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Lo Stretto riaperto un sollievo. Ma per tornare alla normalità ci vorranno almeno due mesi

Hormuz (forse) riapre, ma la globalizzazione non tornerà quella di prima. Se venerdì verrà firmato "l'accordo che apre a un futuro accordo" tra Washington e Teheran, il tessuto industriale europeo potrà tirare un piccolo sospiro di sollievo. I prezzi del gas e del petrolio hanno già iniziato a scontare una possibile normalizzazione dello Stretto di Hormuz, uno dei colli di bottiglia più importanti del pianeta. Ma chi pensa che la crisi sia ormai alle spalle rischia di confondere la riapertura di una rotta con il ripristino della sicurezza. Prima del conflitto, attraverso Hormuz transitavano ogni giorno 130-140 navi, responsabili del trasporto di circa il 20% del petrolio mondiale e di una quota rilevante del commercio globale di gas naturale liquefatto. Tra il 10 e il 14 giugno i transiti verificati sono crollati a 5-6 navi al giorno. Oggi nel Golfo restano bloccate circa 600 imbarcazioni, di cui 250 petroliere. Anche nello scenario più ottimistico la ripartenza sarà lenta. Le navi dovranno essere riposizionate, i flussi logistici ricostruiti e gli operatori assicurativi dovranno tornare a considerare l'area sicura. Per il mercato del gas la situazione resta complessa. Se tutto andrà liscio, le prime metaniere destinate all'Europa non arriverebbero prima di fine agosto-inizio settembre. Questo significa che il continente dovrà convivere ancora per mesi con approvvigionamenti ridotti e un ammanco che potrebbe raggiungere 20 miliardi di metri cubi entro l'anno. Se l'inverno dovesse essere particolarmente rigido, l'Europa potrebbe ritrovarsi con scorte insufficienti e nuove tensioni sui prezzi di gas ed elettricità. Ma il vero impatto economico della crisi va ben oltre l'energia. Hormuz ha rotto un tabù della globalizzazione: l'idea che i grandi colli di bottiglia commerciali fossero sostanzialmente sicuri. Dopo anni di militarizzazione delle materie prime critiche, la geopolitica ha iniziato a colpire direttamente le arterie fisiche del commercio mondiale.

Lo Stretto di Malacca, il passaggio tra Cina e Taiwan e altri choke points marittimi entrano ora stabilmente nei calcoli di imprese e governi. Il rischio non è più episodico. Sta diventando strutturale. Per questo i Paesi del Golfo stanno accelerando gli investimenti in oleodotti e infrastrutture capaci di aggirare Hormuz. Nessuno considera più lo stretto una via sicura come in passato. Sul piano economico emerge già un vincitore: gli Stati Uniti. La strategia di Energy Dominance esce rafforzata. Washington ha consolidato il proprio ruolo di fornitore energetico globale mentre il mondo cercava fonti alternative al Golfo Persico. Anche Canada, Brasile, Norvegia e Venezuela potrebbero beneficiarne. Chi esce invece indebolita è l'Europa. La crisi ha evidenziato ancora una volta l'assenza di una vera politica comune sull'energia.

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La retorica della guerra inquinante. Così si indebolisce la deterrenza

Il vero obiettivo non è il clima. È la deterrenza. C'è qualcosa di quasi surreale nel vedere una guerra raccontata attraverso il prisma delle emissioni di CO.

Missili che colpiscono raffinerie, città rase al suolo, migliaia di morti, infrastrutture energetiche distrutte, intere economie paralizzate. E la domanda che è stata posta al lettore del Corriere della Sera da Milena Gabanelli e Francesco Tortora è: quante tonnellate di gas serra sono state emesse?

La prima reazione, inevitabilmente, è una grassa risata. Le guerre esistono da quando esiste l'uomo e non sono mai state progettate per rispettare gli obiettivi climatici. Pensare che un conflitto possa essere valutato principalmente sulla base della sua impronta carbonica significa confondere le conseguenze con le cause. Nessuna forza armata nella storia ha mai rinunciato a una battaglia perché troppo emissiva. Nessun Paese ha evitato un'invasione per non compromettere il percorso verso la neutralità climatica.

Eppure sarebbe un errore liquidare articoli come questo come semplice ingenuità giornalistica. Perché il messaggio reale è molto più sofisticato e, proprio per questo, più insidioso. L'obiettivo non è dimostrare che la guerra inquina. È ovvio che inquini. L'obiettivo è associare progressivamente nella mente dell'opinione pubblica il concetto stesso di difesa a qualcosa di moralmente discutibile, economicamente improduttivo e ambientalmente dannoso. Se la guerra produce emissioni, se l'industria della difesa genera impatti ambientali, allora investire in capacità militari diventa parte del problema anziché della soluzione. È un passaggio culturale fondamentale.

Per decenni l'Europa ha potuto permettersi di considerare la sicurezza come un bene gratuito, garantito da altri. La fine della Guerra Fredda aveva alimentato l'illusione che il commercio avrebbe sostituito la geopolitica e che l'interdipendenza economica avrebbe reso i conflitti un residuo del passato. La realtà si è incaricata di demolire questa convinzione. L'Ucraina, il Mar Rosso, il Medio Oriente e l'Indo-Pacifico ci ricordano ogni giorno che la storia non è finita.

In questo contesto, sostenere che gli investimenti nella difesa siano un problema ambientale rischia di produrre un effetto paradossale: indebolire proprio quelle capacità di deterrenza che servono a evitare i conflitti.

E qui emerge una contraddizione raramente evidenziata. Se davvero l'obiettivo fosse minimizzare le emissioni prodotte dai conflitti, la priorità dovrebbe essere investire maggiormente nella capacità di deterrenza, non ridurla. Ogni guerra evitata grazie a forze armate credibili genera un beneficio umano, economico e ambientale infinitamente superiore a qualsiasi programma di compensazione delle emissioni. La storia insegna che le guerre più devastanti scoppiano spesso quando qualcuno ritiene che il proprio avversario sia troppo debole o troppo impreparato per reagire. La pace non nasce dalla vulnerabilità, nasce dall'equilibrio. Nasce dalla capacità di convincere chi sta dall'altra parte che il prezzo da pagare sarebbe troppo alto.

Per questo il vero dibattito non dovrebbe riguardare la quantità di CO emessa da un carro armato o da un caccia militare. Dovrebbe riguardare il costo dell'assenza di deterrenza. Perché una società che smette di investire nella propria sicurezza non elimina la guerra. Semplicemente trasferisce ad altri il potere di decidere quando e come combatterla. E quando quel momento arriva, le emissioni diventano l'ultimo dei problemi.

Prima arrivano le vittime. Poi le distruzioni. Poi la perdita della libertà.

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