L’Italia può essere il ponte tra Europa e India

Le dimensioni contano. È naturale, allora, che la visita a Roma del primo ministro del Paese più popoloso del mondo conti parecchio. Ricevere Narendra Modi implica un segnale preciso: vogliamo ampliare, e di molto, lo spettro dei nostri partner strategici e facendolo puntiamo ai massimi livelli. Scherzando, si potrebbe dire che quando i capi dei governi italiano e indiano si incontrano rappresentano oltre un miliardo e mezzo di cittadini. Sappiamo che si tratta di una visione distorta, ma il diverso peso demografico dei due Paesi non solo indica un motivo di complementarietà, ma soprattutto nasconde più importanti aspetti di sinergia economica e anche politica (del resto l’intreccio tra le due dimensioni è inestricabile).
Anche per l’India la visita di Modi è significativa. Basti pensare alla straordinaria eco mediatica degli incontri romani dettata certamente dalle dimensioni del Paese, ma che comunque è un dato di fatto che letteralmente pesa, soprattutto in un sistema democratico nel quale i cittadini votano (e sempre di più producono e consumano). Alcuni numeri sono impressionanti: si calcola che circa cinquecento testate abbiano pubblicato l’articolo scritto insieme da Meloni e Modi, che trovate anche all’interno di questo giornale. Questo può significare centinaia di milioni di potenziali lettori. Certamente i post con le foto dei due leader, il duo #Melodi, ottengono milioni di visualizzazioni. C’è un aspetto pop in tutto ciò, ma va considerato con rispetto perché questa è la combinazione tra la “chimica” tra i responsabili dei governi, che continua (per fortuna) a valere anche nell’era del dominio tecnologico, e il ruolo che comunque le democrazie, per quanto imperfette, assegnano ai cittadini.
Quale ruolo, allora, per India e Italia nel grande disordine mondiale? Tutto inizia col salto di qualità del 2023, nel primo anno del governo di Giorgia Meloni, col superamento di un rapporto fino ad allora inadeguato al livello dei due Paesi. Dopo ben sedici anni abbiamo rotto il ghiaccio: nel marzo di quell’anno ho accompagnato la nostra presidente del Consiglio nella prima visita in India di un nostro capo di governo dopo molti, troppi, anni. Nel settembre del 2023 Meloni torna in India per il vertice del G20. In quella occasione Italia e India lanciarono con altri partner la rete di connettività Imec. La parola d’ordine era differenziare: occorre il maggior numero possibile di partner rilevanti come l’India, il paese più popoloso del mondo e, tra i grandi, quello che cresce con i ritmi maggiori.
Da allora molto è cambiato – il 7 ottobre e la guerra di Gaza che a poche settimane dalla firma del memorandum di Imec di fatto ne hanno a lungo (e non a caso) congelato l’attuazione – poi la nuova guerra del Golfo con il blocco dello Stretto di Hormuz che si aggiunge alle minacce Houthi all’imbocco del Mar Rosso. Ma tutto questo non fa che rafforzare gli obiettivi di aprire nuove opzioni, offrire ridondanza. Soprattutto, nel gennaio scorso, l’accordo di libero scambio tra Unione europea e India ha aperto la possibilità di un raddoppio dell’interscambio. Quindi di nuove rotte e infrastrutture tra l’India e l’Europa diventano un’esigenza ineludibile. E Roma può essere il ponte tra Europa e India.
nche per l’India c’è lo stesso obiettivo comune che rende importante il rapporto bilaterale: differenziare. Nell’era dell’incertezza caotica è fondamentale alleggerire i condizionamenti che limitano le opzioni e in definitiva la sovranità dei governi. Occorre rendersi più indipendenti in un mondo che – malgrado il cambiamento profondo della globalizzazione – rimane caratterizzato dalle interdipendenze. Questo si ottiene non con l’isolamento dei dazi, ma attraverso la diversificazione dei partner, partendo dai più rilevanti. Importante quindi la scelta del governo Meloni di puntare sull’India, un gigante giovane e quindi sempre più innovativo che punta a diventare protagonista nelle nuove tecnologie, dallo spazio all’intelligenza artificiale. Le stesse considerazioni sono state presenti a New Delhi nel puntare sull’Europa. Ma proprio perché la parola d’ordine è differenziare occorre evitare un rapporto esclusivo con l’oggetto della nostra differenziazione: occorre allargare l’orizzonte dei rapporti, meglio se insieme. Ed ecco la prospettiva di un impegno comune di Italia e India in Africa che si colloca nel contesto del nostro Piano Mattei.
Le visioni più ampie, possibilmente condivise, devono appunto essere la caratteristica di nazioni con ambizioni strategiche. La visita di Modi rappresenta il consolidamento di una visione comune, quella dell’Indo-Mediterraneo. Questa per me è una soddisfazione personale perché da anni sostengo la necessità di superare la formula del “Mediterraneo allargato”, che probabilmente è stata utile nel contesto interno (ad esempio per la nostra Marina Militare con la legge navale), ma è rimasta poco comprensibile fuori dai nostri confini. Occorre invece passare a formule chiare e per così dire vendibili. Così è il concetto di Indo-Mediterraneo. Una visione ormai ampiamente adottata, che si aggancia a quella di Indo-Pacifico lanciata con successo dall’allora primo ministro giapponese Shinzo Abe.
Anche Meloni e Modi hanno sottolineato questa visione che del resto ha inquadrato la conferenza dedicata a Imec tenutasi a marzo a Trieste. Questa iniziativa, promossa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, è stata la più importante finora organizzata su questo tema anche perché ha coinvolto molte imprese. Il ministro Tajani lo scorso anno ha promosso tre Business Forum ai quali hanno partecipato numerosi imprenditori, e il ministro della Difesa Guido Crosetto è andato recentemente in India perché dal punto di vista della sicurezza New Delhi è ormai protagonista degli equilibri internazionali. Questo vuol dire passare dalla visione all’azione, ed è coerente con le dichiarazioni di Giorgia Meloni, che ha insistito con la parola lavoro. Abbiamo una visione, ora dobbiamo metterla in pratica. È questa la sintesi dell’intervento pubblico di Meloni al vertice, quando ha citato un proverbio indiano: «Parishram safalta ki kunji hai», ovvero «il duro lavoro è la chiave del successo».

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