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Intesa-Mps, vi spiego la mossa che può cambiare il risiko. Parla Messori

I mercati sono in ebollizione e d’altronde non potrebbe essere altrimenti vista la posta in gioco. Da quando, domenica scorsa, Intesa Sanpaolo e Banco Bpm si sono messe in marcia sul Monte dei Paschi, la grande finanza italiana ha cominciato a entrare in una nuova era. Fatta di incastri e nuovi pesi. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. E ne è convinto anche il mercato, come dimostra l’euforia di Piazza Affari di questi giorni, proprio grazie allo sprint dei titoli delle banche coinvolte (Intesa, Bper, Banco e Unicredit) in quel risiko che potrebbe portare alla nascita di uno dei più grandi poli bancari d’Europa, dietro solo a Bnp Paribas e a Santander.

Il gioiello della corona, comunque, rimangono le Generali, con il loro forziere da 800 miliardi di risparmio oltre all’enorme stock di titoli di Stato. Chi prende Mps, prende Mediobanca e dunque il 13% del Leone. Non può stupire, dunque, che a Palazzo Chigi si segua il dossier con grande attenzione, specialmente sul versante Intesa, la cui operazione congegnata dal ceo Carlo Messina ha un sapore decisamente più italiano rispetto a quella di Bpm, il cui socio principale è la francese Crèdit Agricole. Un punto, questo, su cui però Marcello Messori, economista, saggista, docente allo European university institute e grande esperto di cose bancarie, si sente di fare alcuni chiarimenti.

Il doppio passo verso Mps da parte di Intesa e Banco Bpm ha improvvisamente riacceso il risiko bancario italiano, ripartito ufficialmente qualche mese fa con la scalata del Monte dei Paschi a Mediobanca. Come legge questa nuova stagione di consolidamento bancario? E vede più opportunità o rischi per il sistema del credito?

Uno dei fattori necessari per ridurre i ritardi innovativi dell’economia europea e per salvaguardarne il modello sociale è la costruzione di un mercato finanziario che non sia frammentato in tanti segmenti nazionali o locali e che metta a disposizione efficaci strumenti di allocazione della ricchezza per il sostegno di investimenti innovativi. La costruzione di questo mercato finanziario europeo non può prescindere da un’evoluzione delle banche che, ancora oggi, hanno un ruolo determinante pur non essendo gli intermediari più idonei a finanziare attività innovative. Il consolidamento bancario europeo è, quindi, un passo ineludibile anche se non sufficiente per il futuro della Ue. Le divergenti iniziative, lanciate da Intesa e da Bpm rispetto a Mps, sono ancora racchiuse in un orizzonte nazionale ma potrebbero facilitare o attivare aggregazioni transfrontaliere. In particolare, se avesse successo, l’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas, ndr) lanciata da Intesa potrebbe sfociare nella creazione di uno dei più importanti gruppi bancari europei. Per giunta, un gruppo bancario italiano, Unicredit, è già impegnato in un’operazione transfrontaliera di consolidamento (acquisizione di Commerzbank, ndr). La mia risposta è, quindi, che vedo più opportunità che rischi in efficaci processi di consolidamento.

C’è chi ha fatto notare come l’operazione messa a terra da Intesa e Bper sia decisamente più made in Italy rispetto a quella di Bpm, rea di essere partecipata in forze da un azionista francese, il Crédit Agricole. Di qui la sensazione che il blocco Intesa-Bper possa proteggere in qualche modo le Generali e il loro patrimonio di debito pubblico e risparmio, meglio di altri. A lei come suona questa lettura?

Non apprezzo tale lettura che, se trovasse un qualche riscontro nella realtà, sarebbe in contrasto con quanto ho appena affermato circa il necessario consolidamento del settore bancario europeo. Resta il dato oggettivo che l’Opas di Intesa, corredata dall’accordo con Unipol di cedere a Bper, banca controllata, di fatto, proprio da Unipol, più della metà degli sportelli di Mps eventualmente acquisiti così da aggirare vincoli antitrust, è un’operazione più strutturata del progetto di fusione abbozzato da Bpm.

Che cosa intende per operazione meglio strutturata?

L’iniziativa di Intesa risponde a obiettivi di rafforzamento non tanto delle attività bancarie più tradizionali, quanto dell’offerta di servizi finanziari ad alto valore aggiunto e utili per la mobilizzazione della ricchezza finanziaria verso attività produttive. In questo senso, la chiave è l’acquisizione di Mediobanca. Per giunta, anche le sinergie fra Intesa e Generali sono, potenzialmente, maggiori di quelle che deriverebbero dalla creazione di un terzo polo fra Mps e Bpm. Sottolineo, però, che la partita su Generali potrebbe essere solo agli inizi. Non dimentichiamoci, infatti, che i principali azionisti attuali di Generali sono, oltre a Mediobanca, il gruppo Defin (la holding) della famiglia Del Vecchio, Unicredit e il gruppo Caltagirone. E non è ancora chiaro quali siano le strategie di ciascuno di tali azionisti rispetto all’evoluzione del grande gruppo assicurativo.

Da tempo immemore Mario Draghi va predicando in Europa che le aggregazioni bancarie sono ormai una necessità e non più un’opzione: senza grandi campioni del credito si rischia di essere vulnerabili a livello sistemico. Alla luce di tutto questo, come vede il futuro delle banche di medie o piccole dimensioni?

L’inevitabile creazione di gruppi bancari transnazionali, in grado di competere in mercati finanziari europei, è compatibile sia con un aumento della concorrenza sia con la presenza di piccolo-medie banche e di altri intermediari. Riguardo al primo aspetto, va sottolineato che, specie nei comparti bancario e finanziario, la struttura di mercato non dipende dalla numerosità degli attori. È più concorrenziale un mercato unificato con poche banche offerenti, che non abbiano incentivi a colludere tra loro, rispetto a un mercato frammentato con moltissimi offerenti, ognuno dei quali opera in nicchie protette. L’effetto dell’auspicabile consolidamento bancario europeo sarà, perciò, di espellere dal mercato le piccole banche locali inefficienti, che prosperano lucrando posizioni di rendita, ma di lasciare ampio spazio ad altre due tipologie di piccole e medie banche. In primo luogo, vi è spazio per piccole e medie banche specializzate nell’offerta di servizi finanziari con basse economie di scala; in secondo luogo, vi è spazio per quelle capaci di offrire finanziamenti e servizi ‘tagliati’ sulle esigenze delle svariate piccole e piccolo-medie imprese efficienti che caratterizzano il settore manifatturiero europeo.

Nelle sue ultime Considerazioni finali, il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha rilanciato la necessità di un debito comune a livello europeo. Non è la prima volta che si inneggia a strumenti finanziari che diano finalmente corpo a un mercato unico ancora zoppo. Eppure, la strada sembra sempre essere in salita, nonostante ci sia una certa consapevolezza a livello europeo che senza debito comune sarà sempre più difficile finanziare gli investimenti di cui il continente necessità. Come lo spiega?

Da tempo miro a provare che la costruzione di una capacità fiscale centrale (Cfc) permanente, in grado di finanziare un insieme di beni pubblici europei (Bpe) e di sostenere investimenti innovativi privati nel quadro di una politica industriale europea in sintonia con il funzionamento dei mercati, porterebbe a benefici netti per tutti gli stati membri della Ue. Vorrei insistere sul concetto economico di beneficio netto. Pur scontando che i diversi paesi della Ue hanno obiettivi e caratteri diversi e hanno un diverso peso decisionale, si è mostrato (in un articolo scritto con Marco Buti) che vi sono combinazioni fra i vari tipi di Bpe sulla base delle quali i ricavi netti sono maggiori dei costi per ognuno dei paesi considerati. Eppure, come lei ha sottolineato nella sua domanda, la strada verso la costruzione di una Cfc e la produzione di Bpe è sempre più in salita.

Perché?

La creazione di una Cfc deve poggiare su drastici ampliamenti del bilancio europeo o del debito comune e sull’abbandono delle protezioni nazionali nei mercati finanziari. Queste scelte sono difficili da assumere per ragioni che esulano dal calcolo economico e investono le ideologie politiche. Per costruire una Cfc, definire una politica industriale europea e produrre gli appropriati Bpe, risulta inevitabile cedere sovranità nazionale a favore di una sovranità europea. Un numero elevato di governi nazionali ritiene che il costo politico di tale trasferimento di sovranità sia eccessivo specie in orizzonti di breve termine dominati dalla conservazione del potere. Ciò non implica che si debba accantonare la speranza di costruire spazi per un maggiore debito europeo. I sondaggi indicano che, di fronte al moltiplicarsi delle minacce internazionali, i cittadini europei vogliono più Europa perché colgono l’inadeguatezza dei governi nazionali. Questi stessi cittadini non percepiscono, però, che la protezione universale europea è incompatibile con l’arroccamento su quelle piccole protezioni particolari offerte da chi difende la sovranità nazionale.

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Una scelta saggia. Il Financial Times promuove l’Opas di Intesa su Mps

A 48 ore dalla domenica che potrebbe aver riscritto equilibri e perimetro del sistema bancario nazionale, da Londra arriva tutto l’apprezzamento per la discesa in campo di Intesa, accompagnata per l’occasione da Bper, per acquisire a mezzo Opas da 30,6 miliardi il Monte dei Paschi e dunque Mediobanca, già parte integrante di Rocca Salimbeni. Un’operazione, come raccontato da questo stesso giornale, gradita a Palazzo Chigi e un po’ di alta sartoria e un po’ dall’anima italiana nonché protesa a salvaguardare le Generali (di cui Piazzetta Cuccia è azionista al 13%, mentre l’altro socio forte è Unicredit con il 9% del Leone) e il loro patrimonio fatto di risparmio e titoli di Stato. Prospettiva che invece con la vittoria di Banco Bpm, i cui soci di riferimento sono i francesi del Crédit Agricole, verrebbe meno.

Di qui una sorta di placet da parte del Financial Times, per il quale “L’offerta di Intesa per Mps ripristina un po’ di buon senso nel panorama del M&A italiano”, premette il quotidiano della City dalla sua famosa rubrica Lex column. Il messaggio di fondo è quello di far emergere il ruolo di Intesa quale attore primario del consolidamento bancario in Italia, ma anche di stabilizzatore della finanza italiana sia privata (con riferimento alla quota di Generali in pancia a Mediobanca) sia pubblica (con riferimento al debito pubblico finanziato e custodito in portafoglio dalle varie entità bancarie coinvolte). “L’M&A italiano spesso ha tanto a che fare con la politica e le personalità quanto con la massimizzazione del profitto. Ciò rende la proposta di acquisizione da 30 miliardi di euro del Monte dei Paschi di Siena da parte di Intesa Sanpaolo una gradita rarità”.

Intesa, secondo il FT, ha scelto “il bersaglio giusto, nel senso che le prospettive individuali dell’istituto di credito toscano Mps non sono grandi ed è alle prese con la complessa integrazione dell’arrogante rivale Mediobanca, acquisita lo scorso anno”. Inoltre, “la sua governance è fragile quanto mai: gli azionisti hanno recentemente estromesso e reintegrato l’amministratore delegato Luigi Lovaglio in una rapida successione”. Al contempo, Intesa “è in un’ottima posizione per acquistare. La più grande banca italiana per asset ha collaborato con la compagnia assicurativa Unipol per spartirsi la rete di vendita al dettaglio si Siena nella speranza di evitare problemi di concorrenza”. Pensando così anche di poter tagliare 1,1 miliardi di euro di costi sovrapposti dalle parti che sta acquisendo, oltre ai 400 milioni di euro che Mps sperava già di risparmiare in spese e costi di finanziamento dall’acquisizione di Mediobanca.

Per fare un riferimento “il rivale di fascia media del mercato Banco Bpm, che domenica ha scritto al consiglio di amministrazione di Mps per proporre una fusione tra pari, pensa di poter tagliare solo 650 milioni di euro dalla combinazione. Ciò rende l’operazione proposta da Intesa un’operazione che crea molto valore, anche escludendo qualsiasi beneficio derivante dal cross-selling di prodotti e simili”. Attenzione, però, a Unicredit. “Se Intesa riuscirà a portarsi via Mps a questo prezzo dipenderà in gran parte dal collega Unicredit, la banca guidata dal veterano banchiere del M&A Andrea Orcel, ora impegnata in una tortuosa battaglia per acquistare la tedesca Commerzbank”. Ma Orcel “potrebbe essere tentato di lanciarsi anche lui in questa battaglia (per Mps, ndr), piuttosto che vedere i rivali italiani crescere nel suo mercato interno. Anche Intesa sarà difficile da battere: potrebbe addolcire la sua offerta di un paio di miliardi senza distruggere valore”. Di sicuro, “una vittoria di Intesa potrebbe piacere anche al primo ministro italiano Giorgia Meloni, in quanto riduce le possibilità che Generali cada in mani straniere”.

Tutto questo mentre, nel giorno in cui i titoli delle tre banche in corsa per Siena sono schizzati in Borsa, il ceo di Ca’ de Sass, Carlo Messina, è tornato a ribadire la bontà dell’operazione su Mps. Per Intesa il “vero valore consiste nel 50% di Monte dei Paschi di Siena che rimarrà con Intesa. E su questa quota possiamo creare un grande valore grazie alle sinergie in termini di ricavi e costi. Dall’altro lato c’è anche Mediobanca, che può portarci asset in gestione ma anche credito al consumo, settore in cui non siamo leader di mercato, ma possiamo diventarlo. E poi c’è la potenzialità di realizzare sinergie di costo grazie alla forza che abbiamo in Intesa”.

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L’Ipo di Moonshot può spaventare la Cina. Ecco perché

Non sarà la quotazione di SpaceX, candidata quasi certa alla vittoria per la più grande Ipo della storia. Ma il boato è destinato comunque a sentirsi. Nel grande gioco dell’Intelligenza Artificiale, la Cina ha smesso da tempo di inseguire il resto del mondo. Eccezion fatta per gli Stati Uniti, loro sì, pare, copiati per certi versi dal Dragone. L’ultima conferma arriva da Moonshot, startup di Pechino che punta a raccogliere fino a 2 miliardi di dollari per arrivare a una valutazione complessiva di 30 miliardi e presentarsi così al mercato, in vista di un’Ipo alla borsa di Hong Kong per potrebbe arrivare nei prossimi mesi, forse già entro la fine dell’estate.

L’azienda madre del chatbot Kimi ha infatti proprio in queste ore avviato colloqui preliminari con potenziali investitori per raccogliere oltre 2 miliardo di dollari, secondo quanto riferito da fonti vicine alla vicenda. Le discussioni sono iniziate proprio mentre Moonshot è sul punto di chiudere un round di finanziamento guidato da Meituan, che ha già valutato l’azienda non meno di 20 miliardi di dollari dopo l’investimento. Se la startup raggiungerà il suo ultimo obiettivo di finanziamento, si tratterebbe di un aumento di sette volte della capitalizzazione rispetto a dicembre, quando la startup era valutata poco più di 4 miliardi di dollari. Poi verrà il turno del mercato, a cui spetterà l’ultima parola sul valore di Moonshot.

Insomma, la Cina ha voglia di crescere nell’Intelligenza Artificiale, continuando a sfidare un’Occidente che, almeno per il momento, rimane essenzialmente aggrappato alla tecnologia americana.L’azienda con sede a Pechino si sta d’altronde affermando come uno dei laboratori di ricerca sull’Intelligenza Artificiale cinesi meglio finanziati, grazie agli investimenti che riversano capitali in un gruppo in chiara competizione con OpenAI e Anthropic. L’ultimo round di finanziamento aiuterebbe, per esempio, Moonshot a superare Minimax Group, società quotata in borsa, che oggi vanta una capitalizzazione di mercato di circa 20 miliardi di dollari. Entrambe restano comunque indietro rispetto agli circa 80 miliardi di dollari di Zhipu e ai circa 50 miliardi di dollari che DeepSeek..

Certo, tutto questo cozza un po’ con la recente crisi mistica scoppiata ai piani alti del partito comunista. Il quale teme che l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale in Cina comporti un progressivo impoverimento professione e, soprattutto, umano. Come raccontato da questo giornale qualche giorno fa, la scorsa estate, il vicepremier cinese He Lifeng ha chiesto ai principali datori di lavoro del Paese, gruppi tecnologici, banche, case automobilistiche e altre grandi imprese, di valutare quale impatto l’IA avrebbe potuto avere sui loro organici. Alcune aziende hanno risposto che la nuova tecnologia avrebbe potuto creare nuove mansioni nei prossimi anni, ma anche cancellare, una volta pienamente applicata, il 30% o più dei ruoli esistenti.

Ora, da quel confronto è maturata una linea che oggi sta prendendo forma attraverso direttive amministrative, casi giudiziari e orientamenti dei governi locali: le aziende possono innovare, ma non possono usare l’automazione come giustificazione automatica per ridurre il personale. Alla fine dello scorso anno, il ministero delle Risorse umane e della sicurezza sociale cinese ha avvertito in particolare le imprese tecnologiche, dove la forza lavoro è più giovane, di non procedere a licenziamenti legati all’introduzione dell’IA. Alle aziende viene chiesto così di spiegare i tagli e, in alcuni casi, di dimostrare che non siano semplicemente il risultato della sostituzione dei lavoratori con sistemi automatici. Qualcosa non quadra.

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Panama rimescola le carte sul canale. Sfida aperta tra Washington e Pechino

Il governo panamense è pronto a rimettere in palio le concessioni per il canale di Panama, pochi mesi dopo aver, nemmeno troppo gentilmente, accompagnato alla porta la Cina e le sue compagnie di navigazione. La vicenda è nota e questo giornale l’ha raccontata più volte. Da quando, ormai un anno fa, una cordata di investitori occidentali guidata dal più grande fondo del mondo, Blackrock, si è fatta avanti per rilevare dalla cinese Ck Hutchinson 43 scali portuali nel mondo, inclusi i due hub alle estremità del canale, Cristobal e Balboa, sull’infrastruttura marittima che collega l’Atlantico al Pacifico si è scatenata una vera e propria battaglia. Resa ancora più aspra dalla sopraggiunta chiusura dello stretto di Hormuz, che ha reso a tutti gli effetti Panama ancora più strategico.

Adesso è tempo di rimescolare le carte e, come è in grado di rivelare questo giornale, procedere al riaffidamento delle concessioni. In tal senso le autorità del Canale hanno pubblicato i documenti di prequalificazione, nell’ambito del processo di selezione del futuro concessionario. La fase preliminare rientra infatti nei meccanismi stabiliti dal regolamento nazionale sulle concessioni dell’Autorità del canale di Panama, che facilitano l’interazione tra le parti interessate e le medesime autorità. La documentazione presentata dai partecipanti, viene spiegato, “sarà valutata in conformità ai criteri tecnici, finanziari e legali definiti nel documento di prequalificazione e nei relativi emendamenti”.

Ora, una domanda sorge d’obbligo: la Cina sarà della partita? Di sicuro, dopo essere stata estromessa dalla stessa Corte Suprema panamense, Pechino sembra avere un po’ di paura di perdere, per sempre, le sue ambizioni sul canale. La prova potrebbe essere nelle considerazioni del ministro degli Esteri cinese Wang Yi per il quale il Dragone è pronto ad approfondire la cooperazione pratica con Panama tanto da esortare il Paese centroamericano a tutelare i diritti delle imprese cinesi. Wang ha affermato che le relazioni tra Cina e Panama non dovrebbero essere soggette a interferenze di terzi. Forse si riferiva agli Stati Uniti. Ma sì, la Cina ha paura.

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Su Mps spinta da Oltralpe. La partita vera? Le Generali. Sapelli legge il risiko bancario

Un pomeriggio domenicale ha riacceso improvvisamente il risiko bancario italiano. Movimenti veloci, in un gioco di incastri ancora tutto da decifrare ma che potrebbe cambiare dal profondo la geografia del credito tricolore. Con le Borse che dormivano, ha preso vita e corpo l’assalto al Monte dei Paschi, reduce dalla scalata, vittoriosa, a Mediobanca e dall’uscita di scena, felpata, del Tesoro. A incamminarsi verso Rocca Salimbeni ha cominciato Banco Bpm che, con l’assedio di Unicredit ormai alle spalle, ha avanzato una proposta di matrimonio all’ex banca toscana, una fusione tra pari, da un anno custode dell’ambitissimo 13% di Generali proprio grazie alle nozze con Piazzetta Cuccia. Neanche il tempo di metabolizzare la notizia e nel pomeriggio a muovere è stata Intesa Sanpaolo, lanciando un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sulle azioni Mps da 30,6 miliardi.

C’è chi ha letto nella contromossa di Intesa, nella quale avrà un ruolo attivo anche Bper, il cui principale azionista è Unipol, la volontà di proteggere le Generali, che fungono da sempre da forziere del risparmio italiano, oltre a essere uno dei maggior acquirenti e sottoscrittori di titoli di Stato italiani. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che il principale socio del Banco è la francese Crédit Agricole, terzo gruppo bancario europeo e incline a scorribande lungo la Penisola. E, dal momento che chi prende Siena mette anche un piede nelle Generali, la presenza di azionisti stranieri potrebbe diventare decisamente ingombrante. Anche per lo stesso esecutivo.

Le voci di corridoio raccontano di un apprezzamento di Palazzo Chigi per l’ingresso di Intesa nella partita per l’istituto guidato dal ritrovato Luigi Lovaglio, anche se sia Carlo Messina, ceo di Intesa e Carlo Cimbri, numero uno di Unipol, hanno più che altro preferito sottolineare, incontrando gli analisti in queste ore, sia la qualità dell’operazione Intesa-Bper-Mps, sia la profonda natura italiana della stessa. Particolare quest’ultimo che per il governo potrebbe fare la differenza: non è certo un caso che lo stesso Messina, sempre nel confronto con gli analisti, abbia paventato per il Banco criticità in odore di golden power proprio per la presenza dei francesi nell’azionariato di Piazza Meda. In questo gioco di incastri di partecipazioni che, come ricordato due giorni fa anche dal direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, apre scenari interessanti ma anche, in potenza, rischiosi, resta da capire se tutti questi movimenti, alla fine, porteranno a un sistema bancario migliore perché più solido. Formiche.net ne ha discusso con l’economista e storico Giulio Sapelli.

“Sicuramente Intesa si è mossa per arginare Bpm, che poi sarebbe la Francia. Voglio dire, l’offensiva sul Monte dei Paschi viene chiaramente da Oltralpe”, premette l’economista. “Non è certo un mistero che il grande sogno francese, ma anche tedesco, è sempre stato quello di mettere le mani sul risparmio italiano. Certamente Intesa ha un biglietto da visita, un’etichetta italiana, Bpm non ce l’ha, nei fatti è una banca francese. Ciò fa una certa differenza nell’ambito di questo tipo di operazioni. L’obiettivo, nemmeno a dirlo, sono sempre le Generali, con il loro risparmio e i prodotti di bancassicurazione. Non dobbiamo mai dimenticare che nei momenti di crisi, la bancassicurazione è un qualcosa di molto ricercato”, spiega Sapelli.

Il quale allarga lo spettro all’intero risiko italiano. “Mi pare evidente che questi incroci di partecipazioni, Banco, Intesa, Mps, nascondano anche dei rischi. Si parla di Generali, certo, ma non solo. Per esempio, trovo ancora incredibile che Mps abbia trovato i soldi per aggredire Mediobanca. Forse Mediobanca non era più Mediobanca e Mps non era più Mps. Verrebbe da dire che c’è da ricostruire un’immagine del sistema bancario nazionale. Oggi non abbiamo più un sistema, per esempio, di istituti locali, con un movimento cooperativo che è in crisi. E questo in un momento storico in cui soffiano venti di guerra. Allora se dobbiamo fare delle fusioni, se dobbiamo fare quello che dice Draghi e cioè portare avanti il consolidamento bancario, bisogna farlo bene”.

L’economista spiega poi come questa vicenda, quella di Mediobanca, rifletta un cambiamento più ampio. “Il profilo e l’obiettivo dell’operazione, pur innaturali, rappresentano bene la trasformazione del capitalismo italiano. Oggi non è più né carne né pesce: non è riuscito ad aggregarsi attorno a grandi industrie, ormai scomparse dal mercato. Le famose 1.300 imprese di Mediobanca, pur finite progressivamente in un contenitore sempre più fragile, rappresentavano un glorioso conglomerato di piccole e medie imprese artigianali. Ma queste non hanno saputo fare il salto dimensionale, né hanno alle spalle un sistema bancario in grado di sostenerle”.

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Più sole e più vento in Italia (ma senza Cina). La pioggia di incentivi Ue

Incentivi, e tanti, alle rinnovabili italiane. Il che, in tempi di petrolio a 100 dollari al barile e gasolio oltre i due euro non è proprio una cattiva notizia. Se poi, come già fatto in questi mesi, è possibile estromettere i produttori di pannelli solari made in China dalle gare per i sussidi, il gioco è fatto. La Commissione europea ha approvato, nell’ambito del quadro degli aiuti di Stato del Clean Industrial Deal, un piano italiano da 23 miliardi di euro a sostegno della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Ora, la misura, hanno chiarito da Bruxelles, “contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette e al raggiungimento dell’obiettivo in materia di energie rinnovabili fissato a livello Ue per il 2030”. Nello specifico, il piano tricolore mira a sostenere la costruzione di impianti che generano energia elettrica utilizzando energia eolica onshore, solare, idroelettrica e biogas. Gli impianti dovrebbero aggiungere un totale di 37,15 GW di capacità di energia elettrica rinnovabile, pari a circa il 48% dell’attuale capacità di fonti rinnovabili in Italia. Tutto questo significa, essenzialmente, più energia verde per lo stivale.

La misura “contribuirà in modo significativo all’obiettivo di decarbonizzazione dell’Italia, che prevede di raggiungere il 39,4% del consumo finale lordo di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030 e contribuirà a ridurre i prezzi dell’energia elettrica e la dipendenza dell’Unione dalle importazioni energetiche, in linea con gli obiettivi definiti nel Clean Industrial Deal e nel piano Repower Eu”, viene sottolineato dalla stessa Commissione. Nel dettaglio, gli aiuti saranno erogati sotto forma di pagamenti variabili nell’ambito di contratti per differenza bilaterali, che prevedono un bonus per ogni kWh di energia elettrica prodotto e immesso in rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di riferimento.

In sostanza, se i prezzi di mercato dell’energia elettrica saranno inferiori al prezzo di riferimento, lo Stato pagherà la differenza. Se saranno superiori, le imprese rimborseranno la differenza. I contratti avranno una durata di 20 anni mentre gli aiuti saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per la realizzazione di ciascun singolo progetto. Ed è molto probabile che i pannelli con componentistica cinese, se non addirittura prodotti nel Dragone, restino fuori dai giochi.

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Eni e Petronas si alleano per il polo degli idrocarburi nel sud est asiatico

Eni e Petronas, la compagnia petrolifera malese, hanno ufficialmente costituito una nuova joint venture paritetica che riunisce attività chiave in Indonesia e Malesia. Searah, questo il nome della nuova realtà, è pronta a diventare operativa a soli sette mesi dalla firma dell’accordo di investimento del 3 novembre 2025 e a sedici dal protocollo d’intesa annunciato nel febbraio 2025.

Searah unirà portafogli, competenze e esperienza regionale complementari con l’obiettivo “di garantire creazione di valore a lungo termine e eccellenza operativa in Indonesia e Malesia”, hanno spiegato da Eni. Con un portafoglio di 19 asset di produzione e sviluppo di gas, 14 in Indonesia e 5 in Malesia, Searah partirà da una produzione iniziale di oltre 300 mila boe/giorno, con l’obiettivo di superare i 500 mila boe/giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni. “Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita, guidati dalla nostra eccellenza nell’esplorazione e nella realizzazione dei progetti, nonché dalla nostra costante attenzione alla tecnologia e all’innovazione”, ha chiarito il ceo di Eni, Claudio Descalzi.

Tengku Muhammad Taufik, presidente e amministratore delegato di Petronas ha invece sottolineato come la costituzione di Searah “è in linea con la crescente attenzione di Petronas verso una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse, unita a un impiego del capitale più agile e a una maggiore enfasi sulla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del valore del gas. Facendo leva sui portafogli e le capacità complementari della nostra società e di Eni, Searah ambisce a raggiungere la profondità operativa, la resilienza finanziaria e la capacità di crescita dei due partner per affrontare in modo affidabile e responsabile i crescenti bisogni energetici della regione, contribuendo al contempo alla sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine in Indonesia e Malesia”.

In ogni caso, c’è anche altre il fronte africano che funge da altra gamba del riassetto energetico italiano. Solo pochi mesi fa, infatti, Eni ha infatti effettuato due nuove scoperte a gas e condensati in Libia a seguito di una campagna esplorativa avviata negli ultimi mesi. Due strutture geologiche adiacenti, Bahr Essalam South 2 e Bahr Essalam South 3 sono state investigate con successo rispettivamente dai due pozzi B2 16/4 e C1-16/4 a circa 85 km dalla costa, in ca 200 metri d’acqua, e 16 km a sud del giacimento di gas Bahr Essalam. Come hanno spiegato dal Cane a sei zampe i livelli mineralizzati sono stati rinvenuti in entrambi i pozzi nella Formazione Metlaoui, nota per essere la principale formazione produttiva dell’area.

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La Cina non molla Pirelli. Sinochem ricorre al Tar contro il Golden power

Chi pensava che Pechino fosse pronta a gettare la spugna, forse dovrà ricredersi. Perché il game over può attendere. A due mesi dal blitz del governo di Giorgia Meloni a mezzo golden power, il riassetto di Pirelli torna improvvisamente in discussione. China National Tire & Rubber Corporation (Cnrc), controllata dalla holding cinese Sinochem e Marco Polo International Italy hanno infatti notificato due distinti ricorsi di identico contenuto dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio contro, tra gli altri, la presidenza del Consiglio, il ministero delle Imprese e del Made in Italy ed altri ministeri.

Motivo? In particolare, annullare proprio quel provvedimento con cui Palazzo Chigi ha imposto ai soci cinesi severe prescrizioni, in vista della prossima assemblea del 25 giugno, ad oggi confermata. Nello specifico Sinochem potrà proporre agli azionisti della Bicocca solo una lista con massimo tre candidati per il consiglio (su 15 membri), di cui due indipendenti (contro gli attuali 8 su 15). Se eletti, poi, i rappresentanti cinesi non potranno comunque ricoprire ruoli chiave come presidente, vicepresidente o ceo, né presiedere comitati, né ottenere deleghe gestionali o poteri su strategie industriali e finanziarie.

Da Pirelli continua comunque a trapelare una certa serenità (anche dalla Borsa, con il titolo Pirelli rimasto tonico per tutta la mattinata). Il gruppo della Bicocca non sembra infatti preoccupato, e anzi, ha tenuto nella prima mattina dell’8 giugno a precisare che i ricorsi non incidono sul regolare svolgimento dell’assemblea degli azionisti in programma il prossimo 25 giugno, convocata tra l’altro per il rinnovo del consiglio di amministrazione. Le liste dei candidati sono già state depositate dagli azionisti nel rispetto di quanto stabilito dal decreto contestato da Sinochem (azionista al 34%) e, come la società ha già comunicato al mercato, l’iter assembleare seguirà i tempi previsti.

Una mossa, quella dei cinesi, che arriva dopo mesi di confronto tra l’azionariato riconducibile al Dragone e le autorità italiane, decise ad applicare il golden power per contenere l’influenza di Pechino su un’azienda considerata strategica sul piano industriale e tecnologico. Ma soprattutto, mai dimenticare la posta in gioco: il mercato americano, dove Pirelli vende i suoi pneumatici di ultima generazione, dotati di tecnologia cyber tyre. Da quando negli Stati Uniti è entrata in vigore la nuova normativa che impone alle aziende partecipate da soci cinesi e che vendono tecnologia applicata all’industria dell’auto statunitense di ridurre sotto una certa soglia la presenza del Dragone, per Pirelli si è imposta una scelta.

Falliti i negoziati con Sinochem per diluirsi (dallo spin off delle attività cyber tyre, la prima tecnologia proprietaria che trasforma lo pneumatico in sensore per monitorare stato gomme, abitudini guida, condizioni stradali e altro, fino allo spostamento della quota cinese in un trust), la Bicocca rischiava di perdere un mercato essenziale per il suo business. Il prezzo era troppo alto per un’azienda simbolo del made in Italy. Per questo il governo Meloni ha attivato i poteri speciali del golden power per limitare l’influenza di Sinochem. Ma la campanella non è ancora suonata.

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Meno petrolio, più deficit. Le amare verità per la Russia dal Forum di San Pietroburgo

Da almeno quattro anni, il copione è sempre lo stesso. Un grande consenso di banchieri, funzionari, economisti e oligarchi tirato a lucido per raccontare al mondo che sì, la Russia è forte, forse invincibile. Nonostante quattro anni di guerra e diverse verità nascoste ad arte dalla propaganda del Cremlino. Ma non così tanto. Il Forum di San Pietroburgo, che qualcuno chiama un po’ per scherzo la Davos di Russia è più o meno questo: tanti lustrini e diverse ombre che, man mano che trascorrono i giorni dell’appuntamento annuale sulle rive della Neva, si allungano. Ammissioni, seppur parziali, che piano piano assumono il sapore della resa. In passato è già successo e questo giornale lo ha più volte raccontato. La verità è che c’è un Forum nel Forum: da una parte i tappeti rossi per Vladimir Putin, lo zar di Russia che crede ancora che l’economia della Federazione sia sana come un pesce. Dall’altra lo stuolo di personalità che le difficoltà del sistema russo le vivono. Tutti i giorni.

Primo esempio. Nel corso della prima giornata del meeting, quando ancora l’euforia non aveva lasciato spazio al realismo, il vice primo ministro Alexander Novak, dunque un rappresentante del governo nell’ambito della nomenklatura russa, aveva candidamente ammesso che la produzione di petrolio in Russia è scesa nei primi mesi del 2026. Attenzione, le dichiarazioni di Novak segnano la prima volta che un funzionario russo di alto livello riconosce che la produzione di greggio quest’anno è diminuita (Mosca ha smesso di pubblicare i dati sulla produzione petrolifera nell’aprile del 2023, poco più di un anno dopo l’inizio della guerra con l’Ucraina).

A sostegno delle dichiarazioni di Novak ci sono i numeri. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la produzione di greggio della Russia è diminuita di 460 mila barili al giorno ad aprile rispetto all’anno precedente, attestandosi a circa 8,8 milioni di barili giornalieri. Ora, se è vero che con la chiusura dello stretto di Hormuz il prezzo dell’oro nero si è portato da settimane sui 100 dollari al barile, senza una reale prospettiva di discesa nel breve termine, come si spiega il crollo della produzione russa? Mosca, terzo produttore al mondo, non avrebbe dovuto cavalcare l’aumento del prezzo per incrementare sensibilmente le proprie entrate? Certo che sì, eppure il paradosso è stato servito dallo stesso governo russo al Forum di San Pietroburgo.

Altro esempio e sempre con il palazzo di mezzo. Due giorni prima che cominciassero i lavori della Davos di Russia, alti funzionari governativi avevano fatto recapitare al Cremlino un messaggio. Avvisando il presidente Putin che le spese per la guerra in Ucraina stanno diventando insostenibili. Secondo Bloomberg dirigenti del ministero delle Finanze e della Banca centrale russa avrebbero avvertito Mosca che l’attuale livello di spesa per la difesa prevista rischia di far aumentare pericolosamente il deficit di bilancio del governo.

Di qui la proposta di nuovi tagli alla spesa per la difesa per tentare di risanare le già precarie finanze pubbliche del Paese senza individuare ulteriori misure di efficienza. Non è certo un caso, a questo punto, che la stessa intelligence ucraina stimi in 80 miliardi il deficit della Federazione. Deficit che Mosca sta cercando di mascherare. Forse, allora, ha ragione German Graf, il più potente banchiere russo, ceo di Sberbank. Quando afferma che il mancato default dell’economia russa è un autentico “miracolo”. Parole arrivate, nemmeno a dirlo, dal Forum di San Pietroburgo.

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Nucleare in Italia, la Camera vota sì. Cosa cambia

I 14 miliardi frutto della flessibilità concessa dall’Europa ai Paesi membri, lo 0,3% del Pil per due anni, devono ancora essere smobilitati e messi al servizio di nuove misure contro il caro energia. Nelle more, però, l’Italia fa un altro passo verso il ritorno dell’energia nucleare, a quasi 40 anni dal referendum che pose fine all’esperienza atomica dello Stivale. Non è certo un mistero che l’Italia non possa più permettersi di comprare gas e petrolio da fornitori terzi, specialmente con i mercati costantemente infiammati dalla chiusura dello stretto di Hormuz. E le rinnovabili, da sole, non bastano a coprire il fabbisogno, come, invece, avviene in Spagna. Per questo il governo italiano continua a battere la strada del nucleare. E in queste ore è stato aggiunto un altro tassello.

La Camera dei deputati ha infatti approvato il disegno di legge delega Pichetto sul nucleare. Con 155 favorevoli, 8 astenuti e 86 contrari, il provvedimento passa ora al Senato, con la speranza, da parte del governo, dell’approvazione definitiva prima della pausa estiva, per emanare i decreti attuativi entro la fine dell’anno, come è nei piani del ministro per l’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. La legge delega ha lo scopo di ridare all’Italia una normativa sul nucleare. Una volta approvata dai due rami del Parlamento, tramite essa, le Camere conferiranno al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi.

Nel testo si definiscono i campi d’intervento dei futuri decreti governativi, tra cui la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari (micro-reattori), la produzione di idrogeno tramite energia nucleare, la gestione del combustibile esaurito e la sicurezza nucleare, la riorganizzazione della governance, con il riordino delle funzioni degli enti competenti. Inoltre, vengono stabili i criteri direttivi che l’esecutivo deve seguire nel redigere i decreti tra cui garantire i massimi standard di sicurezza e protezione della salute; semplificare i procedimenti autorizzativi; prevedere misure di compensazione e beneficio per i territori ospitanti gli impianti; assicurare la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica.

“Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”, ha rivendicato lo stesso Pichetto Fratin. “Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro. Vogliamo un’Italia meno dipendente dall’estero, con energia più accessibile per famiglie e imprese”, ha aggiunto il ministro. Quanto al numero degli impianti, il ministro ha spiegato che “è una valutazione ancora abbastanza difficile, abbiamo definito un quantitativo a grandi linee, 11-22% ma è proprio una forbice molto larga”, viste le valutazioni da fare sulle tecnologie.

A questo punto, “presenteremo i decreti attuativi alle commissioni parlamentari entro l’anno, entro Natale, questa è una scelta energetica di sicurezza per il futuro e questo vuol dire responsabilità verso il Paese”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il vicepremier Antonio Tajani. “La Camera approva, grazie a Forza Italia e al centrodestra, la legge sul nucleare compiendo un primo passo storico verso l’indipendenza energetica dell’Italia. Il nucleare di nuova generazione non è una scelta ideologica, ma uno strumento necessario per garantire alle prossime generazioni energia pulita, prezzi competitivi per famiglie e imprese e maggiore sicurezza per il Sistema Paese. Anche coloro che dicono NO a tutto si dovranno arrendere, ne vale il futuro dell’Italia”.

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Musk porta lo spazio in Borsa. SpaceX e l’Ipo dei record

Si può portare lo spazio in Borsa? Sì. E anche in grande stile. Conoscendo Elon Musk il mondo era forse un po’ preparato alla più grande Ipo della storia. Però, a guardare i numeri, fa comunque un certo effetto. SpaceX ha fissato un prezzo di 135 dollari per azione in vista del lancio della quotazione, secondo quanto depositato alla Sec, la Consob Usa.

La società dello spazio vuole collocare 555,6 milioni di azioni, utile a raccogliere fondi per 75 miliardi di dollari totali, con un’opzione ai sottoscrittori di ulteriori 83,33 milioni di titoli del valore di 11,2 miliardi. Coi suoi 86,2 miliardi sarebbe nei fatti l’Ipo maggiore della storia, bruciando i 29 miliardi raccolti da Aramco nel 2019. Mentre la capitalizzazione di SpaceX schizzerebbe a 1.770 miliardi con Musk a cui farà capo una quota di controllo con diritto di voto superiore all’82%.

Adesso c’è da portare a termine il roadshow presso gli investitori, con la pubblicazione del prezzo prevista per l’11 giugno e l’avvio delle negoziazioni sul Nasdaq di New York il 12 giugno. La decisione di Musk di offrire azioni a un prezzo fisso prima dell’inizio della raccolta ordini è quasi senza precedenti per le Ipo di grandi dimensioni negli Stati Uniti. La maggior parte delle aziende solitamente annuncia, infatti, una fascia di prezzo prima di commercializzare le azioni durante le presentazioni agli investitori.

Attenzione per, ci potrebbero essere dei passaggi delicati. A far riflettere gli esperti, per esempio, sono una serie di questioni in tema di corporate governance, in particolare l’ipotesi di conflitti di interesse riguardanti Musk e le sue aziende, cui si aggiunge una limitazione quasi totale della capacità degli azionisti di influenzare la società in cui stanno investendo. Un primo tema sotto i riflettori riguarda le due classi di azioni della società. In base al documento di registrazione, SpaceX disporrà di diritti di voto privilegiati attraverso strutture di Classe A e Classe B, simili a quelle impiegate da Meta Platforms e Alphabet. Alla luce di ciò, SpaceX sarà una società controllata esente da determinati requisiti di corporate governance, tra i quali la costituzione di comitati incaricati di nominare gli amministratori o di stabilire i compensi, composti interamente da amministratori indipendenti”.

Incerto, poi, è anche se il consiglio di amministrazione di SpaceX stabilirà effettivamente delle linee guida per la dirigenza. Nel board, attualmente, figurano Musk, la presidente e Coo Gwynne Shotwell e il cfo Bret Johnsen. Tra gli amministratori non esecutivi vi sono, invece, il venture capitalist Ira Ehrenpreis, alleato di lunga data di Musk e amministratore di Tesla, Randy Glein, Antonio Gracias, il dirigente di Google Donald Harrison, e un altro venture capitalist Steve Jurvetson. Ora non resta che aspettare il lancio.

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Quel gran bluff cinese sul libero mercato

La svolta, allora, fu epocale. Sei anni fa la Cina apriva al mondo il suo mercato del risparmio, spalancando le porte ai grandi gestori patrimoniali d’Occidente. L’operazione fu strombazzata a dovere dallo stesso governo, segno di una progressiva liberalizzazione del sistema economico cinese. Da quel momento di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Giganti del risparmio come BlackRock, Fidelity, Neuberger, Allianz, AllianceBernstein e Schroders, tanto per citarne alcuni, hanno costituito società di fondi comuni, affrettandosi nell’accaparrarsi cospicue fette di patrimonio privato. Tutto bello, tutto giusto, la vittoria del libero mercato su decenni di statalismo e di controllo asfissiante del partito sull’economia.

Nemmeno per sogno, le cose sono andate diversamente. E molto. A sei anni dall’apertura del mercato cinese dei fondi comuni, il bilancio per i grandi asset manager internazionali resta infatti molto distante dalle aspettative. Tanto che le società globali che hanno scelto di operare autonomamente in Cina hanno conquistato appena lo 0,1% del mercato locale. Praticamente nulla.

Secondo i dati di Z-Ben Advisors, citati dal Financial Times, gli operatori occidentali hanno investito complessivamente circa 800 milioni di dollari, ma ad oggi sono riusciti ad attrarre solo 34 miliardi di yuan, pari a circa 5 miliardi di dollari. E questo a fronte di asset complessivi per 36.500 miliardi di yuan. Una quota minima, che mostra quanto sia complesso per le istituzioni finanziarie straniere trasformare l’apertura regolamentare decisa da Pechino in una presenza significativa sul mercato.

Il caso di Schroders è uno degli esempi più evidenti delle difficoltà incontrate. Tanto che il gestore sarebbe addirittura in uscita dall’attività nei fondi comuni nella Cina continentale. E si parla di un asset management che a livello globale gestisce circa mille miliardi di dollari. Non è finita. Un altro caso è quello di JPMorgan, ma anche di Manulife e Morgan Stanley, che hanno accumulato complessivamente circa 373 miliardi di yuan di masse in gestione, pari a circa l’1% del mercato totale. Insomma, la Cina ha aperto il mercato. Ma solo a parole. D’altronde, cosa ci si può aspettare da un Paese dove, dati dell’Ocse, tra il 2005 e il 2024 le imprese cinesi dei grandi settori manifatturieri hanno ricevuto, in media, sostegni pubblici da tre a otto volte superiori rispetto alle aziende basate negli stessi Paesi Ocse?

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Alphabet ora corre sull’IA. Via all’aumento da 80 miliardi

Spinta di Alphabet sull’Intelligenza Artificiale. La società che controlla Google e guidata da Sundar Pichai, ha annunciato l’intenzione di raccogliere fino a 80 miliardi di dollari in capitale azionario per finanziare i suoi ingenti investimenti nelle infrastrutture di IA, dando vita a una svolta significativa per un’azienda che è stata tra i maggiori acquirenti di proprie azioni a Wall Street. La raccolta fondi di Alphabet include la vendita di azioni per 10 miliardi di dollari a Berkshire Hathaway, la holding finanziaria di Warren Buffett, che ha iniziato ad acquisire una partecipazione nella società madre di Google a partire dal terzo trimestre del 2025.

Ora, il collocamento privato con Berkshire porterà le partecipazioni della società di investimento in Alphabet a circa 32 miliardi di dollari, pari a circa un decimo del suo portafoglio azionario. Si tratta di una delle scommesse più significative fatte dall’amministratore delegato Greg Abel da quando ha sostituito Buffett alla guida dell’azienda all’inizio dell’anno. Inoltre l’emissione azionaria di Alphabet è una delle più grandi a cui Berkshire abbia mai partecipato, la sua prima offerta pubblica iniziale in oltre due decenni e una delle più grandi raccolte di capitali di sempre e segna un punto di svolta per i grandi gruppi tech, che hanno intrapreso una campagna di investimenti senza precedenti per costruire l’infrastruttura alla base dell’intelligenza artificiale.

C’è da dire che finora i grandi gruppi tecnologici statunitensi hanno finanziato la loro ingente spesa in Intelligenza Artificiale principalmente con gli ingenti flussi di cassa generati dalle loro attività principali e con l’indebitamento. Ma con le grandi aziende tecnologiche che prevedono di spendere 725 miliardi di dollari in IA quest’anno, queste spese hanno iniziato a mettere a dura prova le finanze delle più grandi aziende americane. Questa mossa riflette dunque la volontà del settore tecnologico di accelerare gli investimenti nell’IA.

Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta sono sulla buona strada per investire complessivamente circa 700 miliardi di dollari in data center, chip e infrastrutture di calcolo per l’IA quest’anno. Di qui la scelta di Mountain View. “L’Intelligenza Artificiale sta guidando un momento di espansione per Alphabet”, ha affermato l’azienda in un comunicato, aggiungendo che la raccolta fondi contribuirà a “sostenere le significative opportunità di crescita future”.

 

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Sulla Cina l’Europa faccia l’americana, o diventerà cinese. L’allarme di Forchielli

Fosse per lui, Alberto Forchielli, il muro contro la Cina lo farebbe più alto di quello di Berlino. E invece l’Europa si riempie la bocca di buoni propositi, ma alla prova dei fatti, fallisce. L’economista, saggista e imprenditore, grande esperto di Cina, non ha l’ombra di un dubbio: il recente irrigidimento dell’Ue contro il Dragone, reo di giocare secondo regole tutte sue, è provvidenziale e opportuno. Ma poco efficace. “Sono un po’ scettico sulla possibilità dell’Europa di fermare la Cina. Manca una posizione univoca, omogenea, ognuno va per i fatti suoi. La Germania, per esempio, ha legami molto forti con Pechino, a suo modo anche la Francia. Già questo basterebbe a indebolire una strategia anti cinese”, premette Forchielli.

Una cosa è certa però, qualcuno in Europa “non ha capito come sono i cinesi. Sono nostri alleati solo finché serviamo, poi ti cancellano. Adesso hanno bisogno di noi per introdurre i loro investimenti, vogliono comprare una fabbrichetta e allora ti trattano a champagne e inchini. Ma il giorno in cui hanno ottenuto quello che vogliono, ti mandano a quel Paese. Il cinese non ha la logica dell’equo profitto, non conosce il 50-50: vuole che sia -20 per te e 120 per lui, deve essere tutto suo. E lo dimostra il fatto che in pochi anni sono arrivati a detenere quasi due terzi della capacità produttiva industriale del mondo, ma la utilizzano solo per metà e hanno bisogno di far girare di più gli impianti, hanno bisogno di appropriarsi della domanda mondiale”.

Insomma, secondo Forchielli il muro contro il Dragone “dovrebbe essere alto almeno sette metri. Ma, come ho detto, l’Europa è divisa, ambigua, frammentata. E se non si va avanti compatti, non si mette alle corde la Cina. Che peraltro, lo voglio dire, è una potenza industriale anche senza sussidi. Quella degli aiuti all’economia è vero fino a un certo punto, poi diventa una leggenda metropolitana. I cinesi investono tanto, anche in ricerca, sono un’industria completa, anche senza sussidi. Ce lo raccontiamo noi che la potenza cinese sia solo figlia degli aiuti di Stato. Detto questo fosse per me io i cinesi li farei entrare con il contagocce, ma le misure europee non mi sembrano all’altezza del compito. Ci vorrebbero regole alla Trump, tassative, non negoziabili, altrimenti il potere economico che loro acquisiscono diventa anche potere politico”.

Forchielli poi insiste sul paragone tra Stati Uniti ed Europa. “In Ue siamo lenti, farraginosi, un disastro. Spendiamo un sacco di tempo in trattative e consulenze, e li temiamo. Se decidiamo di mettere un vincolo impieghiamo tre anni, facciamo regole tenui piene di scappatoie e, se chiudiamo un varco, loro vanno in Ungheria, dove trovano le porte  aperte. Negli Usa invece sono meno timorosi: in 90 giorni mettono i dazi e in gran parte riescono a tenerli fuori dai settori strategici. La verità è che bisogna chiudere la porta. Se li facciamo investire in casa nostra, distruggeranno le nostre in dustrie e la nostra economia”.

Ma non solo. C’è un disegno più ampio. “La Cina fuori dalla Cina, ecco cosa vuole Pechino. Sanno benissimo che di fronte alla loro avanzata i Paesi occidentali metteranno altri dazi per difendersi. Quindi si stanno preparando a comprare tutto il comprabile e a investire tutto l’investibile, in modo da camuffarsi da industria nazionale. Fanno una fabbrica di assemblaggio in Europa per bypassare le regole, ma spediscono i componenti sottocosto dalla Cina. Così la nostra componentistica locale va a farsi benedire e ci smantellano i posti di lavoro”.

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