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Xi muove le navi da guerra: cosa c'è dietro l'esercitazione (con portaerei) nel Mar Cinese

La Cina torna a mostrare i muscoli nel Pacifico occidentale. Negli ultimi giorni il gruppo navale guidato dalla portaerei Liaoning è stato impegnato in una vasta esercitazione nelle acque a est delle Filippine, un’area sempre più strategica nello scenario geopolitico asiatico. La mossa di Pechino arriva in una fase di crescente competizione tra il Dragone e gli Stati Uniti, ma anche mentre Tokyo e Manila rafforzano la loro cooperazione in materia di sicurezza.

Le esercitazioni della Cina

Secondo quanto riferito da Reuters, il ministero della Difesa giapponese ha monitorato la Liaoning e le unità di scorta tra il 26 e il 28 maggio nelle acque a est dell’isola filippina di Luzon. Durante la navigazione, i velivoli e gli elicotteri imbarcati sulla portaerei hanno effettuato circa 170 operazioni di decollo e atterraggio, mentre la formazione navale si è spinta fino a circa 590 chilometri a sud-est dell’isola giapponese di Miyako.

Tokyo ha confermato che il gruppo stava procedendo verso sud-est lungo la fascia orientale delle Filippine. Le esercitazioni di Pechino si inseriscono in una più ampia attività della Marina cinese nel Pacifico occidentale. Nelle scorse settimane, la Liaoning aveva già preso parte ad addestramenti con la nuova fregata Type 054B, una delle piattaforme più moderne entrate recentemente in servizio.

In quell’occasione, la Cina aveva annunciato che il gruppo portaerei sarebbe stato impegnato in missioni di addestramento d’altura, esercitazioni con fuoco reale, operazioni di supporto e attività di ricerca e soccorso, con l’obiettivo dichiarato di migliorare le capacità operative in scenari di combattimento realistici.

Activities of Chinese Navy Aircraft Carrier pic.twitter.com/s0LNPQUDao

— Japan Joint Staff (@JapanJointStaff) June 2, 2026

Un messaggio a Filippine e Giappone

Il Giappone ritiene che queste missioni servano soprattutto ad accrescere la capacità cinese di condurre operazioni aeronavali a lunga distanza, consolidando la presenza di Pechino nelle rotte strategiche del Pacifico. Non solo: le manovre si sono concretizzate in un momento di forte tensione diplomatica tra Cina e Giappone.

Negli ultimi giorni, infatti, Pechino ha criticato duramente Tokyo per il rafforzamento della cooperazione militare con Manila, definita da funzionari giapponesi come un rapporto ormai vicino a una vera alleanza. I due Paesi stanno discutendo nuove forniture militari, inclusa la possibile cessione di sistemi d’arma e unità navali, mentre hanno avviato colloqui sulla delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive.

Sullo sfondo resta la questione di Taiwan, che la Cina considera parte integrante del proprio territorio e che continua a rappresentare il principale potenziale punto di crisi nella regione. Ecco che la presenza della Liaoning a est delle Filippine diventa un messaggio rivolto ai vicini e agli alleati degli Stati Uniti, volto a dimostrare che la Marina cinese è ormai in grado di operare con continuità anche lontano “da casa”.

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Teheran: "Scambio di messaggi con gli Usa sospeso da mesi". Trump: "Fake News, colloqui proseguiti anche oggi"

Si complica il fragile equilibrio tra Iran, Stati Uniti e Israele. Secondo media iraniani, da giorni si è interrotto lo scambio di messaggi tra Teheran e Washington, mentre i Pasdaran rivendicano il controllo dello Stretto di Hormuz e minacciano nuovi scenari militari. Dopo l’attacco alla nave Msc Sariska V in Iraq, Netanyahu avverte che il regime iraniano “alla fine crollerà”, mentre da Teheran si parla di guerra “inevitabile”.

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Il Libano è la chiave. Pasdaran e Israele soffiano sul fuoco. Ma Donald lo spegne

Un solo elemento lega il governo di Benjamin Netanyahu al regime dei pasdaran ed è la comune avversione per la tregua inseguita negli ultimi cinquanta e passa giorni da Donald Trump. Una tregua che il Presidente Usa ha rimesso in piedi ieri sera telefonando a Bibi e chiedendogli di sospendere il programmato bombardamento di Beirut annunciato ore prima dal premier israeliano.

Ma per capire le difficoltà in cui naviga la Casa Bianca bisogna ricostruire i convulsi sviluppi delle ultime 72 ore. Netanyahu costretto ad andare alle urne a settembre, non può permettersi d'ignorare la sorte degli abitanti del Nord d'Israele costretti all'esodo da missili e droni di Hezbollah. L'Iran invece non può abbandonare al proprio destino quel «Partito di Dio» creato e cresciuto dai Guardiani della Rivoluzione tra il 1982 e il 2000, in concomitanza con l'occupazione israeliana del Sud del Libano. E così il Paese dei Cedri torna ad essere la terra di mezzo su cui rilanciare la guerra e dribblare i tentativi di tregua con l'Iran intessuti dall'amministrazione Trump. Tutto questo s'intreccia con l'avanzata di Tsahal nel Sud del Libano e la simbolica conquista israeliana del castello di Beaufort e di altre roccaforti del Partito di Dio. Un'avanzata a cui i militanti sciiti - incoraggiati secondo fonti americane dai pasdaran - replicano con nuovi missili contro i villaggi del Nord d'Israele e con una serie di attacchi di droni costati la vita ad un soldato israeliano.

L'escalation spinge Netanyahu e il ministro degli Esteri Israel Katz ad annunciare l'imminente ripresa dei bombardamenti sui sobborghi meridionali di Beirut controllati da Hezbollah. Una risposta agli iraniani e ad Hezbollah, ma anche un calcio negli stinchi a Trump che giorni prima ha chiesto a Netanyahu di metter fine agli attacchi su Beirut per permettergli di chiudere un accordo di tregua con l'Iran. Così per qualche ora il buco nero libanese sembra inghiottire tutte le trattative condotte fin qui dagli emissari della Casa Bianca e lasciare Trump con un pugno di mosche in mano. «La violazione della tregua su un fronte - scrive su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi - è una violazione su tutti i fronti». L'agenzia Tasnim, controllata dai pasdaran, annuncia invece la ripresa del blocco di Hormuz e la chiusura «dello stretto di Bab el Mandeb, al fine di punire i sionisti e i loro sostenitori». Parole che sembrano metter a fine ai negoziati con la Casa Bianca e amplificare la crisi globale già innescata dal blocco di Hormuz.

Con conseguenze particolarmente gravi per l'Europa e il nostro Paese. Un blocco di Bab El Mandab per mano delle milizie Houthi - alleate di Teheran - azzererebbe i passaggi attraverso Suez costringendo i mercantili a circumnavigare l'Africa. E questo - oltre a moltiplicare i costi delle merci - spingerebbe le navi a preferire i porti del Nord Europa a quelli italiani. La repentina evoluzione rappresenta anche uno smacco per Trump. Messo con le spalle al muro da nemici e alleati il presidente rischia di dover riprendere gli attacchi a Teheran giocandosi ulteriori consensi sul piano interno. Ecco allora la telefonata in zona Cesarini a Netanyahu e la richiesta, accolta apparentemente dall'alleato israeliano, di bloccare i bombardamenti su Beirut. Resta però drammaticamente aperto il fronte iraniano. Ma Trump per ora minimizza. «Non mi importa se sono finiti» dichiara in un'intervista alla Cnbc affrontano il tema dei colloqui con Teheran. Il conflitto, però, è di nuovo ad un passo. E per un presidente che ha sempre promesso di metter fine alle «guerre infinite» non è un problema da poco.

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