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"In Iran decide lui". Chi è Ahmad Vahidi, l'uomo che ha in mano le redini dei negoziati con gli Usa

L’accordo per la fine della guerra tra Stati Uniti e Iran torna vacillare. Nella giornata di oggi Israele ha infatti compiuto nuovi raid contro Hezbollah a Beirut - una mossa che una settimana fa provocò la reazione di Teheran e una conseguente pericolosa escalation con Washington - e il capo negoziatore del regime degli ayatollah Mohammad Bagher Ghalibaf, ha già avvertito che l’”aggressione sionista (...) ha dimostrato ancora una volta che l’America o non ha la volontà o non ha la capacità di mantenere i propri impegni”. Parole che rendono evidente come la soluzione del conflitto non sia così vicina.

In attesa di capire quale reazione verrà approvata dalla Repubblica Islamica (l’esercito iraniano ha fatto sapere che l’attacco a Beirut non resterà impunito), l’attenzione si sposta su una figura interna al regime che potrebbe avere un’importante voce in capitolo nelle prossime mosse che verranno decise a Teheran: Ahmad Vahidi, l’attuale comandante dei Guardiani della Rivoluzione.

Arrivato alla guida dei pasdaran subito dopo l’uccisione del suo predecessore Mohammad Pakpour, eliminato nei primi blitz dell’operazione Epic Fury, in passato Vahidi si è occupato per conto del regime teocratico delle operazioni clandestine all’estero e dei rapporti con i proxy in Medio Oriente. Per la giustizia argentina ci sarebbe lui dietro l’attentato compiuto a Buenos Aires nel 1994 contro la sede dell’associazione ebraica, l’Amia, che provocò la morte di 85 persone. Una strage per la quale è ricercato dall’Interpol. Tra gli incarichi ricoperti dal 67enne comandante dei Guardiani della Rivoluzione ci sono quelli di ministro della Difesa e di ministro dell’Interno. Attualmente è sotto sanzioni americane per aver contribuito alla repressione, nel 2022, delle proteste per i diritti delle donne.

Negli scorsi giorni è stato Vahidi ad aver spinto per una rappresaglia missilistica contro i raid su Beirut lanciati da Israele. Secondo quanto riferito al Wall Street Journal da funzionari iraniani e arabi, le personalità più moderate all’interno della leadership di Teheran avrebbero preferito evitare gli attacchi per timore di compromettere un accordo con Washington che potrebbe salvare l’economia iraniana. Ad avere però la meglio è stato il capo dei pasdaran che ha convinto il massimo Consiglio di sicurezza della Repubblica Islamica ad appoggiare gli attacchi e a rompere il cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile tra Iran e Israele.

Come riportato dal Wall Street Journal, Vahidi è diventato una figura chiave tra i negoziatori iraniani imponendo la linea dura al tavolo delle trattative con gli americani e le Guardie Rivoluzionarie da lui dirette rappresenterebbero al momento il principale ostacolo al raggiungimento di un accordo. Vahidi, definito un “comandante enigmatico”, viene considerato il più influente e autorevole tra i falchi che spingono il regime a resistere fino a quando le sue richieste non saranno soddisfatte.

Per il capo dei pasdaran la priorità è inoltre ristabilire la deterrenza militare, senza trascurare la difesa di Hezbollah, per aumentare il peso negoziale dell’Iran. Mediatori arabi consultati dal quotidiano americano hanno affermato che proprio Vahidi ha collegato i combattimenti in Libano alla guerra in Iran, subordinando l’accordo con l’America alla fine del conflitto tra Israele e il partito di Dio.

Stando a quanto affermato da funzionari arabi, iraniani ed europei, Vahidi avrebbe più volte scavalcato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian, esponenti di una linea più conciliante nei confronti degli Stati Uniti e più preoccupati per le conseguenze economiche sul Paese derivanti dal protrarsi della guerra e del blocco navale Usa. Un esempio tra tutti. Quando, ad inizio conflitto, Pezeshkian dichiarò che gli attacchi contro i Paesi del Golfo sarebbero cessati, le Guardie Rivoluzionarie lo smentirono prontamente. Dietro le quinte, Vahidi fornì al Consiglio di sicurezza le prove che dimostravano il ruolo di facilitatore dei raid contro l’Iran svolto dagli Stati del Golfo. Da allora e sino al fragile cessate il fuoco di aprile, gli attacchi contro i vicini della regione si sono configurati, assieme al blocco di Hormuz, come la vera risposta nucleare di Teheran. L’influenza del comandante dei pasdaran è dunque tale che la decisione sul se continuare ad alzare la posta con lo storico nemico potrebbe dipendere tanto da Mojtaba Khamenei, la Guida Suprema fantasma, quanto dall’enigmatico Vahidi.

“Sembrava la macchina volante di Harry Potter”: ecco cosa dicono i nuovi file sugli Ufo del governo Usa

La verità è (di nuovo) là fuori. Il Pentagono ha pubblicato venerdì la terza tranche di documenti classificati relativi ad avvistamenti di oggetti volanti non identificati. Ufo, secondo il vecchio acronimo (“Unidentified flying object”), sempre più spesso rimpiazzato da un altro, UAP, che sta per “Unidentified anomalous phenomena”. La pubblicazione in questione è parte di un progetto fortemente voluto da Donald Trump, arrivata, curiosamente, nello stesso giorno in cui è approdato nelle sale cinematografiche il nuovo film di Steven Spielberg, “Disclosure day”, dedicato proprio agli alieni.

72 gli X-files, o presunti tali, rilasciati dal dipartimento della Guerra e datati tra gli anni ‘40 e l’anno in corso che, sottolineano i media americani, dimostrano come il governo Usa abbia indagato su avvistamenti inspiegabili non solo negli Stati Uniti ma anche in altre parti del mondo. I documenti appena desecretati contengono segnalazioni presentate dai comuni cittadini e rapporti sugli oggetti volanti provenienti sia dalla Cia che dall’Fbi.

I file caricati sul sito del Pentagono, come già successo in occasione delle pubblicazioni dei precedenti documenti, non contribuiscono più di tanto a fare luce su un mistero che a partire dal secondo dopoguerra ha catturato l’attenzione della società americana, prima di diventare un fenomeno globale. Non aiuta il fatto che alcuni dei rapporti rilasciati facciano più sorridere che riflettere. Come riferisce infatti Nbc News, in un promemoria del dipartimento della Guerra di inizio giugno si legge che un “agente federale delle forze dell’ordine” operante negli “Stati Uniti occidentali” ha riferito di aver visto un oggetto nel cielo nel 2023 che assomigliava all’”auto volante della serie di Harry Potter”. Nello stesso promemoria sono incluse immagini generate dall’intelligenza artificiale di ciò che l’agente afferma di aver visto accompagnate da una precisazione: “si prega di notare che queste immagini sono state generate due anni e mezzo dopo gli eventi”. Un altro avvistamento che ha sollevato alcune perplessità è quello, nel 2022, di un Ufo a forma di patata.

C’è da dire che comunque gli avvistamenti degli Ufo vengono presi sempre più sul serio. “I materiali qui archiviati”, recita il comunicato presente sul sito del Pentagono, “riguardano casi irrisolti, il che significa che il governo non è in grado di giungere ad una conclusione definitiva sulla natura dei fenomeni osservati”. Tra i documenti desecretati 29 appartengono all’Fbi, 18 alla Cia, 12 al dipartimento della Difesa, 11 alla Nasa, uno alla “comunità dell’intelligence e un altro ad un’agenzia governativa statunitense non specificata.

Tra i file che attirano l’attenzione ce n’è uno relativo ad un avvistamento inspiegabile avvenuto nel 2008 presso l’aeroporto di Harare nello Zimbabwe. “Le persone discutevano se l’avvistamento fosse un dispositivo avanzato di un governo straniero o di origine extraterrestre", si legge in un documento redatto dalla Cia. “Ad un certo punto durante l’osservazione”, l’oggetto avrebbe emanato dei raggi per poi ascendere “a più alte latitudini” e sparire dalla visuale. “Questo incidente (...)”, prosegue il documento dell’agenzia di Langley “ha comportato la decisione di mettere lo Zimbabwe (...) in stato di allerta elevata”.

Un altro documento fa riferimento alla convocazione da parte della Cia di un “Comitato consultivo scientifico sugli oggetti volanti non identificati” e contiene corrispondenze e rapporti risalenti ai primi anni Cinquanta. Il gruppo di esperti di tale Comitato stabilì che “i dischi volanti non rappresentavano una minaccia fisica diretta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti” ma il vero pericolo era invece rappresentato da una “stampa sensazionalistica” che dava risalto agli avvistamenti. All’epoca, gli esperti raccomandarono dunque che il fenomeno degli avvistamenti venisse smentito a livello ufficiale per “privare l'argomento Ufo del suo mistero”. A distanza di quasi 80 anni tale mistero sembra però ancora lontano dall’essere risolto.

Agenti locali, piani ambiziosi e il ruolo di Vance: ecco i segreti della guerra del Mossad contro l’Iran

Una macchina inarrestabile in grado di influenzare il corso della guerra e della pace su molteplici fronti mediorientali. Così viene descritto il Mossad, l’agenzia di spionaggio israeliana, da Yonah Jeremy Bob, autore, assieme ad Elliot Kaufman, di un libro di prossima uscita, “In the War Room: The Inside Story of Israel’s Fight Against Hamas and the Iranian Axis”, contenente alcune indiscrezioni inedite sullo scontro tra Tel Aviv e il regime degli ayatollah. Un articolo pubblicato da Jeremy Bob sul Jerusalem Post ripercorre alcune delle rivelazioni del libro spaziando dalla lotta ad Hezbollah a quella avviata con la missione Epic Fury senza tralasciare i piani segreti degli 007 dello Stato ebraico volti a fermare il programma nucleare dei pasdaran. Gli autori del volume in questione hanno attinto a fonti interne al Mossad e all’Idf per cercare di fare luce su alcune delle più sofisticate operazioni di intelligence della storia moderna. Che, peraltro, è presumibile immaginare siano ancora in corso.

Il rilascio delle anticipazioni del libro è coinciso quasi con il termine, martedì scorso, del mandato di David Barnea alla guida dell’agenzia di spionaggio di Tel Aviv. Barnea ha ricoperto il delicato incarico per cinque anni, durante i quali, oltre ai due conflitti contro Teheran, Israele ha reagito alla strage di Hamas colpendo duro a Gaza i miliziani appartenenti all’organizzazione terroristica (e la popolazione nella Striscia) e gli operativi di Hezbollah in Libano. Sino ad arrivare a colpire i capi dei due proxy del regime teocratico.

Uno dei maggiori successi del Mossad è rappresentato proprio dall’uccisione di Hassan Nasrallah, il leader, per oltre 30 anni, del partito di Dio. L’eliminazione di Nasrallah, neutralizzato il 27 settembre del 2024 da 85 bombe sganciate dagli aerei delle forze di Tsahal sul suo compound a Beirut, si è consumata pochi giorni dopo un’altra spettacolare operazione israeliana. Quella degli esplosivi impiantati nei dispositivi di comunicazione dei membri di Hezbollah.

Dieci gli anni impiegati da Mossad e dall’Idf per arrivare a Nasrallah. Un risultato, come avvenuto più di recente in Iran, ottenuto grazie al contributo fornito dalle risorse di Tel Aviv sul campo: agenti locali al servizio dell’intelligence israeliana, oltre ad iraniani che lavoravano con Hezbollah. Stanare il capo dello Stato nello Stato senza di loro non sarebbe stato possibile. Tali operativi infatti hanno dovuto spesso dirigersi direttamente in aree appena bombardate dall’Idf, spesso per effettuare una valutazione dei danni causati dai raid o, come si legge nell’articolo del Jerusalem Post, per piazzare i dispositivi che hanno aiutato a rintracciare e ad uccidere Nasrallah. Barnea aveva bisogno di conoscere l’esatta ubicazione del bunker e della posizione di Hezbollah nell’area fortificata. Nel 2025, Tel Aviv ha insignito questi agenti di un riconoscimento ufficiale per il loro insostituibile lavoro. Le loro identità sono ancora coperte dal massimo segreto.

Altre rivelazioni riguardano più da vicino la lotta nell’ombra di Tel Aviv contro la testa della piovra, l’Iran. Nel corso degli anni il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha presieduto a riunioni col Mossad e con l’Idf per cercare di fermare il programma nucleare della Repubblica Islamica. In un primo momento, Bibi avrebbe assegnato agli 007 la responsabilità principale di sventare la minaccia di Teheran. Un piano allo studio prevedeva che l’agenzia di intelligence dello Stato ebraico guidasse un’operazione “per distruggere simultaneamente gran parte del programma nucleare iraniano”.

Nel 2024 però Netanyahu decise che questo piano era troppo ambizioso e irrealistico. In particolare, fonti vicine a Barnea affermano che l’operazione non sarebbe andata avanti anche perché nessuno credeva che decine di agenti locali, quindi iraniani, potessero essere impiegati in una missione così estesa senza far trapelare informazioni. Inoltre, nel frattempo, la strage del 7 ottobre aveva distolto risorse, tempo e attenzione verso Gaza.

Non meno impressionanti le indiscrezioni che riguardano la missione Epic Fury e che chiamano in causa l’alleato americano. Le già menzionate fonti vicine al direttore del Mossad sostengono che, “per molti versi”, gli Stati Uniti sono stati gli ideatori del piano di rovesciare il regime degli ayatollah utilizzando i curdi al fine di avviare un’offensiva di terra. Israele era pronto a fornire supporto aereo ai curdi, i quali avevano ricevuto sia da Tel Aviv che da Washington armi e addestramento militare.

Non è ancora del tutto chiaro se il presidente americano Donald Trump sia stato convinto a porre il veto sull’operazione da alcuni dei più alti funzionari della sua amministrazione o dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Fonti israeliane hanno accusato elementi di spicco all’interno della Casa Bianca di aver fatto trapelare il piano a Erdogan, permettendo così al leader turco di contattare per tempo il suo omologo statunitense e fermare il piano. In molti indicano che l’autore della soffiata sarebbe stato il vicepresidente JD Vance. Un’insinuazione smentita dal diretto interessato.

Quanto alla ricostruzione, apparsa sui media nelle scorse settimane, secondo cui sarebbe stato il direttore del Mossad, a febbraio, a convincere Trump che il regime iraniano sarebbe crollato subito, Barnea avrebbe precisato di non aver mai assicurato un tale esito in tempi così rapidi. Per il capo uscente dell’agenzia di intelligence israeliana, la caduta della dittatura islamica è un effetto che potrebbe verificarsi ad un anno di distanza, o più, dalla fine della guerra. Ad una condizione: che The Donald mantenga una forte pressione sull’Iran. E pare che l’ex signore delle spie israeliane sia ancora convinto che andrà così.

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