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Little Bighorn 150 anni dopo. Perché l’America ha fatto di Custer un eroe?

 

 

di Raffaella Milandri

 

Per un secolo e mezzo l’America ha fatto una cosa straordinaria: ha trasformato una sconfitta militare, nata dentro una guerra coloniale, in una leggenda nazionale.

Ha preso George Armstrong Custer, ufficiale dell’esercito statunitense, protagonista dell’avanzata contro i Popoli delle Pianure, e lo ha consegnato all’immaginario collettivo come un eroe tragico: biondo, audace, circondato, sacrificato. L’uomo dell’“ultima resistenza”.

Ma la domanda vera, 150 anni dopo Little Bighorn, non è come sia morto Custer.

La domanda vera è: perché l’America ha avuto bisogno di farne un eroe?

Io credo che questa sia una delle domande più scomode della memoria americana, perché obbliga a guardare non soltanto una battaglia, ma il modo in cui un Paese costruisce i propri miti per non dover fare i conti con le proprie colpe.

Perché gli Stati Uniti hanno avuto bisogno di mettere al centro l’uomo che guidava un reparto dell’esercito, e non i popoli che stavano difendendo la propria terra? Perché hanno pianto la caduta del 7° Cavalleria più di quanto abbiano riconosciuto la violazione dei trattati, l’invasione delle Black Hills, la distruzione sistematica del mondo lakota, cheyenne e arapaho?

Little Bighorn non è soltanto una battaglia del passato. È una ferita nella memoria americana. E come tutte le ferite profonde, continua a rivelare ciò che un Paese vorrebbe nascondere.

Non fu Custer a essere tradito dalla Storia.

Furono i trattati firmati con i Popoli Nativi a essere traditi dagli Stati Uniti.

Nel 1868, con il Trattato di Fort Laramie, il governo statunitense riconobbe le Black Hills come parte della Grande Riserva Sioux, destinate all’uso dei Sioux. Quelle colline non erano una terra qualsiasi: erano, e restano, un luogo sacro. Ma quando venne scoperto l’oro, la parola data perse improvvisamente valore. I cercatori bianchi arrivarono, la pressione coloniale aumentò, e ciò che era stato riconosciuto ai Lakota venne trasformato in ostacolo all’espansione americana.

È una delle costanti del colonialismo: i trattati valgono finché non intralciano l’economia dell’invasore. È qui che nasce il cuore osceno del mito.

Custer non venne trasformato in eroe perché la sua vicenda fosse esemplare. Venne trasformato in eroe perché serviva un martire bianco capace di coprire il crimine originario: l’invasione di terre già riconosciute ai Popoli Nativi.

Il mito di Custer non nasce per ricordare un uomo. Nasce per assolvere un impero.

A costruire quella leggenda contribuì anche Elizabeth “Libbie” Custer, vedova del generale, che per decenni difese e alimentò l’immagine del marito come eroe tragico della nazione. Ma il mito non sopravvive mai solo per amore privato: sopravvive quando serve a un Paese. E Custer serviva. Serviva a trasformare una sconfitta coloniale in martirio patriottico.

Se Custer diventa l’eroe caduto, allora Lakota, Cheyenne e Arapaho possono essere raccontati come “selvaggi”. Se l’attenzione si concentra sull’ultima resistenza del 7° Cavalleria, scompare la resistenza molto più lunga dei Popoli delle Pianure. Se il pubblico piange l’ufficiale sconfitto, non deve più interrogarsi sui trattati violati, sulle riserve imposte, sulla fame organizzata, sulla distruzione dei bisonti, sulla guerra culturale condotta contro intere nazioni.

Da anni studio e racconto i Popoli Nativi del Nord America, e ogni volta mi colpisce lo stesso meccanismo: il colonizzatore viene ricordato con nome, volto, biografia, destino; i popoli colpiti vengono trasformati in sfondo, massa indistinta, nota a margine. Little Bighorn è uno degli esempi più clamorosi di questa manipolazione della memoria.

Perché i protagonisti di quella storia non erano comparse attorno alla morte di Custer.

Erano Sitting Bull, Crazy Horse, Gall, Two Moons, Wooden Leg, Lame White Man. Erano i guerrieri lakota, cheyenne e arapaho. Erano le famiglie accampate lungo il Greasy Grass. Erano le donne, i bambini, gli anziani, i cavalli, le tende, le lingue, le cerimonie, il terrore e la determinazione di chi sapeva che non stava combattendo per una gloria astratta, ma per la sopravvivenza del proprio mondo.

La battaglia del 25 e 26 giugno 1876 fu complessa, come sempre lo è la storia reale. C’erano scout Crow e Arikara al fianco dell’esercito statunitense, e questo impedisce ogni semplificazione romantica. Le nazioni native non erano un blocco unico: avevano alleanze, rivalità, territori, memorie e interessi differenti.

Ma proprio questa complessità rende ancora più grave la menzogna successiva.

Perché la narrazione americana dominante non ha cercato la complessità. Ha cercato un santino. Ha costruito Custer come figura tragica, quasi cavalleresca, e ha relegato i Popoli Nativi nel ruolo previsto dal copione coloniale: ostacolo al progresso, minaccia alla civiltà, massa feroce da contenere o eliminare.

La parola “selvaggi” è servita a questo. La parola “ostili” è servita a questo.            

La parola “Frontiera” è servita a questo. A rendere accettabile l’inaccettabile.

Perché la “Frontiera” non fu una linea poetica verso l’avventura. Fu un processo di occupazione. La “pacificazione” delle Pianure fu guerra. La “civilizzazione” fu cancellazione. Il “destino manifesto” fu ideologia coloniale.

Little Bighorn brucia ancora perché per una volta quel copione si inceppò.

Per una volta l’esercito degli Stati Uniti non vinse. Per una volta l’avanzata coloniale incontrò una resistenza capace di fermarla. Per una volta i Popoli Nativi non furono sconfitti sul campo. E allora la narrazione ufficiale dovette lavorare il doppio: se non poteva cancellare la vittoria indigena, poteva almeno cambiarne il significato.

Così una vittoria nativa divenne il massacro di Custer.         

Una resistenza divenne barbarie. Un’aggressione militare divenne tragedia nazionale.

È uno dei più grandi rovesciamenti simbolici della storia americana.

Ancora oggi molti conoscono Custer più di Sitting Bull. Molti ricordano “Custer’s Last Stand” più del Greasy Grass. Molti immaginano le giubbe blu sulla collina, ma non sanno immaginare l’accampamento indigeno lungo il fiume. Non sanno che quel luogo, per i Popoli Nativi, non è un set cinematografico né un capitolo da manuale: è memoria viva.

E qui la questione diventa attuale.

Perché l’Occidente ama i Nativi quando sono sconfitti, lontani, spiritualizzati, ridotti a piume, tramonti e frasi edificanti. Ma fatica a sopportarli quando parlano di terra, trattati, sovranità, miniere, oleodotti, tribunali, restituzione, diritti.

Il Nativo morto può diventare poesia.

Il Nativo vivo diventa problema politico.

Per questo Little Bighorn non appartiene solo al 1876. Parla ancora oggi. Parla ogni volta che un popolo indigeno viene ascoltato solo se compatibile con l’immaginario romantico dell’uomo bianco. Parla ogni volta che la memoria nativa viene celebrata nei musei, ma ignorata quando rivendica giustizia. Parla ogni volta che un luogo sacro viene trattato come risorsa economica, ostacolo burocratico, terreno da sfruttare.

La questione delle Black Hills, infatti, non è chiusa. Nel 1980 la Corte Suprema degli Stati Uniti riconobbe che ai Sioux spettava un risarcimento per la sottrazione di quelle terre. Ma per molte comunità Lakota il punto non è mai stato soltanto il denaro. La richiesta riguarda la terra, la memoria, la sovranità, il sacro. Un luogo sacro non diventa giusto perché qualcuno, un secolo dopo, ne calcola il prezzo.

La domanda, dunque, non è soltanto perché l’America abbia fatto di Custer un eroe.

La domanda è perché continuiamo, ancora oggi, a conoscere meglio il nome dei conquistatori che quello dei popoli conquistati.

Io non credo che Little Bighorn vada ricordata per celebrare una battaglia. Credo vada ricordata per smontare un mito. Perché una storia raccontata solo dal punto di vista dell’esercito non è storia: è rapporto militare. Una storia raccontata solo dal punto di vista dei vincitori politici non è memoria: è propaganda. Una storia senza la voce dei popoli colpiti è un’altra forma di occupazione.

Centocinquant’anni dopo, Little Bighorn ci chiede di cambiare posizione. Di scendere dalla collina di Custer e tornare verso il fiume. Verso il Greasy Grass. Verso le voci che la storia ufficiale ha cercato di coprire.

Non si tratta di odiare Custer. Sarebbe troppo facile, e persino riduttivo. Si tratta di capire perché sia stato necessario trasformarlo in leggenda. Perché ogni impero ha bisogno dei propri martiri, soprattutto quando deve nascondere le proprie vittime.

E forse è proprio questo che l’America non ha mai perdonato davvero a Little Bighorn: non la morte di Custer, ma il fatto che per due giorni la Storia non obbedì all’impero.

Di questo si parlerà il 26 giugno, nella conferenza “Little Bighorn 150 anni dopo. Perché l’America ha fatto di Custer un eroe”, a San Benedetto del Tronto. Scrivere a info@omnibusomnes per informazioni.

Non per celebrare una battaglia. Ma per restituire uno sguardo. E per ricordare che la memoria, quando torna nelle mani dei popoli a cui è stata sottratta, non è nostalgia: è giustizia.

 

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