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L'arte di ingannare gli U-Boot: la storia del camuffamento Dazzle

Quando il comandante di un sommergibile tedesco scrutava una nave nemica attraverso il periscopio, aveva pochi istanti per stimare correttamente distanza, lunghezza e velocità del bastimento, prima di lanciare una salva di siluri e cercare di affondarla. Un errore di valutazione poteva vanificare l’attacco e privare il vascello sommergibile delle preziose munizioni con le quali conduceva la guerra sottomarina e indiscriminata che minacciava le linee di rifornimento come le ammiraglie della flotta avversaria che non potevano nascondersi in mare aperto.

Nacque così un’idea in controtendenza, il camuffamento Dazzle, rivoluzionario schema mimetico ideato nel 1917 dall'artista britannico Norman Wilkinson per ingannare i telemetri ottici dei sommergibili e complicare il delicato e fondamentale processo di calcolo attraverso un piccolo “inganno visivo”.

L’intuizione di un pittore in guerra

Pittore, illustratore e ufficiale della Riserva, Wilkinson stava prestando servizio nelle acque dei Dardanelli, durante la rovinosa campagna di Gallipoli, quando iniziò a riflettere sul problema che tormentava la Royal Navy: sfuggire ai sommergibili tedeschi che infestavano le acque occidentali e prendevano di mira i convogli che attraversavano l’Atlantico. Una nave, soprattutto se di grandi dimensioni, non poteva essere occulta in nessun modo; tuttavia, un intricato mosaico di linee spezzate, onde, figure geometriche e forti contrasti cromatici poteva ingannare gli occhi e gli strumenti dei sommergibilisti corsari che incrociavano la sua rotta.

L’obiettivo non era più rendere invisibile la nave posta sotto attacco con livree grigie e celesti che la mimetizzavano con l’orizzonte, ma alterarne la percezione, facendo in modo che il suo profilo, la prua e la poppa, rese fin troppo evidenti dai colori, si deformassero nelle proporzioni; ingannando i puntatori rispetto alla reale direzione di marcia, che così diventava incerta, alla lunghezza, che poteva suggerire un tiro in deflessione basato su un calcolo errato, e in breve all’intera prospettiva di un bersaglio in movimento che era decisamente evidente ma era difficile da centrare, dato che stimare correttamente velocità e distanza diventava assai più difficile.

Quando Wilkinson presentò il progetto agli alti papaveri della Marina Reale, la proposta era apparsa quasi paradossale: rendere le navi da guerra più appariscenti per proteggerle meglio in una guerra sottomarina indiscriminata? A un primo impatto sembrava un suicidio annunciato, eppure l'idea suscitò l’interesse dell’Ammiragliato britannico dal quale si era appena dimesso un certo Winston Churchill, responsabile del fallimento della campagna di Gallipoli.

Dopo una serie di prove effettuate su modelli in scala osservati attraverso periscopi e strumenti ottici, la Royal Navy acconsentì all’impiego del nuovo schema mimetico elaborato da Wilkinson, e in poco tempo le livree Dazzle comparvero sugli scafi e sui ponti delle navi mercantili, degli incrociatori leggeri e persino sulle prime portaerei britanniche, come la HMS Furious.

Tra le unità più celebri a ricevere queste particolari livree ci fu anche la RMS Olympic, nave gemella del Titanic, che venne requisita dalla Royal Navy e impiegata come trasporto truppe. Con diverse verniciature degli schemi Dazzle, l’Olympic uscì indenne da ben quattro attacchi dei sommergibili tedeschi e riuscì anche nella storica impresa di affondarne uno, il 12 maggio del 1918, quando affondò l’U-Boot U-103 diventando l'unico mercantile a vantare una vittoria contro un sottomarino.

Il principio di base del camuffamento Dazzle

Il principio alla base del sistema era particolarmente efficace contro i telemetri a interferenza utilizzati all'epoca. Le linee spezzate e i contrasti di colore rendevano più difficile far combaciare correttamente le immagini osservate dagli strumenti ottici, aumentando il rischio di errori nel calcolo della posizione e della velocità del bersaglio. Per un comandante di sommergibile che doveva determinare con precisione il punto di lancio dei siluri, anche una minima imprecisione poteva significare fallire completamente l'attacco.

Il successo dell'idea portò rapidamente il Dazzle oltre l'Atlantico. Dopo l'ingresso degli Stati Uniti nel conflitto, anche la U.S. Navy iniziò a dipingere numerose proprie unità secondo gli schemi elaborati dall'artista britannico. Wilkinson sviluppò centinaia di varianti differenti, utilizzando non solo il classico bianco e nero, ma anche tonalità di grigio, azzurro, giallo e persino rosa. Le insolite geometrie che ricoprivano gli scafi delle navi non passarono inosservate nemmeno nel mondo dell'arte.

Le composizioni di Wilkinson richiamavano infatti alcune delle più moderne correnti artistiche dell'epoca, attirando l'attenzione di figure come Pablo Picasso e Georges Braque, i grandi protagonisti del cubismo. Tra gli artisti affascinati dal fenomeno vi fu anche Edward Wadsworth, esponente di primo piano del vorticismo britannico.

Al termine della guerra, il contributo di Wilkinson venne ufficialmente riconosciuto dalla Royal Society, che gli assegnò un premio di 2.000 sterline. I suoi schemi mimetici sopravvissero inoltre agli anni ‘20 e ’30 e continuarono a comparire sulle navi alleate anche durante la Seconda guerra mondiale.

Un’efficacia da ricercare nel tempo


Al termine dei due conflitti mondiali, gli schemi mimetici Dazzle sono comparsi più raramente sulle navi da guerra delle Marine anglosassoni. Restava invece una questione aperta che gli storici discussero a lungo: quanto era efficace davvero il camuffamento “abbagliante” ideato da Wilkinson?

Una risposta definitiva non esiste. Nessuno studio condotto durante i due conflitti mondiali riuscì a dimostrare in maniera scientifica l’efficacia del camuffamento Dazzle. Eppure, trattandosi di una forma di inganno visivo, si potrebbe sostenere che il semplice fatto di aver generato incertezza e dubbio rappresentasse già un risultato.

A distanza di oltre un secolo, la ricerca sembra comunque dare ragione all'intuizione dell'artista britannico. Uno studio dell'Università di Bristol ha infatti evidenziato come il Dazzle possa alterare significativamente la percezione della velocità di un bersaglio in movimento. Osservatori posti davanti a due obiettivi identici, uno dei quali dipinto secondo gli schemi Dazzle, tendevano infatti a valutarne diversamente la velocità nonostante entrambi procedessero alla stessa andatura.

Tale conclusione aiuta a comprendere l’efficacia degli schemi mimetici e come potessero rivelarsi preziosi per ostacolare il tiro di un sommergibile. Dato che, come esplicato in precedenza, se la velocità stimata era errata, anche il punto di intercettazione calcolato per il lancio dei siluri rischiava di esserlo, mancando il bersaglio di una manciata di metri. Lo stesso poteva valere per il tiro dell’artiglieria navale, anche se in questo caso l’aggiustamento di una bordata era più semplice, e le munizioni decisamente più numerose della dozzina di siluri che aveva a disposizione un sommergibile convenzionale del primo conflitto mondiale.

Secondo il dottor Peter Scott-Samuel, che ha guidato la ricerca presso il Dipartimento di Psicologia dell'Università di Bristol, applicare un camuffamento Dazzle a un semplice Land Rover Defender del British Army sarebbe sufficiente a modificare la percezione della sua velocità al punto da far mancare il bersaglio di circa un metro a una granata. In combattimento, un metro può rappresentare la differenza tra la vita e la morte.

Oggi le opere di Norman Wilkinson, instancabile osservatore dei porti di Portsmouth e delle coste della Cornovaglia, trovano posto nelle collezioni del National Maritime Museum, della Royal Academy of Arts e della Royal Society of British Artists. La sua eredità, tuttavia, non è custodita soltanto nei musei, ma sopravvive nelle pagine più curiose della storia navale e nel ricordo di un'idea geniale che trasformò l'arte in un’arma di difesa, contribuendo a proteggere e salvare la vita a migliaia di marinai nelle guerre più devastanti del XX secolo.

È notizia di questi giorni che una nuova declinazione degli schemi mimetici Dazzle, simili a quelli ideati da Wilkinson, è comparsa sul campo di battaglia ucraino dove i mezzi corazzati russi cercano di trovare la salvezza dagli occhi elettronici dei droni unidirezionali integrati dall’intelligenza artificiale che ora, come oltre un secolo fa, viene ingannata nel puntamento e manca il bersaglio di quella manciata di centimetri che può valere la vita o la morte. Il tempo, a quanto pare, sembra dare ragione al paradosso del Dazzle.

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Missili Tomahawk nel Golfo Persico: cosa sono e che bersagli possono colpire in Iran

Si vociferava da mesi: gli Stati Uniti potrebbero ricorrere ai loro famosi missili Tomahawk per colpire l’Iran nell’ipotesi che i negoziati non portino alla risoluzione sperata. E questo è quanto accaduto la scorsa notte. Ma cosa sono i missili Tomahawk? Ecco tutto quello che c'è da sapere.

Il missile Tomahawk, tecnicamente missile da crociera subsonico a lungo raggio, adatto a tutte le condizioni atmosferiche, è progettato per compiere attacchi di precisione contro obiettivi di alto valore o fortemente difesi e può essere lanciato da unità di superficie, come i cacciatorpediniere missilistici classe Arleigh Burke e i sottomarini lanciamissili classe Ohio o i sottomarini d’attacco classe Virginia. Attualmente nel Mar Arabico e nel Mediterraneo orientale sono schierati 15 cacciatorpediniere e almeno 2 sottomarini armati con quelli che si stimano essere almeno 650 missili Tomahawk nella configurazione convenzionale per attacco al suolo.

Grazie alla sua traiettoria di volo a bassa quota e ai suoi sistemi di guida avanzati, una volta lanciato dai moduli di lancio verticali delle unità di superficie o dai lanciatori dei sottomarini, il missile Tomahawk, che misura circa sei metri ed è spinto da un piccolo motore turbofan, può eludere le difese aeree nemiche volando a un’altitudine compresa tra i 30-50 metri dal suolo con una velocità di 880 km/h e l'ausilio di un sistema di telecamere che monitora la coincidenza della traiettoria computerizzata durante l’intera corsa sul bersaglio.

Questi missili, armati con testate esplosive convenzionali, a submunizioni o tattiche, possono raggiungere bersagli a 2.000 km di distanza e potrebbero essere impiegati per colpire infrastrutture critiche, di alto valore, fortificate e strategiche in tutto l’Iran. Tra gli obiettivi presi in esame dagli analisti ci sarebbero di nuovo gli impianti nucleari, come Natanz e Isfahan, il quartier generale e i centri di comando dell’Irgc, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione, e quelli della Basij, la forza paramilitare agli ordini degli Ayatollah, ma anche basi militari dove sono schierate difese aeree e dove si ritiene possano essere custodite delle scorte di missili balistici, sebbene queste siano notoriamente basi sotterranee e ben fortificate che richiedono armi con un’elevata capacità di penetrazione come le Gbu-57, le Massive Ordnance Penetrator sganciate da B-2 nell’operazione Midnight Hammer.

Per questo si ritiene più probabile che gli attacchi di precisione sferrati con i Tomahawk verrebbero lanciati contro installazioni radar, difese aeree, piste di decollo su cui potrebbe fare affidamento la ridotta forza aerea iraniana, o sulle basi navali, nel caso di un’operazione offensiva su vasta scala, mentre nel caso di un “raid chirurgico” su obiettivi ben selezionati nei centri urbani, sebbene il rischio di vittime collaterali potrebbe spingere a riconsiderare il valore effettivo di questo tipo di obiettivi.

Usati con successo durante la Guerra del Golfo, dove ne vennero lanciati ben 280, nella guerra in Iraq del 2003, come arma essenziale della campagna "shock and awe”, durante l’intervento in Libia del 2011 e nell’attacco sferrato sulla Siria nel 2017, quando 59 Tomahawk colpirono la base aerea di Shayrat, questi missili da crociera non sono soltanto un’arma efficace ma anche uno strumento di pressione politica che, attraverso il suo solo dispiegamento in teatro operativo, rafforza le capacità di deterrenza e garantendo una capacità offensiva immediata e a lungo raggio.

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Iran, com'è il drone marino usato per salvare i piloti dell'elicottero Apache abbattuto

È stato un drone navale a recuperare l’equipaggio dell'elicottero d'attacco AH-64 Apache americano, precipitato lunedì notte nelle vicinanze dello stretto di Hormuz.

L’informazione è stata diffusa dal Comando Centrale degli Stati Uniti, che ha confermato l’impiego di un drone Corsair Saronic, un’imbarcazione di superficie autonoma (ASV), che ha soccorso l’equipaggio, composto da pilota e copilota/mitragliere, recuperandolo dalle acque potenzialmente ostili, dove i due sono rimasti per quasi due ore, e trasportandolo in acque più sicure, dove sono stati poi issati su un elicottero.

Stando a quanto affermato separatamente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l’elicottero statunitense, che era impegnato in una missione di pattugliamento e sorveglianza dello stretto di Hormuz, è stato abbattuto da forze iraniane al largo delle coste dell’Oman.

Un drone per salvare i piloti dell’Apache

Il Centcom ha comunicato che: "Il drone di superficie che ha assistito al salvataggio dell'equipaggio dell'Apache al largo delle coste dell'Oman la scorsa notte era un drone Corsair della Marina statunitense, operato dalla Task Force 59 della 5ª Flotta statunitense". Si tratta di un'imbarcazione dronizzata lunga circa 7,3 metri con un design simile a quello di un motoscafo, che può essere configurata per diversi tipi di missione, può raggiungere una velocità di 35 nodi, ha un'autonomia di circa 1.600 km e una capacità di carico utile di circa 450 kg.

Si tratta del primo caso noto in cui un drone viene utilizzato per il recupero di personale nell'ambito di una missione di ricerca e soccorso; ciò denota importanti implicazioni per queste operazioni in futuro, dato il rischio corso dai mezzi con equipaggio che vengono abitualmente impiegati nelle operazioni di ricerca e soccorso, che presentano complessità e rischi intrinseci quando vengono condotte in territorio ostile. Il recente esempio di recupero dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto dall'Iran ha messo nuovamente in luce i rischi che si assumono le forze di ricerca e soccorso in combattimento (CSAR). Un aereo d’attacco A-10 impiegato come “Sandy” era stato abbattuto e un elicottero di soccorso danneggiato proprio nelle prime fasi del soccorso. Lo stesso vale per operazioni di recupero in acque ostili o in alto mare, dato che esiste sempre la possibilità di perdere ulteriori mezzi e uomini nel corso della missione di salvataggio.

L’abbattimento confermato e la risposta di Trump

Questo è il primo elicottero AH-64 Apache perso in Medio Oriente dall'inizio delle ostilità con l'Iran. In particolare, l'incidente è avvenuto appena un giorno dopo che Israele e l'Iran hanno fermato una nuova ondata di attacchi a seguito di una nuova escalation.

La scorsa settimana, il presidente Trump aveva detto ai giornalisti che avrebbe preso in considerazione la ripresa della guerra se l'Iran avesse causato la morte di truppe statunitensi. Ciò minerebbe le basi del cessate il fuoco accordato ad aprile e riporterebbe il Medio Oriente in guerra. Va ricordato come l’ammaraggio di un elicottero che compie un atterraggio d'emergenza controllato in autorotazione e l’abbandono dell’abitacolo mentre l’elicottero non è una passeggiata priva di tale rischio.

Un funzionario degli Stati Uniti ha detto ad Axios che un'indagine “ha determinato che un drone iraniano ha colpito l'elicottero, causandone lo schianto”. Un funzionario degli Stati Uniti ha detto che l'indagine non ha potuto determinare se l’abbattimento fosse intenzionale. Ma è noto che le piccole imbarcazioni iraniane della Mosquito Fleet armate con sistemi di difesa aerea portatili e i droni impiegati come munizioni circuitanti rappresentano una minaccia consistente per elicotteri americani schierati a sorveglianza dello stretto.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato il completamento degli attacchi di autodifesa contro l'Iran, eseguiti su ordine del Comandante in Capo, il presidente Donald Trump, in risposta all’abbattimento dell’elicottero Apache. I raid aerei americani hanno colpito il porto di Sirik, Bandar Abbas e l'isola di Qeshm. Funzionari statunitensi affermano che gli attacchi americani sono diretti contro "difese aeree" e "stazioni radar" intorno allo Stretto di Hormuz.

Non si è fatta attendere la risposta del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e della loro componente navale, che hanno dichiarato di aver condotto una rappresaglia contro 21 obiettivi situati in basi aeree e navali americane in tutto il Medio Oriente, tra cui il quartier generale della 5ª Flotta della Marina degli Stati Uniti in Bahrain e la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania. Il timore che l’escalation possa compromettere gran parte dei progressi fatti sul piano negoziale si sta diffondendo rapidamente.

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Battaglione Geronimo schierato segretamente in Israele: qual era il compito dei parà Usa contro l'Iran

Il Pentagono schierò segretamente in Israele una forza composta da elementi del "Battaglione Geronimo", un reggimento di paracadutisti dell'82ª Divisione Aviotrasportata “All American” che era stata mobilitata per condurre operazioni terrestri sull'isola di Kharg e ottenere il controllo sulle zone costiere dello Stretto di Hormuz.

Secondo quanto viene reso noto solo ora dalle indiscrezioni del giornalista Ken Klippenstein, un raggruppamento di 1000 uomini della 82ª Divisione Aviotrasportata che erano stati inviati in Medio Oriente era stato schierato "segretamente in Israele all'inizio di aprile, come parte del piano di contingenza congiunto tra Israele e gli Stati Uniti per il sequestro dell'isola di Kharg controllata dall'Iran nel Golfo Persico e per la creazione di territori costieri all'interno dell'Iran".

Klippenstein asserisce di aver visionato l'ordine di dispiegamento, emesso il 7 aprile, che faceva riferimento a un contingente di paracadutisti appartenenti al 2° Battaglione del 501º Reggimento della 82ª Divisione Aviotrasportata - il famoso "Battaglione Geronimo" del 1° Combat Team che deve il suo nome al grido di battaglia “Geronimo!” urlato nell'agosto del 1942 dal soldato Aubrey Eberhardt durante uno dei primi lanci di addestramento che la nuova “fanteria paracadutista” effettuò a Fort Benning.

Il “Battaglione Geronimo” è una formazione d'élite all'interno dell'82ª Divisione Aviotrasportata, già nota alla storia per aver preso parte allo sbarco in Sicilia e in Normandia durante la Seconda guerra mondiale, diventando parte della “Forza di risposta strategica degli Stati Uniti” e prendendo parte alle operazioni militari nella Repubblica Dominicana, a Grenada, nelle due guerre del Golfo e nella campagna in Afghanistan.

Alla fine di marzo, informazioni riguardanti il dispiegamento di forze terrestri americane in Medio Oriente riportarono che il Pentagono era in procinto di firmare l'ordine per inviare circa 1000 paracadutisti dell’82ª Divisione in Medio Oriente, ma si riteneva che avrebbero preso posizione nelle basi comunemente impiegate dagli Stati Uniti nella regione, in Kuwait o in Qatar, non in Israele.

Già allora si riteneva probabile che questa forza d’intervento rapido aviotrasportata avrebbe potuto prendere parte, con i 5.000 marines della 31st Marine Expeditionary Unit e le unità di forze speciali della Delta Force e dei Navy SEAL, alle “operazioni terrestri” che avrebbero potuto avere come obiettivo la conquista dell’isola di Kharg, dove sorge il principale terminal petrolifero controllato dall’Iran nel Golfo Persico, o di tratti di isole strategiche e zone costiere dell’Iran che avrebbero facilitato la riapertura dello Stretto di Hormuz con la forza.

Dopo la notizia che le forze speciali israeliane hanno stabilito una base avanzata segreta in Iraq e preso posizione segretamente in Azerbaigian, il fatto che gli Stati Uniti abbiano schierato truppe in Israele, notoriamente considerato il principale alleato militare in Medio Oriente, non dovrebbe sconvolgere. È tuttavia interessante notare, se l’informazione venisse confermata, come lo schieramento accanto alle Sayeret israeliane o a unità speciali come la Shaldag di una forza d’intervento statunitense prevedesse realmente un piano d’attacco aviotrasportato e anfibio del territorio iraniano in quella che molti considerano, in definitiva, la Terza guerra del Golfo. Una guerra che non è ancora terminata.

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I primi a scendere in Normandia: la missione dei pathfinder del D-Day

Nella notte tra il 5 e il 6 giugno 1944, mentre migliaia di aerei e navi si apprestavano ad attraversare il Canale della Manica, diretti verso la Francia occupata, una manciata di paracadutisti si preparavano a lanciarsi nel buio ore prima dei loro compagni. Se la più grande invasione anfibia della storia doveva avere successo, qualcuno avrebbe dovuto precedere il grosso delle forze aviotrasportate, individuare le zone di lancio e guidare gli uomini che sarebbero arrivati dopo. Quegli uomini erano i pathfinder. I primi a scendere in Normandia.

Alla vigilia dell'Operazione Overlord, l'invasione alleata del fronte occidentale della “Fortezza Europa”, i 300 "pathfinder" delle unità aviotrasportate giocarono un ruolo fondamentale nel garantire il successo dell'assalto aereo portato dalla 101ª e dalla 82ª Divisione Airborne.


Questi uomini scelti avevano il compito di paracadutarsi nella Francia occupata, precedendo di qualche ora il grosso della "forza d'invasione aviotrasportata" che sarebbe scesa nei settori designati ai piedi della penisola del Cotentin, e installando i radiofari SCR-717 Eureka, transponder radar portatili progettati per guidare gli aerei sulle Drop Zone (DZ). Questi radiofari avrebbero emesso il segnale che consentiva alle grandi formazioni di Douglas C-47 Skytrain con le grandi strisce bianche e nere dipinte su ali e carlinga, le "Invasion Stripes", di localizzare con maggiore facilità le DZ nonostante l'oscurità, la nebbia, le nuvole e il fuoco della contraerea, e lanciare i paracadutisti che si sarebbero riuniti e coordinati una volta toccato terra.

Tra i primi pathfinder della 101ª che scesero in gran segreto sulla Francia intorno alla mezzanotte del D-Day per illuminare le zone di lancio con i radiofari, ma anche con le "luci T" e marcatori di stoffa arancione catarifrangente, alcuni portavano un singolare "taglio di capelli alla moicana" sotto l’elmetto M1 e la pittura da guerra sul volto come i nativi americani. Si dice infatti che alcuni parà della 101ª Airborne Division - in particolare un gruppo noto come i "Filthy 13" del 506° - adottarono il taglio mohawk durante l’Invasione della Normandia per "risultare spaventosi agli occhi del nemico".

Le piccole squadre di pathfinder, che contavano tra i 14 e i 18 paracadutisti, affrontarono sfide immense. Lanciati fuori dalle zone designate a causa del pesante fuoco antiaereo, del vento forte e delle difficoltà di navigazione riscontrate dai primi aerei, dovettero riorganizzarsi rapidamente per eludere le prime pattuglie tedesche messe in allarme dall'insolita attività aerea nemica, e i loro sforzi non sempre permisero il corretto dispiegamento delle prime ondate di paracadutisti, che riuscirono comunque, in un modo o nell'altro, a raggiungere e conquistare molti dei loro obiettivi.

Nella notte tra il 5 e il 6 giugno del 1944, l'82ª Divisione "All American" perse 22 pathfinder. La 101ª Divisione "Screaming Eagle" registrò 25 caduti tra i pathfinder. Il loro sacrificio, unito a quello degli omologhi inglesi e canadesi, e alle capacità e al coraggio di tutti i loro compagni d’armi delle forze aviotrasportate, fece la differenza per il successo del D-Day, la prosecuzione dell'Operazione Overlord e gli sviluppi della guerra che ha cambiato la storia.

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Abbattuto due volte in un mese: il caso incredibile del colonnello “DUDE44”, il pilota Usa nei cieli dell’Iran

Il pilota dell'F-15E Strike Eagle abbattuto sull'Iran era già stato abbattuto su uno dei tre caccia caduti nei cieli del Kuwait per singolare caso di “fuoco amico” nei primi giorni dell’operazione Epic Fury. Così, il colonnello che svolgeva il ruolo di ufficiale addetto ai sistemi d'arma si è trovato a lanciarsi due volte in poco più di un mese di operazioni di combattimento nel Golfo.

La notizia è stata riportata ieri dal portale The High Side, che ha citato funzionari dell’US Air Force, e confermata da CBS News, che ha citato a sua volta due fonti a conoscenza dei fatti.

Mentre il Comando Centrale degli Stati Uniti responsabile delle operazioni in Medio Oriente non ha ancora rilasciato dichiarazioni o commenti in merito, il nominativo, o call sign, del pilota, noto come “DUDE44”, sembra lasciare pochi dubbi sulla straordinaria singolarità degli eventi che lo avrebbero visto eiettarsi due volte, il 2 marzo e il 3 aprile, da un aereo da combattimento biposto raggiunto e abbattuto da un missile. Secondo quanto reso noto dalle fonti, il pilota avrebbe inoltre riportato delle ferite a causa del “malfunzionamento” del paracadute che non si sarebbe aperto correttamente dopo l’eiezione nei cieli iraniani.

Le ferite riportate dal pilota, che nel caso di eiezione viene letteralmente sparato fuori dall’abitacolo dalla propulsione a razzo del suo seggiolino, hanno aumentato le difficoltà della sua fuga in territorio ostile. Fuga terminata con l’operazione di ricerca e soccorso in combattimento che ha coinvolto le forze speciali statunitensi, che hanno approntato una pista avanzata nel cuore del territorio iraniano, e dell’intelligence, che avrebbe impiegato per la prima volta un particolare tipo di tracciamento che rileva, attraverso il battito cardiaco, l’esatta posizione del pilota rimasto nascosto sulle alture a nord dell’Iran per quasi due giorni.

In entrambi i casi, DUDE44 volava su uno degli F-15E Strike Eagle, un collaudato cacciabombardiere biposto, schierati assieme al resto dell’imponente “armata aerea” che gli Stati Uniti hanno inviato in Medio Oriente per condurre le missioni di combattimento previste dall’Operazione Epic Fury, attualmente ancora in corso.

Il primo abbattimento, dovuto a un singolare caso di fuoco amico che si ritiene abbia coinvolto un singolo caccia dell’aeronautica kuwaitiana, un F-18 che era impegnato, come i tre F-15 entrati nel mirino dei suoi missili, a “difendere” lo spazio aereo dalle minacce iraniane, avrebbe confuso l’amico con il nemico per via di un malfunzionamento dei sistemi IFF, acronimo di Identification Friend or Foe, un transponder che trasmette un “segnale criptato che i radar terrestri dotati di IFF possono leggere”, distinguendo l’amico dal nemico, e che avrebbe quindi dato luogo a un incidente “blu-on-blu”, come viene definito il fuoco amico.

Il secondo abbattimento è avvenuto durante una missione nei cieli iraniani, quando l’F-15, che si ritiene appartenesse a uno squadrone proveniente dalla base RAF di Lakenheath, il 48th Fighter Wing, è entrato nel mirino di un missile a ricerca di calore o di un sistema di difesa aerea portatile, o MANPADS, di fabbricazione cinese, fornito con una partita di armi giunta nei primi giorni di guerra.

Come sappiamo, dopo l’abbattimento gli Stati Uniti hanno lanciato un’imponente missione Combat Search and Rescue che ha coinvolto Pararescuemen dell’Aviazione e Navy SEAL della Marina. Nel corso dell’operazione, durata ben 36 ore, sono andati persi diversi droni, un aereo da attacco al suolo A-10 Thunderbolt impiegato nel ruolo “Sandy”, abbattuto durante il recupero del primo pilota, due MC-130 Commando II che rimasero impantanati sulla pista improvvisata in territorio iraniano e tre elicotteri MH-6 Little Bird, distrutti a terra per non lasciarli cadere in mano nemica.

Che un pilota venga abbattuto e si eietti in sicurezza una volta nelle operazioni guerra contemporanee è già un evento raro. Ma che sia costretto ad eiettarsi due volte durante lo stesso conflitto è davvero un evento raro. Sono stati registrati casi simili in passato, ma risalgono a decenni fa. Secondo una delle fonti consultate, l'ultima volta potrebbe risalire addirittura alla guerra del Vietnam. Se tutte le informazione verranno confermate, il Dude44, è un pilota davvero fortunato.

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