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SpaceX sbarca a Wall Street. Esordio col botto per Musk

L’obiettivo è e rimane Marte. Ma prima di conquistare il pianeta rosso, Elon Musk ha messo la sua bandiera su Wall Street. Quando la campanella è suonata, alle 15.30 italiane, il mondo finanziario ha smesso di trattenere il fiato per quella che dovrebbe essere, se il mercato non deluderà le aspettative, l’Ipo più grande di sempre. SpaceX, la compagnia spaziale dell’uomo più ricco del mondo, è ufficialmente una società quotata al Nasdaq, il listino della borsa americana riservato ai titoli delle tecnologia. E la partenza è stata col botto: 174 dollari ad azione, contro i 135 offerti. Vale a dire un rialzo del 30%. Le prime indicazioni suggerivano un’importante apertura in rialzo, tra il 25% e il 30% sopra il prezzo Ipo, portando il titolo tra i 168 e i 175 dollari. Con una quantità di azioni flottanti molto ridotta, una domanda travolgente e l’acquisto imminente da parte di Etf e indici passivi, il debutto è stato dei più volatili e seguiti della storia dei mercati.

Il tutto, pochi minuti dopo che lo stesso Musk aveva celebrato, con un video comparso sui maxischermi del Nasdaq, l’ingresso in Borsa di SpaceX, definendolo un passaggio storico per l’azienda aerospaziale e rilanciando le ambizioni del gruppo nell’esplorazione spaziale. Intervenendo dalla sede di Starbase, in Texas, poco prima dell’apertura di Wall Street, il fondatore e amministratore delegato della società ha affermato che SpaceX punta a trasportare esseri umani sulla Luna, su Marte e, in prospettiva, ancora più lontano. “SpaceX vuole essere in grado di portarvi sulla Luna, su Marte e, in futuro, anche oltre”. Ambizioni che collimano con gli orizzonti dell’Ipo.

Vale la pena ricordare l’obiettivo: raccogliere 75 miliardi di dollari, oltre il doppio di Saudi Aramco (29,4 miliardi), la big oil saudita quotatasi due anni fa. Con una valutazione di circa 1.750 miliardi, SpaceX ha previsto la vendita di circa 556 milioni di azioni a, come detto, 135 dollari ciascuna. La domanda è stata travolgente, con gli investitori retail hanno presentato ordini per oltre 70 miliardi, mentre circa mille investitori istituzionali hanno chiesto di partecipare al collocamento (la sola BlackRock avrebbe presentato ordini per almeno 5 miliardi). Quello che Musk vende agli investitori, più ancora delle attività che già generano ricavi come il lanciatore Falcon o la rete Starlink (il 65% del totale), è un potenziale fatto di mercati e tecnologie che ancora non esistono, come i data center nello spazio: nessun’altra azienda di queste dimensioni parla di colonizzare la Luna o Marte.

La società è talmente sicura del proprio richiamo da aver riservato una quota insolitamente ampia delle nuove azioni agli investitori individuali, pronti secondo Bloomberg ad assorbire fino a 100 miliardi di dollari di titoli. Banchieri e trader si attendevano comunque una seduta nervosa, anche per il peso degli investitori retail: chi prevede una corsa agli acquisti da parte dei piccoli risparmiatori teme che possano uscire con la stessa rapidità con cui sono entrati. Anche sul prezzo Musk ha rotto gli schemi. Invece di presentare agli investitori una forchetta da affinare con i loro riscontri, la società ha fissato, come detto, fin dall’inizio una cifra esatta, 135 dollari, rinunciando alla tradizionale fase di scoperta del prezzo.

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Dalle ferrovie ai porti. La nuova avanza cinese in Africa si sposta sul mare

Sarà che l’aver perso il Canale di Panama brucia ancora. O più realisticamente che l’economie in via di sviluppo non hanno ancora generato i necessari anticorpi. Fatto sta che la Cina si sta ancora una volta infilando sotto le lenzuola dell’Africa. Film già visto per certi versi. Sono almeno una quindicina di anni, infatti, che Pechino permea costantemente il continente, le sue infrastrutture, le sue finanze. I risultati sono fin troppo noti, più volte raccontati da questo stesso giornale. Adesso però l’obiettivo sembra stringersi. Più che strade, ponti, gallerie, ferrovie, adesso sono i porti la nuova frontiera della penetrazione cinese in Africa. Un rapporto dell’Africa centre for strategic studies smaschera il Dragone.

“L’Africa occupa una posizione geostrategica cruciale lungo i corridoi marittimi globali che collegano Asia, Europa e Americhe. Per la Cina, l’accesso a queste rotte rappresenta una priorità sia economica che strategica. E per questo la stessa Cina ha creato nuovi corridoi marittimi che collegano i principali agglomerati portuali africani dell’Africa occidentale, settentrionale e meridionale con i principali porti cinesi di Qingdao, Tianjin e Yantai, e le adiacenti zone di libero scambio pilota. Queste rotte si aggiungono alle decine di linee dirette tra i porti africani e cinesi , a testimonianza della crescente integrazione dell’Africa nelle reti marittime incentrate su Pechino”, è la premessa del documento.

“La Cina si è progressivamente integrata nei sistemi che sono alla base delle attività marittime africane. L’integrazione negli ecosistemi marittimi africani va ben oltre la costruzione di porti, dal momento che il Dragone è oggi un importante finanziatore e gestore delle infrastrutture stradali, ferroviarie e logistiche africane collegate a questi porti, intrecciando strettamente le reti commerciali africane con quelle cinesi. Sistemi che includono software per le operazioni portuali, automazione, intelligenza artificiale e tecnologie di sicurezza informatica”. Ecco però il rovescio della medaglia.

“Questi vantaggi, tuttavia, sono accompagnati da notevoli vulnerabilità, tra cui l’eccessiva dipendenza per l’Africa da infrastrutture marittime costruite o finanziate dalla Cina e dalle relative tecnologie. Talvolta, tali accordi espongono i Paesi africani a un indebitamento insostenibile. Senza considerare che le aziende cinesi acquisiscono costantemente influenza su infrastrutture strategicamente importanti attraverso partecipazioni azionarie, contratti di locazione a lungo termine o accordi di gestione operativa”. Non è tutto. “La crescente attività militare cinese nei porti a duplice uso, che servono sia a scopi commerciali che navali, potrebbe inoltre coinvolgere i Paesi africani in rivalità geostrategiche e minare gli sforzi africani volti a diversificare le proprie partnership in materia di sicurezza”.

Insomma, in buona sostanza “l’eccessiva dipendenza da infrastrutture fisiche, come quelle portuali, e digitali costruite e finanziate dalla Cina può limitare la concorrenza interna, sottrarre entrate indispensabili, sollevare preoccupazioni in materia di dati e sicurezza e potrebbe anche ridurre la flessibilità politica e il potere contrattuale, soprattutto quando i paesi non regolamentano le proprie abitudini e strategie di indebitamento”. La buona notizia è che alcuni governi africani hanno iniziato a reagire, specialmente sul versante della pesca, altra testa di ponte cinese. “Il Ghana sospende regolarmente le licenze dei pescherecci cinesi coinvolti nel trasbordo illegale e nella pesca di esemplari giovani. Il Senegal e il Gambia hanno inasprito le sanzioni e ampliato i pattugliamenti, mentre Guinea, Guinea-Bissau e Sierra Leone hanno fermato imbarcazioni attraverso operazioni congiunte con organizzazioni non governative internazionali”.

Ma lo sforzo di pochi potrebbe non bastare. “L’Africa si trova ad affrontare una tensione fondamentale derivante dal crescente coinvolgimento della Cina nei porti, nei corridoi commerciali e nelle reti marittime africane: l’ampliamento delle capacità può portare benefici economici, ma comporta anche il rischio di una riduzione dell’autonomia sulle infrastrutture critiche, nonché di una modifica delle norme di governance e regolamentari. Per mantenere la sovranità su queste infrastrutture i governi africani dovrebbero far rispettare le leggi nazionali esistenti che garantiscono il controllo sovrano sulle loro operazioni portuali e commerciali, emanarne di nuove se necessario ed evitare accordi che minino la loro autonomia politica o limitino la loro capacità di diversificare le partnership esterne”. Succederà?

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Chi darà il via all’indagine sulla Cina del Copasir

Ancora pochi giorni e il Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica presieduto da Lorenzo Guerini, avviverà ufficialmente la sua seconda indagine sugli investimenti cinesi in Italia. Dopo quella sulle telecomunicazioni, datata 2019, come anticipato da questo giornale poche settimane fa, Palazzo San Macuto è pronto a fare nuova luce sulla penetrazione del Dragone nel sistema economico italiano. Lo spettro, però, sarà più ampio: non solo reti tlc, ma anche energia, tecnologia di ultima generazione, infrastrutture. In questi giorni i membri del Copasir hanno messo a punto il calendario, limando gli ultimi dettagli.

La data da cerchiare con il rosso, secondo quanto risulta a Formiche.net, è il 23 giugno. Per quel giorno, infatti, sono calendarizzate le prime audizioni, nell’ambito del ciclo di interventi che forniranno al Copasir la base per le sue valutazioni, che troveranno poi spazio definitivo nella relazione finale da consegnare al Parlamento da qui a qualche mese. Si partirà con una girandola di audizioni dei principali think tank. I primi a varcare i cancelli di San Macuto saranno i rappresentanti dell’Istituto per gli affari internazionali, dell’Aspen Institute e dell’Istituto per gli studi di politica internazionale. Poi, nelle settimane successive, toccherà ad altri.

Al centro del confronto tra esperti e parlamentari, ci sarà sia la presenza, più o meno minacciosa, della Cina in alcuni centri nevralgici dell’economia nazionale, sia le start up, sempre più oggetto delle attenzioni di Pechino. Come, d’altronde, raccontato da questo stesso giornale, le intenzioni degli investitori del Dragone sono spesso poco amichevoli verso le piccole aziende ma dall’alto potenziale tecnologico. I casi Pirelli e Ferretti, proprio di questi giorni, stanno lì a dimostrarlo. Non è certo un mistero che gli investimenti battenti bandiera cinese hanno una natura più predatoria che altro: arrivano, comprano, acquisiscono know how e segreti industriali e portano tutto in patria, condividendo poco o nulla con l’ecosistema che li accoglie, spesso, a braccia aperte. Adesso palla al Copasir.

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La Bce torna a stringere sui tassi. E la Germania si riscopre falco

Bisogna essere onesti, la decisione era ampiamente attesa. D’altronde, con un’inflazione prossima al 3% nella zona euro, per la Banca centrale era difficile fare altrimenti. Certo, ci fosse la certezza di una salva di cannone, i correntisti starebbero più tranquilli. Ma la certezza, oggi, gioco di parole obbligato, è l’incertezza. La Bce ha dunque rotto gli indugi operando un primo rialzo dei tassi, in risposta ai rincari dell’energia e alla generale accelerazione dell’inflazione nell’eurozona innescate dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Si tratta del primo aumento dal settembre del 2023, quando Christine Lagarde operò l’ultimo rialzo in occasione della precedente fiammata inflazionistica (all’epoca i tassi di riferimento erano stati aumentati al 4%).

E dunque, in linea con le aspettative, il Consiglio direttivo alzato di 0,25 punti percentuali i livelli guida e il principale riferimento, che resta il tasso sui depositi, sale così al 2,25%. Per Francoforte non ci sono dubbi, al mercato serviva un segnale circa un intervento chirurgico per disinnescare una nuova, eventuale, bomba inflazionistica in stile 2022. ” Il conflitto in Medio Oriente sta generando pressioni inflazionistiche e la decisione di aumentare i tassi è solida rispetto a una serie di scenari che delineano come lo shock potrebbe evolvere e incidere sulle prospettive di medio termine per l’area dell’euro”, ha sintetizzato la Bce nel comunicato diffuso a valle del board. La decisione di oggi sui tassi di interesse della Bce era scontata e “se non avessimo preso questa linea, una decisione molto ovvia, alla fine del periodo previsionale ci saremmo ritrovati con l’inflazione al di sopra dei nostri livelli obiettivo”, ha poi ulteriormente chiarito Lagarde nella conferenza stampa che ha seguito la riunione del Consiglio direttivo.

Una decisione che però non è piaciuta alla maggioranza che sostiene il governo italiano. Tra tutte, si è levata la voce di Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia. “La Bce continua a rispondere all’inflazione con un riflesso quasi pavloviano: sente pronunciare la parola inflazione e la risposta è sempre la stessa, aumentare il costo del denaro. Un aumento dei tassi d’interesse della Bce non solo incide sui nuovi prestiti, ma anche sui costi di servizio del debito dei prestiti esistenti, danneggiando l’economia reale. Che è molto più complessa. In una fase di forte incertezza internazionale, questa rigidità rischia di trasformarsi in un freno alla crescita, agli investimenti e all’occupazione”.

Da Francoforte, discorso tassi a parte, sono arrivate anche le prime, vere, considerazioni sul ruolo dell’Intelligenza Artificiale per il sistema bancario. “Forse stiamo vedendo la punta dell’iceberg e forse si possono prevedere rischi più rilevanti. Forse andrebbero discusse ad alto livello governance e quadri normativi”, ha messo in chiaro Lagarde, invocando una serie e reale regolamentazione per l’IA. “Che sia da parte di Anthropic o Open AI, o di altri grandi sviluppatori e investitori in intelligenza artificiale, o che sia in altri Paesi stiamo assistendo a sviluppi nuovi, più rilevanti e più intrusivi. Questo è un fatto Sappiamo anche che questi sviluppi sono qui per restare e che continueremo a vederne altri nei prossimi mesi”.

Tutto questo mentre la Germania, e qui si cambia fronte, spegne ancora una volta le speranze di chi vorrebbe una nuova stagione di debito europeo (a cominciare dal governatore di Bankitalia, Fabio Panetta), dopo l’esperienza del Recovery Plan. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è detto ancora una volta contrario a un nuovo indebitamento dell’Unione europea e ha chiesto riforme più rapide, in Germania e a Bruxelles, per rafforzare la competitività, ridurre la burocrazia e rispondere a invecchiamento della popolazione, minacce militari e concorrenza economica globale. In un intervento al Bundestag in vista del prossimo Consiglio europeo, Merz ha avvertito che un debito eccessivo “minaccia la sovranità e limita la libertà d’azione”. Alcuni Paesi europei, ha osservato, a causa del loro enorme debito spendono ormai più per il pagamento degli interessi che per la difesa. “Non dobbiamo permettere che il bilancio europeo arrivi a una situazione simile”, ha detto. Il cancelliere ha chiesto una profonda revisione del bilancio dell’Ue a partire dal 2028, sostenendo che la spesa dovrà riflettere la priorità della competitività. Merz ha criticato i piani per aumentare il bilancio europeo e ha invitato Bruxelles alla moderazione sia sulla spesa sia sul personale. Tradotto, niente da fare, i tedeschi sono sempre gli stessi.

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Febbre da SpaceX. Anche la Cina prova a salire sul carro di Musk

Più che tutti giù dal carro, tutti su. Il carro di SpaceX. La compagnia spaziale di Elon Musk si prepara a una quotazione prossima ai 75 miliardi. E se il mercato risponderà positivamente, sarà quasi certamente la più grande Ipo mai vista da occhio umano. Normale, dunque, che una simile operazione faccia gola agli investitori. Problema: quando la quotazione in borsa più attesa al mondo nel settore tecnologico comunica agli investitori di un intero Paese l’impossibilità di partecipare, questi tendono a ingegnarsi.

È esattamente ciò che sta accadendo: gli investitori cinesi e di Hong Kong, esclusi dalla prossima offerta pubblica iniziale di SpaceX, si stanno rivolgendo ai future perpetui e ai derivati sintetici sulle piattaforme di scambio di criptovalute per cercare di accaparrarsi una fetta di mercato. Vale a dire dell’offerta di SpaceX, la cui valutazione oggi si aggira sui 1.750 miliardi.

Insomma, l’operazione finanziaria più spettacolare dell’anno, debutto al Nasdaq previsto proprio per domani, nasce con una porta chiusa. Ma mentre le grandi banche americane apparecchiano il roadshow e i fondi si mettono in fila, una parte cruciale dell’Asia finanziaria resta esclusa. Quella cinese. Eppure, il Dragone non demorde. Anzi, rilancia. Gli investitori cinesi stanno, dunque, utilizzando asset digitali per aggirare i controlli sui capitali di Pechino scattati proprio in vista della quotazione.

Il meccanismo chiama direttamente in causa le criptovalute. L’idea sarebbe quella ricorrere a dei token, i quali fungerebbero da asset digitali che offrono però un’esposizione sintetica o presumibilmente garantita da asset reali. Gli investitori cinesi, insomma, vorrebbero usare moneta virtuale per mascherare sottoscrizioni reali di capitale SpaceX. Di sicuro, l’ingresso in borsa di SpaceX è infatti visto da molti analisti come il segno di un cambiamento nel rapporto tra tecnologia, potere economico, potere politico e potere finanziario.

Una delle più ricche società al mondo ha l’obiettivo di controllare contemporaneamente i mezzi e il modo in cui le persone comunicano, controllando al tempo stesso l’accesso allo Spazio per gestire le infrastrutture delle telecomunicazioni e forse un giorno i sistemi per far funzionare le intelligenze artificiali. E lo farà con una struttura societaria che di fatto lascia tutto il potere a Elon Musk.

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Tra dominio dell’AI e crisi di identità cinese. Cosa dice il report Kkr

Il mondo cambia, l’Intelligenza Artificiale riscrive perimetri ed equilibri dell’economia. E la Cina, no, non è più la stessa. C’è un po’ tutto questo nelle oltre novanta pagine che danno forma al report di Kkr, il fondo americano al quale Tim ha venduto, due anni fa, la propria rete, dedicato ai grandi cambiamenti globali e allo spostamento dei capitali, verso questo o quel settore. Uno dei punti più salienti del rapporto curato da Kkr riguarda proprio l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale. La quale porta in dote un mix di gioie e dolori.

“Sebbene i guadagni di produttività derivanti dall’Intelligenza Artificiale si manifesteranno nei prossimi anni, il rovescio della medaglia è che l’intensificarsi della concorrenza strategica renderà probabilmente la crescita economica più concentrata in un numero minore di settori e, a volte, più estrema di qualsiasi cosa abbiamo visto dall’inizio della seconda rivoluzione industriale nel 1870”, ha messo in calce, Henry H. McVey, responsabile della macroeconomia globale e dell’allocazione degli asset di Kkr.

Più nel dettaglio, i settori della Difesa e dell’energia “sono quelli che con maggiore probabilità trarranno vantaggio dalle tendenze a lungo termine, a cominciare dalla stessa Intelligenza Artificiale. E nonostante l’aumento dei costi delle materie prime, si registra un’attenzione diffusa e crescente alla sicurezza e alla resilienza delle catene di approvvigionamento in tutti i Paesi e settori”. Il report dunque traccia una mappa chiara per i grandi investitori, indicando laddove si sposta il capitale. E segnando, in questo senso, il tramonto dell’era della finanza creativa e della leva monetaria facile, E dunque, “i settori chiave su cui puntare riflettono l’ossessione globale per la sicurezza. La spesa militare nel mondo ha toccato il record di 2.630 miliardi di dollari, aprendo spazi enormi alle aziende capaci di sviluppare droni, cybersicurezza e Intelligenza Artificiale”, è una delle conclusioni.

E poi c’è la Cina, con tutti i suoi acciacchi. Pechino oggi è qualcosa di molto diverso rispetto a dieci anni fa. Tanto per cominciare, rimane lontano anni luce l’obiettivo del governo cinese di raggiungere quel fantasioso 5% di Pil che ha dominato l’economia cinese fino a pochi anni fa. “Prevediamo una crescita del Pil reale del 4,6% nel 2026 e del 4,4% nel 2027. Il conflitto in Medio Oriente e l’aumento dei prezzi dell’energia riducono la nostra stima di crescita per il 2026 di circa 40 punti base, in gran parte compensati dalla forza delle esportazioni e dal sostegno delle politiche (sussidi, ndr)”.

Ma, soprattutto, qualcosa è cambiato per il Dragone. Forse per sempre. La Cina “è ora un’ economia con una crescita intorno al 4%, trainata dalla digitalizzazione, dalla transizione verde e dalla resilienza delle esportazioni, non dal vecchio modello basato su immobili, credito e reflazione delle famiglie. Questa economia è caratterizzata da un ciclo di investimenti guidato dall’offerta e dalle politiche, con i consumi ancora frenati dal settore immobiliare debole, da un mercato del lavoro fiacco e dalla cautela delle famiglie. Il motore della crescita cinese è cambiato. Il settore immobiliare, gli effetti ricchezza e il credito in generale non stanno più svolgendo il ruolo principale. Il nuovo motore, transizione verde, veicoli elettrici, batterie, energia solare, robotica, produzione avanzata e diversificazione delle esportazioni, è sempre più evidente”.

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La battaglia navale per Ferretti. Kkcg porta in tribunale Weichai

Al ministero delle Imprese, assicurano i bene informati, si lavora di buona lena a un possibile intervento a mezzo golden power. Ma nel mentre la vicenda Ferretti si è trasformata, come ampiamente prevedibile, in una battaglia legale. Kkcg, la holding ceca uscita sconfitta dalla battaglia in assemblea contro l’azionista di maggioranza, la cinese Weichai (che ha ottenuto il 52,3% dei voti, contro il 47,4% della sfidante) e che proprio all’esecutivo ha chiesto nelle scorse settimane di valutare l’attivazione dei poteri speciali a tutela del patrimonio tecnologico dello storico cantiere, ha deciso infatti di impugnare le decisioni dell’assemblea.

Il gruppo che fa riferimento al miliardario Karel Komarek ha presentato ricorso dinanzi al Tribunale di Bologna chiedendo misure cautelari urgenti per sospendere l’efficacia delle principali delibere, incluse quelle relative alla nomina del board e del Collegio sindacale. Nello specifico, Kkcg ha richiesto un nuovo conteggio dei voti espressi sostenendo che “i diritti di voto di Ferretti International Holding, attraverso cui il gruppo Weichai detiene il 39,5%, avrebbero dovuto essere sospesi ai sensi del golden power”.

Nel ricorso (di pochi giorni fa, poi, un’altra azione legale eccellente, quella della cinese Sinochem proprio contro l’attivazione del golden power su Pirelli) viene inoltre sostenuto che Ferretti possieda “tecnologie, know-how e capacità industriali di rilevanza strategica e dual use” e che l’accesso a competenze, dati e informazioni sensibili “senza adeguate verifiche potrebbe comportare conseguenze “difficilmente reversibili”. Da qui la “richiesta di un intervento urgente e di una verifica sul rispetto della normativa golden power”, si legge nelle carte del ricorso.

La posta in gioco è d’altronde alta. Ferretti oggi vanta una tecnologia di altissimo livello e il rischio è che tale know-how venga non solo trasferito in Cina, ma anche utilizzato per scopi che con la cantieristica hanno poco a che fare. Per questo, viene assicurato, il governo è pronto a fare la sua parte. E questo nonostante le rassicurazioni del nuovo amministratore delegato di Ferretti, espressione del socio cinese, Stassi Anastassov, che in una missiva ai dipendenti, pochi giorni fa, chiariva circa il mantenimento dell’anima italiana del gruppo bolognese. Nell’attesa però che il governo entri in partita, i soci di minoranza hanno deciso di far parlare le carte bollate.

L’urgenza, d’altronde c’è. Secondo Kkcg, consentire a Ferretti di continuare a essere governata da organi societari nominati tramite delibere la cui validità è ora oggetto di contestazione giudiziaria “crea una significativa incertezza giuridica e di governance”. Ancora più importante, “laddove siano coinvolte tecnologie marittime sensibili, know-how, dati e relazioni commerciali strategiche, qualsiasi accesso, trasferimento o integrazione non controllati di tali informazioni nei processi decisionali, tale incertezza potrebbe avere conseguenze difficili, se non impossibili, da invertire”. La battaglia è solo all’inizio.

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Sulle terre rare gli Stati Uniti hanno un asso contro la Cina. Ed è il Brasile

Ci sono tanti ring dove combattere. E il Brasile è uno di questi. Pochi mesi fa questo giornale ha raccontato come, nell’ambito della progressiva rottura del monopolio cinese sulle terre rare, la strategia degli Stati Uniti fosse quella di tessere una robusta tela di accordi con tutti quei Paesi ricchi di minerali critici ma fuori dall’orbita del Dragone. Nello scacchiere, rientra a piano titolo il Brasile. Sembrano, ora, essersene accorti anche dalle parti del Wall street journal.

“Le aziende occidentali stanno investendo ingenti somme nell’industria brasiliana delle terre rare, nella speranza che la nazione sudamericana possa contribuire ad allentare la presa della Cina sui minerali utilizzati nei veicoli elettrici, nelle turbine eoliche e nelle armi avanzate”, premette il quotidiano americano. “Le compagnie minerarie sono impegnate in una corsa contro il tempo per sfruttare i giacimenti in tutto il Brasile, che detiene le seconde riserve mondiali di terre rare dopo la Cina. Ma le loro ambizioni vanno oltre l’estrazione del minerale. Aziende e funzionari governativi affermano di voler costruire impianti di lavorazione in grado di separare le terre rare, produrre metalli e, in futuro, fabbricare magneti”.

Ora, la realizzazione di tale ambizione rappresenterebbe una sfida ben maggiore per la Cina. Pur detenendo circa la metà delle riserve mondiali di terre rare, Pechino controlla infatti oltre il 90% della lavorazione e della produzione di magneti, esercitando un’influenza dominante sulle catene di approvvigionamento globali. E il Paese verdeoro è ora in una posizione tale da poter svolgere un ruolo sempre più strategico nell’approvvigionamento di materie prime essenziali per le economie occidentali. Questa spinta ha trasformato il Brasile in un punto focale della lotta tra Washington e Pechino per i minerali critici. Gli Stati Uniti hanno setacciato il globo alla ricerca di terre rare, sostenendo progetti dall’Africa all’Australia nel tentativo di allentare la presa di Pechino sul settore. Ma è nella nazione carioca che gli Usa si giocano la loro indipendenza dal Dragone.

La prova è nel fatto che, come ricorda lo stesso Wsj, “sotto la presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno sostenuto il settore minerario brasiliano con finanziamenti, accordi di acquisto e prezzi garantiti, pensati per impedire alla Cina di estromettere i concorrenti dal mercato inondandolo di prodotti. Le società minerarie australiane Viridis e Meteoric stanno sviluppando giacimenti limitrofi a Poços de Caldas, mentre la canadese Aclara sta realizzando un progetto nello stato di Goiás. Ad aprile, la società statunitense Rare Earth (partecipata al 10% dal governo americano, ndr), con il sostegno di finanziamenti governativi statunitensi, ha concordato un accordo per l’acquisizione di Serra Verde, l’unico produttore su larga scala al di fuori dell’Asia ad estrarre terre rare da giacimenti argillosi, per 2,8 miliardi di dollari”. Attenzione però, perché anche Pechino “continua a investire massicciamente nelle attività minerarie brasiliane”. Insomma, il Brasile è la nuova frontiera delle sfida tra Usa e Cina sulle terre rare.

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Intesa-Mps, vi spiego la mossa che può cambiare il risiko. Parla Messori

I mercati sono in ebollizione e d’altronde non potrebbe essere altrimenti vista la posta in gioco. Da quando, domenica scorsa, Intesa Sanpaolo e Banco Bpm si sono messe in marcia sul Monte dei Paschi, la grande finanza italiana ha cominciato a entrare in una nuova era. Fatta di incastri e nuovi pesi. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. E ne è convinto anche il mercato, come dimostra l’euforia di Piazza Affari di questi giorni, proprio grazie allo sprint dei titoli delle banche coinvolte (Intesa, Bper, Banco e Unicredit) in quel risiko che potrebbe portare alla nascita di uno dei più grandi poli bancari d’Europa, dietro solo a Bnp Paribas e a Santander.

Il gioiello della corona, comunque, rimangono le Generali, con il loro forziere da 800 miliardi di risparmio oltre all’enorme stock di titoli di Stato. Chi prende Mps, prende Mediobanca e dunque il 13% del Leone. Non può stupire, dunque, che a Palazzo Chigi si segua il dossier con grande attenzione, specialmente sul versante Intesa, la cui operazione congegnata dal ceo Carlo Messina ha un sapore decisamente più italiano rispetto a quella di Bpm, il cui socio principale è la francese Crèdit Agricole. Un punto, questo, su cui però Marcello Messori, economista, saggista, docente allo European university institute e grande esperto di cose bancarie, si sente di fare alcuni chiarimenti.

Il doppio passo verso Mps da parte di Intesa e Banco Bpm ha improvvisamente riacceso il risiko bancario italiano, ripartito ufficialmente qualche mese fa con la scalata del Monte dei Paschi a Mediobanca. Come legge questa nuova stagione di consolidamento bancario? E vede più opportunità o rischi per il sistema del credito?

Uno dei fattori necessari per ridurre i ritardi innovativi dell’economia europea e per salvaguardarne il modello sociale è la costruzione di un mercato finanziario che non sia frammentato in tanti segmenti nazionali o locali e che metta a disposizione efficaci strumenti di allocazione della ricchezza per il sostegno di investimenti innovativi. La costruzione di questo mercato finanziario europeo non può prescindere da un’evoluzione delle banche che, ancora oggi, hanno un ruolo determinante pur non essendo gli intermediari più idonei a finanziare attività innovative. Il consolidamento bancario europeo è, quindi, un passo ineludibile anche se non sufficiente per il futuro della Ue. Le divergenti iniziative, lanciate da Intesa e da Bpm rispetto a Mps, sono ancora racchiuse in un orizzonte nazionale ma potrebbero facilitare o attivare aggregazioni transfrontaliere. In particolare, se avesse successo, l’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas, ndr) lanciata da Intesa potrebbe sfociare nella creazione di uno dei più importanti gruppi bancari europei. Per giunta, un gruppo bancario italiano, Unicredit, è già impegnato in un’operazione transfrontaliera di consolidamento (acquisizione di Commerzbank, ndr). La mia risposta è, quindi, che vedo più opportunità che rischi in efficaci processi di consolidamento.

C’è chi ha fatto notare come l’operazione messa a terra da Intesa e Bper sia decisamente più made in Italy rispetto a quella di Bpm, rea di essere partecipata in forze da un azionista francese, il Crédit Agricole. Di qui la sensazione che il blocco Intesa-Bper possa proteggere in qualche modo le Generali e il loro patrimonio di debito pubblico e risparmio, meglio di altri. A lei come suona questa lettura?

Non apprezzo tale lettura che, se trovasse un qualche riscontro nella realtà, sarebbe in contrasto con quanto ho appena affermato circa il necessario consolidamento del settore bancario europeo. Resta il dato oggettivo che l’Opas di Intesa, corredata dall’accordo con Unipol di cedere a Bper, banca controllata, di fatto, proprio da Unipol, più della metà degli sportelli di Mps eventualmente acquisiti così da aggirare vincoli antitrust, è un’operazione più strutturata del progetto di fusione abbozzato da Bpm.

Che cosa intende per operazione meglio strutturata?

L’iniziativa di Intesa risponde a obiettivi di rafforzamento non tanto delle attività bancarie più tradizionali, quanto dell’offerta di servizi finanziari ad alto valore aggiunto e utili per la mobilizzazione della ricchezza finanziaria verso attività produttive. In questo senso, la chiave è l’acquisizione di Mediobanca. Per giunta, anche le sinergie fra Intesa e Generali sono, potenzialmente, maggiori di quelle che deriverebbero dalla creazione di un terzo polo fra Mps e Bpm. Sottolineo, però, che la partita su Generali potrebbe essere solo agli inizi. Non dimentichiamoci, infatti, che i principali azionisti attuali di Generali sono, oltre a Mediobanca, il gruppo Defin (la holding) della famiglia Del Vecchio, Unicredit e il gruppo Caltagirone. E non è ancora chiaro quali siano le strategie di ciascuno di tali azionisti rispetto all’evoluzione del grande gruppo assicurativo.

Da tempo immemore Mario Draghi va predicando in Europa che le aggregazioni bancarie sono ormai una necessità e non più un’opzione: senza grandi campioni del credito si rischia di essere vulnerabili a livello sistemico. Alla luce di tutto questo, come vede il futuro delle banche di medie o piccole dimensioni?

L’inevitabile creazione di gruppi bancari transnazionali, in grado di competere in mercati finanziari europei, è compatibile sia con un aumento della concorrenza sia con la presenza di piccolo-medie banche e di altri intermediari. Riguardo al primo aspetto, va sottolineato che, specie nei comparti bancario e finanziario, la struttura di mercato non dipende dalla numerosità degli attori. È più concorrenziale un mercato unificato con poche banche offerenti, che non abbiano incentivi a colludere tra loro, rispetto a un mercato frammentato con moltissimi offerenti, ognuno dei quali opera in nicchie protette. L’effetto dell’auspicabile consolidamento bancario europeo sarà, perciò, di espellere dal mercato le piccole banche locali inefficienti, che prosperano lucrando posizioni di rendita, ma di lasciare ampio spazio ad altre due tipologie di piccole e medie banche. In primo luogo, vi è spazio per piccole e medie banche specializzate nell’offerta di servizi finanziari con basse economie di scala; in secondo luogo, vi è spazio per quelle capaci di offrire finanziamenti e servizi ‘tagliati’ sulle esigenze delle svariate piccole e piccolo-medie imprese efficienti che caratterizzano il settore manifatturiero europeo.

Nelle sue ultime Considerazioni finali, il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha rilanciato la necessità di un debito comune a livello europeo. Non è la prima volta che si inneggia a strumenti finanziari che diano finalmente corpo a un mercato unico ancora zoppo. Eppure, la strada sembra sempre essere in salita, nonostante ci sia una certa consapevolezza a livello europeo che senza debito comune sarà sempre più difficile finanziare gli investimenti di cui il continente necessità. Come lo spiega?

Da tempo miro a provare che la costruzione di una capacità fiscale centrale (Cfc) permanente, in grado di finanziare un insieme di beni pubblici europei (Bpe) e di sostenere investimenti innovativi privati nel quadro di una politica industriale europea in sintonia con il funzionamento dei mercati, porterebbe a benefici netti per tutti gli stati membri della Ue. Vorrei insistere sul concetto economico di beneficio netto. Pur scontando che i diversi paesi della Ue hanno obiettivi e caratteri diversi e hanno un diverso peso decisionale, si è mostrato (in un articolo scritto con Marco Buti) che vi sono combinazioni fra i vari tipi di Bpe sulla base delle quali i ricavi netti sono maggiori dei costi per ognuno dei paesi considerati. Eppure, come lei ha sottolineato nella sua domanda, la strada verso la costruzione di una Cfc e la produzione di Bpe è sempre più in salita.

Perché?

La creazione di una Cfc deve poggiare su drastici ampliamenti del bilancio europeo o del debito comune e sull’abbandono delle protezioni nazionali nei mercati finanziari. Queste scelte sono difficili da assumere per ragioni che esulano dal calcolo economico e investono le ideologie politiche. Per costruire una Cfc, definire una politica industriale europea e produrre gli appropriati Bpe, risulta inevitabile cedere sovranità nazionale a favore di una sovranità europea. Un numero elevato di governi nazionali ritiene che il costo politico di tale trasferimento di sovranità sia eccessivo specie in orizzonti di breve termine dominati dalla conservazione del potere. Ciò non implica che si debba accantonare la speranza di costruire spazi per un maggiore debito europeo. I sondaggi indicano che, di fronte al moltiplicarsi delle minacce internazionali, i cittadini europei vogliono più Europa perché colgono l’inadeguatezza dei governi nazionali. Questi stessi cittadini non percepiscono, però, che la protezione universale europea è incompatibile con l’arroccamento su quelle piccole protezioni particolari offerte da chi difende la sovranità nazionale.

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Una scelta saggia. Il Financial Times promuove l’Opas di Intesa su Mps

A 48 ore dalla domenica che potrebbe aver riscritto equilibri e perimetro del sistema bancario nazionale, da Londra arriva tutto l’apprezzamento per la discesa in campo di Intesa, accompagnata per l’occasione da Bper, per acquisire a mezzo Opas da 30,6 miliardi il Monte dei Paschi e dunque Mediobanca, già parte integrante di Rocca Salimbeni. Un’operazione, come raccontato da questo stesso giornale, gradita a Palazzo Chigi e un po’ di alta sartoria e un po’ dall’anima italiana nonché protesa a salvaguardare le Generali (di cui Piazzetta Cuccia è azionista al 13%, mentre l’altro socio forte è Unicredit con il 9% del Leone) e il loro patrimonio fatto di risparmio e titoli di Stato. Prospettiva che invece con la vittoria di Banco Bpm, i cui soci di riferimento sono i francesi del Crédit Agricole, verrebbe meno.

Di qui una sorta di placet da parte del Financial Times, per il quale “L’offerta di Intesa per Mps ripristina un po’ di buon senso nel panorama del M&A italiano”, premette il quotidiano della City dalla sua famosa rubrica Lex column. Il messaggio di fondo è quello di far emergere il ruolo di Intesa quale attore primario del consolidamento bancario in Italia, ma anche di stabilizzatore della finanza italiana sia privata (con riferimento alla quota di Generali in pancia a Mediobanca) sia pubblica (con riferimento al debito pubblico finanziato e custodito in portafoglio dalle varie entità bancarie coinvolte). “L’M&A italiano spesso ha tanto a che fare con la politica e le personalità quanto con la massimizzazione del profitto. Ciò rende la proposta di acquisizione da 30 miliardi di euro del Monte dei Paschi di Siena da parte di Intesa Sanpaolo una gradita rarità”.

Intesa, secondo il FT, ha scelto “il bersaglio giusto, nel senso che le prospettive individuali dell’istituto di credito toscano Mps non sono grandi ed è alle prese con la complessa integrazione dell’arrogante rivale Mediobanca, acquisita lo scorso anno”. Inoltre, “la sua governance è fragile quanto mai: gli azionisti hanno recentemente estromesso e reintegrato l’amministratore delegato Luigi Lovaglio in una rapida successione”. Al contempo, Intesa “è in un’ottima posizione per acquistare. La più grande banca italiana per asset ha collaborato con la compagnia assicurativa Unipol per spartirsi la rete di vendita al dettaglio si Siena nella speranza di evitare problemi di concorrenza”. Pensando così anche di poter tagliare 1,1 miliardi di euro di costi sovrapposti dalle parti che sta acquisendo, oltre ai 400 milioni di euro che Mps sperava già di risparmiare in spese e costi di finanziamento dall’acquisizione di Mediobanca.

Per fare un riferimento “il rivale di fascia media del mercato Banco Bpm, che domenica ha scritto al consiglio di amministrazione di Mps per proporre una fusione tra pari, pensa di poter tagliare solo 650 milioni di euro dalla combinazione. Ciò rende l’operazione proposta da Intesa un’operazione che crea molto valore, anche escludendo qualsiasi beneficio derivante dal cross-selling di prodotti e simili”. Attenzione, però, a Unicredit. “Se Intesa riuscirà a portarsi via Mps a questo prezzo dipenderà in gran parte dal collega Unicredit, la banca guidata dal veterano banchiere del M&A Andrea Orcel, ora impegnata in una tortuosa battaglia per acquistare la tedesca Commerzbank”. Ma Orcel “potrebbe essere tentato di lanciarsi anche lui in questa battaglia (per Mps, ndr), piuttosto che vedere i rivali italiani crescere nel suo mercato interno. Anche Intesa sarà difficile da battere: potrebbe addolcire la sua offerta di un paio di miliardi senza distruggere valore”. Di sicuro, “una vittoria di Intesa potrebbe piacere anche al primo ministro italiano Giorgia Meloni, in quanto riduce le possibilità che Generali cada in mani straniere”.

Tutto questo mentre, nel giorno in cui i titoli delle tre banche in corsa per Siena sono schizzati in Borsa, il ceo di Ca’ de Sass, Carlo Messina, è tornato a ribadire la bontà dell’operazione su Mps. Per Intesa il “vero valore consiste nel 50% di Monte dei Paschi di Siena che rimarrà con Intesa. E su questa quota possiamo creare un grande valore grazie alle sinergie in termini di ricavi e costi. Dall’altro lato c’è anche Mediobanca, che può portarci asset in gestione ma anche credito al consumo, settore in cui non siamo leader di mercato, ma possiamo diventarlo. E poi c’è la potenzialità di realizzare sinergie di costo grazie alla forza che abbiamo in Intesa”.

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L’Ipo di Moonshot può spaventare la Cina. Ecco perché

Non sarà la quotazione di SpaceX, candidata quasi certa alla vittoria per la più grande Ipo della storia. Ma il boato è destinato comunque a sentirsi. Nel grande gioco dell’Intelligenza Artificiale, la Cina ha smesso da tempo di inseguire il resto del mondo. Eccezion fatta per gli Stati Uniti, loro sì, pare, copiati per certi versi dal Dragone. L’ultima conferma arriva da Moonshot, startup di Pechino che punta a raccogliere fino a 2 miliardi di dollari per arrivare a una valutazione complessiva di 30 miliardi e presentarsi così al mercato, in vista di un’Ipo alla borsa di Hong Kong per potrebbe arrivare nei prossimi mesi, forse già entro la fine dell’estate.

L’azienda madre del chatbot Kimi ha infatti proprio in queste ore avviato colloqui preliminari con potenziali investitori per raccogliere oltre 2 miliardo di dollari, secondo quanto riferito da fonti vicine alla vicenda. Le discussioni sono iniziate proprio mentre Moonshot è sul punto di chiudere un round di finanziamento guidato da Meituan, che ha già valutato l’azienda non meno di 20 miliardi di dollari dopo l’investimento. Se la startup raggiungerà il suo ultimo obiettivo di finanziamento, si tratterebbe di un aumento di sette volte della capitalizzazione rispetto a dicembre, quando la startup era valutata poco più di 4 miliardi di dollari. Poi verrà il turno del mercato, a cui spetterà l’ultima parola sul valore di Moonshot.

Insomma, la Cina ha voglia di crescere nell’Intelligenza Artificiale, continuando a sfidare un’Occidente che, almeno per il momento, rimane essenzialmente aggrappato alla tecnologia americana.L’azienda con sede a Pechino si sta d’altronde affermando come uno dei laboratori di ricerca sull’Intelligenza Artificiale cinesi meglio finanziati, grazie agli investimenti che riversano capitali in un gruppo in chiara competizione con OpenAI e Anthropic. L’ultimo round di finanziamento aiuterebbe, per esempio, Moonshot a superare Minimax Group, società quotata in borsa, che oggi vanta una capitalizzazione di mercato di circa 20 miliardi di dollari. Entrambe restano comunque indietro rispetto agli circa 80 miliardi di dollari di Zhipu e ai circa 50 miliardi di dollari che DeepSeek..

Certo, tutto questo cozza un po’ con la recente crisi mistica scoppiata ai piani alti del partito comunista. Il quale teme che l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale in Cina comporti un progressivo impoverimento professione e, soprattutto, umano. Come raccontato da questo giornale qualche giorno fa, la scorsa estate, il vicepremier cinese He Lifeng ha chiesto ai principali datori di lavoro del Paese, gruppi tecnologici, banche, case automobilistiche e altre grandi imprese, di valutare quale impatto l’IA avrebbe potuto avere sui loro organici. Alcune aziende hanno risposto che la nuova tecnologia avrebbe potuto creare nuove mansioni nei prossimi anni, ma anche cancellare, una volta pienamente applicata, il 30% o più dei ruoli esistenti.

Ora, da quel confronto è maturata una linea che oggi sta prendendo forma attraverso direttive amministrative, casi giudiziari e orientamenti dei governi locali: le aziende possono innovare, ma non possono usare l’automazione come giustificazione automatica per ridurre il personale. Alla fine dello scorso anno, il ministero delle Risorse umane e della sicurezza sociale cinese ha avvertito in particolare le imprese tecnologiche, dove la forza lavoro è più giovane, di non procedere a licenziamenti legati all’introduzione dell’IA. Alle aziende viene chiesto così di spiegare i tagli e, in alcuni casi, di dimostrare che non siano semplicemente il risultato della sostituzione dei lavoratori con sistemi automatici. Qualcosa non quadra.

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Panama rimescola le carte sul canale. Sfida aperta tra Washington e Pechino

Il governo panamense è pronto a rimettere in palio le concessioni per il canale di Panama, pochi mesi dopo aver, nemmeno troppo gentilmente, accompagnato alla porta la Cina e le sue compagnie di navigazione. La vicenda è nota e questo giornale l’ha raccontata più volte. Da quando, ormai un anno fa, una cordata di investitori occidentali guidata dal più grande fondo del mondo, Blackrock, si è fatta avanti per rilevare dalla cinese Ck Hutchinson 43 scali portuali nel mondo, inclusi i due hub alle estremità del canale, Cristobal e Balboa, sull’infrastruttura marittima che collega l’Atlantico al Pacifico si è scatenata una vera e propria battaglia. Resa ancora più aspra dalla sopraggiunta chiusura dello stretto di Hormuz, che ha reso a tutti gli effetti Panama ancora più strategico.

Adesso è tempo di rimescolare le carte e, come è in grado di rivelare questo giornale, procedere al riaffidamento delle concessioni. In tal senso le autorità del Canale hanno pubblicato i documenti di prequalificazione, nell’ambito del processo di selezione del futuro concessionario. La fase preliminare rientra infatti nei meccanismi stabiliti dal regolamento nazionale sulle concessioni dell’Autorità del canale di Panama, che facilitano l’interazione tra le parti interessate e le medesime autorità. La documentazione presentata dai partecipanti, viene spiegato, “sarà valutata in conformità ai criteri tecnici, finanziari e legali definiti nel documento di prequalificazione e nei relativi emendamenti”.

Ora, una domanda sorge d’obbligo: la Cina sarà della partita? Di sicuro, dopo essere stata estromessa dalla stessa Corte Suprema panamense, Pechino sembra avere un po’ di paura di perdere, per sempre, le sue ambizioni sul canale. La prova potrebbe essere nelle considerazioni del ministro degli Esteri cinese Wang Yi per il quale il Dragone è pronto ad approfondire la cooperazione pratica con Panama tanto da esortare il Paese centroamericano a tutelare i diritti delle imprese cinesi. Wang ha affermato che le relazioni tra Cina e Panama non dovrebbero essere soggette a interferenze di terzi. Forse si riferiva agli Stati Uniti. Ma sì, la Cina ha paura.

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Su Mps spinta da Oltralpe. La partita vera? Le Generali. Sapelli legge il risiko bancario

Un pomeriggio domenicale ha riacceso improvvisamente il risiko bancario italiano. Movimenti veloci, in un gioco di incastri ancora tutto da decifrare ma che potrebbe cambiare dal profondo la geografia del credito tricolore. Con le Borse che dormivano, ha preso vita e corpo l’assalto al Monte dei Paschi, reduce dalla scalata, vittoriosa, a Mediobanca e dall’uscita di scena, felpata, del Tesoro. A incamminarsi verso Rocca Salimbeni ha cominciato Banco Bpm che, con l’assedio di Unicredit ormai alle spalle, ha avanzato una proposta di matrimonio all’ex banca toscana, una fusione tra pari, da un anno custode dell’ambitissimo 13% di Generali proprio grazie alle nozze con Piazzetta Cuccia. Neanche il tempo di metabolizzare la notizia e nel pomeriggio a muovere è stata Intesa Sanpaolo, lanciando un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sulle azioni Mps da 30,6 miliardi.

C’è chi ha letto nella contromossa di Intesa, nella quale avrà un ruolo attivo anche Bper, il cui principale azionista è Unipol, la volontà di proteggere le Generali, che fungono da sempre da forziere del risparmio italiano, oltre a essere uno dei maggior acquirenti e sottoscrittori di titoli di Stato italiani. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che il principale socio del Banco è la francese Crédit Agricole, terzo gruppo bancario europeo e incline a scorribande lungo la Penisola. E, dal momento che chi prende Siena mette anche un piede nelle Generali, la presenza di azionisti stranieri potrebbe diventare decisamente ingombrante. Anche per lo stesso esecutivo.

Le voci di corridoio raccontano di un apprezzamento di Palazzo Chigi per l’ingresso di Intesa nella partita per l’istituto guidato dal ritrovato Luigi Lovaglio, anche se sia Carlo Messina, ceo di Intesa e Carlo Cimbri, numero uno di Unipol, hanno più che altro preferito sottolineare, incontrando gli analisti in queste ore, sia la qualità dell’operazione Intesa-Bper-Mps, sia la profonda natura italiana della stessa. Particolare quest’ultimo che per il governo potrebbe fare la differenza: non è certo un caso che lo stesso Messina, sempre nel confronto con gli analisti, abbia paventato per il Banco criticità in odore di golden power proprio per la presenza dei francesi nell’azionariato di Piazza Meda. In questo gioco di incastri di partecipazioni che, come ricordato due giorni fa anche dal direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, apre scenari interessanti ma anche, in potenza, rischiosi, resta da capire se tutti questi movimenti, alla fine, porteranno a un sistema bancario migliore perché più solido. Formiche.net ne ha discusso con l’economista e storico Giulio Sapelli.

“Sicuramente Intesa si è mossa per arginare Bpm, che poi sarebbe la Francia. Voglio dire, l’offensiva sul Monte dei Paschi viene chiaramente da Oltralpe”, premette l’economista. “Non è certo un mistero che il grande sogno francese, ma anche tedesco, è sempre stato quello di mettere le mani sul risparmio italiano. Certamente Intesa ha un biglietto da visita, un’etichetta italiana, Bpm non ce l’ha, nei fatti è una banca francese. Ciò fa una certa differenza nell’ambito di questo tipo di operazioni. L’obiettivo, nemmeno a dirlo, sono sempre le Generali, con il loro risparmio e i prodotti di bancassicurazione. Non dobbiamo mai dimenticare che nei momenti di crisi, la bancassicurazione è un qualcosa di molto ricercato”, spiega Sapelli.

Il quale allarga lo spettro all’intero risiko italiano. “Mi pare evidente che questi incroci di partecipazioni, Banco, Intesa, Mps, nascondano anche dei rischi. Si parla di Generali, certo, ma non solo. Per esempio, trovo ancora incredibile che Mps abbia trovato i soldi per aggredire Mediobanca. Forse Mediobanca non era più Mediobanca e Mps non era più Mps. Verrebbe da dire che c’è da ricostruire un’immagine del sistema bancario nazionale. Oggi non abbiamo più un sistema, per esempio, di istituti locali, con un movimento cooperativo che è in crisi. E questo in un momento storico in cui soffiano venti di guerra. Allora se dobbiamo fare delle fusioni, se dobbiamo fare quello che dice Draghi e cioè portare avanti il consolidamento bancario, bisogna farlo bene”.

L’economista spiega poi come questa vicenda, quella di Mediobanca, rifletta un cambiamento più ampio. “Il profilo e l’obiettivo dell’operazione, pur innaturali, rappresentano bene la trasformazione del capitalismo italiano. Oggi non è più né carne né pesce: non è riuscito ad aggregarsi attorno a grandi industrie, ormai scomparse dal mercato. Le famose 1.300 imprese di Mediobanca, pur finite progressivamente in un contenitore sempre più fragile, rappresentavano un glorioso conglomerato di piccole e medie imprese artigianali. Ma queste non hanno saputo fare il salto dimensionale, né hanno alle spalle un sistema bancario in grado di sostenerle”.

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Più sole e più vento in Italia (ma senza Cina). La pioggia di incentivi Ue

Incentivi, e tanti, alle rinnovabili italiane. Il che, in tempi di petrolio a 100 dollari al barile e gasolio oltre i due euro non è proprio una cattiva notizia. Se poi, come già fatto in questi mesi, è possibile estromettere i produttori di pannelli solari made in China dalle gare per i sussidi, il gioco è fatto. La Commissione europea ha approvato, nell’ambito del quadro degli aiuti di Stato del Clean Industrial Deal, un piano italiano da 23 miliardi di euro a sostegno della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Ora, la misura, hanno chiarito da Bruxelles, “contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette e al raggiungimento dell’obiettivo in materia di energie rinnovabili fissato a livello Ue per il 2030”. Nello specifico, il piano tricolore mira a sostenere la costruzione di impianti che generano energia elettrica utilizzando energia eolica onshore, solare, idroelettrica e biogas. Gli impianti dovrebbero aggiungere un totale di 37,15 GW di capacità di energia elettrica rinnovabile, pari a circa il 48% dell’attuale capacità di fonti rinnovabili in Italia. Tutto questo significa, essenzialmente, più energia verde per lo stivale.

La misura “contribuirà in modo significativo all’obiettivo di decarbonizzazione dell’Italia, che prevede di raggiungere il 39,4% del consumo finale lordo di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030 e contribuirà a ridurre i prezzi dell’energia elettrica e la dipendenza dell’Unione dalle importazioni energetiche, in linea con gli obiettivi definiti nel Clean Industrial Deal e nel piano Repower Eu”, viene sottolineato dalla stessa Commissione. Nel dettaglio, gli aiuti saranno erogati sotto forma di pagamenti variabili nell’ambito di contratti per differenza bilaterali, che prevedono un bonus per ogni kWh di energia elettrica prodotto e immesso in rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di riferimento.

In sostanza, se i prezzi di mercato dell’energia elettrica saranno inferiori al prezzo di riferimento, lo Stato pagherà la differenza. Se saranno superiori, le imprese rimborseranno la differenza. I contratti avranno una durata di 20 anni mentre gli aiuti saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per la realizzazione di ciascun singolo progetto. Ed è molto probabile che i pannelli con componentistica cinese, se non addirittura prodotti nel Dragone, restino fuori dai giochi.

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Eni e Petronas si alleano per il polo degli idrocarburi nel sud est asiatico

Eni e Petronas, la compagnia petrolifera malese, hanno ufficialmente costituito una nuova joint venture paritetica che riunisce attività chiave in Indonesia e Malesia. Searah, questo il nome della nuova realtà, è pronta a diventare operativa a soli sette mesi dalla firma dell’accordo di investimento del 3 novembre 2025 e a sedici dal protocollo d’intesa annunciato nel febbraio 2025.

Searah unirà portafogli, competenze e esperienza regionale complementari con l’obiettivo “di garantire creazione di valore a lungo termine e eccellenza operativa in Indonesia e Malesia”, hanno spiegato da Eni. Con un portafoglio di 19 asset di produzione e sviluppo di gas, 14 in Indonesia e 5 in Malesia, Searah partirà da una produzione iniziale di oltre 300 mila boe/giorno, con l’obiettivo di superare i 500 mila boe/giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni. “Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita, guidati dalla nostra eccellenza nell’esplorazione e nella realizzazione dei progetti, nonché dalla nostra costante attenzione alla tecnologia e all’innovazione”, ha chiarito il ceo di Eni, Claudio Descalzi.

Tengku Muhammad Taufik, presidente e amministratore delegato di Petronas ha invece sottolineato come la costituzione di Searah “è in linea con la crescente attenzione di Petronas verso una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse, unita a un impiego del capitale più agile e a una maggiore enfasi sulla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del valore del gas. Facendo leva sui portafogli e le capacità complementari della nostra società e di Eni, Searah ambisce a raggiungere la profondità operativa, la resilienza finanziaria e la capacità di crescita dei due partner per affrontare in modo affidabile e responsabile i crescenti bisogni energetici della regione, contribuendo al contempo alla sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine in Indonesia e Malesia”.

In ogni caso, c’è anche altre il fronte africano che funge da altra gamba del riassetto energetico italiano. Solo pochi mesi fa, infatti, Eni ha infatti effettuato due nuove scoperte a gas e condensati in Libia a seguito di una campagna esplorativa avviata negli ultimi mesi. Due strutture geologiche adiacenti, Bahr Essalam South 2 e Bahr Essalam South 3 sono state investigate con successo rispettivamente dai due pozzi B2 16/4 e C1-16/4 a circa 85 km dalla costa, in ca 200 metri d’acqua, e 16 km a sud del giacimento di gas Bahr Essalam. Come hanno spiegato dal Cane a sei zampe i livelli mineralizzati sono stati rinvenuti in entrambi i pozzi nella Formazione Metlaoui, nota per essere la principale formazione produttiva dell’area.

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La Cina non molla Pirelli. Sinochem ricorre al Tar contro il Golden power

Chi pensava che Pechino fosse pronta a gettare la spugna, forse dovrà ricredersi. Perché il game over può attendere. A due mesi dal blitz del governo di Giorgia Meloni a mezzo golden power, il riassetto di Pirelli torna improvvisamente in discussione. China National Tire & Rubber Corporation (Cnrc), controllata dalla holding cinese Sinochem e Marco Polo International Italy hanno infatti notificato due distinti ricorsi di identico contenuto dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio contro, tra gli altri, la presidenza del Consiglio, il ministero delle Imprese e del Made in Italy ed altri ministeri.

Motivo? In particolare, annullare proprio quel provvedimento con cui Palazzo Chigi ha imposto ai soci cinesi severe prescrizioni, in vista della prossima assemblea del 25 giugno, ad oggi confermata. Nello specifico Sinochem potrà proporre agli azionisti della Bicocca solo una lista con massimo tre candidati per il consiglio (su 15 membri), di cui due indipendenti (contro gli attuali 8 su 15). Se eletti, poi, i rappresentanti cinesi non potranno comunque ricoprire ruoli chiave come presidente, vicepresidente o ceo, né presiedere comitati, né ottenere deleghe gestionali o poteri su strategie industriali e finanziarie.

Da Pirelli continua comunque a trapelare una certa serenità (anche dalla Borsa, con il titolo Pirelli rimasto tonico per tutta la mattinata). Il gruppo della Bicocca non sembra infatti preoccupato, e anzi, ha tenuto nella prima mattina dell’8 giugno a precisare che i ricorsi non incidono sul regolare svolgimento dell’assemblea degli azionisti in programma il prossimo 25 giugno, convocata tra l’altro per il rinnovo del consiglio di amministrazione. Le liste dei candidati sono già state depositate dagli azionisti nel rispetto di quanto stabilito dal decreto contestato da Sinochem (azionista al 34%) e, come la società ha già comunicato al mercato, l’iter assembleare seguirà i tempi previsti.

Una mossa, quella dei cinesi, che arriva dopo mesi di confronto tra l’azionariato riconducibile al Dragone e le autorità italiane, decise ad applicare il golden power per contenere l’influenza di Pechino su un’azienda considerata strategica sul piano industriale e tecnologico. Ma soprattutto, mai dimenticare la posta in gioco: il mercato americano, dove Pirelli vende i suoi pneumatici di ultima generazione, dotati di tecnologia cyber tyre. Da quando negli Stati Uniti è entrata in vigore la nuova normativa che impone alle aziende partecipate da soci cinesi e che vendono tecnologia applicata all’industria dell’auto statunitense di ridurre sotto una certa soglia la presenza del Dragone, per Pirelli si è imposta una scelta.

Falliti i negoziati con Sinochem per diluirsi (dallo spin off delle attività cyber tyre, la prima tecnologia proprietaria che trasforma lo pneumatico in sensore per monitorare stato gomme, abitudini guida, condizioni stradali e altro, fino allo spostamento della quota cinese in un trust), la Bicocca rischiava di perdere un mercato essenziale per il suo business. Il prezzo era troppo alto per un’azienda simbolo del made in Italy. Per questo il governo Meloni ha attivato i poteri speciali del golden power per limitare l’influenza di Sinochem. Ma la campanella non è ancora suonata.

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Meno petrolio, più deficit. Le amare verità per la Russia dal Forum di San Pietroburgo

Da almeno quattro anni, il copione è sempre lo stesso. Un grande consenso di banchieri, funzionari, economisti e oligarchi tirato a lucido per raccontare al mondo che sì, la Russia è forte, forse invincibile. Nonostante quattro anni di guerra e diverse verità nascoste ad arte dalla propaganda del Cremlino. Ma non così tanto. Il Forum di San Pietroburgo, che qualcuno chiama un po’ per scherzo la Davos di Russia è più o meno questo: tanti lustrini e diverse ombre che, man mano che trascorrono i giorni dell’appuntamento annuale sulle rive della Neva, si allungano. Ammissioni, seppur parziali, che piano piano assumono il sapore della resa. In passato è già successo e questo giornale lo ha più volte raccontato. La verità è che c’è un Forum nel Forum: da una parte i tappeti rossi per Vladimir Putin, lo zar di Russia che crede ancora che l’economia della Federazione sia sana come un pesce. Dall’altra lo stuolo di personalità che le difficoltà del sistema russo le vivono. Tutti i giorni.

Primo esempio. Nel corso della prima giornata del meeting, quando ancora l’euforia non aveva lasciato spazio al realismo, il vice primo ministro Alexander Novak, dunque un rappresentante del governo nell’ambito della nomenklatura russa, aveva candidamente ammesso che la produzione di petrolio in Russia è scesa nei primi mesi del 2026. Attenzione, le dichiarazioni di Novak segnano la prima volta che un funzionario russo di alto livello riconosce che la produzione di greggio quest’anno è diminuita (Mosca ha smesso di pubblicare i dati sulla produzione petrolifera nell’aprile del 2023, poco più di un anno dopo l’inizio della guerra con l’Ucraina).

A sostegno delle dichiarazioni di Novak ci sono i numeri. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la produzione di greggio della Russia è diminuita di 460 mila barili al giorno ad aprile rispetto all’anno precedente, attestandosi a circa 8,8 milioni di barili giornalieri. Ora, se è vero che con la chiusura dello stretto di Hormuz il prezzo dell’oro nero si è portato da settimane sui 100 dollari al barile, senza una reale prospettiva di discesa nel breve termine, come si spiega il crollo della produzione russa? Mosca, terzo produttore al mondo, non avrebbe dovuto cavalcare l’aumento del prezzo per incrementare sensibilmente le proprie entrate? Certo che sì, eppure il paradosso è stato servito dallo stesso governo russo al Forum di San Pietroburgo.

Altro esempio e sempre con il palazzo di mezzo. Due giorni prima che cominciassero i lavori della Davos di Russia, alti funzionari governativi avevano fatto recapitare al Cremlino un messaggio. Avvisando il presidente Putin che le spese per la guerra in Ucraina stanno diventando insostenibili. Secondo Bloomberg dirigenti del ministero delle Finanze e della Banca centrale russa avrebbero avvertito Mosca che l’attuale livello di spesa per la difesa prevista rischia di far aumentare pericolosamente il deficit di bilancio del governo.

Di qui la proposta di nuovi tagli alla spesa per la difesa per tentare di risanare le già precarie finanze pubbliche del Paese senza individuare ulteriori misure di efficienza. Non è certo un caso, a questo punto, che la stessa intelligence ucraina stimi in 80 miliardi il deficit della Federazione. Deficit che Mosca sta cercando di mascherare. Forse, allora, ha ragione German Graf, il più potente banchiere russo, ceo di Sberbank. Quando afferma che il mancato default dell’economia russa è un autentico “miracolo”. Parole arrivate, nemmeno a dirlo, dal Forum di San Pietroburgo.

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Nucleare in Italia, la Camera vota sì. Cosa cambia

I 14 miliardi frutto della flessibilità concessa dall’Europa ai Paesi membri, lo 0,3% del Pil per due anni, devono ancora essere smobilitati e messi al servizio di nuove misure contro il caro energia. Nelle more, però, l’Italia fa un altro passo verso il ritorno dell’energia nucleare, a quasi 40 anni dal referendum che pose fine all’esperienza atomica dello Stivale. Non è certo un mistero che l’Italia non possa più permettersi di comprare gas e petrolio da fornitori terzi, specialmente con i mercati costantemente infiammati dalla chiusura dello stretto di Hormuz. E le rinnovabili, da sole, non bastano a coprire il fabbisogno, come, invece, avviene in Spagna. Per questo il governo italiano continua a battere la strada del nucleare. E in queste ore è stato aggiunto un altro tassello.

La Camera dei deputati ha infatti approvato il disegno di legge delega Pichetto sul nucleare. Con 155 favorevoli, 8 astenuti e 86 contrari, il provvedimento passa ora al Senato, con la speranza, da parte del governo, dell’approvazione definitiva prima della pausa estiva, per emanare i decreti attuativi entro la fine dell’anno, come è nei piani del ministro per l’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. La legge delega ha lo scopo di ridare all’Italia una normativa sul nucleare. Una volta approvata dai due rami del Parlamento, tramite essa, le Camere conferiranno al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi.

Nel testo si definiscono i campi d’intervento dei futuri decreti governativi, tra cui la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari (micro-reattori), la produzione di idrogeno tramite energia nucleare, la gestione del combustibile esaurito e la sicurezza nucleare, la riorganizzazione della governance, con il riordino delle funzioni degli enti competenti. Inoltre, vengono stabili i criteri direttivi che l’esecutivo deve seguire nel redigere i decreti tra cui garantire i massimi standard di sicurezza e protezione della salute; semplificare i procedimenti autorizzativi; prevedere misure di compensazione e beneficio per i territori ospitanti gli impianti; assicurare la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica.

“Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”, ha rivendicato lo stesso Pichetto Fratin. “Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro. Vogliamo un’Italia meno dipendente dall’estero, con energia più accessibile per famiglie e imprese”, ha aggiunto il ministro. Quanto al numero degli impianti, il ministro ha spiegato che “è una valutazione ancora abbastanza difficile, abbiamo definito un quantitativo a grandi linee, 11-22% ma è proprio una forbice molto larga”, viste le valutazioni da fare sulle tecnologie.

A questo punto, “presenteremo i decreti attuativi alle commissioni parlamentari entro l’anno, entro Natale, questa è una scelta energetica di sicurezza per il futuro e questo vuol dire responsabilità verso il Paese”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il vicepremier Antonio Tajani. “La Camera approva, grazie a Forza Italia e al centrodestra, la legge sul nucleare compiendo un primo passo storico verso l’indipendenza energetica dell’Italia. Il nucleare di nuova generazione non è una scelta ideologica, ma uno strumento necessario per garantire alle prossime generazioni energia pulita, prezzi competitivi per famiglie e imprese e maggiore sicurezza per il Sistema Paese. Anche coloro che dicono NO a tutto si dovranno arrendere, ne vale il futuro dell’Italia”.

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Musk porta lo spazio in Borsa. SpaceX e l’Ipo dei record

Si può portare lo spazio in Borsa? Sì. E anche in grande stile. Conoscendo Elon Musk il mondo era forse un po’ preparato alla più grande Ipo della storia. Però, a guardare i numeri, fa comunque un certo effetto. SpaceX ha fissato un prezzo di 135 dollari per azione in vista del lancio della quotazione, secondo quanto depositato alla Sec, la Consob Usa.

La società dello spazio vuole collocare 555,6 milioni di azioni, utile a raccogliere fondi per 75 miliardi di dollari totali, con un’opzione ai sottoscrittori di ulteriori 83,33 milioni di titoli del valore di 11,2 miliardi. Coi suoi 86,2 miliardi sarebbe nei fatti l’Ipo maggiore della storia, bruciando i 29 miliardi raccolti da Aramco nel 2019. Mentre la capitalizzazione di SpaceX schizzerebbe a 1.770 miliardi con Musk a cui farà capo una quota di controllo con diritto di voto superiore all’82%.

Adesso c’è da portare a termine il roadshow presso gli investitori, con la pubblicazione del prezzo prevista per l’11 giugno e l’avvio delle negoziazioni sul Nasdaq di New York il 12 giugno. La decisione di Musk di offrire azioni a un prezzo fisso prima dell’inizio della raccolta ordini è quasi senza precedenti per le Ipo di grandi dimensioni negli Stati Uniti. La maggior parte delle aziende solitamente annuncia, infatti, una fascia di prezzo prima di commercializzare le azioni durante le presentazioni agli investitori.

Attenzione per, ci potrebbero essere dei passaggi delicati. A far riflettere gli esperti, per esempio, sono una serie di questioni in tema di corporate governance, in particolare l’ipotesi di conflitti di interesse riguardanti Musk e le sue aziende, cui si aggiunge una limitazione quasi totale della capacità degli azionisti di influenzare la società in cui stanno investendo. Un primo tema sotto i riflettori riguarda le due classi di azioni della società. In base al documento di registrazione, SpaceX disporrà di diritti di voto privilegiati attraverso strutture di Classe A e Classe B, simili a quelle impiegate da Meta Platforms e Alphabet. Alla luce di ciò, SpaceX sarà una società controllata esente da determinati requisiti di corporate governance, tra i quali la costituzione di comitati incaricati di nominare gli amministratori o di stabilire i compensi, composti interamente da amministratori indipendenti”.

Incerto, poi, è anche se il consiglio di amministrazione di SpaceX stabilirà effettivamente delle linee guida per la dirigenza. Nel board, attualmente, figurano Musk, la presidente e Coo Gwynne Shotwell e il cfo Bret Johnsen. Tra gli amministratori non esecutivi vi sono, invece, il venture capitalist Ira Ehrenpreis, alleato di lunga data di Musk e amministratore di Tesla, Randy Glein, Antonio Gracias, il dirigente di Google Donald Harrison, e un altro venture capitalist Steve Jurvetson. Ora non resta che aspettare il lancio.

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Quel gran bluff cinese sul libero mercato

La svolta, allora, fu epocale. Sei anni fa la Cina apriva al mondo il suo mercato del risparmio, spalancando le porte ai grandi gestori patrimoniali d’Occidente. L’operazione fu strombazzata a dovere dallo stesso governo, segno di una progressiva liberalizzazione del sistema economico cinese. Da quel momento di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Giganti del risparmio come BlackRock, Fidelity, Neuberger, Allianz, AllianceBernstein e Schroders, tanto per citarne alcuni, hanno costituito società di fondi comuni, affrettandosi nell’accaparrarsi cospicue fette di patrimonio privato. Tutto bello, tutto giusto, la vittoria del libero mercato su decenni di statalismo e di controllo asfissiante del partito sull’economia.

Nemmeno per sogno, le cose sono andate diversamente. E molto. A sei anni dall’apertura del mercato cinese dei fondi comuni, il bilancio per i grandi asset manager internazionali resta infatti molto distante dalle aspettative. Tanto che le società globali che hanno scelto di operare autonomamente in Cina hanno conquistato appena lo 0,1% del mercato locale. Praticamente nulla.

Secondo i dati di Z-Ben Advisors, citati dal Financial Times, gli operatori occidentali hanno investito complessivamente circa 800 milioni di dollari, ma ad oggi sono riusciti ad attrarre solo 34 miliardi di yuan, pari a circa 5 miliardi di dollari. E questo a fronte di asset complessivi per 36.500 miliardi di yuan. Una quota minima, che mostra quanto sia complesso per le istituzioni finanziarie straniere trasformare l’apertura regolamentare decisa da Pechino in una presenza significativa sul mercato.

Il caso di Schroders è uno degli esempi più evidenti delle difficoltà incontrate. Tanto che il gestore sarebbe addirittura in uscita dall’attività nei fondi comuni nella Cina continentale. E si parla di un asset management che a livello globale gestisce circa mille miliardi di dollari. Non è finita. Un altro caso è quello di JPMorgan, ma anche di Manulife e Morgan Stanley, che hanno accumulato complessivamente circa 373 miliardi di yuan di masse in gestione, pari a circa l’1% del mercato totale. Insomma, la Cina ha aperto il mercato. Ma solo a parole. D’altronde, cosa ci si può aspettare da un Paese dove, dati dell’Ocse, tra il 2005 e il 2024 le imprese cinesi dei grandi settori manifatturieri hanno ricevuto, in media, sostegni pubblici da tre a otto volte superiori rispetto alle aziende basate negli stessi Paesi Ocse?

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