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‘Libere anche qui’, il manifesto contro la violenza online sulle donne: “Servono consapevolezza e una legge sul consenso digitale”

Non basta indignarsi per qualche giorno sui social o chiudere un sito web. Per combattere la violenza di genere che infetta la sfera digitale serve un cambiamento culturale, ma anche norme capaci di arginare le nuove forme di abuso. Perché la violenza su internet non è una semplice estensione di quella tradizionale, ma un fenomeno che amplifica la capacità di controllo, umiliazione e aggressione ai danni delle donne. È da queste consapevolezze che nasce Libere anche qui, campagna nazionale sul consenso digitale presentata questa mattina in Senato.

Valeria Campagna è una consigliera comunale del Pd a Latina e componente della Direzione nazionale dem. Nel 2025 aveva denunciato pubblicamente che alcune sue fotografie erano finite su phica.eu, forum che pubblicava scatti rubati sui social network o foto scattate in luoghi pubblici e privati all’insaputa delle dirette interessate, portando alla chiusura del sito. E oggi è tra le promotrici dell’iniziativa: “Bisogna intervenire su più livelli – spiega Campagna, che è anche vicesegretaria regionale del Pd Lazio -, sul versante culturale e su quello normativo. Quando andai in questura a denunciare che le mie foto erano su quel sito mi sono sentita rispondere: ‘Dobbiamo capire qual è il reato da contestare’, perché non ne esiste uno specifico“.

La campagna nasce dall’esperienza diretta delle sue promotrici – ci sono anche Anna Frattini, assessora a Brescia, Lucrezia Iurlaro, presidente dell’associazione Tocca a noi, Giulia Pelucchi, presidente del Municipio 8 di Milano, e Laura Sparavigna, assessora a Firenze -, donne impegnate nella politica, nelle istituzioni e nell’attivismo che hanno vissuto forme diverse di sessismo, molestie e violenza digitale. Episodi differenti, ma accomunati dalla consapevolezza che ciò che accade online non è separato dalla vita reale. Anzi, la violenza che nasce offline può amplificarsi attraverso il digitale, mentre quella che si sviluppa in rete torna poi a influenzare il mondo reale in un continuo circolo vizioso difficile da interrompere.

La iniziativa, avviata con il supporto della rete di amministratrici e amministratori di TiCandido e il contributo di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza e della Casa Internazionale delle Donne, si sviluppa attorno a due assi. Il primo è fondato sull’Atlante del Consenso Digitale, strumento pensato per spiegare cosa significhi “consenso” negli spazi online che si basa su due principi: il consenso come scelta libera, informata, esplicita e sempre revocabile e la reciprocità come alternativa alle logiche di dominio, possesso e controllo. Non un manuale giuridico, ma una bussola destinata a cittadini, scuole, famiglie, aziende che spiega come il consenso vada sempre chiesto anche online, che immagini e dati personali non possano essere condivisi senza autorizzazione, che l’invio di contenuti sessualmente espliciti non richiesti costituisca una forma di violenza e che deepfake e materiali generati dall’intelligenza artificiale senza consenso rappresentino nuove forme di abuso digitale.

Il secondo asse è politico e normativo. Le promotrici chiedono che l’Italia utilizzi la scadenza del 14 giugno 2027, data entro cui dovrà essere recepita la Direttiva europea 2024/1385 sulla violenza contro le donne e la violenza domestica, per costruire una disciplina più ampia e aggiornata sulla violenza digitale di genere. L’obiettivo è colmare le lacune esistenti, estendendo la tutela anche alla diffusione non consensuale di immagini non intime, alle pratiche di controllo digitale e alle forme di delegittimazione e abuso online oggi non sempre adeguatamente coperte dalla normativa vigente.

L’obiettivo è arrivare alla stesura di una proposta di legge costruita attraverso un percorso partecipativo che coinvolga amministratori locali, associazioni, centri antiviolenza, giuristi, esperti di tecnologie digitali, scuole, università e cittadini in una discussione pubblica diffusa sul territorio nazionale. Per questo nei prossimi mesi le promotrici saranno impegnate in una serie di incontri pubblici in diverse città italiane. Il percorso partirà da Parma e toccherà poi Roma, Milano, Bologna e Napoli, con l’obiettivo di raccogliere contributi, esperienze e proposte provenienti da realtà territoriali differenti e costruire una rete nazionale impegnata sul tema.

La campagna si inserisce in un contesto sempre più preoccupante. Secondo la Mappa dell’Intolleranza 2025, le donne continuano a essere il gruppo più colpito dall’odio online in Italia: il 44,59% dei contenuti che le riguardano presenta caratteri misogini, con una crescita degli attacchi rivolti al corpo, all’aspetto fisico e alla sessualità. Nel 2024 la Polizia Postale ha registrato quasi 2.000 reati online a danno delle donne, con il cyberstalking in aumento dell’8%, mentre a livello europeo una donna su dieci dichiara di aver subito molestie online. Sempre secondo i dati richiamati dal documento,

La Relazione sulla dimensione digitale della violenza contro le donne approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio descrive un fenomeno in continua evoluzione fatto di doxing, sextortion, revenge porn, hate speech, controllo attraverso sistemi di geolocalizzazione e nuove forme di abuso legate all’intelligenza artificiale: il 96% dei contenuti deepfake presenti in rete ha natura pornografica. Tecnologie nate per facilitare la comunicazione e la condivisione possono trasformarsi in strumenti di sorveglianza, ricatto e intimidazione. Di qui Libere anche qui: perché le donne tornino a essere libere anche sul web.

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Altro che sanzioni a Netanyahu, l’Europa continua a comprare armi da Israele: nel 2025 esportazioni record per 19,2 miliardi di dollari, +30% sul 2024

A parole l’hanno condannato per i 72 mila morti mietuti a Gaza, hanno criticato l’escalation militare contro l’Iran e ora protestano per l’avanzata di terra in Libano. Eppure i governi continuano a comprare armamenti da Israele. Nel 2025 lo Stato ebraico ha esportato sistemi d’arma per una cifra che ha superato per la prima volta i 19 miliardi di dollari (19,2 per l’esattezza), un aumento di quasi il 30% rispetto ai 14,8 miliardi del 2024, una quota “più che raddoppiata in cinque anni e quadruplicata nel decennio”, ha affermato il ministero della Difesa di Tel Aviv. Un risultato ancor più impressionante se si pensa che circa 10 miliardi di dollari sono arrivati da accordi “G2G”, ovvero Government-to-Government, ovvero tramite contratti stipulati direttamente tra il governo Netanyahu e gli Stati acquirenti.

L’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022 e la minaccia degli Stati Uniti di abbandonarla al suo destino hanno gettato l’Europa in una frenetica una corsa agli armamenti. Nonostante alcuni Stati abbiano annullato contratti con le sue aziende a causa delle stragi di civili compiute nella Striscia, per Tel Aviv il Vecchio continente resta il principale mercato, ha reso noto la Sibat, l’agenzia governativa che in Israele fa da ponte tra le autorità statali, l’esercito e le aziende del settore strategico. I paesi dell’Ue hanno acquistato il 36% delle sue esportazioni totali nel 2025, pari a 6,9 miliardi di dollari. Un risultato in calo rispetto ai 7,9 miliardi del 2024 (il 54% delle esportazioni di quell’anno), quando la sola Germania si garantì il sistema di difesa missilistica a lungo raggio Arrow 3 per 4,6 miliardi, ma in crescita rispetto al 35% del 2023, anno delle stragi di Hamas in seguito alle quali il governo Netanyahu ha messo in atto la distruzione sistematica dell’enclave palestinese. La Difesa israeliana non ha fornito la lista dei singoli Paesi , ma in base ai contratti firmati negli ultimi anni tra i principali clienti figurano Finlandia, Grecia, Polonia e Romania, tutte impegnate nel rafforzamento delle difese aeree.

La regione Asia-Pacifico è al secondo posto con il 32% delle esportazioni, in forte aumento rispetto al 23% del 2024, davanti ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa – tra cui gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco – che hanno normalizzato le relazioni con Israele nel 2020 grazie agli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump, principale alleato di Netanyahu, e sono saliti al 15% rispetto al 12% dell’anno precedente. Il Nord America, che le armi se le produce da solo, ha rappresentato invece appena il 13% delle esportazioni di Tel Aviv, l’America Latina il 2% e l’Africa subsahariana il 2%, cifre peraltro rimaste stabili negli ultimi anni.

A trainare l’export sono soprattutto i sistemi missilistici, i razzi e la difesa aerea, che da soli rappresentano il 29% delle vendite. Seguono i sistemi di sorveglianza e il puntamento dei bersagli (22%), mentre radar e guerra elettronica e il comparto aeronautico pesano entrambi per l’11%. Una quota significativa riguarda poi i sistemi di comando, controllo e comunicazione (7%) e le postazioni di lancio e i sistemi d’arma terrestri (6%). Più contenuto, ma comunque rilevante, il contributo di droni e UAV (4%), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%), sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%) e piattaforme navali (2%). Le munizioni rappresentano invece appena l’1% del totale, a conferma di come il punto di forza dell’industria militare del Paese sia soprattutto nei sistemi ad alta tecnologia.

Nonostante il raffreddamento che hanno comportato nei rapporti con alcuni Stati occidentali, le guerre di Israele fanno bene alla sua economia. Lo stesso governo di Tel Aviv collega esplicitamente quello che definisce il “record di tutti i tempi” nelle esportazioni ai risultati ottenuti dall’esercito nei conflitti “a Gaza, in Libano, in Iran e in Yemen”. “Esiste un filo conduttore chiaro e inequivocabile che lega i successi sul campo di battaglia delle Israel Defense Forces su tutti i fronti, le straordinarie capacità dell’industria della difesa israeliana e il successo delle esportazioni di materiale bellico israeliano in tutto il mondo”, ha esultato il ministro della Difesa Israel Katz. Un successo che, secondo lo stesso governo Netanyahu, si traduce anche sul piano politico. “Il forte aumento delle esportazioni”, mettono in chiaro gli uffici di Katz nel comunicato ufficiale, sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera“.

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Iran, il doppio colpo di Netanyahu: Israele avanza in Libano e fa vacillare l’intesa tra Stati Uniti e Teheran

“C’è stato un piccolo intoppo oggi, gli iraniani erano sconvolti per gli attacchi di Israele al Libano. Quindi ho parlato con Hezbollah e ho detto di non sparare, e ho parlato con Bibi e ho detto di non sparare, e tutti e due hanno smesso di spararsi a vicenda”. In Italia sono le 23.59 del 1° giugno, quando le agenzie battono i virgolettati di Donald Trump. Parole, quelle del presidente degli Stati Uniti, che sarebbero state smentite dagli eventi nelle ore successive: il Partito di Dio ha continuato a lanciare razzi contro il nord dello Stato ebraico e Tel Aviv ha risposto uccidendo almeno 6 persone nel sud del paese dei cedri.

Lo scontro tra Tel Aviv e Hezbollah è diventato uno dei nodi più delicati nelle trattative per il raggiungimento del cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran. E’ stata Teheran a metterlo al centro del tavolo, ponendo come condizione per la chiusura lo stop delle operazioni militari israeliane. L’interlocuzione era stata intavolata, le due parti si erano scambiate proposte, ognuna delle due era descritta o si diceva impegnata ad apportare modifiche a quella della controparte, e i lavori parevano procedere. Poi, lunedì mattina, la mossa di Netanyahu: il premier “e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ordinato alle Idf di attaccare obiettivi terroristici nel quartiere di Dahiyeh a Beirut“, roccaforte delle milizie sciite.

Un salto di qualità importante. Se fino a pochi giorni fa l’obiettivo dichiarato di Tel Aviv era ricacciare Hezbollah a nord del fiume Litani, da giovedì le Israel Defense Forces stanno compiendo operazioni di terra ben più a settentrione, arrivando a combattere nell’area di Nabatieh, bombardando dal cielo e chiedendo agli abitanti di diversi villaggi di evacuare “immediatamente e trasferirsi a nord del fiume Zahrani“, ovvero altri 20 km più a nord rispetto al Litani. L’annuncio di Netanyahu, quindi, è stato interpretato come la volontà di Tel Aviv di mettere nel mirino la capitale e colpire forse in maniera definitiva i vertici dell’organizzazione sciita, legata a doppio filo a Teheran.

Una minaccia presa sul serio dalla Repubblica Islamica al punto che poche ore dopo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti doveva essere considerato valido “su tutti i fronti, incluso il Libano”, e che una violazione nel paese dei cedri equivaleva a una violazione dell’intera intesa. Subito dopo l’agenzia Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha riferito della sospensione delle comunicazioni negoziali con Washington, sostenendo che non ci sarebbero stati ulteriori colloqui finché non fossero cessate le operazioni israeliane in Libano e a Gaza. La stessa agenzia aggiungeva che a causa degli attacchi israeliani sul Libano “l’Iran e il Fronte della Resistenza” starebbero valutando “la chiusura completa dello Stretto di Hormuz e l’attivazione di altri fronti, tra cui lo Stretto di Bab el-Mandeb“. Una minaccia che pesa, perché comporterebbe ulteriori problemi anche per l’Europa: quello di Bab el-Mandeb è il choke point attraverso il quale le merci prodotte nell’Unione europea che arrivano nel Mar Rosso attraverso lo Stretto di Suez hanno poi accesso all’oceano Indiano e quindi ai mercati dell’Estremo oriente.

Nella tarda serata di ieri è arrivata l’intervista di Trump all’emittente Abc, in cui il capo della Casa Bianca ha spiegato di aver “avuto una conversazione con Bibi Netanyahu, chiedendogli di non intraprendere un’incursione su vasta scala a Beirut, in Libano” e il premier israeliano “ha fatto invertire la marcia alle sue truppe. Grazie, Bibi”. Sia Israele che Hezbollah hanno accettato di “smettere di sparare. Vediamo quanto durerà: si spera per l’eternità“, ha aggiunto con la consueta tendenza all’iperbole il tycoon, secondo cui l’accordo con l’Iran per l’estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire già nel corso della “prossima settimana“.

Nelle stesse ore l’amministrazione Trump faceva arrivare ad Axios i contenuti di una presunta telefonata tra Trump e Netanyahu nella quale il primo avrebbe strigliato a dovere il secondo. “Sei un dannato pazzo – avrebbe detto il presidente Usa al premier israeliano -. Saresti in prigione se non fosse per me, ti sto salvando”. E ancora, in un crescendo, “tutti ti odiano adesso, tutti odiano Israele per questo”. Un colloquio smentito dall’entourage del secondo: “Trump non ha detto a Netanyahu nulla di personale, né frasi riguardanti il rischio di finire in carcere, né affermazioni secondo cui Netanyahu sarebbe odiato nel mondo”. I due leader, quindi, secondo le fonti di Axios, avrebbero stretto un accordo: Israele non attaccherebbe Dahiyeh a meno che il suo territorio non venisse attaccato da Hezbollah.

Non è ancora chiaro se i colloqui si fermeranno, ma i fatti dicono che in Libano la guerra – oltre 3.000 le vittime dal 2 marzo – va avanti. Tra ieri sera e questa mattina le sirene d’allarme sono state attivate diverse volte nel nord di Israele per il lancio di missili, razzi e droni da parte di Hezbollah. La Difesa civile di Beirut, da parte sua, ha annunciato di aver recuperato i corpi di sei persone, tutti appartenenti a una stessa famiglia, dalle macerie di una casa colpita ieri sera in un raid israeliano nel villaggio di Marwaniyé, vicino a Sidone. Tra le vittime ci sarebbero anche tre bambini. Nella notte le Idf hanno continuano a effettuare attacchi, bombardando le vicinanze di Nabatieh, dove un uomo è stato ucciso con i suoi due figli e l’esercito israeliano a fine mattinata ha diramato un nuovo ordine di evacuazione.

Il copione si ripete sempre identico: appena aumentano le possibilità di un accordo tra Washington e Teheran, Tel Aviv fa saltare il banco. Il 7 aprile la Israeli Air Force aveva bombardato il giacimento iraniano di gas di South Pars, il più grande del pianeta, dopo che il Pakistan aveva presentato il suo piano per il cessate il fuoco. Lo stesso era accaduto nel giugno 2025: nella notte tra il 12 e il 13 Israele aveva bombardato gli impianti nucleari e missilistici di Teheran dando il via alla guerra dei 12 giorni. Anche allora Washington era nel pieno delle trattative con Teheran sul suo programma nucleare e un nuovo round di colloqui era già fissato per il 15 giugno.

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