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Giornata Mondiale dell’Ambiente, dal fast fashion ai rifiuti: 5 libri per insegnare ai bambini il valore del riciclo e della sostenibilità

“In principio la terra era tutta sbagliata… C’erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare, e agli errori più grossi si poté rimediare. Da correggere, però, ne restano ancora tanti, rimboccatevi le maniche, c’è lavoro per tutti quanti!”, Le parole di Gianni Rodari, tratte da Storia Universale, risuonano oggi con una forza attuale. Più che una poesia, un vero e proprio slogan all’azione per la tutela e la cura del nostro pianeta. Tra i suoi versi si cela una sorta di educazione che anticipa temi oggi centrali: la salvaguardia della biodiversità, la responsabilità dell’uomo e le conseguenze delle sue scelte. I risultati raggiunti hanno spesso portato a grandi errori naturali, causando danni profondi agli ecosistemi e all’ambiente.

Non a caso, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito come data 5 giugno la Giornata Mondiale dell’Ambiente, con l’obiettivo di sensibilizzare sulla questione ambientale in tutto il mondo, sensibilizzando governi, imprese e cittadini sulla necessità di proteggere l’ambiente e promuovere uno sviluppo sostenibile.

Ma cosa significa davvero sviluppo sostenibile? Come intervenire su territori già compromessi, foreste disboscate e mari inquinati? È sufficiente investire nell’occupazione e nella lotta alla povertà? E soprattutto, come educare le nuove generazioni a non ripetere gli errori del passato? Tra le voci più attive emerge quella di Matteo Ward, imprenditore e CEO di Inside Out Fashion Textiles & Home e di WRÅD. Il suo lavoro si muove tra progetto, impresa e cultura, con l’obiettivo di ripensare il ruolo della moda nella società contemporanea, può fornirci adeguate risposte a tutte queste domande, dimostrando come anche la moda possa diventare uno strumento concreto di cambiamento. Perché, come ricordava Rodari, il lavoro da fare è ancora tanto. E riguarda tutti.

Matteo cosa ha comportato nel corso del tempo l’azione errata dell’uomo verso il Pianeta?

Nel mondo occidentale abbiamo disegnato, soprattutto a partire dal Seicento, un sistema fondato sulla sovrapproduzione e sul sovraconsumo. Un sistema che, a ritmi e latitudini diverse nel corso dei secoli, ha normalizzato l’estrazione ad ogni costo, lo sfruttamento sociale e la manipolazione psicologica della società (altresì detta ‘mercato’). È una filosofia, una visione del mondo divenuta purtroppo un imperativo strutturale, un sistema che ha superato oramai limiti di velocità e capienza, e che ci ha portato a relazionarci in modo errato con il Pianeta. Un errore fondato, prima di tutto, sull’idea di considerarci separati da esso. Le conseguenze oggi non riguardano solo l’ambiente: riguardano direttamente anche la nostra salute. L’aria che respiriamo, l’acqua che utilizziamo, ma anche ciò che indossiamo ogni giorno. La pelle è il nostro organo più grande ed è il primo punto di contatto con il mondo esterno. Eppure, per molto tempo, abbiamo progettato materiali, prodotti e processi senza considerare davvero come potessero interagire con il nostro corpo. Quando un sistema produttivo ignora questi equilibri, l’impatto quindi non resta confinato nelle fabbriche o nei fiumi: entra nelle nostre case, nei nostri armadi, nella nostra quotidianità.

Raccontaci un’esperienza chiave che hai vissuto in prima persona durante i tuoi viaggi, che ti ha fatto cambiare ancora di più prospettiva d’agire per contrastare l’inquinamento e diventare più consapevoli del proprio impatto ambientale?

Indonesia, nord Sumatra. Immerso nella giungla, ospite della tribù di Janji Maria, un presidio contro la deforestazione che serve gli interessi delle industrie che producono olio di palma per gli alimenti e viscosa per i vestiti. Immaginate di trovarvi in uno dei luoghi più incredibilmente ricchi di vita del mondo e, allo stesso tempo, di percepire il pericolo ogni minuto della giornata: in lontananza, dal cuore della foresta, si sentiva il rumore incessante delle motoseghe che abbattevano gli alberi.

Il crollo di una foresta significa la distruzione della vita per milioni di specie. Lì ho vissuto uno dei momenti più toccanti della mia vita: l’incontro con una mamma orangutan che, insieme al suo piccolo, fuggiva da quel disastro. E allora viene spontaneo chiedersi: come possiamo arrivare a distruggere così tanto per produrre fibre che finiranno in magliette vendute a pochi euro e gettate dopo pochissimi utilizzi? Il consumo sfrenato di vestiti mi porta a un’altra esperienza chiave: quella vissuta ad Accra, in Ghana. Una città dove, secondo le organizzazioni locali, arrivano quasi 15 milioni di vestiti di scarto a settimana.

Ogni giovedì mattina, verso le tre o quattro, file infinite di camion portano nel mercato di Kantamanto il risultato del nostro consumo sfrenato di vestiti. Persone che non hanno altre possibilità lavorative li comprano al chilo, sperando di riuscire a rivenderli. Ma i vestiti sono così tanti, e la qualità ormai così bassa, che se riescono a venderne il 40% sono fortunati. Il resto si accumula nei territori circostanti: nelle campagne, nelle spiagge. Ho letteralmente scalato colline di vestiti, alte diversi metri, e camminato lungo coste ricoperte di tessuti fatti perlopiù di plastica. Una nuova morfologia del territorio, creata dalla stratificazione dei vestiti fast fashion che abbiamo abbandonato.

I locali li chiamano “obroni wawu”, che significa i vestiti dell’uomo bianco morto. In Ghana, infatti, culturalmente ci si separa dai vestiti in buone condizioni solo in punto di morte. Per questo, all’inizio, si pensava che tutti quei vestiti arrivassero dalle persone morte in Europa o in America. Oggi sanno che non è così. Ma il nome è rimasto. Ed è forse uno dei racconti più chiari della nostra epoca. L’industria della moda è la seconda più inquinante a livello globale dopo quella petrolifera: Wråd è un movimento che ridisegna la moda a partire dalla sostenibilità.

Come possiamo raccontare gli obiettivi del tuo brand ai bambini e agli adulti?

Non c’è differenza tra un piatto di pasta e la maglietta che abbiamo nel guardaroba. Entrambi usano gli stessi ingredienti per essere prodotti: aria, acqua, terra, energia. Sono risorse essenziali per la vita, alle quali abbiamo imparato a dare valore. Ma non sempre. Quando queste risorse prendono la forma di una T-shirt o di un paio di jeans, facciamo più fatica a riconoscerlo. E allora diventa facile trattarle come se fossero usa e getta, oppure non farsi domande fondamentali sulla loro provenienza o sulla salubrità degli ingredienti utilizzati.

Ecco, riassunto in poche parole, l’obiettivo di WRÅD: per chi i vestiti li produce e per chi li indossa, disegnare un sistema che garantisca il miglior uso possibile delle risorse umane e naturali, per il bene della nostra salute e del Pianeta. In altre parole, In WRÅD lavoriamo proprio su questo: portare cultura, innovazione e una nuova filosofia di progettazione dentro il modo in cui progettiamo e utilizziamo i vestiti, con un focus sulla relazione tra i vestiti e la nostra salute fisica e psicologica. Politica inclusa!

Come insegnare ai bambini l’arte del riciclo e cosa comporta non utilizzare questa pratica?

Nel libro Storia di una Maglietta, che abbiamo scritto insieme alla FAO, distribuito in più di 140 paesi e tradotto in otto lingue, abbiamo provato a fare una cosa molto semplice: mostrare ai bambini che una T-shirt viene da un fiore. Dal cotone. Quando i bambini capiscono l’origine delle cose, capiscono anche il loro valore. Quel progetto non è rimasto solo un libro. È diventato un programma educativo che abbiamo portato nelle scuole. Attraverso workshop di upcycling, i bambini non imparano solo a trasformare una vecchia maglietta in qualcos’altro, ma scoprono che gli oggetti non finiscono quando smettiamo di usarli. Possono continuare a vivere, cambiare forma, raccontare nuove storie. Il riciclo diventa così uno stile di vita: più un’attitudine che un’azione sporadica. Ma ancora più che riciclare, si tratta di imparare ad allungare nel tempo il piacere d’uso di ciò che possediamo. È lì che si mette davvero in discussione il sistema.

Che strumenti possiamo dare ai bambini, affinché possano fare del riciclo un obiettivo quotidiano?
Prima di tutto insegnare a fare domande: Da dove viene? Chi l’ha fatto? Quanto durerà? Poi dare strumenti concreti: – imparare a riparare, anche in modo creativo – scambiare, donare, riusare – leggere le etichette Ma soprattutto dobbiamo dare l’esempio. I bambini non imparano da quello che diciamo. Imparano da quello che facciamo.

Ti consiglio 5 libri per giocare e divertirsi proteggendo l’ambiente.

Il riciclo

di Lorna Freytag

Traduttrice Benedetta Fabbri

Editore Lapis, Età di lettura: da 3 anni.

Dove vanno a finire gli oggetti che buttiamo nella spazzatura? Un libro ecologico che spiega ai più piccini edito da Lapis, una casa editrice attenta al tema ambientale. Un libro sostenibile realizzato con inchiostro 100% vegetale, carta ecologica e legno di foreste certificate FSC. Perché non si è mai troppo piccoli per affrontare il tema del rispetto ambientale.

Evviva il riciclo! La raccolta differenziata. Nina e Nello.

di Laura Novello

Illustratore Matteo Gaule

Editore Sassi, Età di lettura: da 3 anni.

Laura Novello attraverso i protagonisti Nina e Nello racconta ai più piccini i trucchi magici per ridurre l’inquinamento, tra questi: fare la raccolta differenziata. Un libro edito da Sassi che affronta un tema particolarmente delicato, attraverso attività interattive da fare, come ad esempio: realizzare dei fiori con materiali riciclati. L’autrice, naturopata e insegnante di yoga, trasmette ai più piccini temi importanti come sono l’ecologia, la sostenibilità e la tutela ambientale, semplicemente con amore e cura.

L’ atelier del riciclo

di Marie-Laurie Pham-Bouwens e Steffie Brocoli

Editore Edizioni del Borgo, Età di lettura: da 5 anni.

L’ atelier del riciclo è un volume interattivo, per trascorrere pomeriggi al’insegna della creatività, facendo crescere la passione del riciclo di materiali di uso quotidiano, con lo scopo di salvaguardare il Pianeta che ci circonda, perché ognuno di noi ha la responsabilità di tutelarlo e preservarlo. Adatto ai piccini che amano la manualità.

Rifiuti e riciclo. Il libro dei perché.

di Katie Daynes

Illustratore Peter Donnelly

Traduttore Dina Ostuni

Editore Usborn, Età di lettura: da 3 anni.

Esistono tanti perché a tante domande, come: cosa succede ai rifiuti che produciamo? come funziona il riciclo? perché è importante fare la raccolta differenziata? I libri di Usborn “Sollevo e scopro” hanno la capacità di rispondere a tutti questi perché, e soddisfano la curiosità dei bambini, grazie ad un linguaggio diretto, semplice e chiaro. Basta sollevare le robuste alette e divertirsi, affrontando un tema delicato come il riciclo.

Così per gioco… e per riciclo. Costruiamo insieme i nostri giocattoli con materiali di recupero

di Elve Fortis De Hieronymis

Editore Interlinea, Età di lettura: da 6 anni.

“Così per gioco…” si imparano tante cose come il recupero di materiali per trasformare e creare nuovi oggetti: carta, cartone, stagnola, vassoietti di cartoncino o polistirolo, bottiglie di plastica, piatti e bicchieri di carta, tappi di sughero e molti altri materiali di recupero. Una guida illustrata con tante attività pratiche da fare in famiglia, nei momenti di noia, quando fuori piove, ma anche a scuola insieme ai compagni e agli insegnanti. Un libro interattivo grazie ad un link che rimanda ad una piattaforma fruibile da smartphone e computer, con materiali extra e giochi sul tema del riciclo.

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“Oggi la politica climatica è sovrapposta e conflittuale: così non funziona”

Una gestione integrata del rischio ambientale, che punti sulla prevenzione; un’integrazione e armonizzazione delle politiche climatiche; una fiscalità energetica faccia sia che almeno una parte di quelle tasse sia utilizzata per finanziare nuovi impianti di produzione di energia rinnovabile e che questo sia chiaro al consumatore; l’assegnazione di un valore economico alla biodiversità e, infine, una visione finalmente sistemica dei servizi idrici, troppo frammentati: sono cinque le riforme proposte, in occasione della Giornata dell’Ambiente oggi 5 giugno, dalla professoressa Valeria Costantini – Ordinaria di Politica Economica, Direttrice del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi Roma Tre, già presidente dell’Associazione Italiana degli Economisti dell’Ambiente (IAERE) e attuale vicepresidente della Società Italiana di Economia (SIE) – e contenute anche nel libro da lei curato “L’economia italiana e la transizione ecologica”, edito da Carocci e reso possibile grazie alle due associazioni (IAERE e SIE).

Partiamo dalle catastrofi ambientali e dal rischio ambientale.
La gestione integrata del rischio ha che fare con il fatto che ci sia una capacità da parte di tutte le istituzioni preposte alla salvaguardia del territorio, su scala nazionale, regionale, locale, di mettere a sistema un insieme di tecniche e tecnologie, oltre che di politiche, che in qualche modo riescano a convergere verso l’obiettivo della prevenzione. Rispetto al disastro ambientale, infatti, non serve solo una macchina organizzativa e amministrativa che, come nel caso dell’Emilia Romagna, sia in grado di arrivare immediatamente a portare soccorso; ma occorre anche mettere in piedi un sistema di “early warning”, allarme preventivo, anche grazie alla tecnologie e alla gestione integrata dei dati. Mettere a sistema informazioni che arrivano dai satelliti e farne dei modelli matematici o dei modelli di simulazione che possano anticipare il rischio ed effettuare interventi, come ad esempio l’evacuazione preventiva.

Venendo alle politiche climatiche. Tra Green Deal, PNIEC, PNACC, PNRR, Fondo Clima le leggi non mancano. Eppure siamo indietro su emissioni e rinnovabili.
Questa frammentazione del policy mix all’interno della strategia climatica ed energetica rappresenta un elemento critico non solo per l’Italia. Oggi c’è una stratificazione di leggi e decreti attuativi che riguardano diversi ambiti e che rendono complicato capire qual è l’efficacia delle politiche, sia sul fronte rinnovabili, che sull’efficienza energetica. Il tema è quello della cosiddetta “regolazione sovrapposta”: ci sono diverse leggi che toccano lo stesso ambito e vanno a confliggere negli obiettivi o nelle modalità di ottenimento degli obiettivi. Un esempio: lo stato dà dei sussidi per il consumo e la produzione di fonti fossili però al tempo stesso abbiamo le aziende che pagano il prezzo delle emissioni di carbonio (ETS), quindi ci sono due politiche chiaramente confliggenti.

E sul fronte fondamentale della finanza verde?
Il problema principale è che, nell’attuale sistema di gestione, abbiamo un sistema di contabilità nazionale che registra le entrate e le uscite che sono associate alle questioni ambientali, ma nella maggior parte dei casi non abbiamo una fiscalità dedicata. Bisognerebbe pensare a una specifica funzione delle entrate che derivano dalla tassazione energetica; ad esempio, imporre un’accisa sull’acquisto di benzina alla pompa e dirottare questa entrata per aumentare la quota di rinnovabili nel mix energetico italiano. La fiscalità energetica deve essere percepita anche dal consumatore come una fiscalità pro ambiente, in modo che sia consapevole che almeno una parte di quelle tasse sia utilizzata per finanziare nuovi impianti. In Italia invece gran parte della fiscalità ambientale confluisce nel bilancio dello stato senza una finalità specifica di protezione ambientale.

Nel libro raccontate anche il declino della biodiversità. E lanciate una proposta che vada oltre la conservazione.
A mio avviso la biodiversità dovrebbe essere riconosciuta dal punto di vista economico, e andrebbero riconosciuti i benefici che la collettività ottiene. Si può mettere in campo un sistema di prezzi che faccia pagare agli agenti economici il costo che stanno imponendo alla collettività, riducendo il valore della biodiversità, conteggiando appunto i benefici e i danni della mancata protezione. È quello che nel mondo anglosassone viene definito come Payment for Environmental Services, concetto che oggi sempre più viene richiesto come elemento da integrare nelle valutazioni di impatto ambientale dei grandi progetti infrastrutturali.

Infine, un punto importante del libro riguarda la gestione frammentata delle risorse idriche.
Ritengo che la gestione delle risorse idriche andrebbe completamente riformulata. Pensiamo alla gestione dei bacini: per ciascun fiume abbiamo un ente bacino che si occupa della gestione della risorsa specifica e questo va a confliggere con il sistema amministrativo che noi abbiamo della gestione del sistema Italia, perché, appunto, la gestione del singolo bacino si deve confrontare con decisioni su scala nazionale e regionale. Ci vorrebbe a mio avviso un tavolo di lavoro aperto, ad esempio a livello regionale, per arrivare a una visione sistemica dei servizi idrici, anche per la prevenzione dei disastri naturali causati da una mancata gestione appropriata dei bacini idrici. Anche per l’acqua potabile alcune cose sono state fatte col Pnrr, ma ci vorrebbe maggiore integrazione dei diversi livelli di competenza.

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