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Per tornare a contare l’Europa deve costruire nuovi strumenti comuni. L’analisi di Preziosa e Velo

La politica internazionale è spesso governata da un paradosso. Gli eventi che sembrano dominare il dibattito pubblico finiscono per essere meno importanti delle trasformazioni profonde che essi contribuiscono a rivelare. Negli ultimi anni l’attenzione europea si è concentrata sui nomi dei protagonisti: Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping, Ursula von der Leyen, Benjamin Netanyahu. Eppure, al di là delle vicende dei singoli leader, sta emergendo una questione più strutturale: il modello di sicurezza, prosperità e integrazione sul quale l’Europa ha costruito il proprio sviluppo negli ultimi trent’anni mostra segni crescenti di insufficienza. L’ombrello strategico americano non può più essere considerato una costante immutabile. La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto convenzionale nel continente europeo. La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina sta ridefinendo catene del valore, investimenti e dipendenze strategiche. Le tensioni commerciali e finanziarie mettono in discussione alcuni presupposti della globalizzazione. La rivoluzione digitale e l’intelligenza artificiale stanno modificando le basi stesse della competitività economica e della sicurezza nazionale. In questo contesto, potrebbe apparire sorprendente che tornino attuali figure come Jean Monnet, Robert Triffin, Carlo Azeglio Ciampi o Jacques Delors. Eppure, è proprio così.

Non perché le loro soluzioni possano essere replicate meccanicamente nel tempo, ma perché essi appartenevano a una generazione che aveva compreso un principio fondamentale: l’Europa avanza quando riesce a trasformare problemi comuni in istituzioni comuni. È una lezione che merita di essere riscoperta. La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio non nacque come un esercizio teorico di federalismo. Nacque per risolvere un problema concreto. Dopo due guerre mondiali combattute nel cuore del continente, occorreva rendere impossibile un nuovo conflitto tra Francia e Germania. Monnet comprese che la pace non poteva essere garantita soltanto da trattati o dichiarazioni politiche. Doveva essere costruita attraverso interessi economici condivisi e istituzioni comuni. Lo stesso metodo caratterizzò le tappe successive dell’integrazione europea. L’Euratom cercò di affrontare il tema dell’energia. La Comunità Economica Europea estese la cooperazione a tutti i principali settori economici. La Banca Europea degli Investimenti divenne uno strumento essenziale per orientare risorse verso lo sviluppo. L’Unione monetaria e la nascita dell’euro furono la risposta europea alla crisi del sistema monetario internazionale dopo la fine degli accordi di Bretton Woods. In tutti questi casi l’Europa non procedette attraverso grandi dichiarazioni costituzionali. Procedette affrontando problemi reali. È probabilmente qui che si trova la differenza rispetto ad alcune delle discussioni contemporanee. Oggi il dibattito europeo appare spesso dominato da formule politiche suggestive ma prive di una concreta architettura istituzionale. Si parla di autonomia strategica, sovranità europea, difesa comune, politica industriale comune. Tutti obiettivi condivisibili. Tuttavia, troppo spesso manca la domanda fondamentale: quale problema concreto stiamo cercando di risolvere e attraverso quali strumenti? La questione della difesa europea rappresenta forse l’esempio più evidente. La guerra in Ucraina ha accelerato le richieste di una maggiore integrazione militare europea. Al tempo stesso, la possibilità di un ridimensionamento dell’impegno americano nel continente alimenta la convinzione che l’Europa debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Si tratta di una riflessione necessaria. Ma sarebbe un errore ridurre il problema europeo alla sola dimensione militare.

L’Europa non si trova soltanto di fronte a una sfida di sicurezza ma a una sfida di potenza.

Oggi la capacità di influenza di una comunità politica non dipende esclusivamente dalle sue forze armate. Dipende dalla capacità di controllare tecnologie critiche, garantire sicurezza energetica, proteggere infrastrutture strategiche, sviluppare capacità industriali avanzate, finanziare innovazione e ricerca, attrarre investimenti e mantenere coesione sociale. In altre parole, la sicurezza e la competitività stanno diventando sempre più inseparabili. La stessa National security strategy britannica pubblicata recentemente riflette questa evoluzione concettuale. La sicurezza non viene più definita esclusivamente come capacità di difendere il territorio nazionale. Viene interpretata come capacità dello Stato e della società di continuare a svolgere le proprie funzioni essenziali anche in presenza di shock esterni. Questa definizione appare particolarmente significativa per l’Europa. Le vulnerabilità europee non riguardano soltanto il piano militare. Riguardano l’energia, le materie prime critiche, i semiconduttori, le infrastrutture digitali, le reti di comunicazione, i cavi sottomarini, i sistemi finanziari, le catene di approvvigionamento e perfino il dominio cognitivo dell’informazione. Per questo motivo la vera questione europea non è semplicemente quante risorse destinare alla difesa. La vera questione è come costruire una capacità autonoma di investimento strategico. Qui il dibattito sul Mercato europeo dei capitali assume una rilevanza che va ben oltre la tecnica finanziaria. Da anni l’Europa presenta una contraddizione evidente. Il continente dispone di enormi masse di risparmio privato, ma una quota significativa di queste risorse viene investita all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Parallelamente, le imprese europee innovative spesso incontrano difficoltà nell’accedere a capitali adeguati a sostenere crescita e sviluppo. Ne deriva un paradosso. L’Europa finanzia una parte importante dell’innovazione americana mentre fatica a finanziare la propria. La questione non riguarda soltanto l’efficienza dei mercati finanziari. Riguarda la capacità di trasformare il risparmio europeo in capacità tecnologica, industriale e strategica europea. Per questa ragione il dibattito sul completamento dell’Unione dei mercati dei capitali assume una dimensione geopolitica.

Senza una maggiore integrazione finanziaria sarà difficile sostenere investimenti nelle infrastrutture energetiche, nelle tecnologie digitali avanzate, nell’intelligenza artificiale, nelle reti di telecomunicazione, nella sicurezza informatica e nella difesa. Senza una capacità comune di investimento sarà difficile trasformare l’autonomia strategica da slogan politico a realtà operativa.

È in questo senso che l’eredità di Monnet conserva una straordinaria attualità.

Monnet comprese che l’integrazione europea non può essere imposta dall’alto né costruita attraverso dichiarazioni identitarie. Deve essere alimentata da interessi concreti e vantaggi reciproci. La domanda che oggi si pone all’Europa è se esista una nuova “Ceca”, non necessariamente nel settore dell’acciaio o dell’energia atomica. Potrebbe trattarsi dell’intelligenza artificiale, delle infrastrutture digitali, della produzione energetica avanzata, delle tecnologie quantistiche, delle reti di comunicazione sicure, della cybersicurezza o delle capacità industriali necessarie per sostenere la transizione tecnologica. Qualunque sia la risposta, appare sempre più evidente che l’Europa non potrà affrontare le sfide future affidandosi esclusivamente alla regolazione normativa o alla sommatoria delle politiche nazionali. Serviranno sia progetti comuni, sia investimenti comuni, sia soprattutto istituzioni capaci di orientare risorse verso obiettivi strategici condivisi. La storia dell’integrazione europea insegna che i momenti di maggiore avanzamento sono sempre coincisi con la capacità di trasformare una crisi in un’occasione di costruzione istituzionale. La Ceca nacque dalle macerie della guerra e l’euro dalla crisi del sistema monetario internazionale. Oggi l’Europa si trova nuovamente di fronte a una fase di transizione storica. Il progressivo spostamento dell’attenzione strategica americana verso l’Indo-Pacifico, la competizione tecnologica globale, la frammentazione delle catene del valore e la crescente instabilità internazionale impongono una riflessione analoga. Non si tratta di scegliere tra atlantismo ed europeismo né di sostituire la Nato. Si tratta di comprendere che una maggiore autonomia europea non sarà il prodotto di dichiarazioni politiche, ma della capacità di costruire strumenti comuni in grado di sostenere sicurezza, innovazione e sviluppo. Forse è proprio questa la lezione più attuale di Jean Monnet. L’Europa non avanza quando discute di sé stessa. Avanza quando trova il coraggio di costruire insieme ciò che nessuno Stato europeo può più realizzare da solo.

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IA negli Emirati, chip Usa e stablecoin. Il patto del Golfo raccontato da Preziosa e Caldarola

Gli Stati Uniti hanno individuato nell’Intelligenza artificiale una tecnologia decisiva non soltanto per la crescita economica, ma anche per la sicurezza nazionale e per il mantenimento della propria leadership internazionale. La strategia di Washington mira a preservare il vantaggio competitivo americano attraverso lo sviluppo interno delle capacità tecnologiche e mediante l’esportazione selettiva di infrastrutture digitali, servizi cloud, semiconduttori avanzati e standard di sicurezza verso partner considerati affidabili.

Nel maggio 2025 questa strategia ha trovato nel Golfo uno dei suoi passaggi più significativi. Durante la visita di Donald Trump negli Emirati Arabi Uniti, negli accordi annunciati tra Washington e Abu Dhabi è emersa una visione che va ben oltre la semplice cooperazione tecnologica. Al centro dell’intesa vi è la realizzazione di un grande ecosistema dedicato all’intelligenza artificiale, destinato a ospitare infrastrutture computazionali avanzate, data center e servizi digitali di nuova generazione.

A prima vista potrebbe sembrare un normale accordo commerciale. In realtà, esso rappresenta un tassello di una trasformazione più profonda dell’ordine economico e strategico internazionale.

Per oltre mezzo secolo il rapporto tra Stati Uniti e monarchie del Golfo si è fondato su uno scambio relativamente semplice: sicurezza americana in cambio di stabilità energetica. Oggi questo paradigma sembra evolvere verso una nuova formula nella quale energia, capitale finanziario, capacità computazionale e intelligenza artificiale vengono integrate all’interno di un unico ecosistema strategico.

L’intelligenza artificiale richiede infatti enormi quantità di energia elettrica, infrastrutture digitali, capacità di calcolo e investimenti finanziari. Gli Stati Uniti mantengono la leadership nei semiconduttori avanzati, nel software e nei principali modelli di IA. Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Qatar dispongono invece di capitali sovrani, disponibilità energetica e ambizioni crescenti nel settore tecnologico.

La convergenza di questi fattori sta producendo una nuova forma di interdipendenza strategica. Non si tratta più soltanto di controllare giacimenti petroliferi o rotte marittime, ma di costruire le infrastrutture che sosterranno l’economia dell’intelligenza artificiale nel XXI secolo. Questa strategia deve essere letta anche alla luce della crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Negli ultimi anni Pechino ha consolidato la propria presenza nel Golfo attraverso investimenti infrastrutturali, reti 5G, piattaforme digitali e partnership energetiche. L’apertura controllata degli ecosistemi americani dell’intelligenza artificiale verso gli alleati del Golfo può essere interpretata anche come un tentativo di mantenere questi Paesi all’interno della sfera tecnologica occidentale, riducendo il rischio che future infrastrutture critiche vengano integrate in architetture digitali concorrenti.

In questa prospettiva, Abu Dhabi, Riyadh e Doha non aspirano semplicemente a diversificare le proprie economie. Ambiscono a trasformarsi in hub globali dell’economia computazionale, diventando nodi centrali delle future reti digitali e delle catene del valore dell’intelligenza artificiale. La partita, tuttavia, non riguarda soltanto i chip. Parallelamente alla competizione per semiconduttori e data center emerge una dimensione meno visibile ma potenzialmente altrettanto importante: quella monetaria.

Negli ultimi mesi è cresciuta l’attenzione verso le stablecoin ancorate al dollaro e verso nuovi strumenti finanziari digitali che potrebbero svolgere un ruolo rilevante nei futuri flussi economici internazionali. Se nel XX secolo il predominio del dollaro si è fondato sul commercio globale, sui mercati finanziari e sul sistema dei Treasury, nel XXI secolo la valuta americana potrebbe estendere la propria influenza anche alle infrastrutture digitali dei pagamenti e degli scambi transfrontalieri.

In questo contesto, energia, capacità computazionale e moneta tendono progressivamente a convergere. L’energia alimenta i data center. I dati alimentano gli algoritmi. L’intelligenza artificiale genera valore economico e vantaggio competitivo. Le nuove infrastrutture finanziarie digitali consentono la circolazione di tale valore all’interno dell’ecosistema globale.

La competizione geopolitica contemporanea non riguarda quindi soltanto il controllo del territorio o delle risorse naturali. Riguarda sempre più il controllo delle infrastrutture che organizzano l’informazione, la produzione del valore economico, la capacità decisionale e la circolazione della moneta. La geopolitica dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto chi sviluppa gli algoritmi più avanzati. Riguarda chi controlla l’intera filiera che rende possibile l’IA: energia, semiconduttori, capacità computazionale, dati, reti di comunicazione e strumenti finanziari.

Da questa prospettiva il Golfo assume un significato che supera ampiamente la dimensione regionale. Gli accordi tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti possono essere interpretati come parte di un più ampio tentativo americano di ricostruire i pilastri materiali del proprio potere strategico: energia, tecnologia avanzata, infrastrutture digitali e strumenti monetari.

Se nel Novecento il potere si misurava attraverso il controllo del territorio, dell’industria e delle rotte commerciali, nel XXI secolo esso dipenderà sempre più dalla capacità di controllare le infrastrutture che organizzano dati, algoritmi, energia e flussi finanziari.

L’accordo del Golfo appare quindi come qualcosa di più di una partnership tecnologica. Potrebbe rappresentare uno dei primi tasselli di un nuovo modello geopolitico nel quale il potere non deriva soltanto dal possesso delle risorse, ma dalla capacità di integrare energia, capacità computazionale e finanza all’interno di una medesima architettura strategica. Se il Novecento è stato il secolo del petrolio, questo secolo potrebbe essere ricordato come quello dell’integrazione tra energia e intelligenza artificiale. È in questo spazio strategico che si giocherà una parte decisiva della competizione tra le grandi potenze.

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