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Flotilla, attivisti italiani in Libia restano in carcere

“I miei amici mi hanno sempre detto che sono tirchia. Invece a 20 anni ho già acquistato la mia prima casa. Ecco come ci sono riuscita”: la storia di Tia Cordery
Sicuramente avrà perso nel suo breve percorso di vita tanti amici, ma ora può orgogliosamente sfoggiare a soli 20 anni la sua prima casa acquistata. Una giovane donna di Billericay, nell’Essex, è riuscita a comprare un monolocale, dimostrando che la disciplina finanziaria può trasformare i sogni in realtà. Come riporta il Mirror, Tia Cordery veniva spesso derisa dai suoi coetanei per le sue abitudini di risparmio, ha iniziato il suo percorso verso l’indipendenza abitativa all’età di 16 anni, quando ha intrapreso un apprendistato professionale.
Sin dai primi mesi di lavoro, la giovane ha adottato una strategia finanziaria rigorosa, destinando una quota significativa del proprio stipendio a un conto di risparmio dedicato, rinunciando consapevolmente alle spese tipiche della sua età, come serate con gli amici e attività sociali. Una scelta che, all’epoca, le era valsa il poco lusinghiero appellativo di “tirchia” da parte di chi la circondava.
La sua determinazione, tuttavia, ha dato i suoi frutti: nei primi mesi di quest’anno, Tia ha coronato il suo obiettivo ottenendo un mutuo e acquistando un monolocale del valore di 180mila sterline. Una storia che rappresenta un esempio concreto di come la pianificazione finanziaria, anche in giovane età, possa aprire le porte a traguardi considerati irraggiungibili per la maggior parte dei giovani britannici alle prese con un mercato immobiliare sempre più difficile.
“Ricordo che all’epoca le persone con cui uscivo mi davano della tirchia, – ha affermato Tia – dicevano che ero avara solo perché non volevo uscire continuamente a spendere tutti i miei soldi. Non parlo più con loro, ma è stata dura. Mi dicevano cose tipo ‘usciamo, divertiamoci’ e io rispondevo ‘non ho molti soldi, non voglio farlo’. Ho perso tanti amici per questo motivo”.
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Nasce il nuovo governo danese, Frederiksen riparte dalla Groenlandia
Iran, il doppio colpo di Netanyahu: Israele avanza in Libano e fa vacillare l’intesa tra Stati Uniti e Teheran
“C’è stato un piccolo intoppo oggi, gli iraniani erano sconvolti per gli attacchi di Israele al Libano. Quindi ho parlato con Hezbollah e ho detto di non sparare, e ho parlato con Bibi e ho detto di non sparare, e tutti e due hanno smesso di spararsi a vicenda”. In Italia sono le 23.59 del 1° giugno, quando le agenzie battono i virgolettati di Donald Trump. Parole, quelle del presidente degli Stati Uniti, che sarebbero state smentite dagli eventi nelle ore successive: il Partito di Dio ha continuato a lanciare razzi contro il nord dello Stato ebraico e Tel Aviv ha risposto uccidendo almeno 6 persone nel sud del paese dei cedri.
Lo scontro tra Tel Aviv e Hezbollah è diventato uno dei nodi più delicati nelle trattative per il raggiungimento del cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran. E’ stata Teheran a metterlo al centro del tavolo, ponendo come condizione per la chiusura lo stop delle operazioni militari israeliane. L’interlocuzione era stata intavolata, le due parti si erano scambiate proposte, ognuna delle due era descritta o si diceva impegnata ad apportare modifiche a quella della controparte, e i lavori parevano procedere. Poi, lunedì mattina, la mossa di Netanyahu: il premier “e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ordinato alle Idf di attaccare obiettivi terroristici nel quartiere di Dahiyeh a Beirut“, roccaforte delle milizie sciite.
Un salto di qualità importante. Se fino a pochi giorni fa l’obiettivo dichiarato di Tel Aviv era ricacciare Hezbollah a nord del fiume Litani, da giovedì le Israel Defense Forces stanno compiendo operazioni di terra ben più a settentrione, arrivando a combattere nell’area di Nabatieh, bombardando dal cielo e chiedendo agli abitanti di diversi villaggi di evacuare “immediatamente e trasferirsi a nord del fiume Zahrani“, ovvero altri 20 km più a nord rispetto al Litani. L’annuncio di Netanyahu, quindi, è stato interpretato come la volontà di Tel Aviv di mettere nel mirino la capitale e colpire forse in maniera definitiva i vertici dell’organizzazione sciita, legata a doppio filo a Teheran.
Una minaccia presa sul serio dalla Repubblica Islamica al punto che poche ore dopo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti doveva essere considerato valido “su tutti i fronti, incluso il Libano”, e che una violazione nel paese dei cedri equivaleva a una violazione dell’intera intesa. Subito dopo l’agenzia Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha riferito della sospensione delle comunicazioni negoziali con Washington, sostenendo che non ci sarebbero stati ulteriori colloqui finché non fossero cessate le operazioni israeliane in Libano e a Gaza. La stessa agenzia aggiungeva che a causa degli attacchi israeliani sul Libano “l’Iran e il Fronte della Resistenza” starebbero valutando “la chiusura completa dello Stretto di Hormuz e l’attivazione di altri fronti, tra cui lo Stretto di Bab el-Mandeb“. Una minaccia che pesa, perché comporterebbe ulteriori problemi anche per l’Europa: quello di Bab el-Mandeb è il choke point attraverso il quale le merci prodotte nell’Unione europea che arrivano nel Mar Rosso attraverso lo Stretto di Suez hanno poi accesso all’oceano Indiano e quindi ai mercati dell’Estremo oriente.
Nella tarda serata di ieri è arrivata l’intervista di Trump all’emittente Abc, in cui il capo della Casa Bianca ha spiegato di aver “avuto una conversazione con Bibi Netanyahu, chiedendogli di non intraprendere un’incursione su vasta scala a Beirut, in Libano” e il premier israeliano “ha fatto invertire la marcia alle sue truppe. Grazie, Bibi”. Sia Israele che Hezbollah hanno accettato di “smettere di sparare. Vediamo quanto durerà: si spera per l’eternità“, ha aggiunto con la consueta tendenza all’iperbole il tycoon, secondo cui l’accordo con l’Iran per l’estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire già nel corso della “prossima settimana“.
Nelle stesse ore l’amministrazione Trump faceva arrivare ad Axios i contenuti di una presunta telefonata tra Trump e Netanyahu nella quale il primo avrebbe strigliato a dovere il secondo. “Sei un dannato pazzo – avrebbe detto il presidente Usa al premier israeliano -. Saresti in prigione se non fosse per me, ti sto salvando”. E ancora, in un crescendo, “tutti ti odiano adesso, tutti odiano Israele per questo”. Un colloquio smentito dall’entourage del secondo: “Trump non ha detto a Netanyahu nulla di personale, né frasi riguardanti il rischio di finire in carcere, né affermazioni secondo cui Netanyahu sarebbe odiato nel mondo”. I due leader, quindi, secondo le fonti di Axios, avrebbero stretto un accordo: Israele non attaccherebbe Dahiyeh a meno che il suo territorio non venisse attaccato da Hezbollah.
Non è ancora chiaro se i colloqui si fermeranno, ma i fatti dicono che in Libano la guerra – oltre 3.000 le vittime dal 2 marzo – va avanti. Tra ieri sera e questa mattina le sirene d’allarme sono state attivate diverse volte nel nord di Israele per il lancio di missili, razzi e droni da parte di Hezbollah. La Difesa civile di Beirut, da parte sua, ha annunciato di aver recuperato i corpi di sei persone, tutti appartenenti a una stessa famiglia, dalle macerie di una casa colpita ieri sera in un raid israeliano nel villaggio di Marwaniyé, vicino a Sidone. Tra le vittime ci sarebbero anche tre bambini. Nella notte le Idf hanno continuano a effettuare attacchi, bombardando le vicinanze di Nabatieh, dove un uomo è stato ucciso con i suoi due figli e l’esercito israeliano a fine mattinata ha diramato un nuovo ordine di evacuazione.
Il copione si ripete sempre identico: appena aumentano le possibilità di un accordo tra Washington e Teheran, Tel Aviv fa saltare il banco. Il 7 aprile la Israeli Air Force aveva bombardato il giacimento iraniano di gas di South Pars, il più grande del pianeta, dopo che il Pakistan aveva presentato il suo piano per il cessate il fuoco. Lo stesso era accaduto nel giugno 2025: nella notte tra il 12 e il 13 Israele aveva bombardato gli impianti nucleari e missilistici di Teheran dando il via alla guerra dei 12 giorni. Anche allora Washington era nel pieno delle trattative con Teheran sul suo programma nucleare e un nuovo round di colloqui era già fissato per il 15 giugno.
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“Non respiro”: il 18enne Henry Nowak muore in custodia della polizia, ma era vittima di un accoltellamento. Virale l’hashtag #WhiteLivesMatter
“Non respiro, non respiro”. È il 3 dicembre 2025, sono passati cinque anni e mezzo dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis, l’afroamericano morto soffocato sotto il ginocchio di un agente di polizia che lo aveva immobilizzato a terra. Fu il caso che scatenò proteste di piazza in tutto il mondo sotto lo slogan Black Lives Matter. Poco meno di sei anni dopo, queste sono state le ultime parole di un’altra vittima, il giovanissimo Henry Nowak, appena 18enne. Lui, però, non è americano. E soprattutto non è nero. È morto mentre la polizia lo aveva ammanettato a terra dopo aver ricevuto delle coltellate dal 23enne sikh fanatico delle armi, Vikcrum Digwa. Così la destra (e non solo) britannica (e non solo) ha iniziato a diffondere le immagini della morte di Nowak. E l’hashtag che su X diventa virale è #WhiteLivesMatter.
In Inghilterra le varie realtà di destra, dall’estremista razzista Tommy Robinson fino al leader di Reform Uk, Nigel Farage, hanno subito cavalcato l’episodio e parlano di “razzismo al contrario“. E a dare loro una mano a diffondere il messaggio ci ha pensato anche Elon Musk che dal suo profilo X ha rilanciato i vari messaggi di proteste per ciò che è successo a Southampton.
La ricostruzione della morte di Nowak ha dell’incredibile e ha già scatenato un putiferio in Gran Bretagna sia riguardo all’operato della polizia sia sulla gestione dell’immigrazione. Il fatto risale al dicembre scorso. Il giovane stava tornando a casa nella città meridionale dell’Inghilterra dopo una serata con gli amici. Sulla sua strada, però, incontra Digwa che lo accoltella senza apparente motivo per cinque volte con una lama lunga 21 centimetri. A chiamare la polizia, però, è proprio Digwa. Non perché si sia reso conto della gravità del suo gesto, bensì per cercare una via d’uscita: agli agenti, con la complicità del fratello e di un amico, racconta di essere stato vittima di “un razzista che voleva farci del male, ci siamo dovuti difendere”. Gli agenti arrivano e credono al suo racconto, tanto che si gettano su Nowak, a terra in una pozza di sangue e ormai in fin di vita. Quando il 18enne dice loro, con la voce ormai bassissima, di essere stato accoltellato, uno dei poliziotti replica: “Non credo proprio” e inizia a leggergli i suoi diritti. Solo dopo qualche minuto una poliziotta si accorge che il 18enne stava raccontando la verità e chiama un’ambulanza. Ma è troppo tardi, come rivela oggi un video finalmente pubblicato dalla Hampshire & Isle of Wight Constabulary e registrato dalle bodycam degli agenti. Le ultime parole di Nowak saranno “non respiro“. E mentre i poliziotti sono intenti a immobilizzare quella che è in realtà la vittima di un accoltellamento, la madre di Digwa, oggi condannato a 21 anni di carcere, arriva sul posto, prende l’arma del delitto e la fa sparire.
Una storia talmente assurda e piena di colpe, non solo di chi ha commesso l’agguato ma anche del corpo di polizia, da rappresentare il gancio perfetto per tutti quei movimenti che sostengono la tesi del “razzismo al contrario”, con gli stranieri che sarebbero più tutelati dei “bianchi”. Così a personaggi come Tommy Robinson ed Elon Musk, impegnati a rendere virale l’hashtag #WhiteLivesMatter, si accoda anche Farage che al caso dedica un video sui suoi canali social: “Queste sono le immagini di discriminazione più sconvolgenti che vedrete mai – dice – Un ragazzo bianco ammanettato da agenti di polizia più preoccupati da un’accusa di razzismo che da un omicidio. Questo deve rappresentare un punto di svolta. Anche le vite dei bianchi contano”, ha detto. E poi usa le ultime parole di Nowak proprio per fare un paragone col caso Floyd: “Parole tristemente familiari – continua – Ricordate George Floyd, un pregiudicato di lungo corso, morto in circostanze terribili nel Midwest degli Stati Uniti alcuni anni fa? Ricordate la reazione a quell’evento e il modo in cui si comportò la polizia? Nel giro di pochi giorni Keir Starmer si inginocchiava in segno di solidarietà. Il movimento Black Lives Matter esplose in tutto il Paese. La statua di Churchill venne imbrattata, il Cenotaph a Londra vandalizzato. Eppure, quale è stata la reazione pubblica dei nostri leader politici e dei media? Assoluto silenzio. Viviamo in una cultura dal doppio standard, in cui i diritti e gli interessi dei bianchi contano meno di quelli delle minoranze etniche”.
Il clima ha costretto anche il premier Keir Starmer a intervenire: “Si tratta di un caso terribile e sconvolgente. I familiari di Henry hanno dovuto affrontare il trauma di un lungo processo e sopportare che l’assassino inventasse accuse vergognose nei confronti di loro figlio, un ragazzo riflessivo, gentile e profondamente amato. Dobbiamo interrompere questa spirale di tragedie affrontando l’orrore della criminalità legata ai coltelli”.
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