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Tornerà il centrosinistra? La riflessione di Merlo

La domanda potrebbe essere provocatoria ma non lo è. Per una ragione persino troppo semplice da spiegare. E cioè, oggi non c’è una coalizione di centro sinistra perché c’è una alleanza di sinistra. Ovvero, per essere ancora più chiaro, si tratta di una coalizione che somma le quattro grandi sfumature dell’attuale sinistra italiana: la sinistra radicale e massimalista del Pd della Schlein, la sinistra populista e demagogica dei 5 stelle di Conte, la sinistra estremista ed ideologica del trio Fratoianni-Bonelli-Salis e la sinistra pan sindacale e classista del segretario generale della Cgil Landini.

Oltre a vari movimenti, gruppi ed associazioni che ruotano attorno all’universo della sinistra italiana. Ora, e alla luce di questa concreta ed oggettiva situazione, il centro sinistra può ritornare solo se ci sarà – e mi scuso per la banalità di questa osservazione – un centro democratico, riformista e di governo che si allea con una sinistra altrettanto riformista, democratica e di governo.

Detta così è quasi una banalità. Ma, se togliamo l’intera esperienza della prima repubblica dove la qualificante e significativa esperienza della Democrazia Cristiana suppliva in modo decisivo alla formazione di governi di centro e di centro sinistra, nella cosiddetta seconda repubblica ogniqualvolta una coalizione di centro sinistra faceva capolino vedeva, appunto, la presenza visibile di un centro autorevole e di una sinistra qualificata.

Nulla di tutto ciò capita adesso. Semmai, e al contrario, l’attuale coalizione progressista è simile, molto simile – seppur mutatis mutandis – alla ormai famosa “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria del lontano 1994.

Ovvero, una alleanza di sinistra e progressista dove il Centro era radicalmente estraneo. Nel 1994 semplicemente non c’era mentre, adesso, il Centro è ridotto a giocare un ruolo del tutto marginale, periferico e politicamente irrilevante ed ininfluente.

Un ruolo del tutto marginale spiegato un termini razionali e precisi da Goffredo Bettini fedele alle su radici comuniste e il maggior teorico dei posizionamenti tattici e strategici all’interno del principale partito della sinistra italiana.

“Serve una tenda centrista” dice da tempo l’ex coordinatore nazionale del Pd. Una “tenda” che, come ovvio ed evidente, ha solo il ruolo di giustificare la natura plurale della coalizione senza mettere affatto in discussione la salda guida politica della sinistra nelle sue multiformi espressioni. In altre parole, la solita e collaudatissima prassi comunista degli ormai famosi “partiti contadini polacchi”.

Cioè partiti che non riescono, comunque sia, a contendere e men che meno a condizionare la guida politica della coalizione. Per queste ragioni, semplici ma oggettive, oggi non si può parlare di una coalizione di centro sinistra. La stagione del Ppi, della Margherita o della prima fase del Partito democratico sono ormai alle nostre spalle.

Oggi prevale, come noto a tutti, una chiara e netta connotazione di sinistra e progressista dell’alleanza guidata dal Pd, dai 5 stelle da Avs, dalla Cgil, da varie associazioni di categoria e da larga parte del circo mediatico/televisivo e della carta stampata che ogni giorno appoggia e supporta l’alleanza progressista. Si resta in attesa, quindi, che ritorni il centro sinistra. Oggi, piaccia o non piaccia, c’è solo una nuova ed aggiornata “gioiosa macchina da guerra”.

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La corrente cattolica nel Pd è un déjà vu. Scrive Merlo

Negli anni ’70 ed ’80 c’era una esperienza politica, molto qualificata ed autorevole, che veniva comunemente definita come i “cattolici indipendenti eletti nelle liste del Pci”. Si trattava di una esperienza fatta di personalità ed intellettuali di matrice cattolica che avevano accettato la chiamata del Pci ad entrare nelle liste di partito per accreditare la tesi che anche il più grande ed autorevole partito comunista dell’Occidente era culturalmente plurale. Come ovvio e persino scontato, era un grande bluff politico. O meglio, venivano certamente eletti nelle liste del Pci ma ad una precisa condizione, però. E cioè, la linea politica, il progetto politico e la strategia politica venivano declinati, e giustamente, solo dal gruppo dirigente del partito e, nello specifico, dal suo segretario generale. Con tanti saluti all’apporto e, soprattutto, al ruolo politico e culturale dei “cattolici indipendenti di sinistra eletti nelle liste del Pci”.

Ora e senza tracciare confronti impropri con quella qualificata ed importante esperienza politica, paradossalmente la medesima situazione si ripete, seppur mutatis mutandis, nell’attuale Partito democratico a guida Schlein. Certo, sono lontani i tempi della prima esperienza del Pd con Veltroni, D’Alema ma anche, e soprattutto, con Marini, Rutelli, Parisi, Bindi e a molti altri leader di quella lontana stagione politica. Adesso, e del tutto legittimamente, siamo ritornati ad una fase dove la linea politica la indica – e giustamente – la segreteria nazionale e tutto ciò che non è riconducibile a quella precisa impostazione è semplicemente inutile e, di conseguenza, del tutto marginale e periferico sul versante politico. E sin qui è tutto normale. Quello che fa la differenza, però, è che la linea, il progetto, la prospettiva e la strategia dell’attuale Pd a guida Schlein sono ispirati ad un profilo preciso e ben definito. Cioè ad una sinistra radicale, massimalista e movimentista. Ovvero, l’esatto opposto di quello che storicamente ha caratterizzato la cultura, la tradizione, il pensiero e la stessa prassi del cattolicesimo politico italiano. Nella sua versione democratica, popolare e sociale.

Ed è per queste ragioni, persino troppo semplici da spiegare, che la tesi di coloro che puntano a costruire una simpatica “corrente dei cattolici” all’interno di quel partito oltreché essere un po’ patetici rischiano proprio di emulare la gloriosa e qualificata esperienza dei “cattolici indipendenti eletti nelle liste del Pci”. Verrebbe quasi da dire che si tratta della stessa impostazione, dello stesso percorso e, soprattutto, dello stesso epilogo. Perché quello che emerge, alla fine, non è la libertà di ognuno di declinare dove ritiene più opportuno la propria cultura di riferimento, ma la sostanziale inutilità – che non è neanche più subalternità ma solo rassegnazione – se si vuole riaffermare le ragioni della propria cultura originaria.

Per queste ragioni, semplici ma oggettive, chi oggi vuole riaffermare le ragioni, le istanze, la cultura e i valori del cattolicesimo popolare e sociale non può farlo nei partiti o nei movimenti che hanno un’altra ragione sociale, un’altra prospettiva politica e, soprattutto, un’altra cultura di riferimento. Perché un conto sono i pochissimi seggi parlamentari gentilmente concessi dall’azionista di maggioranza – cioè dal capo – del partito. Altra cosa, tutt’altra cosa, è la conservazione della propria cultura politica. Confondere le due cose, oltreché singolare, è anche dannoso per chi, invece, cerca seppur con molti limiti e difficoltà, di non disperdere un patrimonio storico e culturale che continua ad essere indispensabile nonché necessario per la stessa democrazia italiana.

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Dc, non ci sono eredi ma c’è una eredità. La riflessione di Merlo

Spesso si discute sulla concreta eredità politica di un leader di partito o, ancora di più, su quella di un intero partito. Eredità che molti comicamente si intestano senza rendersi conto di fare un’operazione ridicola. E cioè, non esistono quasi mai – salvo rarissime eccezioni – eredità politiche dirette ed oggettive. Semmai, al più, esistono persone e mondi che si rifanno ad un sistema di valori, ad una cultura politica, ad un magistero di un leader o statista e che cercano, seppur legittimamente, di interpretarne le linee di fondo.

Ora, per essere chiari ed entrare nello specifico, non c’è una persona, una componente politica, men che meno un partito o un’associazione che possa ritenersi a tutti gli effetti l’erede ufficiale – o anche solo ufficioso – dell’enorme e sterminato patrimonio politico e culturale della Democrazia Cristiana.

Lo dico perchè dopo una lunga stagione in cui abbondavano come ciliegie coloro che ritenevano la Dc sostanzialmente una sorta di associazione a delinquere o, nel migliore dei casi, un partito che praticava un sistematico e violento sistema clientelare se non addirittura mafioso per difendere il suo potere nella società italiana e nelle istituzioni, negli ultimi tempi assistiamo, sempre da parte di questi storici ed incalliti detrattori, ad una riabilitazione postuma dopo anni di dichiarata criminalizzazione politica esercitata nei confronti di un partito e della sua classe dirigente. Verrebbe quasi da dire, usando un linguaggio curiale, che ci troviamo di fronte ad una sorta di “vocazione adulta” e anche tardiva.

E, per essere ancora più precisi, e al di là del comportamento di questi storici ed incalliti insultatori di professione – appartenenti quasi tutti alle forze di sinistra, ai movimenti populisti e anche a segmenti consistenti dei partiti di destra – quello che vale la pena ricordare è una sola riflessione. E cioè, quando si parla tutt’oggi della Dc – e molti, lo ripeto, adesso ne parlano in termini di quasi beatificazione – si può, al massimo, tollerare chi cerca, seppur in mezzo a molte difficoltà strutturali ed oggettive, di rifarsi alla lezione e al magistero di singoli leader e statisti della Democrazia Cristiana.

Certo, non possiamo non aggiungere che questa operazione è possibile, nonchè credibile, se viene condotta da tutti coloro che storicamente, o attualmente, si riconoscono in quel patrimonio culturale, valoriale, ideale, politico e progettuale. Coloro che, invece, si limitano a rivalutare se non addirittura ad esaltare una esperienza politica dopo averla scientificamente demonizzata, criminalizzata, sfregiata e sistematicamente demolita, non solo non meritano alcuna attenzione ma, semmai, vanno contestati senza alcun ritegno perchè appartengono al girone degli ipocriti e degli avvoltoi.

È compito, cioè, di chi continua ad appartenere a quella comunità culturale riproporre e conservare, seppur in forma aggiornata e contemporanea, le linee di fondo di quella straordinaria cultura politica. Ognuno seguendo la sua personale sensibilità nei confronti di questo o quel leader politico interpreti, comunque sia, di un filone di pensiero e di una precisa e determinata cultura politica.

Non quindi gestire impossibili ed impraticabili eredità a livello personale o di gruppo ma, semmai, farsi carico di interpretare la lezione e il magistero dei grandi leader e statisti democristiani che hanno contribuito con la loro concreta azione politca, culturale e legislativa a declinare il pensiero, la tradizione e la visione del cattolicesimo politico italiano nelle dinamiche della nostra vita pubblica. Cioè del pensiero cattolico democratico, cattolico popolare e cattolico sociale. Un’operazione che si può e si deve fare con umiltà, dedizione, coerenza, coraggio e determinazione anche e soprattutto nell’attuale cittadella politica italiana.

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