400 potature, quasi quanto si riesce a fare in un anno con le sole forze comunali. E questo è solo l’inizio! Andremo avanti per tutto il 2026 intervenendo in circa 300 strade della città”. Una promessa inquietante, che sembra sia stata mantenuta .

Duole dirlo ma forse qui “i complottisti” avevano ragione. Le fronde degli alberi, infatti, impedirebbero la funzione di video-sorveglianza e in generale l’ottimale funzionamento dei ‘pali intelligenti’. Ma adesso non siamo alle prese con le ciarle di “complottisti” da strapazzo, bensì di fronte alle proteste di cittadini che hanno a cuore il verde e la vita delle città in cui vivono.

*Angela Fais è autrice di "Pietre senza popolo" per LAD Edizioni

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Terremoto al Congresso USA: la legge anti-armi per Israele diventa bipartisan e spacca i partiti

 

Quando la deputata Delia Ramirez annunciò per la prima volta il Block the Bombs Act, una legge volta a imporre un embargo parziale sull'invio di armi dagli Stati Uniti a Israele, solo 21 legislatori democratici si unirono a lei nel sostenere il provvedimento.

Era il giugno del 2025. Un anno dopo, la proposta di legge conta ora 73 co-firmatari, un numero che i sostenitori dei diritti dei palestinesi definiscono un progresso "storico".

"Sebbene alcuni ritenessero il disegno di legge estremo, in realtà è diventato piuttosto diffuso", ha dichiarato Ramirez giovedì in una conferenza stampa a Capitol Hill.

Con 73 membri favorevoli al provvedimento volto a limitare le forniture di armi a Israele, il disegno di legge infligge un duro colpo al sostegno bipartisan quasi unanime di cui Israele ha goduto al Congresso nel corso dei decenni.

Tuttavia, il numero è ben lontano dalla maggioranza nella Camera dei Rappresentanti, composta da 435 membri.

Margaret DeReus, direttrice esecutiva dell'Institute for Middle East Understanding (IMEU), ha affermato che è importante "monitorare i progressi" di tale disegno di legge, sottolineando che un maggior numero di legislatori dovrebbe schierarsi con la maggioranza degli elettori nel respingere gli aiuti incondizionati a Israele.

"Partiamo da una situazione di tale deficit, in cui il Congresso ha dimostrato una tale mancanza di coraggio nel fare ciò che è giusto, che questo rappresenta un enorme miglioramento rispetto a dove eravamo prima", ha dichiarato DeReus ad Al Jazeera.

"Ovviamente, la strada da percorrere è ancora lunghissima."

Sebbene il Congresso rimanga in gran parte filo-israeliano, gli attivisti hanno esortato i suoi membri a riflettere meglio il mutamento delle opinioni dell'opinione pubblica statunitense. Diversi sondaggi mostrano che Israele sta rapidamente perdendo consensi .

Secondo un recente sondaggio dell'Institute for Global Affairs, solo il 16% degli intervistati si è dichiarato d'accordo sul fatto che gli Stati Uniti "dovrebbero continuare a fornire armi a Israele senza nuove restrizioni".

"Gli americani vogliono che investiamo qui in patria".

Giovedì, Ramirez ha sottolineato la necessità di sottoporre il suo disegno di legge al voto della Camera dei Rappresentanti, citando le numerose campagne militari israeliane in Medio Oriente.

Finora, tuttavia, il disegno di legge è stato bloccato dalla leadership repubblicana della Camera.

La deputata ha inoltre criticato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Donald Trump per il loro ruolo nella guerra in Iran, nell'invasione israeliana del Libano e nel crescente numero di vittime a Gaza, dove Israele continua a lanciare attacchi mortali nonostante il "cessate il fuoco".

"Trump e Netanyahu continueranno ad ampliare le guerre, in modo da consolidare il loro potere, rimanere al governo e continuare a trarre profitto dalla nostra sofferenza", ha affermato Ramirez.

La deputata Rashida Tlaib ha inoltre sottolineato che non è più un tabù mettere in discussione il sostegno di Washington a Israele, evidenziando la crescente consapevolezza pubblica degli abusi israeliani.

"Gli americani vogliono che investiamo qui in patria. Non vogliono che investiamo in morte, distruzione e bombe. Vogliono che investiamo in acqua potabile, alloggi, servizi per l'infanzia e molto altro ancora", ha detto Tlaib ai giornalisti.

“Tantissime persone non possono nemmeno permettersi di andare dal medico, eppure tra un minuto troveremo i soldi per continuare a sostenere il governo israeliano nel bombardare i civili.”

La deputata palestinese-americana ha attribuito il merito del crescente sostegno al disegno di legge ai cittadini comuni, affermando che il cambiamento verrà dal popolo, non dal Congresso.

«Cittadini comuni che non condividono la mia fede o la mia etnia si sono presentati alle assemblee comunali chiedendo: "Perché state tagliando il programma SNAP e perché state facendo morire di fame Gaza?"», ha affermato Tlaib, riferendosi a un programma di aiuti alimentari per le famiglie a basso reddito.

"Li vedi venire e dire: 'Perché finanziamo il genocidio, ma non l'assistenza sanitaria nel nostro Paese?'"

All'interno del disegno di legge

Il Block the Bombs Act vieterebbe il trasferimento in Israele di determinate bombe pesanti e munizioni di artiglieria, armi utilizzate in alcuni degli attacchi più letali avvenuti durante la guerra genocida di Israele contro Gaza.

Il disegno di legge è stato inizialmente presentato al Congresso da progressisti e critici accesi di Israele. Ma con l'aumentare dell'indignazione per le atrocità commesse da Israele a Gaza e in tutta la regione, alcuni nomi inaspettati si sono aggiunti alla lista dei co-firmatari.

La deputata Valerie Foushee, eletta al Congresso nel 2022 con il sostegno di gruppi filo-israeliani, tra cui l'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), ha co-sponsorizzato il disegno di legge lo scorso anno.

"Non possiamo semplicemente continuare a fornire armi al governo israeliano quando queste non vengono utilizzate in conformità con il diritto internazionale per massimizzare la protezione dei civili a Gaza", ha dichiarato Foushee nell'agosto del 2025.

A maggio, l'AIPAC si è congratulata con il deputato Christian Menefee per aver sconfitto il suo collega texano Al Green alle primarie che vedevano contrapposti i due deputati democratici uscenti, a seguito della ridefinizione dei distretti elettorali.

Martedì Menefee è diventato l'ultimo co-firmatario del Block the Bomb Act.

Il deputato repubblicano Thomas Massie, che ha perso le primarie contro uno sfidante sostenuto da Trump e da gruppi filo-israeliani, ha anch'egli appoggiato la proposta questa settimana, rendendola bipartisan.

"Israele ha utilizzato munizioni fornite dagli Stati Uniti per uccidere decine di migliaia di civili innocenti", ha affermato Massie.

“Gli Stati Uniti hanno l’obbligo morale di porre fine al sostegno di Israele alla devastazione di Gaza e alla sua popolazione. Sono co-firmatario del Block the Bombs Act per limitare il trasferimento di armi offensive a Israele.”

Il Congresso cambia

Anche il Congressional Progressive Caucus ha appoggiato il disegno di legge. Giovedì, il suo presidente, Greg Casar, ha affermato che il crescente sostegno dimostra che far sentire la propria voce, manifestare e contattare i legislatori può portare al cambiamento.

"Dobbiamo chiaramente sia affrontare il Partito Repubblicano, sia cambiare la nostra identità come Partito Democratico, se vogliamo salvare vite umane", ha affermato Casar.

"L'idea alla base del Block the Bombs Act è semplice: gli Stati Uniti non dovrebbero fornire bombe che sappiamo verranno utilizzate per perpetrare uno dei peggiori disastri della nostra vita."

I legislatori hanno sottolineato che, nonostante il cessate il fuoco, la crisi umanitaria a Gaza persiste e Israele continua a limitare gli aiuti umanitari al territorio palestinese.

La deputata Lateefah Simon ha affermato che sostenere il disegno di legge non dovrebbe essere una questione di parte.

"Dobbiamo essere chiari, non di parte, ma come americani, sul fatto che dovremmo dare la priorità al sostentamento e agli aiuti umanitari rispetto alle bombe, soprattutto quando ci sono centinaia di migliaia di bambini, donne e anziani che muoiono di fame e vivono in condizioni di degrado", ha affermato Simon.

“Stiamo finanziando quella crisi umanitaria. Credo di avere solo una frase da dire: Fermate le bombe.”

Il primo anniversario del Block the Bombs Act coincide con il crescente consenso suscitato da altre proposte legislative che mettono in discussione i legami tra Stati Uniti e Israele.

Mercoledì, la Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione per limitare i poteri di Trump di attaccare l'Iran senza l'autorizzazione del Congresso, in una presa di posizione contro la guerra che Stati Uniti e Israele hanno scatenato contro il Paese.

Quaranta senatori su cento, tra cui una schiacciante maggioranza di democratici, hanno votato ad aprile contro il trasferimento di bulldozer militari a Israele.

Beth Miller, direttrice politica del gruppo di difesa dei diritti civili Jewish Voice for Peace (JVP) Action, ha affermato che il crescente sostegno al Block the Bombs Act è dovuto all'attivismo del movimento per i diritti dei palestinesi negli Stati Uniti.

Ma ha fatto notare che il numero di co-sponsor rimane "terribilmente basso".

"Il fatto che la maggioranza dei membri del Congresso voglia ancora inviare bombe a un Paese che commette un genocidio è un segno di quanta strada dobbiamo ancora fare", ha detto Miller.

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Accordo a Washington ma bombe sul Libano: e in Israele scoppia la rivolta che blocca il Paese

 

Nonostante l'annuncio di un nuovo accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti a Washington, DC, e concordato da funzionari libanesi e israeliani, Israele ha continuato a condurre attacchi letali in tutto il Libano. Le violenze hanno provocato un ulteriore aumento del bilancio delle vittime: il Ministero della Salute Pubblica libanese ha riferito che, a partire dal 2 marzo, almeno 3.526 persone sono state uccise e 10.733 sono rimaste ferite a causa dei bombardamenti israeliani.

Nel frattempo, il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha definito il cessate il fuoco una "farsa", avvertendo che il nord di Israele rimarrà nel mirino del gruppo finché le forze israeliane continueranno a colpire il Libano. Le sue dichiarazioni sollevano profondi dubbi sulle reali prospettive di una tregua duratura.

Il punto della situazione

Iran

  • Preoccupazioni a Teheran per la bozza di accordo: Mohsen Rezaei, consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ha affermato che la bozza del memorandum d'intesa in fase di negoziazione per porre fine alle ostilità contiene ancora "ambiguità" che richiedono chiarimenti. Parlando alla televisione di Stato iraniana, Rezaei ha accusato il presidente statunitense Donald Trump di esercitare pressioni su Teheran affinché accetti le condizioni di Washington, mantenendo deliberatamente i propri termini in uno stato di "vaghezza".

Diplomazia di guerra

  • Dubbi sulla strategia di Washington: Da Washington, DC, la corrispondente di Al Jazeera Kimberly Halkett ha riferito che la Casa Bianca deve fare i conti con crescenti interrogativi sull'effettiva necessità di un accordo negoziato con l'Iran. Il presidente Donald Trump ha infatti ripetutamente dichiarato che l'azione militare statunitense ha ormai "annientato" il programma nucleare iraniano. I critici si domandano: "Se questi obiettivi militari sono stati raggiunti, perché continuare i colloqui?". Halkett ha aggiunto che il prolungarsi della guerra e lo stallo nei negoziati rendono sempre più difficile per l'amministrazione Trump conciliare i proclamati successi militari con la continua spinta diplomatica.
  • Hezbollah respinge le condizioni: Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto la tregua limitata concordata dai rappresentanti libanesi e israeliani negli Stati Uniti, esigendo un cessate il fuoco completo e il totale ritiro delle forze israeliane dal Paese. Qassem ha inoltre preannunciato nuovi attacchi contro il nord di Israele, evidenziando la complessità del percorso verso la pace, mentre entrambe le parti si accusano reciprocamente di aver violato il precedente accordo di aprile.

Stati Uniti

  • Le dichiarazioni di Trump sull'uranio: Il presidente americano ha affermato che Washington potrebbe accedere all'uranio arricchito dell'Iran anche senza siglare un accordo formale con Teheran, sostenendo che il materiale sia di fatto "sepolto". Trump ha poi dichiarato di non avere in programma un incontro con la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, pur non escludendolo in futuro qualora si raggiungesse un'intesa: "Se accadesse... sarei rispettoso".

Israele

  • Proteste ultraortodosse bloccano i trasporti: Centinaia di israeliani ultraortodossi hanno paralizzato l'Autostrada 1 per protestare contro l'estensione della leva militare obbligatoria agli studenti religiosi, secondo quanto riportato dall'emittente israeliana Canale 10. Le tensioni sono esplose dopo che la polizia ha fermato due studenti ultraortodossi, consegnandone uno alle autorità militari. Un massiccio dispiegamento di agenti di polizia e guardie di frontiera è intervenuto per sgomberare l'arteria stradale e disperdere i dimostranti.

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Kallas propone una missione navale dell'UE per lo Stretto di Hormuz (Reuters)

 

Secondo quanto riportato da Reuters, che cita un documento interno, l'UE potrebbe estendere la sua attuale missione navale nel Mar Rosso allo Stretto di Hormuz, assumendo un ruolo di primo piano nelle operazioni di sminamento in questa rotta marittima strategica.

L'operazione «Aspides» dell'Unione, avviata nel febbraio 2024, pattuglia il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l'Oceano Indiano nord-occidentale, scortando navi mercantili e contribuendo a proteggere la navigazione dagli attacchi dei militanti Houthi yemeniti.

La proposta vedrebbe Aspides assumere il «ruolo primario» nelle operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz, integrando gli sforzi di una coalizione ad hoc franco-britannica, secondo un documento diffuso dal servizio diplomatico dell'UE sotto la guida del capo della politica estera Kaja Kallas. Qualsiasi espansione della missione richiederebbe il sostegno unanime di tutti i 27 Stati membri.

Lo Stretto di Hormuz – al largo delle coste iraniane, rotta chiave per le forniture globali di petrolio e GNL – è stato al centro delle tensioni in Medio Oriente da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l'Iran alla fine di febbraio. Il traffico marittimo attraverso la via navigabile è stato pesantemente interrotto, con Washington e Teheran che si accusano a vicenda di violare un fragile cessate il fuoco raggiunto ad aprile.

Bruxelles aveva già respinto in precedenza la richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di contribuire a garantire la sicurezza dello stretto. Kallas aveva affermato che l'UE non ha «alcuna intenzione» di espandere l'Operazione Aspides, insistendo sul fatto che «questa non è una guerra dell'Europa».

Trump ha criticato aspramente per settimane i suoi alleati europei della NATO per non essersi uniti alla guerra e ha lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero lasciare il blocco militare di conseguenza. Il Regno Unito e la Francia hanno successivamente annunciato che avrebbero lanciato una «missione multinazionale per proteggere la libertà di navigazione non appena le condizioni lo consentiranno».

La situazione attuale e le implicazioni energetiche per l'Europa

Gli Stati Uniti e l'Iran si sono scambiati nuovamente attacchi missilistici questa settimana dopo aver minacciato di compromettere il cessate il fuoco. I negoziati sul programma nucleare di Teheran e sullo status di Hormuz rimangono in fase di stallo.

Il conflitto in Medio Oriente ha ulteriormente esacerbato una situazione energetica critica negli Stati europei, che avevano già drasticamente ridotto le importazioni dalla Russia dall'escalation del conflitto in Ucraina del 2022. I mercati del gas hanno registrato una significativa volatilità a causa dell'incertezza che circonda il trasporto marittimo attraverso Hormuz. Diversi funzionari in tutta l'UE hanno già chiesto di ripristinare i legami energetici con la Russia per affrontare la crisi.

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Putin spiazza l’Europa: il “segreto” sul super-missile e la verità sull'economia russa

 

A margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, il presidente russo Vladimir Putin ha tenuto una lunghissima sessione di domande e risposte con i direttori delle principali agenzie di stampa internazionali. All'incontro, durato poco più di due ore, hanno preso parte testate statali cinesi, bielorusse, tedesche, francesi, spagnole e iraniane, oltre a rappresentanti di Reuters e Associated Press (AP).

Il colloquio ha toccato una vasta gamma di temi caldi: dalla tenuta della politica interna ed estera russa alle dinamiche sul campo in Ucraina, fino alle condizioni per un eventuale riavvicinamento con l'Europa.

I punti chiave del colloquio

L'economia russa e le sanzioni

Interrogato sulla capacità di Mosca di resistere alle forti pressioni economiche e alle sanzioni occidentali, Putin ha risposto citando Mark Twain: "Le voci sulla mia morte sono decisamente esagerate".

  • Crescita e parità di potere d'acquisto: Il presidente ha rivendicato che, nonostante le previsioni occidentali di un'economia russa "fatta a pezzi", negli ultimi tre anni il Paese è cresciuto a un ritmo tre volte superiore rispetto a quello dell'Unione Europea.
  • Decisioni interne: Putin ha ammesso che Mosca ha dovuto adottare "decisioni difficili" per contrastare l'inflazione – come il drastico innalzamento dei tassi d'interesse – ma ha assicurato che tali misure stanno dando i loro frutti, con una produzione industriale e redditi reali in costante aumento. In termini di parità di potere d'acquisto, ha concluso, la Russia ha ormai superato tutte le principali economie europee.

La situazione sul fronte ucraino

Secondo il capo del Cremlino, l'esercito russo sta avanzando progressivamente lungo tutta la linea del fronte, mentre le forze di Kiev si trovano a fare i conti con una drammatica carenza di uomini.

  • Le perdite di Kiev: "Ogni mese perdono circa 40.000 persone", ha dichiarato Putin, sostenendo che i civili ucraini vengano ormai "catturati per strada come cani" per essere arruolati a forza. A questo dato ha aggiunto circa 20.000 diserzioni mensili.
  • Il divario tecnologico: Il presidente ha rimarcato la netta asimmetria militare tra le due forze: "L'Ucraina non ha un vero sistema di difesa aerea, ma solo elementi isolati, e non possiede i sistemi d'attacco di cui dispone la Russia. A differenza nostra, Kiev non ha missili ipersonici e da crociera".

Il "Segreto di Stato" sul missile Oreshnik

Putin ha affrontato anche il tema dell'impiego dell'Oreshnik, il nuovo missile balistico ipersonico a medio raggio e a doppia capacità (convenzionale/nucleare), rivelando un retroscena inedito.

  • Nessun impiego su vasta scala: Il presidente ha chiarito che la Russia non ha ancora utilizzato l'Oreshnik "nel pieno senso del termine" in territorio ucraino, spiegando che i test completi vengono eseguiti nei poligoni dedicati.
  • I tre raid confermati: Mosca ha confermato tre attacchi mirati con questo vettore dall'inizio del conflitto: il primo contro un impianto della difesa a Dnepr a fine 2024, il secondo contro una fabbrica di aerei da guerra a Leopoli a gennaio, e l'ultimo a maggio contro un obiettivo a Belaya Tserkov (vicino a Kiev), liquidato dai critici come un semplice "capannone".
  • La rivelazione: "L'ultima volta, a essere del tutto onesti – e vi svelerò un grande segreto di stato militare – abbiamo colpito solo dove ci era più comodo per osservare gli effetti", ha confessato Putin. Ha poi spiegato che i droni russi hanno sorvolato l'area per analizzare la dispersione dei detriti e l'impatto: "È fondamentale per noi raccogliere questi dati per decidere il futuro impiego su vasta scala dell'Oreshnik contro obiettivi specifici, anche in aree urbane".

Le prospettive di pace e i nodi diplomatici

La Russia si dice pronta a una soluzione pacifica, ma solo a patto che vengano rispettati i compromessi concordati lo scorso anno ad Anchorage con il presidente statunitense Donald Trump.

  • Lo scetticismo su Kiev: Il vero ostacolo, secondo Putin, resta la riluttanza di Kiev ad accettare le condizioni. Il leader russo ha sottolineato che il controllo del Donbass e degli altri territori annessi non è negoziabile e non contraddice un potenziale trattato di pace. "Ho l'impressione che i circoli al potere non siano realmente interessati a cessare le ostilità", ha aggiunto, precisando che un accordo non può ridursi a una tregua temporanea utile solo a far riarmare l'Ucraina.
  • La legittimità di Zelensky: Putin ha evitato di rispondere direttamente sulla legittimità di Vladimir Zelensky come interlocutore per un trattato, definendola "una questione per avvocati". Ha però ribadito la linea ferma di Mosca: "Canalizzeremo i colloqui solo con chi è, senza ombra di dubbio, legittimato a firmare". Il mandato di Zelensky è scaduto a maggio 2024 e il processo per nuove elezioni è attualmente congelato.

Il ruolo dell'Europa

In chiusura, Putin ha concesso che l'Unione Europea potrebbe svolgere "un ruolo positivo" nella risoluzione della crisi, ma ponendo una netta condizione.

"L'UE può aiutare, ma non fornendo armi. Dovrebbe piuttosto convincere le autorità di Kiev ad accettare i compromessi di cui abbiamo discusso. Se c'è la volontà da parte europea di collaborare, devono prima abbandonare il loro approccio coloniale e iniziare a parlare con la Russia da partner alla pari."

 

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Ex senatrice indigena brutalmente arrestata in Bolivia. Le immagini censurate dall'occidente dei "diritti umani"

 

Simona Quispe è una donna indigena, nata il 23 giugno 1975 a Carabuco, nel dipartimento di La Paz. È stata la seconda donna indigena a ricoprire la carica di Prima Vicepresidenza della Camera Alta del Senato boliviano.

Il video che vedete qui sotto riporta le immagini del suo brutale arresto. 

 

Simona Quispe, leader indigena ed ex senatrice e' stata brutalmente arrestata in Bolivia.

In Bolivia da alcuni mesi governa l'estrema destra più violenta e barbara che ha ripreso la via del neoliberismo. L'alleato perfetto per l'Unione Europea, insomma, e per questo non vedrete… pic.twitter.com/sWwbgtcR4p

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) June 5, 2026

 

La leader indigena vicina all'ex presidente Evo Morales è stata brutalmente prelevata dalla polizia nel tardo pomeriggio di giovedì 4 giugno 2026 nella città di La Paz, in circostanze che i familiari hanno definito «irregolari». E' stata arrestata mentre usciva dal Parque de las Cholas, un parco turistico della capitale boliviana. Alcuni poliziotti in abiti civili l'avrebbero condotta con la forza a bordo di un minibus, mentre i familiari presenti chiedevano ripetutamente: «¿Dónde está la orden?» («Dove è l'ordine?»).

I familiari hanno denunciato pubblicamente quello che definiscono un «sequestro» e un atto di «persecuzione politica». Al momento, Quispe si trova presso le installazioni della Fuerza Especial de Lucha Contra el Crimen (FELCC), in attesa di un rapporto ufficiale che chiarisca le motivazioni del provvedimento.

Non vedrete queste immagini su nessun media difensore dei diritti umani a paesi e giorni alterni. Non vedrete nessuna risoluzione di urgenza da parte di quel mostro noto come Parlamento dell'Unione Europeo. E nessun politico "progressista" chiedere l'immediata liberazione. E il motivo è semplice: da alcuni mesi la Bolivia, dopo anni di successo e prosperità socialista, è tornata ad essere una colonia del neoliberismo. Ma la notizia positiva è che nel paese le proteste indigene iniziate a maggio 2026 contro la legge sulle ipoteche delle terre si sono trasformate in un immenso movimento di massa che chiede le dimissioni di Rodrigo Paz, con oltre 90 blocchi stradali in sei dipartimenti. La grave crisi economica – inflazione al 14%, crescita negativa tra -3,2% e -3,3%, scarsità di cibo, carburante e farmaci – ha risvegliato il popolo e mostrato in modo brutale quello che accade in poco tempo ad una nazione che si converte in colonia del famigerato "occidente allargato".

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Russia, Cina e Sud globale: il messaggio di Putin all’Occidente

Nel corso del tradizionale incontro con i direttori delle principali agenzie di stampa internazionali, tenutosi il 4 giugno nell’ambito del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, il presidente russo Vladimir Putin ha delineato la visione strategica di Mosca sui principali dossier internazionali. Uno dei temi centrali è stato il rafforzamento delle relazioni con Cina, India e Kazakhstan. Putin ha definito Pechino un “alleato naturale”, sottolineando come la cooperazione russo-cinese non sia una conseguenza degli eventi recenti, ma il risultato di un percorso costruito in decenni di collaborazione.

Particolare attenzione è stata dedicata ai settori dell’intelligenza artificiale, delle nuove tecnologie e dell’innovazione scientifica. Sul fronte eurasiatico, il leader del Cremlino ha evidenziato la crescente integrazione economica nello spazio post-sovietico e l’importanza di progetti strategici come la costruzione della prima centrale nucleare in Kazakhstan, che secondo Mosca contribuirà alla nascita di un’intera filiera industriale e scientifica nel Paese. Riguardo al conflitto in Ucraina, Putin ha ribadito che la Russia sarebbe pronta a una soluzione negoziata sulla base delle proposte discusse durante i colloqui con l’amministrazione Trump ad Anchorage.

Secondo il presidente russo, Mosca avrebbe già accettato una serie di compromessi, ma la conclusione di un accordo dipenderebbe dalla disponibilità del regime di Kiev ad accettare condizioni analoghe. Putin ha inoltre sostenuto che l’Unione Europea potrebbe svolgere un ruolo costruttivo nel processo diplomatico solo se abbandonasse il sostegno militare all’Ucraina e si concentrasse sulla promozione del dialogo. Ha invece escluso che Bruxelles possa essere considerata un mediatore neutrale finché continuerà a fornire assistenza militare a Kiev. Ampio spazio è stato dedicato anche alla crisi mediorientale. Il presidente russo ha confermato la disponibilità di Mosca a contribuire a una soluzione sul dossier nucleare iraniano, richiamando il ruolo svolto dalla Russia nell’accordo del 2015 e proponendo nuovamente il trasferimento e la supervisione internazionale dell’uranio arricchito iraniano sotto l’egida dell’AIEA.

Infine, Putin ha riaffermato la volontà della Russia di sviluppare relazioni pragmatiche con tutti i partner interessati a una cooperazione paritaria, criticando quella che ha definito la persistenza di un approccio “coloniale” da parte di alcuni governi occidentali. Secondo il presidente russo, il mondo sta attraversando una fase di trasformazione che richiede nuovi equilibri internazionali fondati sul rispetto reciproco e sulla cooperazione tra poli di potere emergenti.

 


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Khamenei denuncia la “guerra ibrida” contro l’Iran

In occasione del 37° anniversario della scomparsa dell’Imam Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica, la Guida della Rivoluzione Islamica, Ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei, ha lanciato un appello all’unità nazionale, denunciando l’intensificazione della “guerra ibrida” contro l’Iran. Nel messaggio diffuso durante le commemorazioni che hanno visto la partecipazione di milioni di fedeli a Teheran e in numerosi altri Paesi, Khamenei ha affermato che i nemici della Repubblica Islamica, dopo aver subito una “profonda umiliazione” nel confronto con le Forze Armate iraniane, starebbero ora cercando di raggiungere i propri obiettivi attraverso strumenti politici, mediatici e psicologici.

Secondo il leader iraniano, la strategia degli avversari si concentra su due obiettivi principali: indebolire la resistenza della popolazione e indurre errori di valutazione nella leadership del Paese. Per questo ha invitato i cittadini a contrastare ogni tentativo di diffondere sfiducia, divisione e scoraggiamento, preservando la coesione sociale e la fiducia reciproca. Khamenei ha inoltre sostenuto che il sistema di potere occidentale, guidato dagli Stati Uniti e legato a Israele, non accetta l’esistenza di un Iran forte, indipendente e in costante sviluppo. Da qui, a suo giudizio, deriverebbe il tentativo permanente di ostacolare il progresso economico, politico e scientifico della Repubblica Islamica.

Nel suo intervento, il leader ha dedicato ampio spazio alla figura dell’Imam Khomeini, definendolo l’artefice di una trasformazione storica che ha cambiato non solo l’Iran, ma l’intero mondo musulmano. Ha ricordato come il fondatore della Repubblica Islamica sia riuscito a mobilitare il popolo iraniano contro il dominio straniero e la dipendenza dall’Occidente, risvegliando una coscienza nazionale e rivoluzionaria che, secondo Khamenei, continua ancora oggi a guidare il Paese. Rievocando anche la figura del defunto Ayatollah Ali Khamenei, definito “martire”, la Guida della Rivoluzione ha sottolineato la continuità tra il suo percorso politico e quello dell’Imam Khomeini, presentandoli come pilastri di una stessa scuola di pensiero fondata sulla resistenza, sulla sovranità nazionale e sul sostegno agli oppressi.

Il messaggio si conclude con un richiamo alla vigilanza e alla compattezza nazionale in una fase che Teheran considera particolarmente delicata sul piano regionale e internazionale, ribadendo che l’indipendenza dell’Iran e il suo rifiuto di piegarsi alle pressioni esterne continuano a rappresentare il principale motivo di attrito con le potenze occidentali.



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Lavorare a 92 anni per l'affitto: il "sogno americano"

La storia di Mary è diventata virale per caso. Una ragazza di ventun’anni, Brooklyn Green, l’ha notata mentre entrava in un cinema del Tennessee, l’ha vista stanca, gobba, provata. Non è andata via. Invece di pensare “poverina” e andare oltre, ha aperto una raccolta fondi su GoFundMe. Voleva solo darle una chance, la possibilità di poter riposarsi alla sua veneranda età. In ventiquattr’ore sono arrivati centomila dollari. Poi centoquarantamila. Una cifra che per Mary rappresenta il prezzo della libertà che gli USA (autodichiarata patria delle libertà) non le hanno mai garantito.

Mientras tanto, en EEUU, una abuela de 93 años, llamada Mary, que sigue trabajando en un cine AMC para pagar sus facturas, sin poderse jubilar, limpiando la basura que la gente deja atrás en las salas.

Este es el futuro del capitalismo, que trabajes hasta morir sin poder… pic.twitter.com/SKxwNXNSuk

— Daniel Mayakovski (@DaniMayakovski) June 4, 2026

Brooklyn ci ha provato a raccontarla bene, la storia. Ha spiegato che Mary lavora perché “ama farlo”. Il manager del cinema ha detto che tenersi occupata le fa bene. E chissà, magari è anche vero. Magari Mary ama davvero quel lavoro. Ma a novantadue anni, con la schiena piegata dal peso di decenni di fatica, l’amore per il lavoro non dovrebbe essere un obbligo. Dovrebbe essere un lusso, qualcosa che scegli quando hai già tutto il resto. Ma Mary aveva bisogno di lavorare. Perché se non lavorava, non mangiava. O meglio, non pagava le bollette, l’affitto, l’assicurazione. E nno è un caso isolato negli Stati Uniti.

Muriel Connick è l’altra faccia della stessa medaglia. Anche lei novantadue anni, anche lei in Florida, anche lei in un negozio. April Steele, una cliente, l’ha incrociata un giorno. Ha visto una vecchia signora che piegava vestiti e ha capito che non lo faceva per hobby. Ha chiesto, ha ascoltato, ha scoperto che la pensione di Muriel non bastava per arrivare a fine mese. Non bastava per l’affitto, la macchina, la luce. Così ha aperto un’altra raccolta, ha scritto un post su Facebook, e la gente ha donato cinquantacinquemila dollari. Muriel piangeva quando glieli hanno consegnati. Pensava fosse una cartolina.

Strangers have raised over $57,000 to help 92-year-old Muriel retire from her job. The GoFundMe was setup after one of her customers, April, was shocked to still see Muriel working. pic.twitter.com/zG9WfiwxuC

— News 4 San Antonio (@News4SA) January 27, 2026

Queste due storie sono commoventi, certo. Ma sono anche un’accusa. Perché una società che costringe una donna di novantadue anni a lavorare per sopravvivere non è una società che merita di chiamarsi civile. È il capitalismo selvaggio che si mangia i suoi anziani, che li spreme fino all’ultimo respiro, che trasforma la vecchiaia in un lusso che pochi possono permettersi. E poi arriva qualcuno – una ragazza di ventun’anni, una cliente qualsiasi – a fare quello che lo Stato avrebbe dovuto fare da tempo: garantire una pensione dignitosa, un tetto, la possibilità di invecchiare senza avere il badge da timbrare.

Quello che fa più rabbia è che Mary e Muriel sono solo le storie che abbiamo visto. Quelle diventate virali, quelle che hanno fatto commuovere tante persone e le hanno spinte a fare donazioni. Ma quante altre Mary ci sono? Quante altre donne e uomini curvi sui banchi di un negozio, dietro una scrivania, su una sedia a rotelle davanti a un computer, che non hanno avuto la fortuna di incontrare un’anima gentile con un account GoFundMe? Loro continueranno a lavorare. Fino a quando il corpo dice basta. Fino alla morte, praticamente. Questo è il capitalismo neoliberista.

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La fine dei negoziati tra Usa e Russia. Che ruolo ha giocato l'UE nell'attacco a San Pietroburgo?


di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

La Finlandia era a conoscenza in anticipo del grave attacco sferrato dall’Ucraina la Russia, mercoledì mattina. Lo ha dichiarato alla stampa finlandese il ministro della Difesa Antti Akkänänen, riservandosi di non divulgare “i dettagli sul sistema di intelligence e sugli altri metodi” utilizzati per “ricostruire la situazione. La Finlandia era pronta ad abbattere i droni qualora fossero finiti fuori rotta nello spazio finlandese. I droni ucraini hanno colpito infrastrutture portuali a San Pietroburgo, tra cui uno dei principali terminal petroliferi per l’export, proprio nel giorno in cui iniziava il Forum Economico, importante vetrina internazionale per il Cremlino. Quest’anno è stata annunciata anche la partecipazione di una delegazione statunitense.

L’obiettivo di questo attacco è chiaro: umiliare il presidente Vladimir Putin, mostrarlo debole proprio mentre i riflettori sono puntati sul grande evento.   

Allo stesso tempo, Kiev prosegue con la sua guerra asimmetrica. In Donbass, Crimea e nelle nuove regioni continua a colpire civili, massimizzando il numero delle vittime.

Dopo la strage allo studentato di Starobilsk, 21 studenti uccisi e ignorati dalla stampa occidentale, un drone ucraino ha colpito ieri un autobus della linea Mosca – Simferopoli, a Yenakievo. Almeno otto persone sono state uccise sul colpo, la maggior parte nel sonno. Più di dieci i feriti.

Sempre ieri un altro drone ha colpito un treno di pendolari, provocando tre vittime, in base a quanto riporta Tass. Sette feriti.

Inoltre, le forze armate ucraine, hanno ripreso gli attacchi contro la centrale nucleare di Zaporizhia (ZAES), la più grande d’Europa.

Davanti a ciò, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky afferma di essere pronto per incontrare Putin, mentre Francia, Germania e Regno Unito spingono per negoziati con la Russia. L’obiettivo, probabilmente, è quello di raggiungere una tregua entro l’autunno, puntuale per le elezioni di mid-term.

Come possiamo leggere tutti questi fatti?

La svolta Neocon di Trump e la fine dei colloqui USA-Russia

Gli Stati Uniti non sono un mediatore imparziale in questa guerra, hanno preso posizione. Lo ha dichiarato Marco Rubio durante un'audizione tenuta mercoledì, davanti alla Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti a Capitol Hill, Washington D.C.

“Non siamo mediatori imparziali in questa guerra. Non forniamo armi alla Russia. Forniamo armi solo all'Ucraina. Non imponiamo sanzioni all'Ucraina. Le imponiamo solo alla Russia. Quindi abbiamo chiaramente preso posizione”.

Queste parole non lasciano altra interpretazione: lo “spirito di Anchorage” è morto, Washington si sfila dal processo negoziale in Ucraina. L’ annuncio del segretario di Stato, che ormai parla come se fosse lui il capo della Casa Bianca, è in aperta contraddizione con la linea tenuta dagli USA nei colloqui con la Russia.

Trump, infatti, ha più volte riconosciuto le “cause della guerra” secondo il punto di vista russo, come ha sottolineato in più di un’occasione il Cremlino. Inoltre ha sempre puntualizzato che Washington non è parte in causa ma si limita a guadagnare dalla vendita di armi.

Dopo l’assassinio di Charlie Kirk, però, l’ago della bilancia dei rapporti di potere all’interno dell’amministrazione Trump si è spostato a favore dei neocon. I MAGA sono entrati in aperto conflitto con il presidente. Il vicepresidente JD Vance è sempre più marginale, figure meno allineate come Tulsi Gabbard hanno lasciato l’incarico o sono state costrette alle dimissioni.

Marco Rubio, invece, è sempre più centrale. Dal dipartimento di Stato ha adeguato la politica estera statunitense alla linea trasversale neocon, il cui maggiore esponente nei repubblicani è Lindsay Graham. Trump si limita a condizionare le trattative e gli andamenti dei mercati con le sue uscite pubbliche, sempre incoerenti, sempre roboanti, sempre paradossali.

E ieri, Marco Rubio al Congresso si è comportato come il presidente de facto. Ha annunciato nuove sanzioni contro il settore petrolifero russo e tariffe al 500% per chi acquista dalla Russia. Si tratta del progetto di legge presentato dallo stesso Lindsay Graham nell’aprile 2025, rimasto latente sino ad oggi. La Camera infatti lo ha approvato con 214 voti a favore e 204 contro. Dovrà superare il voto finale del Senato.

Trump si era rifiutato di approvarla, preferendo utilizzarla come leva al tavolo con Mosca.

Adesso la finestra negoziale si è evidentemente chiusa. Rubio lo aveva annunciato alcuni giorni fa, adducendo come ragione l’indisponibilità di Russia e Ucraina ad avvicinare le proprie posizioni. Tuttavia resta uno spazio aperto per il dialogo tra le due superpotenze nucleari.  

E infatti Russia e gli Stati Uniti terranno match di hockey a Mosca il 1° luglio, il primo da sette anni. Inoltre hanno ripreso gli scambi postali. Ma la diplomazia è ad un vicolo cieco. Rubio promette ai liberali russi, quel settore che non vede l’ora di tornare nel G8, che i rapporti tra i due paesi miglioreranno dopo la guerra.

L’inviato di Putin, Kirill Dmitriev, insiste per un incontro con Jared Kushner e Steve Witkoff. Ma per il momento non è stata fissata alcuna data.

Tutto lascia credere che, come gli USA hanno lasciato all’UE l’onere della guerra, adesso lasceranno anche quello della diplomazia.


Colloqui Russia e UE?

All’inizio del dialogo con la Casa Bianca, Mosca aveva stabilito un punto fisso: l’UE non entrerà nei colloqui. Almeno finché avrà una leadership ostile alla Russia.

A cinque mesi dal naufragio del processo negoziale, dopo la parata della Vittoria, Putin ha annunciato l’inizio della fase finale della guerra, aprendo al dialogo con la parte europea. Come inviato aveva proposto l’amico Gerard Schroeder.

I paesi europei non hanno rifiutato l’offerta, ma valutano un altro rappresentante. Forse Aleksandr Stubb o Mario Draghi, non certo Kaja Kallas.

Mentre Mosca non mostra segnali di fretta, sia Washington che Kiev condividono una scadenza: l’autunno 2026. Oggi Bloomberg ha pubblicato un articolo in cui riferisce, citando fonti, che Germania, Francia e Regno Unito, insieme a Kiev, stanno discutendo la possibilità di iniziare negoziati con la Russia per porre fine alla guerra. Secondo l'agenzia, a Berlino, Parigi e Londra si ritiene che la situazione stia iniziando a diventare più favorevole per l'Ucraina. Sullo sfondo dello stallo negoziale e sul fronte, gli alleati europei hanno visto l'opportunità di tentare di avviare i colloqui con Mosca. Un ulteriore fattore di pressione sul Cremlino, secondo Bloomberg, è rappresentato dagli attacchi sempre più frequenti di droni ucraini contro obiettivi in profondità in Russia, nonché dai segni di insoddisfazione per la guerra tra una parte dell'élite russa.

E qui torniamo alla domanda iniziale: com’è possibile che mentre Kiev intensifica la guerra asimmetrica con la Russia, anziché un’escalation si apra una finestra negoziale?

L’Occidente (orfano degli USA) è convinto di potersi sedere al tavolo delle trattative da una posizione di forza, se colpirà obiettivi civili e strategici, come le infrastrutture petrolifere o la centrale nucleare di Enerdogar.

 

Il sospetto di attacchi coordinati

A questo punto è lecito pensare che gli attacchi in profondità contro il territorio russo facciano parte di una strategia coordinata dall’Ucraina con Parigi, Londra e Berlino e che Baltici e Finlandia stiano facendo il “lavoro sporco”.

Buona parte dell’opinione pubblica russa ne è convinta e le parole del ministro finlandese lo confermano: Helsinky sapeva perché avvisata da Kiev o da suoi altri partner. Akkänänen non può certo dichiararlo pubblicamente.

Inoltre le immagini dei droni che sorvolano il mare, diffuse ieri sui social, danno adito a pensare che l’attacco sia stato sferrato dal golfo di Finlandia. Molti russi pensano che i droni siano entrati dal territorio estone o siano controllati dagli operatori tramite ripetitori dall'Estonia, o attraverso Starlink, il cui segnale può provenire dalla Finlandia. Episodi analoghi sono avvenuti nel mese di maggio, provocando la caduta del governo lettone.

Alla luce delle rivelazioni pubblicate da Bloomberg, appare verosimile che alcuni Paesi europei abbiano aumentato il proprio livello di cobelligeranza con l’obiettivo di costringere la Russia a sedere al tavolo dei negoziati e strapparle concessioni. È un azzardo: il coordinamento di attacchi ucraini contro civili sul territorio russo, anziché avviare i negoziati, potrebbe avviare un escalation con la NATO.    

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In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali. Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, lì i nazigolpisti di Kiev hanno campo libero: l'importante è che stiano agli ordini quando si tratta di puntare su bersagli che fanno scena e mostrano al pubblico che la Russia è ormai allo stremo, che «la favola dell’operazione Speciale si svela solo una grande illusione», come certifica la signora Anna Zafesova su La Stampa. 

Avanti così: noi vi diamo i miliardi di euro e voi continuate la guerra; a segnare le direttrici dei colpi più spettacolari ci pensano gli specialisti NATO; voi, ucraini, colpite dove più vi aggrada. Noi non siamo ancora pronti per entrare in campo direttamente e abbiamo bisogno che voi continuiate a mandare al macello i vostri uomini. Se non ne avete più a sufficienza, ci pensiamo noi: rimpatriamo in tutta fretta quei “codardi” che si sono imboscati in Europa; la legge è già pronta. Perché, anche in guerra, quello che conta è la “legalità”; la nostra “legalità” europeista, quella che plaude al bombardamento di Piter e che, ancora secondo la signora suddetta, «è quindi diretto alla vanità del dittatore russo», così che l'attacco, declama il signor Paolo Valentino sul Corriere della Sera, «non ha solo il valore simbolico di umiliazione cocente per Vladimir Putin», che ora, dunque, «deve prendere atto che la guerra ce l’ha nel salotto di casa». Chissenefrega di qualche decina di civili mandati all'ospedale in fin di vita. È la guerra. La guerra dell'Ucraina baluardo dei valori europei contro le autocrazia asiatiche. L'Ucraina sta o non sta vincendo? E allora che lo si mostri a scena aperta: il nazigolpista capo, ex “attore” di gag televisive di terz'ordine, è lì apposta a recitare la parte del “condottiero” che è riuscito a piegare una potenza nucleare, così che i popoli d'Europa vedano che la Russia non è altro che una “tigre di carta”, che non c'è da averne paura e che se le cancellerie europee si preparano alla guerra aperta, lo fanno a ragion veduta, sapendo di avere di fronte un “gigante dai piedi d'argilla”. Avanti alla guerra; l'Ucraina europeista ci dimostra come sia possibile piegare “lo zar”. Ancora un paio d'anni di uomini ucraini mandati al macello e poi interverremo noi (cioè: loro) e faremo vedere allo “zar” che lo possiamo battere in quattro e quattr'otto. Popoli d'Europa, non temete, sarà una guerricciola che promette enormi guadagni: un “migliaio di morti” e ci siederemo al tavolo dei vincitori, come diceva “sua eccellenza” nel 1940, e ci assicureremo la nostra parte di tutte quelle sterminate ricchezze che i russi pretendono di godersi solo per sé.

Intanto, se i nazisti di Kiev ammazzano un po' di civili qua e là per la Russia, sono quisquilie; non fanno nemmeno cronaca spicciola da spenderci un piede di pagina. Quello che davvero conta è convincere il lettore che la guerra europea contro la Russia, la guerra guerreggiata contro un paese “ormai allo stremo”, sia possibile, necessaria e vittoriosa.
Dunque: decine di miliardi in cambio della guerra e del massacro di altre centinaia di migliaia di uomini. Non è un caso, afferma dall'Austria il politologo ucraino Konstantin Bondarenko, che negli ultimi tempi Valdimir Zelenskij abbia insistito sulla nota per cui la guerra durerà ancora due o tre anni; perché due o tre anni? Perché «i paesi europei dicono che bisogna combattere per altri due o tre anni; non bisogna fermarsi... l'Europa si sta preparando alla guerra con la Russia e ha interesse che l'Ucraina guadagni tempo... Se all'Ucraina vengono dati 90 miliardi, non li riceve per la pace, ma per la guerra». Tra l'altro, dice Bondarenko, rendendo pubblico il messaggio in cui chiede a Trump l'immediata fornitura di missili Patriot, Zelenskij cerca di mettere il presidente USA «in una posizione scomoda», esponendolo ad attacchi politici. Nel messaggio, il nazigolpista capo elogia l'Ucraina per aver difeso praticamente il mondo intero, e chiede poi missili antiaerei. Zelenskij si sente al sicuro perché crede che gli Stati Uniti non gli impongano nulla e considera la Gran Bretagna il suo «principale Stato sovrano», governato da casate – Windsor, Rothschild, ecc. – che dettano la vera politica e non permetteranno a nessuno di danneggiare lui, Zelenskij. 
In effetti, secondo The Guardian, la carenza di Patriot sta mettendo Kiev in serio stato di vulnerabilità: l'aggressione yankee-sionista all'Iran ha innescato una carenza globale di quei sistemi, con grave impatto sul conflitto ucraino. El jefe de la junta di Kiev lamenta che 800 missili Patriot siano stati utilizzati nelle prime 24 ore dell'aggressione all'Iran, mentre, a suo dire, Kiev non ha mai avuto a disposizione un numero così elevato di missili. Per l'afflizione di tutti i media liberal-bellicisti che vedono Moskva ormai in ginocchio, il giornale britannico osserva che la carenza di quei missili ha già influenzato le tattiche russe di guerra e, a detta del professor Phillips O'Brien, la situazione offre a Moskva ancora più opportunità di colpire le infrastrutture critiche dell'Ucraina.

Ma, per l'appunto, non sono solo le armi che mancano. La tedesca Die junge Welt, su fonti dell'agenzia DPA, scrive che il 4 giugno i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare. A quanto pare, scrive Kristian Stemmler, la UE intende prolungare la guerra per procura contro la Russia non solo con milioni di euro e attrezzature militari per Kiev, ma anche con nuove reclute per il fronte. Una delle opzioni è quella di estendere di un altro anno l'attuale regime di protezione per tutti i rifugiati ucraini, valido fino a marzo 2027. L'alternativa è quella di escludere dalla protezione temporanea gli ucraini di età tra i 23 e i 60 anni. Secondo la dpa, se la restrizione per gli uomini in età militare venisse adottata, potrebbe entrare in vigore in tempi relativamente brevi.

Attualmente, i rifugiati ucraini sono ammessi nella UE in base alla Direttiva sull'afflusso di massa, entrata in vigore nel febbraio 2022, che consente agli ucraini di vivere e lavorare nella UE senza dover seguire una normale procedura di richiesta di asilo. Stando a Eurostat, a marzo 2026 erano oltre 4 milioni gli ucraini con protezione temporanea nella UE, tra cui 1,27 milioni in Germania, 961.405 in Polonia, 379.820 nella Repubblica Ceca, con un 26,6% costituito da uomini adulti.

E, comunque, nel caso che - non piangano i farabutti delle redazioni liberal-torquemadiste – l'Ucraina dovesse trovarsi a corto di tutto e impossibilitata materialmente a tenere il campo prima che l'Europa sia pronta a entrare in guerra, ecco che si sta approntando uno scenario di riserva: quello del Baltico. 

Il Comandante in Capo delle Forze armate svedesi ha comunicato che a Gotland si verificano carenze idriche e interferenze radio causate, manco a dirlo, dai russi. Dunque, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti, ciò «significa che quest'isola anonima, popolata da pecore e turisti, debba essere urgentemente trasformata in una "portaerei" svedese», aumentando il contingente militare già presente, accrescendo i mezzi militari, sistemi di difesa aerea e carri armati. Gli “esperti” svedesi dipingono un quadro con truppe russe che sbarcano a Gotland, mentre gli analisti della RAND americana “confermano” che la Russia starebbe minacciando i cavi internet sottomarini sul fondo del mar Baltico e propongono che la NATO intensifichi le attività di intelligence nell'area, aumenti il numero di pattuglie e, soprattutto, intraprenda azioni militari per proteggere i cavi sottomarini. Non si tratta solo di militarizzare il Baltico, afferma Nikiforova: si tratta di esercitare una «pressione militare diretta sulla Russia, che porterebbe al sequestro delle nostre navi e a un'ulteriore escalation, e che di fatto incoraggerebbe un vero e proprio attacco di rappresaglia». Non sono da meno a Varsavia: l'Istituto Polacco per gli Affari internazionali ha pubblicando un rapporto zeppo di proprie “verità” sul "sabotaggio russo" nel Baltico. E un eccentrico generale yankee a riposo ha proposto a Trump di creare un «secondo Stretto di Hormuz» per i russi nel Baltico, bloccando i porti di Primorsk e Ust-Luga, fermare le navi russe e assediare Kaliningrad. Ma, dice Nikiforova, in quel caso la risposta di Moskva, in base alla strategia russa, sarebbe «nucleare e colpirebbe non solo gli europei ma anche gli americani, e questo è un incubo per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca. Avventurarsi nel Baltico sarebbe un vero e proprio suicidio, sebbene gli europei sarebbero lieti di esporre gli USA a un attacco, neutralizzando il loro concorrente e vendicando tutte le umiliazioni subite».

In ogni caso, l'area del Baltico è già da tempo oggetto delle “attenzioni” UE-NATO e, come afferma l'ex maggiore dell'esercito USA di origini russe, Stanislav Krapivnik, la situazione nel conflitto ucraino non cambierà finché i paesi NATO non ne soffriranno direttamente. Prendiamo uno o due paesi e usiamoli come esempio per inviare un messaggio diretto, dice Krapivnik; «oggi Vilnius, domani Varsavia, dopodomani Parigi o Londra. Non c'è bisogno di far saltare in aria i civili con armi nucleari. La tecnologia russa è abbastanza sofisticata da paralizzare una città e distruggere le comunicazioni interne». Tanto più, dice, che Finlandia e Stati baltici hanno da tempo cessato di essere neutrali, avendo permesso «ai droni ucraini di entrare nel loro spazio aereo. La Lituania si è spinta oltre, consentendo l'utilizzo di cinque delle sue basi militari come rampe di lancio. Ma finché la NATO non ne avvertirà le conseguenze, non si fermerà. Stanno permettendo all'Ucraina di utilizzare il loro spazio aereo. Sono partecipanti diretti a questa guerra».

Negli stessi termini si esprime anche l'ex ufficiale dei servizi segreti Andrei Bezrukov, docente al prestigioso MGIMO: i paesi baltici stanno di fatto già conducendo una guerra contro la Russia. Mosca, tuttavia, si trattiene solo perché sta cercando di costruire relazioni con gli Stati Uniti. Ciò che stanno facendo è di fatto un atto di guerra, dice Bezrukov: «Se volessimo rispondere, il casus belli è già stato creato. Ma sarebbe molto doloroso per loro. L'esercito russo non interverrà. Cosa dovremmo fare noi in questi poveri Paesi baltici?… una nostra petroliera è esplosa nel Mediterraneo. L'Europa dipende per oltre il 90% dal gas importato. Immaginate se una o due di queste petroliere esplodessero improvvisamente in porto. Cosa succederebbe all'Europa allora?... Vogliono arrivare a una grave provocazione. A un certo punto non avremo altra scelta. E non è detto che dovremo ricorrere alle armi nucleari. Anche se, in caso di una guerra seria, le useremo sicuramente».

E, per i pianti dei filistei euro-guerrafondai che marciano petto in fuori all'arrembaggio di una Russia facile preda delle “potenze demo-liberiste”, l'osservatore Jurij Miloslavskij sostiene che l'Operazione militare russa sia molto probabilmente solo all'inizio. La Russia sta «preservando il più possibile le truppe e le scorte di armi in previsione di tale eventualità... la situazione economica in Europa rende inevitabile una nuova guerra di grandi proporzioni. I leader europei hanno completamente distrutto le economie dei loro paesi e ora non c'è via di ripresa; l'unica opzione possibile è la guerra». Bruxelles e le cancellerie europee l'hanno voluta, la guerra; vi si sono preparate e stanno apprestando i piani per aprire il fronte; la guerra, diceva Clausewitz, è «la continuazione della politica con altri mezzi». La politica UE-NATO ha preparato la guerra e solo un'organizzazione politica forte e combattiva delle masse popolari europee è in grado di mandare all'aria i loro piani.

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https://ukraina.ru/20260604/tri-cheloveka-pogibli-v-rezultate-udara-vsu-po-simferopolyu--1079795932.html

https://politnavigator.news/vam-dali-90-milliardov-znachit-voyujjte-es-ne-daet-ukraine-soskochit-s-vojjny.html

https://politnavigator.news/zelenskijj-pytaetsya-podstavit-trampa.html

https://ria.ru/20260603/ukraina-2096353971.html

https://www.jungewelt.de/artikel/523607.html

https://ria.ru/20260603/evropa-2096281287.html

https://politnavigator.news/stanislav-krapivnik-dalshe-vsekh-poshla-litva-s-pyati-ejo-baz-zapuskayut-drony-vsu-po-rossii.html

https://politnavigator.news/rossijjskijj-razvedchik-o-pribaltike-kazus-belli-uzhe-sozdan-im-budet-ochen-bolno-armiya-ne-vojjdjot.html

https://ukraina.ru/20260530/chto-ukrainskie-soldaty-delayut-v-afrike-i-kak-nato-gotovilos-k-voyne-s-rossiey-1079610676.html

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Nazionale palestinese sotto shock: prolungata la detenzione della calciatrice Rand Halawani a Gerusalemme

 

Le autorità israeliane hanno prorogato lo stato di fermo di una calciatrice della nazionale femminile palestinese, che era stata precedentemente convocata a Gerusalemme per un interrogatorio. A renderlo noto sono le istituzioni palestinesi.

La Federazione calcistica palestinese (PFA) ha fermamente condannato il prolungamento della detenzione della ventenne Rand Halawani, arrestata nella serata di martedì. In una nota ufficiale, la PFA ha sottolineato che l'arresto di Halawani, insieme a quello di un'ex atleta della nazionale, "non rappresenta un caso isolato, bensì si inserisce in un quadro ben documentato di persecuzione sistematica ai danni degli sportivi palestinesi, perpetrata nella totale impunità". Secondo le informazioni diffuse dal Governatorato palestinese di Gerusalemme, mercoledì un tribunale israeliano ha esteso la custodia cautelare della giovane fino a venerdì.

Sempre martedì, nella Cisgiordania occupata, le forze armate israeliane hanno tratto in arresto l'ex calciatrice della nazionale Natalie Abu Diyeh, studentessa presso l'Università di Birzeit, insieme ad altre tre giovani donne palestinesi. Attraverso un comunicato, l'esercito israeliano ha giustificato il provvedimento sostenendo che le quattro donne fossero sospettate di "promuovere attività terroristiche e altre condotte connesse al terrorismo".

L'Università di Birzeit ha respinto le accuse, denunciando gli arresti come parte integrante delle "politiche sistematiche di Israele volte a colpire il sistema educativo palestinese e a negare agli studenti il diritto di portare avanti il proprio percorso accademico". Anche il vescovo Imad Haddad, della Chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa (comunità di cui fa parte Natalie Abu Diyeh), ha lanciato un forte appello per l'immediata liberazione della ragazza: "Siamo profondamente scossi e inorriditi da questa notizia, nonché dal fatto che alla famiglia non sia ancora stato comunicato dove sia stata condotta", ha dichiarato Haddad in una nota ufficiale.

Secondo i dati forniti dal Prisoners Club, la principale organizzazione per i diritti dei detenuti nei territori palestinesi, sono attualmente 89 le donne palestinesi ristrette nelle carceri israeliane, tra cui figurano tre minorenni e tre donne in stato di gravidanza. Più in generale, l'associazione affiliata all'Autorità Palestinese ha denunciato che, alla fine di maggio, il numero complessivo dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – inclusi i cittadini palestinesi con cittadinanza israeliana – superava le 9.400 unità.

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Araqchi ad Al Mayadeen avverte USA e Israele: "Siamo pronti a una guerra lunghissima"

 

Il ministro degli Esteri iraniano ha dichiarato che la fine del conflitto in Iran e quella in Libano sono strettamente interconnesse, avvertendo che Teheran è pronta a reagire qualora Israele dia seguito alle sue minacce contro Beirut.

In un'intervista esclusiva rilasciata mercoledì all'emittente libanese Al-Mayadeen, il capo della diplomazia iraniana, Seyed Abbas Araqchi, ha analizzato gli ultimi sviluppi regionali, definendo il conflitto come una "guerra di aggressione israelo-americana contro l'Iran". Araqchi ha inoltre fatto il punto sui contatti con gli Stati Uniti per porre fine alle ostilità e sulle operazioni militari israeliane in Libano.

«Siamo preparati per una guerra molto lunga»

Riguardo alla situazione interna, il ministro ha chiarito che l'Iran non cerca lo scontro, ma è pienamente pronto a continuare a difendersi se necessario, evidenziando il rafforzamento delle Forze Armate della Repubblica Islamica.

«Non abbiamo mai cercato la guerra. Vogliamo la pace, ma una pace onorevole», ha affermato Araqchi, aggiungendo tuttavia che le Forze Armate iraniane sono pronte a «continuare la guerra, sia in termini di capacità militari, sia di coesione nazionale, sia di determinazione a contrastare l'aggressione».

"La nostra posizione militare è persino più forte di prima della guerra, poiché siamo stati in grado di mantenere la produzione militare durante l'aggressione, e loro non sono stati in grado di fermarla", ha aggiunto, riferendosi all'ultimo episodio di attacchi da parte di Stati Uniti e Israele contro il Paese, culminato con il cessate il fuoco entrato in vigore l'8 aprile.

"Pertanto, abbiamo la capacità di continuare la guerra per tutto il tempo necessario", ha sottolineato. Tuttavia, il Ministro degli Esteri ha precisato che "se prevarrà la ragione, la guerra non riprenderà".

La percezione degli Stati Uniti sulla forza dell'Iran

Araqchi ha sostenuto che gli eventi recenti hanno modificato la percezione di Washington riguardo alla potenza di Teheran.

"Nella recente guerra, gli americani hanno compreso concretamente la vera potenza dell'Iran", ha evidenziato.

Secondo il ministro, Washington non ha raggiunto i suoi obiettivi, a partire dalla richiesta iniziale di una "resa incondizionata".

"Questo non è mai successo", ha aggiunto, facendo riferimento alle circa 100 ondate di contrattacchi decisi e di rappresaglia condotti dalle forze armate iraniane in risposta all'offensiva, dinamica che ha poi spinto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ad annunciare un cessate il fuoco unilaterale.

Stato dei negoziati con Washington

Al momento, ha precisato il ministro, non è in corso alcun processo negoziale formale tra l'Iran e gli Stati Uniti. Tuttavia, le due parti mantengono aperti i canali di comunicazione, anche se Araqchi ha precisato che tali contatti non hanno prodotto "alcun progresso significativo" negli ultimi giorni.

"Entrambe le parti stanno attualmente rivedendo i quadri di riferimento esistenti e, se le condizioni saranno favorevoli, i negoziati riprenderanno sulla base degli interessi nazionali dell'Iran, dei diritti del popolo iraniano e dell'obiettivo di porre fine alla guerra sia in Iran che in Libano", ha spiegato.

Il legame con il fronte libanese

Araqchi ha ribadito con fermezza che la fine delle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese, resta una condizione imprescindibile per la Repubblica Islamica nell'ambito di qualsiasi potenziale accordo con gli Stati Uniti.

"Non consideriamo l'esito della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele indipendente dall'esito della guerra in Libano", ha rimarcato. «O la guerra finisce in entrambi i luoghi, oppure continua in entrambi i luoghi», ha avvertito.

Il ministro ha poi respinto l'idea che sia stato un intervento di Trump a bloccare i piani israeliani di attaccare la capitale libanese, Beirut, nelle ultime ore.

"Ciò che ha fermato questa situazione di guerra negli ultimi due giorni è stata la forza della resistenza; la forza delle Forze Armate in Iran e della Resistenza in Libano", ha dichiarato l'alto diplomatico.

L'avviso su Beirut: «Pronti a reagire»

Il capo della diplomazia iraniana ha ribadito che le sorti del conflitto dipendono dalle capacità della resistenza, confermando che Teheran è pronta a colpire Israele qualora venissero attaccati Beirut e la sua periferia meridionale. Il ministro ha rivelato di aver già avvertito Washington: un attacco alla capitale libanese farebbe decadere la tregua.

"Abbiamo informato la parte statunitense che, se Beirut fosse stata attaccata, non lo avremmo tollerato in aun modo. Dal nostro punto di vista, il cessate il fuoco sarebbe completamente fallito e le nostre Forze Armate avrebbero reagito", ha chiarito.

Il ruolo di Hezbollah e il futuro del Libano

Il ministro ha poi parlato del movimento guidato da Hezbollah, definendolo una componente strutturale e inamovibile della società, della difesa e della politica libanese.

"Il mondo deve accettarlo", ha detto Araqchi, aggiungendo che "nessuno può ignorare (Hezbollah) o eliminarlo".

Il ministro si è detto non sorpreso della tenuta del movimento nonostante le uccisioni dei suoi leader storici: “La resistenza è un ideale. La resistenza non depende dal singolo individuo”, ha affermato.

Infine, parlando della conclusione del conflitto, Araqchi ha chiarito che la fine delle ostilità dovrà coincidere con il ritiro delle forze israeliane dai territori libanesi occupati e con il pieno rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale del Libano, ponendo le basi per la ricostruzione.

"È stato Israele a legarci al Libano durante la guerra che ci hanno imposto... Hanno iniziato la guerra contro Hezbollah e hanno anche intensificato i loro crimini contro il Libano".

Pur sottolineando che Teheran non interferisce negli affari interni di Beirut, il ministro ha spiegato che la fine simultanea dei conflitti è legata all'azione militare imposta da Israele a entrambi i paesi. Ha concluso criticando l'inerzia delle organizzazioni internazionali nel condannare l'operato israeliano e confermando che diversi paesi si sono detti pronti a finanziare la ricostruzione, processo a cui anche l'Iran darà il proprio attivo contributo.

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La Russia colpisce i centri nevralgici dell'apparato militare ucraino dopo gli attacchi ai civili

La Russia ha intensificato nelle ultime settimane la sua campagna di attacchi contro obiettivi del complesso militare-indistriale ucraino, come risposta diretta agli atti terroristici compiuti dal regime di Kiev contro la popolazione civile russa. Mentre il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026) apriva i battenti con la partecipazione di delegazioni provenienti da oltre cento Paesi, una massiccia incursione di droni ucraini ha preso di mira la seconda città della Federazione Russa e numerose altre regioni del Paese. Secondo il Ministero della Difesa russo, nella notte sono stati abbattuti 345 droni ucraini, di cui 59 nella sola regione di Leningrado. A San Pietroburgo alcune persone sono rimaste ferite in seguito agli attacchi contro infrastrutture civili nei distretti di Kirovsky, Krasnoselsky e nell'area portuale di Kronstadt.

Le autorità russe denunciano da tempo che Kiev continua a colpire obiettivi civili e infrastrutture non militari nel tentativo di seminare paura tra la popolazione e aumentare la pressione politica su Mosca. Particolarmente grave, evidenzia il Cremlino, è stato l'attacco di Starobelsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk, che ha provocato la morte di 21 giovani. Mosca ha definito l'episodio un attentato terroristico e ha portato il caso davanti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, presentando documentazione sulle vittime civili. Il presidente Vladimir Putin aveva avvertito che la Russia non avrebbe potuto limitarsi a proteste diplomatiche e che sarebbero seguite misure concrete di risposta. In questo contesto si inseriscono i massicci raid lanciati dalle Forze Armate russe contro il complesso militare-industriale ucraino. Nella notte del 2 giugno sono stati colpiti impianti di produzione militare, centri di comando, depositi logistici, infrastrutture aeroportuali e sistemi di difesa aerea in numerose regioni dell'Ucraina.

Secondo Mosca, tra gli obiettivi figurano aziende impegnate nella produzione di droni, armamenti e componenti destinati alle forze armate ucraine. L'ambasciatore russo per le questioni relative ai crimini del regime di Kiev, Rodion Miroshnik, ha dichiarato che gli attacchi di rappresaglia sono finalizzati a ridurre il potenziale militare ucraino e a limitare la capacità dell'Occidente di sostenere ulteriormente il morente regime di Kiev. La strategia russa punta a colpire in modo sistematico l'intera catena militare ucraina: fabbriche della difesa, reti logistiche, depositi di armi e sistemi antiaerei. Secondo gli esperti militari russi, l'operazione segna il passaggio a una fase di pressione costante, con attacchi combinati di missili e droni destinati a logorare progressivamente le capacità operative delle forze ucraine.

Mosca ritiene che la prosecuzione degli attacchi contro civili e infrastrutture russe da parte di Kiev renda inevitabile un ulteriore irrigidimento della risposta militare. Mentre l'Ucraina continua a ricevere sostegno economico e militare dai Paesi occidentali, il Cremlino sostiene che l'esito del conflitto e le prospettive di un eventuale negoziato dipenderanno sempre più dagli equilibri sul campo di battaglia. In questa cornice, per la leadership russa le operazioni contro il complesso militare-industriale ucraino rappresentano una risposta necessaria agli atti terroristici che, come evidenzia Mosca, continuano a colpire la popolazione civile della Federazione Russa.


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