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Senza confini, il desiderio non può trovare la sua direzione

Marcoledì 10 giugno, Andrée Ruth Shammah sarà ospite della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, dove leggerà il testo seguente come prologo alla serata dedicata a Maurizio Nichetti e Bruno Bozzetto. Il tributo ai due registi comincerà alle 15, presso l’Anteo Palazzo del Cinema, con le proiezioni di due film di Nichetti, “Rataplan” e “Luna e l’altra”. Alle 21, sempre all’Anteo, Nichetti dialogherà quindi con Bruno Bozzetto, con la moderazione di Sara Chiappori, e a seguire riceveranno i che riceveranno il Premio Omaggio al Maestro della Milanesiana, realizzato da Giovanna Fra e Marco Lodola. Durante la serata saranno proiettati i film “S.O.S” di Guido Manuli (con Maurizio Nichetti), “Una vita in scatola” di Bruno Bozzetto e infine “Allegro ma non troppo” di Bruno Bozzetto con Maurizio Nichetti, in occasione dei cinquant’anni del film. Ingresso gratuito con prenotazione.

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Quando mi è stato proposto questo tema, ho provato una specie di smarrimento.

Nei giorni scorsi ho rivisto “Antigone” a Siracusa e mi sono ritrovata davanti ad interrogativi antichi, che non hanno mai smesso di accompagnare la nostra esistenza: esiste qualcosa che viene prima della legge degli uomini? Esiste una responsabilità che nessun decreto può cancellare?

Sofocle non dà una soluzione semplice e univoca.

Antigone, rivendica il valore di una legge non scritta, che nasce dal legame umano, dalla pietà, dalla coscienza. Creonte è il rappresentante della legge della città, dell’ordine senza il quale la convivenza rischia di sgretolarsi.  Il loro conflitto non oppone banalmente il bene al male, ma due forme diverse di lealtà.

Forse è proprio da questa tensione irrisolta, dal tentativo incessante di tenere insieme l’ordine della città e quella voce interiore che continua a interrogarlo, che nasce la nostra idea di legge.

Per tutta la vita sono stata attratta dalle deviazioni, dalle convenzioni infrante, da ciò che rompeva gli schemi. Da tutto ciò che sembrava sfuggire all’ordine prestabilito. Per questo forse non riuscivo a capire che cosa avessero a che fare l’una con l’altro la legge e il desiderio. Li avevo sempre considerati “avversari”.  Da una parte la legge: il limite, il confine, la misura. Dall’altra il desiderio: il movimento, la ricerca, lo slancio verso ciò che ancora non c’è. Eppure, riflettendoci, mi sono accorta che stavo confondendo il desiderio con qualcos’altro. Con l’impulso. Con l’istinto. Con quella parte infantile di noi che vive ogni limite come una privazione e ogni regola come un’offesa alla libertà personale. Ma il desiderio è unaltra cosa.

 L’etimologia della parola lo racconta meglio di qualsiasi definizione. Desiderare viene da de-sidera: «mancanza delle stelle». Non è il bisogno di possedere, il raggiungimento o la realizzazione di qualcosa. È la nostalgia di un orientamento. È il bisogno di qualcuno che ci guidi, di una destinazione.

Il desiderio è un’espansione dell’essere ed è proprio per questo che ha bisogno di una forma. Ha bisogno della “legge” così come un fiume ha bisogno delle sue rive. Senza rive non è più libero: straripa. Perde forma. Diventa palude.

La vera salvezza consiste nell’assumere la legge come il desiderio della propria vita. Così ci si allontana dal caos, ma implica un’assunzione di responsabilità verso se stessi e il proprio talento.

Perché la libertà non è nell’assenza di confini ma nel modo in cui li abitiamo.

Penso ai grandi artisti: Giotto, Michelangelo, Caravaggio non hanno lavorato nel vuoto di una libertà assoluta. Avevano una parete precisa da affrescare, una committenza, un tema, una misura. Spesso non sceglievano neppure il soggetto. Eppure, dentro quel limite nasceva qualcosa di irripetibile.

Lo stesso accade in teatro. Possiamo innovare, rivoluzionare, tradire le convenzioni. Ma non partiamo mai dal nulla. Esiste una grammatica profonda, una legge segreta della scena. Non è una gabbia. È la cornice che permette all’opera di esistere senza disperdersi. Forse accade così anche nella vita.

Perché ci sono leggi che non servono a comandare ma a custodire.

Da anni mi accompagna una frase di Emmanuel Lévinas: «Non credo in Dio, ma credo nella sua Legge».

Per Lévinas, infatti, Dio non si manifesta nei dogmi, nelle definizioni teologiche o nelle prove metafisiche della sua esistenza. Si manifesta nell’etica. Nella responsabilità verso l’altro. Riconoscere il valore assoluto dell’altro uomo è il modo in cui il divino irrompe nel mondo terreno. La santità si misura attraverso la giustizia e ’amore disinteressato per il prossimo, non attraverso l’adesione formale a credenze religiose. La sua “legge” coincide con quel comando silenzioso che ci raggiunge ogni volta che incontriamo un volto umano, soprattutto il volto fragile, vulnerabile, bisognoso.

L’altro entra nella nostra vita e ci costringe a uscire da noi stessi. Ci ricorda che non siamo soli al mondo e che la nostra libertà non è assoluta.

Ed è questa la Legge che vorrei saper amare, quella che crea  profondità, confini in cui costruire, forma alla nostra umanità.

Le leggi degli uomini sono inevitabilmente imperfette, e proprio per questo devono essere continuamente interrogate, corrette, ampliate, anche infrante. Ma esistono confini che non ci limitano, esistono fedeltà, responsabilità, discipline dell’anima che non restringono la libertà, ma le danno spessore. Sono quelle forme invisibili grazie alle quali non ci disperdiamo.

Per me la legge, nel suo significato più alto, non è il contrario del desiderio. È ciò che gli impedisce di ripiegarsi su sé stesso. È ciò che lo apre all’altro.

Forse è questa la condizione umana: abitare la distanza tra ciò che siamo e ciò che desideriamo diventare. Continuare a guardare l’orizzonte senza perdere di vista chi ci cammina accanto. Il desiderio ci invita a partire, a “inseguire le stelle”, la legge ci aiuta a mantenere la rotta.

Il desiderio può indicare una direzione, ma è la legge – intesa come responsabilità, misura, cura dell’altro – a rendere quel viaggio davvero umano.

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