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La "Nuova Europa" dopo la guerra alla Russia


di Alessandro Bartoloni

E chi lo dice che siamo destinati al declino? Basta con i pessimisti da salotto. Le ricette per uscire dalla crisi esistono già, e le ha messe nero su bianco uno dei più importanti filosofi tedeschi contemporanei e direttore dell'European Democracy Lab, Hauke Ritz.

Oggi parleremo del suo libro Vom Niedergang des Westens zur Neuerfindung EuropasDal tramonto dell'Occidente alla rinascita dell'Europa — edito in Italia da Fazi Editore.

Come si dice in questi casi, il titolo è già tutto un programma. Perché una delle tesi forti di Ritz è proprio questa: l'Europa, per tornare a essere se stessa e lasciarsi alle spalle quarant'anni di declino, deve liberarsi dell'Occidente.

Lo so, può sembrare un paradosso. E invece non lo è.

Il termine "Occidente", nel nostro uso comune — come sottolinea anche Luciano Canfora nell'introduzione al libro — è recentissimo. Ed è un sinonimo di quell'insieme di paesi sui quali gli Stati Uniti hanno basi militari o esercitano un'influenza diretta. Ce ne siamo accorti tutti: a volte vengono inclusi nel calderone della "civiltà occidentale" il Giappone, la Nuova Zelanda, l'Australia o Taiwan, ma non il Brasile, il Paraguay o il Nicaragua. Non c'è nessuna ragione culturale per farlo. Così come non ce n'è alcuna per considerare l'Ucraina, la Lettonia o la Polonia paesi occidentali, ma non la Russia.

Quando i nostri giornalisti e politici parlano di "difesa dell'Occidente", teniamo presente che stanno semplicemente legittimando quel particolare sistema economico-militare dai confini mobili che fa capo a Washington, nato dalla Seconda guerra mondiale — e che non ha nulla a che fare, storicamente e culturalmente, con quello che era stata l'Europa nei suoi lunghi e gloriosi secoli di storia.

Cap. 1: L'Europa è una civiltà?

Diciamoci la verità: mentre il genocidio perpetrato ai danni degli ebrei è diventato parte integrante della nostra memoria collettiva, i crimini dei nazisti nei confronti delle popolazioni slave — e in particolare dei russi — non sono stati affatto interiorizzati.

Poco più di ottant'anni fa Germania, Italia, Austria, Romania, Finlandia, Ungheria, Slovacchia e Croazia, con l'aiuto di truppe volontarie provenienti da Francia, Belgio, Norvegia e Danimarca, diedero avvio a una guerra di annientamento contro le popolazioni sovietiche che portò alla morte di 27 milioni di persone, di cui 16 milioni di civili — circa il 15% della popolazione dell'URSS.

Non è un caso se raramente i nostri media ricordano questi numeri, e se pochi musei o giornate di commemorazione sono stati loro dedicati. La ragione, scrive Ritz, è che purtroppo la guerra civile europea non è mai veramente finita.

C'è uno schema che si ripete dal 1914: a ogni nuova fase acuta della guerra civile europea — Prima guerra mondiale, Seconda guerra mondiale, conflitto in Ucraina scoppiato nel 2014 — l'Europa se ne esce sempre più indebolita, a tutto vantaggio della presa di Washington sul continente.

Ma non è sempre stato così. E qui arriviamo a una delle tesi più forti di Ritz, che ci rende ottimisti per il futuro: l'Europa non è solo un continente, ma una vera e propria civiltà.

Una civiltà tenuta insieme non da uno stato unificato come in Cina, India o Iran, ma da una cultura comune: dalle strutture lasciate dall'Impero romano dopo la sua caduta, all'influenza della Chiesa che mantenne l'unità europea in ambito religioso e culturale durante il Medioevo, dando vita a un canone formativo comune; e poi al Rinascimento. L'arte e la filosofia dell'Umanesimo seppero conservare l'unità culturale dell'Europa anche quando il continente era dilaniato dalle guerre di religione. Più tardi furono soprattutto la filosofia dell'Illuminismo e la crescente importanza della letteratura e della musica a svolgere un ruolo simile, oltrepassando i confini politici.

Dal XVII secolo e per tutto il XVIII e il XIX, l'Europa si dimostrò sempre più una cassa di risonanza culturale: nonostante la divisione in Stati nazionali diversi, lo scambio tra filosofi, scrittori e artisti europei — compresi naturalmente quelli russi — era costante.

Con la sua capacità di compensare la frammentazione politica con la coesione culturale, l'Europa costituì un'eccezione rispetto alla maggior parte delle altre civiltà del mondo. Altrove era molto più comune che si affermasse una potenza politica centrale, creatrice di una propria sfera di influenza unificata — tramite il califfato nel mondo arabo, o per mezzo della forza militare o del diritto, come in Cina o in Iran.

Il fatto che questo non sia accaduto in Europa costrinse gli Stati europei a sviluppare rapidamente le capacità diplomatiche e a elaborare, prima di altri, forme di diritto internazionale. In un continente frammentato politicamente, dove la guerra era una possibilità sempre presente, era necessario dare grande importanza alla diplomazia, alla comunicazione, alla comprensione degli interessi altrui. La visione manichea, basata sulla contrapposizione tra bene e male, fu soppiantata — soprattutto a partire dal XVII secolo, dopo la Guerra dei Trent'anni — da una visione che riconosceva alla controparte il diritto di essere differente.

Questa straordinaria conquista culturale fu codificata per la prima volta con la Pace di Vestfalia del 1648, e divenne in seguito la base del diritto internazionale, prima europeo e poi mondiale, con la Società delle Nazioni e poi l'ONU. In un mondo regolato dai principi di Vestfalia, tutti gli Stati, anche i più piccoli, sono tutelati dall'ingerenza di altre potenze nei loro affari interni.

Cap. 2: Il declino della civiltà europea

Il 28 luglio 1914 è la data dell'inizio del suicidio europeo. Di quella guerra civile permanente che non sembra finire mai e che si combatte ancora oggi a meno di duecento chilometri dalle nostre case.

Con la Prima guerra mondiale quella unità culturale europea si frantuma. E dopo ogni singola fase di questa guerra civile l'Europa è uscita più indebolita, perdendo ulteriori pezzi della propria sovranità. Prima della Grande Guerra, l'Europa era il centro dell'economia mondiale, con il più alto livello di sviluppo nella scienza e nella tecnologia. Il XX secolo avrebbe potuto e dovuto essere un secolo europeo, ma la Seconda guerra mondiale distrusse questa possibilità. L'Europa, già pesantemente indebitata con gli Stati Uniti, finì occupata e destinata a essere il possibile campo di battaglia di una guerra nucleare.

La fine della Guerra Fredda avrebbe potuto rappresentare anche la conclusione della guerra civile europea, inaugurando la ritrovata unità culturale del continente. Ma le cose sono andate diversamente.

Dopo aver approfittato del conflitto tra i due blocchi per delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti e sviluppare social democrazie con un alto grado di benessere, in seguito all'attacco dell'11 settembre gli Stati Uniti cominciarono a mostrarsi apertamente come un impero con rivendicazioni globali. Una settimana dopo gli attacchi, il presidente Bush dichiarò: «Ogni nazione in ogni regione deve prendere una decisione. Siete con noi o con i terroristi», impedendo anche ai cosiddetti alleati qualsiasi posizione neutrale.

Se la guerra in Jugoslavia, condotta senza mandato delle Nazioni Unite, era stata considerata un'eccezione, e quella in Afghanistan aveva trovato consenso sulla scia dello shock dell'11 settembre, con la guerra in Iraq divenne pian piano chiaro agli europei la direzione verso la quale gli Stati Uniti stavano portando il mondo: un futuro in cui i principi della Pace di Vestfalia e del diritto internazionale non avrebbero avuto più alcun valore.

Berlino e Parigi sembrarono capirne le conseguenze: il "no" congiunto del presidente francese Jacques Chirac, del cancelliere tedesco Gerhard Schröder e del presidente russo Vladimir Putin a partecipare all'aggressione all'Iraq rappresentò una breve fase di resistenza. Ma questa alleanza rimase legata a singoli personaggi politici e non si tradusse mai in una visione del mondo alternativa e duratura a quella americanocentrica. Con Angela Merkel in Germania e poi Nicolas Sarkozy e François Hollande in Francia, seguirono anni di crescente accettazione dell'idea di un ordine mondiale unipolare, definito come "ordine internazionale basato su regole".

Perché gli europei non hanno opposto maggiore resistenza? Non sarebbe spettato proprio alla civiltà europea — di gran lunga più antica e già passata attraverso infinite guerre — mettere in guardia gli Stati Uniti sull'ineluttabilità del disastro insito nella loro brama di potenza? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe, come fa Emmanuel Todd ne La sconfitta dell'Occidente, seguire i soldi e guardare al portafoglio delle oligarchie economiche europee, che negli anni Duemila sono state sempre più integrate nel nuovo capitalismo finanziario americano, svendendo in cambio pezzi sempre più grandi dei loro paesi natali.

Cap. 3: La pietra tombale sull'Europa — l'allargamento a Est

Nel 1992 l'Unione europea aveva 12 membri e comprendeva grosso modo i paesi dell'Europa occidentale e mediterranea. Per approfondire l'alleanza e darle la forma di una vera confederazione con carattere geopolitico, era già allora evidente che si sarebbe dovuto evitare un ulteriore allargamento. Cosa che invece — come documentano le fonti — fu puntualmente fatta, sotto pressione statunitense.

Con l'allargamento a Est — preceduto dalla rapida adesione di Polonia, Paesi baltici, Repubblica Ceca e Romania alla NATO — fu sbarrata la strada a qualsiasi tentativo dell'UE di definire una propria politica estera indipendente. L'allargamento servì, nell'ottica statunitense, a trasformare l'Europa in una vera e propria testa di ponte in Eurasia e in una base per la pressione militare e politica contro la Russia.

Esistevano delle alternative alla guerra in Ucraina e alla ripresa della guerra civile europea? Sì, e ce lo ricorda la storia. Nel 1990, Egon Bahr — l'architetto dell'Ostpolitik sotto il cancelliere Willy Brandt — era andato appositamente a Mosca per avvertire i russi, invitandoli a non fare concessioni troppo ingenue e a elaborare invece un piano comune per la sicurezza indipendente dalla NATO. Pronosticò correttamente che il mantenimento della NATO sarebbe sfociato in una nuova Guerra Fredda.

Durante i mandati di Kohl e Schröder la Germania si lasciò coinvolgere in una stretta cooperazione commerciale che giovò a entrambe le parti. Vi furono poi iniziative come il Deutsch-Russische Forum o il Forum di dialogo di San Pietroburgo, che esprimevano la volontà della società tedesca di arrivare alla riconciliazione e a un'amicizia duratura. Ma questi approcci positivi, che raggiunsero il culmine durante il mandato di Schröder, divennero presto minoritari.

Cap. 4: La fine del mondo unipolare

Le strutture sulle quali si reggeva il vecchio mondo unipolare stanno gradualmente collassando. Le politiche neoliberali e una società tutta improntata al profitto hanno reso Washington sorprendentemente debole rispetto a potenze come la Cina. La flotta americana di portaerei si è rivelata ampiamente inutile. A differenza di quanto avveniva durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti oggi non sono più nemmeno in grado di combattere una guerra convenzionale con centinaia di migliaia di soldati. In tutto l'Occidente, nonostante la feroce propaganda delle oligarchie, i popoli si rifiutano di morire in guerre imperialiste che nulla hanno a che vedere con il loro benessere e la loro sicurezza.

Come ha dimostrato la guerra in Ucraina, tutta la NATO — a causa della finanziarizzazione e delle delocalizzazioni — non riesce a stare al passo della produzione industriale di armi della sola Russia. E una situazione simile si sta verificando sul piano politico-finanziario: gli sforzi di dedollarizzazione da parte dei paesi BRICS si sono così intensificati che gli USA difficilmente potranno evitarla.

Tutto ciò dimostra che siamo entrati in una nuova fase della storia: il tramonto del mondo unipolare. Per gli europei, si tratta potenzialmente di una splendida notizia.

Cap. 5: La nuova Europa nel nuovo mondo multipolare

Quanto più velocemente gli europei sapranno riconoscere le strutture della nuova epoca che sta arrivando e accettarla come espressione di una nuova realtà, tanto prima potranno uscire dal declino materiale e culturale degli ultimi decenni ed evitare il pericolo di una nuova guerra mondiale sul proprio territorio.

La questione decisiva è: in che direzione dobbiamo andare? L'unica cosa che possiamo fare è partire da ciò che di falso e corrotto c'è nel vecchio mondo — e fare l'esatto contrario.

1. L'Europa post-occidentale

Nel profondo, l'Europa è rimasta traumatizzata dalle due guerre mondiali, tanto da aver conservato la paura di essere di nuovo europea. È per questo che nel dopoguerra l'identità occidentale è riuscita lentamente a eclissare quella europea, all'ombra del miracolo economico, del consumismo e dell'avanzamento professionale di un'intera generazione. Mentre tutto ciò che era europeo era gravato dal peso della storia e richiedeva serietà e studio, l'Occidente si mostrava soprattutto attraverso i suoi prodotti: promesse di realizzazione rapida dei desideri, intrattenimento, gioia, semplicità giovanile.

Ben presto la coscienza europea fu sostituita dallo spirito occidentale. E molti capirono solo dopo il passaggio al nuovo millennio che quello spirito, improntato inizialmente alla leggerezza, aveva un prezzo: la rinuncia alla propria storia e alla propria identità.

Il fatto che la politica culturale degli ultimi decenni sia stata così dannosa si spiega anche con una situazione storica anomala: dall'inizio della Seconda guerra mondiale, l'Europa è stata governata da un altro continente. Una prima presa di coscienza deve riguardare la diversità fondamentale tra la civiltà europea e gli Stati Uniti. E una lotta di indipendenza da loro diventa, da tutti i punti di vista, una condizione non più aggirabile.

2. La prospettiva eurasiatica

Se l'Occidente può esistere solo in presenza di un conflitto civile permanente tra l'Europa e la sua parte orientale, la Russia, non è forse necessario ristabilire una relazione di fiducia e collaborazione con Mosca, basata sull'interesse comune e sulla comune cultura europea?

Si dovrebbe sostituire la mentalità americana — imperniata sulla distinzione tra amico e nemico — con la tradizione europea erede di Vestfalia, che pensa alla pace come prodotto di un equilibrio di potere, di non ingerenza negli affari interni altrui e di fitto scambio culturale. Una nuova relazione con la Russia basata su questi principi funzionerebbe come modello per intraprendere, in una seconda fase, un dialogo alla pari con le antiche civiltà dell'Asia — prima tra tutte Cina, India e Iran. E, quando possibile, con gli stessi Stati Uniti.

3. Oltre il neoliberalismo

Dopo la Guerra Fredda l'Occidente è tornato a essere una società fondata sul potere delle oligarchie, come agli inizi del secolo scorso. La creazione di potenti monopoli nel settore digitale e finanziario ha portato a una concentrazione senza precedenti di ricchezza, dati e potere, che mette in discussione persino l'autorità dello Stato riducendolo a mero servitore degli interessi oligarchici. L'Europa che dovrebbe essere costruita, riflette Ritz, dovrebbe allora essere un'Europa dello Stato forte: di stati nazionali, o di una confederazione di stati nazionali, in grado di far rispettare il diritto antitrust, proteggere le persone dalla legge della giungla del neoliberismo, e ridistribuire la ricchezza smantellando in modo definitivo le strutture oligarchiche che si sono create.

4. Un nuovo Umanesimo

Se il mondo occidentale in declino si è basato su un programma di distruzione dei valori della storia e della cultura europea — in quanto ostacolo alla piena affermazione della cultura liberal-capitalista americana — non dovrebbe forse l'Europa, per uscire dall'impasse, ricollegarsi ai valori e alle tradizioni del suo pensiero? Non si parla di una volgarizzazione della tradizione come quella espressa dai conservatori attuali o dai reazionari, ma di esprimere una modernità rielaborando dialetticamente il meglio della propria eredità.

Se è vero che, sotto la guida americana, l'Europa ha seguito una concezione del progresso meramente tecnologica — dalla quale è derivato anche uno scivolamento verso il transumanesimo — l'obiettivo di un'Europa indipendente e post-atlantica non sarebbe forse quello di trasferire nuovamente l'idea di progresso ad altri ambiti della vita? Di aspirare a un progresso della cultura, delle arti e della società, creando le condizioni per un nuovo umanesimo europeo per il XXI secolo?

Questi punti mostrano che il nuovo aleggia già nell'aria, per quanto ancora in modo vago. Per trasformarlo in realtà servirà la lotta culturale e politica contro il vecchio mondo.

 

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Perché la Russia è l’ultimo baluardo della cultura umanista europea


di Alessandro Bartoloni

E se nella guerra tra Occidente e Russia in ballo ci fosse molto di più che territori contesi e interessi geopolitici? E se tutte le analisi che abbiamo sentito in questi quattro anni non cogliessero la ragione fondamentale di questo scontro che va avanti da più di un secolo?

Anche perché c'è qualcosa che non torna.

Perché le élite occidentali hanno preparato una guerra con Mosca proprio mentre la Cina si stava affermando come nuova superpotenza economica e militare? In questo modo, l'impero americano ha posto le basi di quell'alleanza tra Russia e Cina e per il rafforzarsi dei BRICS, che sta oggi accelerando spaventosamente il suo declino.

Insomma, il mero calcolo strategico avrebbe portato a scelte completamente diverse, e avrebbe evitato il disastro attuale.

Anche perché un'alternativa c'era: finita la guerra fredda, i popoli europei, americani e russi erano pronti a far finalmente finire il Novecento e la guerra civile europea cominciata nel 1914. E la Russia, nella speranza di una pace duratura, era arrivata agli inizi degli anni Duemila a chiedere l'adesione alla NATO. E invece eccoci qui, di nuovo a contare più di un milione di morti e una guerra che nessuno sa come far finire.

E allora cosa è successo veramente?

È la domanda a cui ha cercato di rispondere il filosofo e analista tedesco Hauke Ritz nel suo libro «Perché l'Occidente odia la Russia», edito in Italia da Fazi Editore.

Il titolo italiano è una citazione della domanda che la youtuber polacca Ania K rivolse nella primavera del 2024 all'ex soldato e ispettore ONU Scott Ritter. E quella che sembra una domanda un po' semplicistica e infantile, scrive Ritz, è in verità un varco ai segreti più nascosti della nostra epoca.

Anche perché per il professore tedesco, la rinascita della politica e della cultura europea — oggi in rovina a causa proprio della guerra a Mosca e della sottomissione a Washington — non può che passare da un nuovo rapporto di fiducia e collaborazione con i principali attori del continente euroasiatico.



UNA NUOVA GUERRA SUL TERRITORIO EUROPEO

Partiamo da noi.

Negli ultimi trent'anni la maggior parte degli europei ha vissuto senza accorgersi che nel nostro continente era nuovamente in corso una guerra. Una guerra portata avanti in modo quasi invisibile per lunghi periodi di tempo.

La militarizzazione dello spazio, lo scudo missilistico, l'intero processo dell'allargamento a Est della NATO, i colpi di Stato in Ucraina nel 2004 e nel 2014, le sanzioni economiche, la martellante propaganda negativa sulla politica e la società russa diffusa da tutta la stampa occidentale: sono stati gli ingredienti di pressione militare, politica e culturale che le élite occidentali hanno esercitato contro la Federazione Russa dopo la fine della guerra fredda.

L'obiettivo, messo nero su bianco in documenti come Extending Russia: Competing from Advantageous Ground della RAND Corporation, pubblicato nel 2019, era quello di creare i presupposti per un cambio di classe dirigente nel paese, che portasse al potere una nuova leadership disposta a orientare la propria politica estera sulla base di quella occidentale e a condividere il controllo e i profitti delle proprie materie prime.

Una Russia privata della sua sovranità e ridotta a uno status simile a quello dell'Italia o della Germania. E la guerra su vasta scala in Ucraina, scoppiata il 24 febbraio del 2022, sarebbe dovuta essere la tappa finale di questo processo. Come si legge in diversi documenti dell'epoca, stiamo parlando di una strategia preparata già a partire dagli anni Novanta, come mostra benissimo anche Salvatore Minolfi nel suo libro «Le vere cause del conflitto russo-ucraino».

Come abbiamo capito, il piano non è riuscito. La tenuta interna della Russia e le sue vittorie sul campo di battaglia contro la guerra per procura della NATO si sono rivelate un disastro per tutto il sistema di potere occidentale, rafforzando l'alleanza anticoloniale dei BRICS+ e accelerando probabilmente di decenni il declino del vecchio ordine mondiale americanocentrico.

Insomma, le previsioni si sono rivelate sbagliate, e dal 2022 è cominciata un'altra storia. Ma la domanda che non dovremmo mai smettere di farci è: perché?



1989: QUELLO CHE SAREBBE POTUTO ESSERE

Alla fine della guerra fredda, riflette Ritz, ci sarebbero state tutte le condizioni perché le cose andassero diversamente e la richiesta di pace dei popoli venisse finalmente accontentata.

Nel 1989 l'Europa avrebbe potuto finalmente porre fine alla guerra civile europea cominciata nel 1914. Nel '91 cade l'URSS, nel '92 viene fondata l'Unione Europea. Gorbaciov, El'cin e Putin — nel suo primo mandato — esprimono non solo il desiderio di una nuova stagione di pace e collaborazione, ma addirittura di essere integrati nel sistema economico e militare occidentale. Nel 2000 Putin chiede di poter aderire a certe condizioni alla NATO.

In questo modo sarebbe nata un'alleanza tra Stati Uniti, Russia e Unione Europea, ispirata a una cultura e a una storia comune, che sarebbe rimasta intrinsecamente fedele ai principi del diritto internazionale e li avrebbe posti come fondamento di un futuro mondo multipolare.

La cooperazione con la Russia avrebbe infatti consentito all'Occidente di estendere la sua influenza all'intero emisfero settentrionale, avendo poco da temere anche dalla crescita economica della Cina e dell'India. Non solo: un mondo occidentale che avesse stretto una partnership con pari diritti con quello che un tempo era il suo avversario socialista avrebbe mandato al resto del mondo un segnale chiaro — che anche l'Occidente aveva preso le distanze dal suo passato imperialista e aperto un nuovo capitolo della storia.

Tutto molto bello.

E allora perché non è stata imboccata questa strada? Perché le élite occidentali, contro la volontà dei propri popoli, hanno rifiutato una collaborazione che non fosse sottomissione, scegliendo di mettere costantemente sotto pressione Russia, Cina e Iran, e creando così un blocco antioccidentale a cui si sta aggiungendo gran parte del mondo arabo, africano e latinoamericano?

Ritz individua tre ragioni fondamentali. Vediamo le prime due.



LE TRE RAGIONI DELL'ODIO

La prima è che gli Stati Uniti, per cultura e continuità delle forme politiche, sono i diretti eredi degli imperi coloniali europei, che guardavano al resto del mondo come a popoli inferiori da sottomettere e terre da sfruttare per trarne profitti e potere. Gli Stati Uniti abbinano la teoria ebraica di essere il popolo eletto da Dio con l'universalismo europeo: un mix che si concretizza nell'idea di dover salvare le anime del mondo imponendo i propri modelli culturali e stili di vita. Così, finita la guerra fredda, parte delle élite nordamericane non potevano vedere la pace mondiale se non come un'americanizzazione integrale del mondo — allo stesso modo in cui un Cortéz o un Pizarro pensavano a una cristianizzazione delle Americhe da imporre, se necessario, con la guerra e la cancellazione dell'altro.

La seconda ragione, meno culturale e più inerente al funzionamento delle società capitaliste, è questa: agli occhi delle oligarchie economiche statunitensi ed europee, la caduta del socialismo reale non fu vista come l'opportunità di una nuova stagione di pace e democrazia. Al contrario: come l'occasione per ristabilire i rapporti di forza — sia interni che internazionali — pre-1917.

Dopo la Rivoluzione socialista in Russia e fino alla caduta dell'URSS, i popoli occidentali erano stati in grado di imporre il welfare, lo stato sociale e una redistribuzione della ricchezza e del potere come mai era successo nella storia. E anche sul piano internazionale, la Rivoluzione bolscevica aveva innescato il moto irresistibile della decolonizzazione dagli imperi europei.

Ma dopo l'89, le oligarchie interne ai paesi occidentali hanno sfruttato i nuovi rapporti di forza mondiali per riprendersi tutto quello che erano state costrette a concedere — abolendo gradualmente gli spazi sociali e democratici nei propri paesi, e tornando a guardare liberamente al resto del mondo con gli occhi rapaci del capitale, che non accetta collaborazioni o cooperazioni da pari che ne possano limitare gli appetiti espansionistici.

Questo inquietante mix ha espresso negli anni Novanta la propria ideologia e fazione politica: i cosiddetti neocon. Che hanno plasmato le politiche della Casa Bianca negli ultimi quarant'anni.

Un chiaro esempio è il documento Defense Planning Guidance 1994-1999, redatto il 18 febbraio 1992 e consegnato poco dopo al «New York Times». Il documento fu messo a punto da Paul Wolfowitz e dal suo ex assistente Zalmay Khalilzad, solo sette settimane dopo il crollo dell'Unione Sovietica, e fu caldeggiato da Dick Cheney, allora a capo del Pentagono. Gli autori, in una pura logica di potenza, chiedevano che gli Stati Uniti orientassero la propria politica estera in modo da evitare in ogni modo l'ascesa di futuri rivali.

«Il nostro obiettivo primario è evitare la comparsa di un nuovo rivale. È questa la riflessione più importante alla base della nuova strategia regionale, che richiede i nostri sforzi per impedire a tutte le potenze nemiche di dominare su una regione le cui risorse, se fossero controllate con certezza, basterebbero a creare una potenza globale. Fanno parte di queste regioni l'Europa occidentale, l'Asia orientale, il territorio dell'ex Unione Sovietica e l'Asia sudoccidentale.»

Nel 1997 nacque un nuovo think tank a cui fu dato il nome di Project for a New American Century (Progetto per un nuovo secolo americano), un'istituzione che radunava il fior fiore dei neoconservatori: falchi della politica estera come William Kristol, Donald Rumsfeld, Dick Cheney, Paul Wolfowitz, Richard Perle e Jeb Bush, fratello del futuro presidente.

Nel 2000 questo think tank pubblicò un paper dal titolo «Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces and Resources for a New Century», nel quale ci si auspicava che, in quanto unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti avrebbero dovuto integrare il resto del mondo in un grande impero globale.

E la Russia? Attraverso una combinazione di fattori come l'allargamento a Est della NATO, la destabilizzazione interna, l'accerchiamento militare e la guerra dell'informazione, la Russia doveva essere indebolita al punto da farla rinunciare alla propria pretesa di mantenersi sovrana e indipendente dall'Occidente.

I primi programmi in questa direzione furono esposti da alcuni rappresentanti americani nel 2000 a una conferenza di alto profilo a Bratislava. Secondo il politico della CDU Willy Wimmer, che partecipò alla conferenza, si parlò già di una cortina di ferro che si sarebbe estesa da San Pietroburgo all'Anatolia passando per l'Ucraina.

A inizi anni Duemila, dopo aver sperato in un clima differente, anche la Federazione Russa prese atto della vittoria delle strategie neocon ai vertici della Casa Bianca. E nella famosa Conferenza di Monaco del 10 febbraio 2007, Vladimir Putin si espresse per la prima volta — la prima di tante — così:

«Ciò che accade attualmente nel mondo è una conseguenza dei tentativi di trasferire proprio l'idea di un mondo unipolare nelle relazioni internazionali. [...] In questo momento stiamo assistendo a un uso eccessivo e quasi illimitato della forza — la forza militare — nelle relazioni internazionali, una forza che sta gettando il mondo nel baratro di conflitti permanenti. [...] Uno Stato, e con questo chiaramente intendo innanzitutto gli Stati Uniti, ha oltrepassato i suoi confini sotto ogni punto di vista.»



LA TRASVALUTAZIONE DI TUTTI I VALORI

Tutto questo, però, non tocca quella che è la ragione più importante dell'«odio» dell'Occidente americano verso la politica e la cultura russa.

Secondo il filosofo tedesco, in Europa sarebbe in corso una vera e propria rivoluzione culturale che, a differenza di quella avvenuta in Cina dal 1966 al 1976, si starebbe svolgendo in modo più graduale ma con un obiettivo altrettanto radicale nel lungo periodo: la distruzione della cultura umanista europea sviluppatasi tra il XVI e il XIX secolo, che aveva avuto nel socialismo e nella dottrina sociale della Chiesa i suoi più importanti sviluppi istituzionali e culturali.

Queste radici culturali erano diventate un ostacolo alla piena affermazione di una nuova cultura: quella tecnocratica, liberale e oligarchica — in una parola, pienamente capitalista — propria della società e della cultura statunitense.

Per raggiungere l'obiettivo di americanizzazione del mondo che le oligarchie ed élite nordamericane credevano di poter realizzare dopo la guerra fredda, tutti gli altri popoli che nel corso della loro storia avevano sviluppato un proprio progetto di civiltà differente dovevano essere drasticamente trasformati, tanto da non poter più derivare dalla propria storia alcun modello di civiltà alternativo.

Secondo Ritz, nel mondo in cui gli Stati Uniti si sono trovati dopo il crollo dell'Unione Sovietica erano presenti due attori che avrebbero potuto dar vita a progetti universalistici diversi.

Da un lato l'Unione Europea, che se si fosse emancipata avrebbe potuto sviluppare un modello di civiltà autonomo sulla base dell'eredità dell'Illuminismo e dell'umanesimo. Dall'altro, c'era la Russia, che con il socialismo aveva dimostrato di poter rappresentare un modello di civiltà alternativo che attingeva direttamente dal meglio della tradizione politica e filosofica europea.

Sebbene le nuove élite russe degli anni Novanta fossero incuriosite dalla democrazia e dal capitalismo, argomenta Ritz, avevano pur sempre ricevuto un'educazione sovietica — ufficialmente atea e umanista — per la quale si sarebbero probabilmente opposte a una visione del mondo che avesse rotto con l'eredità umanistica dell'Europa.

Se oggi la Federazione Russa — l'ultimo grande paese europeo finora in grado di contrastare l'americanizzazione della cultura europea — fosse in grado di difendere la propria sovranità e di sviluppare autonomamente una propria cultura, differenziandola dal liberal-capitalismo americano, allora nel continente europeo esisterebbero due politiche culturali differenti, con due diverse tradizioni culturali europee. Un pericolo da scongiurare in tutti i modi.

La guerra tra Stati Uniti e Russia è quindi, in ultima analisi, conclude Ritz, anche una guerra per il futuro della cultura europea.

 

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