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Caso Minetti e il giornalismo da sottosuolo: le lezioni di chi scrive senza sapere (e a volte senza nemmeno capire) | il commento

Il Fatto Quotidiano dovrebbe chiedere scusa”. È Paolo Mieli, decano dei giornalisti italiani, che offre a Marco Travaglio la possibilità di divenire un salice piangente, che lo faccia apparire finalmente genuflesso e con lui il giornale, e col giornale tutti coloro che hanno pensato che il caso Minetti sia stata la più clamorosa anche un po’ vergognosa storia d’appendice del fantastico mondo di Silvio B. Mieli inaugura così la più vasta operazione di prossimità del giornalismo da sottosuolo. In definitiva un’opera di scavo al contrario, dove il viceversa diviene destino e il protagonista della vicenda, cioè il principio, si riduce a ospite inatteso, testimone muto, corpo invisibile.

Infatti la notizia della grazia, presa in sé, presto sparisce dalle note d’agenzia. Non è più la decisione del presidente della Repubblica ad essere commentata, favorevolmente o meno. Le forze giornalistiche, raggruppate in una sorta di invincibile armata contro questo giornale, sorprese dall’audacia, nel tempo a loro dire divenuta incoscienza, definiscono il nostro lavoro come una truce abilità alla denigrazione. Di chi? Della Minetti, forse, di Mattarella sicuramente. Si è così venuto a disporre, nello sviluppo del confronto, la pianta organica del giornalismo da sottosuolo. È una tecnica che capovolge i principi e rinuncia a valutare i fatti, a rispondere alle memorabili cinque domande di chi si avvicina a questo mestiere: cosa è accaduto, per mano di chi, dove, come, quando e perché. Inizia il Domani a indagare sull’inchiesta del Fatto, a svolgere accertamenti sul nostro accertamento dimenticando l’oggetto: perché Nicole Minetti ha ricevuto la grazia? Perchè il suo nome è stato scelto tra le migliaia di domande giunte al Quirinale? E poi: la grazia si fondava su una condizione ( il figlio incurabile in Italia) rivelatasi vera o meno? E infine: il lifestyle uruguaiano, il Gin Tonic, il ranch da mille e una notte, le feste rispondano a verità o a fantasia.

Il Domani ha fatto trasmigrare la mendacia da lei a noi, proponendo una sperimentazione del contrario, dell’ignoto rispetto al noto. Il figlio di Minetti poteva o no essere curato in Italia? La massaggiatrice Graciela ha detto la verità o la bugia al Fatto? E il Fatto ha preso per oro colato le sue parole o le ha verificate. Infine: lo stile di vita, le feste, l’immagine del ranch erano conosciute in Uruguay già prima della concessione della grazia oppure no? La notizia capovolta era che avessimo denigrato per abitudine all’odio. La valutazione antropologica delle abilità giornalistiche nostre è del Foglio che mira, nella consueta rassegna, a sondare la crisi ormonale del giornalismo del Fatto, la spudoratezza come sintomo di una malattia esecrabile, fuori dal recinto della salute pubblica. Il Fatto, ovvero il Falso, ovvero il Fango. Sulle effe i colleghi del Foglio hanno prodotto una meritoria partitura affidandoci il senso della loro disistima e naturalmente fregandosene dei fatti giacché loro scrivono solo gli antefatti e non si perdono nelle cronache della vita. Del perché alla Minetti sia stato concesso un provvedimento di clemenza non avendo nessuno dei requisiti previsti a loro frega zero. Nulla. Siamo sotto lo zero di interesse fogliante rispetto al successivo quesito: perché Sergio Mattarella, sempre prudentissimo e misurato, si è reso protagonista di un atto che, col senno del poi, macchia la sua figura, colpisce il suo prestigio e costituisce il primo serio inciampo.

Per chi tifa Maurizio Belpietro, il direttore de la Verità? Ma per Nicole Minetti logicamente! E cosa si augura Belpietro? Che il Fatto, magari coperto di decreti ingiuntivi, si ritrovi a essere lobotomizzato dal rude Cipriani, il newyorkese super ricco. Libero, al cui timone è da pochi giorni è approdato Alessandro Sallusti al quale, guarda tu il destino, il Quirinale nel 2012 concesse la clemenza (pena detentiva commutata in pena pecuniaria), vorrebbe Travaglio sul patibolo o, in mancanza, in qualche spiaggia di Guantanamo. È tutto un corri corri ad aiutare Minetti, a sollevare Mattarella da ogni responsabilità e ad accusare il Fatto di ogni nefandezza. Così lHuffington Post si chiede dove mai sia giunto il diritto di critica allungandosi fino al punto di non indietreggiare davanti a una ritrattazione della massaggiatrice in una confessione giurata davanti al notaio. Volete di più? Volete davvero arrivare al punto di non credere che la massaggiatrice si è sbagliata, ha visto gatti e li ha scambiati per orchi, donne per escort? Nemmeno davanti al qui pro quo il Fatto si ferma, e l’Huffington chiede allora l’intervento dell’ordine dei giornalisti o di qualcuno che fermi i cronisti e soprattutto tagli le mani a quelli del Fatto. E la reputazione? Le risposte al prossimo ciclo di lezioni, questa volta sul giornalismo impressionista giacché non è necessario capire ciò che si scrive.

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Salvini, il segretario senza quid che rende la Lega quasi inutile al centrodestra

Oggi unionista, ieri federalista, ancor prima secessionista. Rosso antico, comunista quasi in gioventù, poi destro radicale, forse di più. Matteo Salvini vaga da un luogo all’altro del campo politico semza trovar pace. Rimbalza, come quegli animali intrappolati nella rete a causa della loro ingordigia, senza una connessione sentimentale. Dal nord verde Pontida alla felpa italiana, ogni città con la sua bandiera e il tricolore su tutto, dall’autonomia differenziata, perdutasi nella nebbia padana, al ponte sullo stretto, l’opera tra Calabria e Sicilia, lontana dalla Lombardia. Salvini è tutto e niente.

Se a Salvini manca il quid, come disse Silvio Berlusconi del suo fedelissimo ministro Angelino Alfano per spiegare le ragioni che impedivano di consegnargli Forza Italia, è forse perchè per troppo tempo quel quid, il senso cioè della Lega di stare in campoo, è andato perduto.

Ed è andato perduto quando Salvini ha fatto salire a bordo della sua nave il generale Roberto Vannacci con l’intento di succhiargli la popolarità e i voti che il militare della Folgore si era conquistato nella più completa solitudine. Vannacci è salito a bordo e poi, come sempre accade in questi casi, ha brigato per fare la festa al suo capitano.

Quel che era parso chiaro al tempo della candidatura di Vannacci con la Lega, cioè che fosse un atto di debolezza di Salvini che si metteva in casa un tizio orientato a far danni pur di arraffare, nell’idea del qui e ora, un po’ di voti, è divenuto chiarissimo col passare del tempo.

Vannacci presidia ora con il suo partito (Futuro Nazionale) la destra estrema dello schieramento e infila nelle costole della Lega e anche di Fratelli d’Itali la sua lama. Mentre Meloni ha la forza per resistergli, Salvini cos’ha?

Niente o quasi. I due uomini forti e d’immagine, Luca Zaia eGiancarlo Giorgetti, fanno di tutto per apparire estranei alla Lega salvinizzata, la sintesi ibrida di un movimento divenuto senza capo nè coda.

Certo, la Lega si fa ancora vedere per le sue prese di distanza in politica estera sull’Ucraina, ma oltre non va, e oltre, purtroppo per Matteo, non c’è null’altro da segnalare. Solo che il partito di Vannacci, il suo ex vice, tra un po’ di settimane, se i sondaggi non cambiano segno, è pronto a fargli la festa.

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