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Una legislatura senza trasformazione, mentre la rivoluzione tecnologica non aspetta nessuno

A giugno si chiude la stagione del Pnrr, e arriva la domanda che conta: che cosa abbiamo costruito. Il governo risponde con i numeri della cassa – 166 miliardi ricevuti, l’85% delle risorse – e con una formula: il passaggio “dalla logica della spesa alla cultura delle riforme”. La realtà è più sobria. Il Financial Times ha bocciato il Piano sul terreno che conta, quello degli effetti: gli obiettivi sono stati ridimensionati, alcune modifiche si sono rivelate peggiorative e l’economia del Paese resta stagnante. Intanto il debito è salito dal 134% del 2023 al 137% di fine 2025, e l’Italia si avvia a superare la Grecia per il rapporto debito-Pil più alto dell’eurozona.

Il problema non è quanto si è speso. È che cosa si è trasformato. In tre anni e mezzo non c’è stata una riforma che abbia toccato la struttura del Paese: non il mercato del lavoro, non la scuola e la formazione, non il welfare – proprio mentre la rivoluzione tecnologica rende urgente ripensarli tutti. Lo ha ricordato, da un altro pulpito, anche papa Leone XIV: la sua “Magnifica Humanitas” avverte che l’intelligenza artificiale può disumanizzare il lavoro se nessuno la governa. Il governo non l’ha governata: l’ha lasciata accadere.

Fuori dai confini, il camaleontismo è ancora più netto. La premier Giorgia Meloni ha inseguito Donald Trump e il blocco sovranista, da Viktor Orbán in giù, salvo prenderne le distanze quando il conto diventava salato. Lo ha detto Romano Prodi, diretto, in interviste recenti: di fronte a Trump ci comportiamo «come servi», con l’abitudine di dire una cosa in Italia e un’altra all’estero. E sull’Europa Meloni ha detto no, senza giri di parole, a chi proponeva di superare il diritto di veto e il voto all’unanimità – su una linea opposta perfino al suo ministro degli Esteri. Il risultato è un’Italia che pesa poco là dove contano le decisioni: difesa comune, energia, politica estera.

In casa, la stessa logica. Per tenere insieme la maggioranza la premier deve assecondare Matteo Salvini, mentre il fianco destro si sfalda: Roberto Vannacci, uscito dalla Lega per fondare Futuro Nazionale, è ormai a un soffio dal Carroccio e tira la coalizione verso parole d’ordine identitarie. Governare diventa sopravvivenza, non direzione. E una classe dirigente scelta più per fedeltà che per competenza non sa fare altro.

A pagare il conto è Elena, 45 anni, impiegata amministrativa in una media impresa del Nord. Il suo lavoro – istruire pratiche, controllare numeri, redigere documenti – è ciò che gli algoritmi imparano a fare più in fretta. Non ha un piano di riqualificazione, non un welfare che copra la transizione, non la certezza che la sua azienda regga con l’energia più cara d’Europa. Ha un mutuo e due figli. Nessuno la protegge e nessuno la proietta: e chi resta solo con la propria paura finisce per ascoltare chi gli promette la risposta più semplice e più rabbiosa.

La sinistra avrebbe il compito di parlare proprio a Elena. Invece una sua parte si rifugia nella rincorsa all’assistenzialismo e alla cultura dei bonus, e per strada perde la componente riformista. Ma l’assistenza non è protezione: un bonus senza un mercato del lavoro che cambia è un sedativo, non una cura – tiene buono il disagio, non lo risolve. Il recinto dell’assistenzialismo è comodo perché non chiede di trasformare nulla. È il difetto speculare del camaleonte di governo.

Al centro, Carlo Calenda, Luigi Marattin e gli altri si ostinano a costruire un terzo polo. È un esercizio nobile e aritmeticamente perdente: la legge elettorale di oggi – e ancor più la riforma in cantiere, col premio di coalizione – schiaccia chi corre da solo e premia i due poli. Un riformismo che vuole contare non può essere un terzo incomodo isolato. Deve stare dentro il campo largo, ma con un peso tale da spostarne l’equilibrio.

L’ha messo a fuoco Luigi Zanda, tra i fondatori del Partito democratico, in una recente intervista al Foglio: «Se il campo largo non è pronto a vincere, il centrodestra è pronto a perdere»: i suoi leader, privi di programma e di leadership, potrebbero ritrovarsi a governare non per merito proprio, ma perché Meloni, Salvini, Tajani e ora anche Vannacci fanno di tutto per fallire. E un governo che cambia il sistema elettorale sperando di vincere, avverte, viola la sacralità del voto. Il guaio è uno solo: si bada al cartello elettorale, non al pensiero politico.

Il pensiero politico, appunto. Qui sta il punto che lega tutto. Non si protegge il lavoro senza una politica industriale; non si fa politica industriale senza energia competitiva e competenze; non si costruiscono competenze senza un welfare che accompagni le transizioni; e nulla di tutto questo si fa da soli, fuori dall’Europa – un’Europa che, bloccata dall’unanimità, non decide. Riforma uno solo di questi nodi e gli altri cedono; abbandonali tutti e crolla l’intera impalcatura. Tutto si tiene, o niente regge.

Prodi ha colto la stessa cosa da due lati. Commentando l’enciclica di papa Leone XIV sul Messaggero, ha notato che il Papa ammonisce non solo gli oligopolisti della tecnologia ma anche «i riformatori parziali», e addita scuola e dignità del lavoro: istruzione e lavoro, due dei nodi che si tengono. E sul piano politico avverte che la forza di Meloni non sono i risultati – «non realizza nulla» – ma la durata: ci vorrebbe un riformismo capace di fare squadra, in Italia e in Europa, trasformativo e non parziale.

Resta dunque una finestra. L’idea delle «primarie delle idee» ha un merito vero: sposta la contesa dai nomi ai contenuti, e costringe a un progetto prima che a un volto. Su quel terreno una forza riformista di peso diventa essenziale, perché dà equilibrio al campo largo e lo strappa alla deriva assistenzialista. Ma perché nasca, molti dovranno mettere da parte il proprio desiderio di primeggiare, a beneficio di una «casa riformista» – o comunque la si voglia chiamare – capace di accendere una scintilla di consenso diffuso, con una leadership vera da non bruciare prima del tempo. Una forza che faccia proprio il riformismo trasformativo del «tutto si tiene»: che riconosca il disagio dei cittadini e li protegga senza chiuderli nel recinto di un passato che non c’è mai stato, ma li proietti nel futuro, dentro la cornice europea, tra sicurezza, crescita e sviluppo. Non è un programma di nicchia: è l’unico che parli a Elena.

Qualche segnale c’è già. Un esempio viene da Marianna Madia: ha lasciato il suo partito spiegando le ragioni «in una logica non di rottura ma di continuità», senza sbattere la porta e senza uscire dal campo. È il metodo giusto. E c’è da augurarsi che anche Pina Picierno – appena uscita dal Pd e oggi orientata verso uno spazio fuori dalle coalizioni – scelga infine di diventare una risorsa di questa componente dentro il campo largo, come tutti coloro che vorranno aderire al progetto riformista.

Il camaleonte cambia colore per sopravvivere all’ambiente. Un riformatore cambia l’ambiente, perché gli altri non debbano più mimetizzarsi per durare. Si può cambiare colore per arrivare in fondo alla legislatura, oppure cambiare il Paese perché abbia un futuro. Finora abbiamo visto soprattutto la prima cosa. Per la seconda, resta pochissimo tempo.

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La patrimoniale fa vincere la destra, e non sistema il fisco

Da qualche giorno la patrimoniale è di nuovo al centro del dibattito. La segretaria del Partito democratico ne ha riaperto il dossier, immaginandola sui grandissimi patrimoni e coordinata a livello europeo; più a sinistra, una proposta di legge di iniziativa popolare chiede un prelievo dall’uno al tre e mezzo per cento sui patrimoni oltre i due milioni di euro, prima casa esclusa. Dalla maggioranza la risposta è arrivata in poche ore e sempre uguale: «vogliono mettere le mani nelle tasche degli italiani». Due slogan speculari, e in mezzo il vuoto.

Ed è tutto qui. La patrimoniale, così com’è agitata, è una misura che lavora sul sentimento più che sul gettito. Una parte dei grandi patrimoni è immobilizzata – immobili, partecipazioni, beni non liquidi – e un’imposta sul valore costringerebbe molti a smobilizzare per pagarla, con effetti distorsivi sul mercato e un incasso reale assai più modesto del clamore che la circonda. Ma il danno più sottile è un altro: brandita come bandiera, la patrimoniale consegna al governo l’arma perfetta. Quella del «partito delle tasse». E così copre il dato che la maggioranza non racconta volentieri: nel corso di questa legislatura la pressione fiscale ha toccato il 43,1 per cento del Pil, il livello più alto dal 2014. Era stata promessa la riduzione delle tasse. È arrivato il record.

Perché il punto vero non è chi pagherebbe troppo poco in un’imposta che non esiste. È che tassiamo male il reddito che esiste già. Il fisco italiano tratta in modo diverso redditi di pari ammontare: chi lavora paga l’imposta progressiva, chi rientra nella flat tax delle partite Iva paga un’aliquota fissa e più bassa. Due persone che guadagnano la stessa cifra versano somme diverse a seconda della casella in cui finiscono. È un’asimmetria orizzontale che viola il principio più semplice della giustizia fiscale – a parità di capacità contributiva, parità di prelievo – e che produce un secondo effetto perverso: la soglia oltre la quale il regime agevolato scade scoraggia la crescita. In un Paese di imprese troppo piccole, in un momento che impone maggiori dimensioni d’impresa, finiamo per premiare chi resta minuscolo.

Lo paga il dipendente che, a parità di reddito col vicino di scrivania diventato partita Ivs, versa di più. Lo paga il professionista onesto che concorre con chi sta sottosoglia per scelta fiscale e non produttiva. Lo paga l’impresa che non cresce per non perdere il vantaggio. E lo pagano, alla fine, i servizi: perché ogni distorsione che lascia sfuggire gettito è una corsia d’ospedale in meno, un asilo che non apre, una pensione che non sale.

C’è una terza via tra la patrimoniale-simbolo e lo slogan del «mai più tasse» che nasconde il 43,1 per cento. Si chiama riforma fiscale, ed è esattamente ciò che il Pnrr chiedeva e che questa legislatura non ha realizzato: la delega è passata, ma la sostanza – il riequilibrio strutturale del prelievo – si è dissolta in piccoli aggiustamenti, lasciando intatte le asimmetrie. Una riforma seria tassa il reddito nel momento in cui si forma, evitando di trattare le rendite con aliquote proporzionali e il lavoro con la progressività; riconduce a unità ciò che oggi è frammentato; restituisce verità al principio della capacità contributiva. E ha un alleato che la patrimoniale non avrà mai: la lotta all’evasione. Gli strumenti d’indagine di cui oggi disponiamo – fatturazione elettronica, tracciabilità, incrocio delle banche dati – permettono di aggredire un sommerso che vale ancora tra i novantotto e i centodue miliardi di euro, di cui oltre trentacinque miliardi annui concentrati nell’Irpef di autonomi e imprese individuali, dove la propensione all’evasione resta particolarmente elevata. Lì c’è il gettito. Non in una nuova imposta sugli umori.

Ed è qui che il fisco smette di essere una questione tecnica. Un prelievo ingiusto non perde solo entrate: disincentiva la crescita, mette l’onesto in concorrenza col protetto, e affama le riforme che dovrebbe finanziare. Welfare, lavoro, sanità, crescita: non sono capitoli separati, e nemmeno il fisco lo è. Tassare bene è la condizione perché il resto regga. Tutto si tiene, o niente regge.

La patrimoniale fa sentire qualcuno più giusto per una stagione. Una riforma fiscale ben congegnata fa funzionare un Paese per una generazione. Non è la stessa cosa – e non è nemmeno vicina.

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