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“Noi sfruttati a 4 euro l’ora. Basta salari da fame, tagli e precarietà”: in piazza lo sciopero dei lavoratori della cultura

13 June 2026 at 09:25
“Siamo sfruttati, invisibili, ricattabili. Con contratti precari e salari da fame. Contro di noi abusi, ricatti e molestie. Ci vogliono divisi e isolati, ma scioperiamo insieme perché siamo stanchi di un lavoro che non è riconosciuto, pagato 4 euro l’ora, dopo dieci anni di formazione e anche più”. A Largo di Torre Argentina, a Roma, a pochi passi dallo storico teatro, tra i più antichi della Capitale con i suoi quasi 300 anni di storia, a scendere in piazza sono stati i lavoratori e le lavoratrici della cultura, per un inedito sciopero generale di tutto il settore. Il primo, secondo gli organizzatori, nella storia del Paese, a cinquant’anni di distanza dall’ultima mobilitazione che coinvolse musei e biblioteche. Ma mobilitazioni e proteste sono state organizzate in tutta la penisola: da Milano a Torino, passando per Napoli, Genova, Cagliari e non solo, a fermarsi, oltre ai teatri, sono stati musei, biblioteche, archivi. A Venezia sono così rimasti chiusi alcuni padiglioni della Biennale, a Firenze l’Archivio di Stato e gli uffici amministrativi degli Uffizi; a Roma chiusi il Museo dei Fori Imperiali, call center turistico e punti informativi, con musei a postazioni ridotte.
“Il nostro contributo e la nostra professionalità sono sistematicamente sminuiti, a livello economico e giuridico, favorendo una generale condizione di precarietà, povertà e incertezza, mentre i profitti vanno nelle tasche di pochi“, hanno rivendicato nel corso dell’assemblea pubblica, alla quale hanno partecipato artisti, dipendenti del settore pubblico e privato, autonomi dello spettacolo e dell’editoria, archivisti, bibliotecari, ma anche archeologi e storici dell’arte, insieme ad associazioni e collettivi come “Mi riconosci?” e ‘Vogliamo tutt’altro‘, passando per la Fp Cgil, i sindacati di base e le Camere del lavoro autonomo e precario (Clap).
Diverse realtà che, dopo più di un anno di confronto, sono riuscite a stilare un programma di rivendicazioni condivise, in grado di andare oltre la frammentazione del settore, per cercare soluzioni e lotte comuni, di fronte alle condizioni inaccettabili di precarietà strutturale, ai ripetuti tagli governativi al finanziamento pubblico, ai processi ormai continui di esternalizzazione, alle carenze croniche nel personale.
“Siamo accomunate dalla precarietà, siamo stagiste, finte partite IVA, lavoratori con contratti brevi, lunghi e medi. A collaborazione, a prestazione occasionale, in nero, lavoriamo coi corpi, con le nostre parole e con i nostri saperi”, c’è chi ha rivendicato dalla piazza. “Dopo 20, 30 anni della stessa narrazione, che vuole i lavoratori separati, vogliamo invertire la rotta. E dire che i salari di questo settore fanno schifo. Serve un salario minimo, perché il paradosso molto spesso è che chi tiene aperti i musei, le biblioteche, i teatri non può permettersi di fruire di un museo o di vedere uno spettacolo a teatro, perché viene pagato troppo poco. Quindi serve un reddito universale, perché in questo settore spesso e volentieri c’è tantissimo lavoro che non viene pagato”, ha rivendicato Tiziano Trobia, coordinatore nazionale delle Clap. Perché, ha sottolineato un’attrice in piazza, “il lavoro non è solamente il momento in cui si va sul palco e si fanno le prove, ma è tutto quello che viene prima, la preparazione, la scrittura. E tutto poi quello che viene dopo, come la promozione”. Eppure, ha aggiunto, “questa parte del lavoro non ha un riconoscimento economico e questo vuol dire che viviamo in una precarietà economica enorme, che non ci permette di immaginare un futuro, farci delle famiglie o di avere un mutuo”.

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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

13 June 2026 at 03:45

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.

L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.

Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.

Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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