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Stati Uniti-Cina, dietro il caso Wuxi la nuova guerra commerciale sulle biotecnologie. Trump fa muro, ma rischia di danneggiare la ricerca Usa

13 June 2026 at 16:33

All’apparenza sembra il classico caso di sicurezza nazionale, ma dietro le dichiarazioni ufficiali potrebbe esserci in gioco il controllo su uno dei settori più promettenti del futuro: l’8 giugno il Pentagono ha aggiunto il colosso cinese delle biotecnologie Wuxi AppTec nell’elenco di aziende – insieme al gigante cinese dell’e-commerce Alibaba e al motore di ricerca Baidu – sospettate di aiutare l’Esercito Popolare di Liberazione cinese (PLA). Ovvero di contribuire al programma di “fusione civile-militare”, fortemente voluto dal presidente Xi Jinping. Anche considerata l’ingerenza del Partito-Stato nell’economia privata. Respinte le accuse, venerdì l’azienda ha annunciato di aver intentato causa contro il Dipartimento della Difesa statunitense, seguendo la strada percorsa (con successo) da Xiaomi. Il produttore cinese di elettronica, colpito nel gennaio 2021, ha presentato ricorso pochi mesi dopo ed è stato rimosso dalla lista nera per mancanza di prove.

L’inserimento nel registro (la 1260H list) di per sé non costituisce una sanzione formale, ma preclude al Pentagono la possibilità – a partire dalla fine di giugno – di stipulare contratti diretti con le società menzionate, mentre dal 2027 sarà vietato anche l’acquisto dei loro prodotti tramite terzi. Il movente della sicurezza nazionale è legittimo. Dati genomici e catene di approvvigionamento costituiscono potenziali armi offensive nelle mani dei Paesi avversari: chi controlla nodi critici può acquisire forme di potere economico e tecnologico, anche senza usare la forza militare. Ma non è escluso che la recente manovra di Washington rappresenti anche un diversivo per scopi strategici più ampi. Nella blacklist della Difesa figurano infatti società collegate a vari comparti avanzati, compresi la startup della robotica Unitree e i produttori cinesi di chip di memoria CXMT e YMTC. Non meno rilevanti dell’automazione e dei semiconduttori, anche le biotecnologie rientrano tra le priorità strategiche ed economiche di Pechino. Il 15° Piano quinquennale cinese, approvato a marzo, definisce la biomedicina “settore pilastro emergente” per lo sviluppo delle cosiddette “nuove forze produttive” insieme a circuiti integrati, comparto aerospaziale, economia a bassa quota, nuovi sistemi di accumulo di energia e robotica intelligente. Eppure, alla contezza del potenziale non corrisponde ancora pari cognizione delle vulnerabilità del settore.

Come evidenzia l’Asia Society di New York nel rapporto An Overview of U.S.-China Life Sciences Competition and Cooperation, mentre la leadership cinese vuole ottenere una “maggiore indipendenza produttiva, continua ad aspettarsi un accesso pressoché illimitato ai mercati globali per le proprie esportazioni”. È questo il nervo scoperto su cui batte il Pentagono. Fondata nel 2000, WuXi è una multinazionale farmaceutica specializzata in servizi integrati di scoperta, sviluppo e produzione di farmaci. Ha operazioni in Asia, Europa e Stati Uniti con una quota stimata tra il 12% e il 15% nella scoperta preclinica e il 10%-l’11% nell’outsourcing di farmaci biologici a livello globale. Oltre il 60% del suo fatturato è nel mercato americano, dove è presente con enormi complessi produttivi nel Delaware e in Pennsylvania.

L’inasprimento del quadro normativo statunitense rischia di privare Wuxi dell’accesso a una preziosa fonte di guadagno. Ancora prima del Pentagono a muoversi in questa direzione era stato infatti il Congresso, con l’approvazione alla fine del 2025 del BIOSECURE Act. La legge, pensata per evitare che aziende biotech legate a governi rivali abbiano accesso a dati biologici, genetici e farmaceutici sensibili o diventino nodi critici della supply chain sanitaria statunitense, dispone il divieto per le agenzie federali di acquistare servizi o attrezzature da “aziende di preoccupazione”, stipulare contratti con soggetti che utilizzano tali servizi nell’esecuzione di contratti federali e finanziare tramite grant o fondi pubblici attività che dipendono da questo tipo di società. L’aspetto cruciale è che il diniego non colpisce solo il rapporto diretto con l’azienda cinese, ma può estendersi anche ai suoi clienti e fornitori quando lavorano con sussidi federali. E si dà il caso che l’inclusione nella blacklist del Pentagono può rappresentare una delle vie attraverso cui un’entità viene considerata “company of concern” ai fini dell’Act.

L’impatto della strategia normativa è già tangibile. Secondo l’Asia Society, da quando nel gennaio 2025 il Dipartimento del Commercio ha ristretto l’export di biotecnologie, i laboratori cinesi stanno riscontrando difficoltà nell’accesso ad apparecchiature di fascia alta che, come nel caso delle macchine per la litografia a ultravioletti estremi (EUV) per i semiconduttori, non è ancora in grado di produrre. La stessa Wuxi, persino prima venisse introdotto il BIOSECURE Act, aveva cominciato a cedere e riorganizzare le proprie attività a Philadelphia proprio a causa delle crescenti preoccupazioni politiche e normative negli Stati Uniti.

Il muro legale minaccia di diventare un’arma a doppio taglio: anche Washington rischia di ferirsi. Non solo perché gli investimenti del gigante cinese hanno creato nuovi posti di lavoro per i cittadini americani. Abigail Coplin, professore assistente di Sociologia e di Scienza, Tecnologia e Società (STS) presso il Vassar College, spiega Al South China Morning Post che a differenza del settore dei microchip – dove la conoscenza proprietaria (l’insieme di informazioni, dati, processi e know-how esclusivi), la complessità tecnologica e gli elevati costi delle apparecchiature creano forti vantaggi per chi arriva per primo – le biotecnologie spesso progrediscono grazie allo scambio di idee attraverso riviste accessibili, alla mobilità dei talenti e ai costi iniziali relativamente contenuti. Per Coplin, “se i responsabili politici limitano l’accesso delle aziende americane all’ecosistema biotecnologico cinese senza contemporaneamente aumentare i finanziamenti per la ricerca e impegnarsi di più per attrarre e trattenere i migliori talenti scientifici globali, le loro azioni non faranno altro che privare i pazienti americani di trattamenti all’avanguardia a prezzi accessibili”. Un problema aggravato dal crescente gap nel settore della formazione.

Stando al Center for Security and Emerging Technology, la Repubblica popolare forma circa 77mila dottori di ricerca in discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) ogni anno, rispetto ai 40mila degli Stati Uniti, compresi molti cittadini di origine asiatica. Alcuni di questi hanno già fatto i bagagli. Non si tratta solo di giovani promettenti. La stretta securitaria sulle università avviata sotto il primo mandato di Donald Trump ha provocato una massiccia fuga di cervelli maturi verso la Cina. Soltanto nell’ultimo anno tra questi figurano Hu Haitao, uno dei massimi esperti di vaccini a mRNA, Zhang Kai, leader mondiale nella microscopia crioelettronica (cryo-EM), e Feng Gensheng, pioniere nel campo della cura del cancro e dell’immunoterapia.

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Cuba, la “perestrojka” forzata di Díaz-Canel. L’ultimo tentativo di sopravvivere all’offensiva di Trump

13 June 2026 at 14:16

Aperture economiche a Cuba. Porte spalancate ai “nuovi attori”, stranieri e privati, pronti all’assalto di alberghi e altri immobili. Meno barriere burocratiche e riduzione del numero dei ministeri, da ventisette a venti. L’apparato statale si prepara a una “ristrutturazione profonda”, annuncia il leader Miguel Díaz-Canel ai media statali – tra cui la testata del Partito comunista Granma – promettendo istituzioni “più dinamiche, con maggiore capacità di adattamento alle esigenze proprie dei tempi attuali”.

L’Avana abbandona i controlli ferrei sul mercato delle valute – un tempo fiore all’occhiello della propria sovranità monetaria – per agevolare investimenti e produttività. Si parla anche di “conti in valuta estera” nelle banche per l’Impresa statale socialista. Al via anche la concessione di terre, come anticipato da ilfattoquotidiano.it, per “coloro che davvero possano farla produrre”, affinché “diminuisca l’indice di terreni oziosi” nell’Isola. È quindi Perestrojka, “ristrutturazione” vera e propria, forzata dallo strangolamento Usa. “Ogni opportunità, in mezzo alla crisi, dev’essere colta al balzo, come un momento di partenza e di crescita”, ha sostenuto Díaz-Canel citando il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro. “Non possiamo prescindere dalla creatività che, insieme all’unità del nostro popolo e alla volontà, ci potrà far superare le sfide attuali”. L’orgoglio però resta. “Gli Stati Uniti non si perdonano che, a questo punto, con tutta la massima pressione esercitata, la rivoluzione esista ancora e il Paese funzioni lo stesso. Neppure loro credono al racconto dello Stato fallito, che tirano sempre fuori”, ha rivendicato Díaz-Canel.

Fonti de L’Avana riferiscono che la riforma rientra nei negoziati portati avanti dall’Isola con gli Stati Uniti e, al di là delle pressioni illegali della Casa Bianca, prevedono una serie di aperture economiche a Cuba, già richieste dai circuiti finanziari Usa. Tuttavia a Miami c’è scetticismo. “Credo siano cambiamenti minori. Ma il tempo lo dirà”, afferma Daniel Pedreira, professore di Scienze politiche all’Università internazionale della Florida. “È un annuncio inedito, certo, ma ogni volta che il governo cubano fa un’apertura – anche piccola, modesta, concedendo spazi ai cubani – segue un ripensamento, che fa tornare tutto indietro, generando perdite”. Altre fonti sostengono che, attraverso l’annuncio delle riforme, L’Avana potrebbe guadagnare tempo prezioso nella partita con gli Stati Uniti. Ma più che calcolo politica la scelta è dovuta alle urgenze economiche dell’Isola. In particolare dopo il fuggi fuggi delle catene alberghiere estere, soprattutto spagnole, allo scadere dell’ultimatum Usa del 5 giugno, e le sanzioni su Gaesa, Grupo de administración especial sociedad anónima, che gestisce almeno il 40% dei beni dell’Isola.

“Le conseguenze sono a portata di mano. Stiamo rimanendo sempre più soli. Ora tocca scommettere sull’aiuto di chi se n’è andato (gli esuli, ndr), visto perché il vuoto lasciato dalla crisi sembra incolmabile”, dice a ilfattoquotidiano.it Juana Santos, maestra, 46 anni, residente a Manabí. L’offensiva Usa però non si ferma. Ore prima dell’annuncio di Díaz-Canel Washington ha sanzionato la statale petrolifera Unión Cuba-Petróleo (Cupet), facendo saltare un accordo di 250mila barili di diesel che avrebbero dato ossigeno a chi vive nell’Isola. La stretta è stata voluta dal segretario di Stato Usa Marco Rubio che accusa L’Avana di usare “l’energia come arma” volta a “reprimere e nutrire la cleptocrazia del regime”. Nello stesso giro le autorità di Miami-Dade hanno revocato la licenza a VanguardEnergy, tra le tante aziende che operano nell’export di carburante nell’Isola, attraverso il porto di Matanzas e altre località. Certo, di recente L’Avana ha ricevuto cento tonnellate di aiuti umanitari dalla Colombia. Ma non basta. Sono troppe le vite in sospeso. Carilda Peña, viceministra cubana per la Sanità pubblica, parla di 100mila pazienti i cui interventi chirurgici sono bloccati da sanzioni illegali Usa. Tra questi si contano 5.152 pazienti oncologici. Altri 3mila sono in fila per l’emodialisi. “Non siamo a zero perché stiamo facendo sforzi ingenti”, dice la viceministra. “Ci colpiscono i blackout, la mancanza d’acqua e altri elementi importanti per garantire il funzionamento delle unità di emodialisi”, conclude. Aperture forzate di un Paese che sopravvive in assenza del diritto internazionale.

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Venezuela, militari nelle miniere gestite dalle gang: 21 morti. “Il governo esegue il volere degli Usa e apre la strada a Big Oil”

13 June 2026 at 08:05

Spari a raffica, dall’alto. Provengono dagli elicotteri delle Forze armate bolivariane. Colpiscono minatori, i nuovi schiavi, e non solo. E ne uccidono almeno 21. Le cifre potrebbero essere più alte, ma Caracas tace. Hanno l’ordine di “liberare”, così dicono, Las Claritas e i chilometri 33 e 88, due zone estrattive situate nel meridione dello Stato Bolívar, nel cosiddetto Arco Minero, che detiene le più grandi riserve di oro, coltan e terre rare del Venezuela. Ufficialmente l’operazione, in corso da tre giorni, punta a colpire le mafie coinvolte nel business estrattivo. In particolar modo il Tren de Aragua, designata come “organizzazione terroristica” dagli Stati Uniti. Alcune fonti parlano dell’uccisione di Hector Guerrero Flores, alias Niño Guerrero, su cui il Dipartimento di Stato Usa aveva messo una taglia di 5 milioni di dollari. La sua uccisione è stata confermata e rivendicata questa notte dall’amministrazione Trump, che ha confermato un attacco diretto sul suolo venezuelano. Altro bersaglio: Johan José Romero, Petrica, leader del Sindicato, fazione del Tren de Aragua.

Tuttavia le gang vantano ancora degli appoggi all’interno dello Stato venezuelano, in particolare nella corrente del ministro dell’Interno Diosdado Cabello, che ha filtrato in anticipo la notizia sull’imminente operazione. Sfollate anche centinaia di famiglie, ma Caracas non fornisce stime ufficiali. Nelle ore precedenti i residenti de Las Claritas hanno chiuso i varchi di entrata alla località (Troncal 10) chiedendo la fine delle operazioni e delle violazioni dei diritti umani in corso. Per ragioni di sicurezza erano stati chiusi anche gli accessi al trasporto pubblico nel municipio di Caroní.

Altissime fonti a Ilfattoquotidiano.it sostengono che l’operazione su larga scala sia stata voluta da Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, recatosi a Caracas lo scorso 3 giugno, a cinque mesi dal golpe della Cia che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, su iniziativa di Donald Trump. Durante la sua visita Caine ha incontrato i vertici dell’amministrazione Rodríguez – assente la presidente in carica, che era in India – e ha ribadito il tema sicurezza come “priorità” dell’agenda Caracas-Washington, anche a nome delle Big Oil che chiedono ulteriori garanzie per sbarcare a pieno regime nel Paese.

Ergo: l’arrivo di Trafigura, Chevron e altre big, pronte a impossessarsi dell’Arco dell’Orinoco, non può coesistere con la presenza delle gang che, al momento, si spartiscono il territorio. Di qui l’improvvisa operazione, avvenuta in fretta e furia. Lo conferma il politologo Enderson Sequera: “Nessuna azienda investirebbe nel settore minerario in Venezuela senza garanzie di sicurezza. Gli Usa vogliono l’espulsione dei gruppi armati, tra cui l’Ejército de liberación nacional, e le mafie locali presenti nel territorio”. Per Sequera il tentativo è anche quello di recuperare “il monopolio della forza” nel meridione del Paese, poiché il vecchio equilibrio, garantito da Maduro, è ormai andato in frantumi.

L’operazione, che coinvolge diverse sigle militari, tra cui Guardia nazionale, Conas e le Forze speciali dell’esercito, è in continuità con l’approvazione della Legge organica delle Miniere, lo scorso 9 aprile, a Caracas, previa visita di Doug Burgum, segretario del Dipartimento degli Interni Usa. La normativa, in continuità con la riforma in materia di idrocarburi, elimina i vincoli statali posti durante i governi di Hugo Chávez e apre ai capitali stranieri in assenza di vincoli. “Stiamo parlando di una vernice di legalità per il saccheggio sistematico dell’Amazzonia e dello Scudo guyanese, aggravando danni umani e ambientali”, ha lamentato Cristina Volmer de Burelli, fondatrice dell’ong SosOrinoco. “La zona dello scontro, ricca di oro e rame, già al centro di sanguinose dispute territoriali, suggerisce forti pressioni politiche in atto”, ha aggiunto.

Interpellato da Ilfattoquotidiano.it, il sociologo e attivista Emiliano Terán Mantovani osserva: “Siamo in presenza di un radicale mutamento nella governance mineraria della zona. Si vuole fare spazio agli Stati Uniti”. Però l’esito non è scontato. “Difficile eliminare tutte le strutture criminali radicate anzitempo – sottolinea – Legale o no, l’attività mineraria continuerà a colpire interi ecosistemi e comunità, ignorando le esigenze dell’Amazzonia”. C’è preoccupazione anche per le famiglie, specialmente donne e bambini, che di solito subiscono i danni maggiori dalle dispute minerarie. In pericolo anche i minatori artigianali, alcuni di loro spinti dalla crisi ad abbandonare altri impieghi per aderire al lavoro estrattivo. Tra loro Javier Méndez che racconta a Ilfattoquotidiano.it: “Facevo il maestro, ma guadagnavo 5 dollari al mese. Non sono un criminale. Ho semplicemente abbandonato il gessetto per il piccone. Ora posso arrivare anche a 500 dollari, coprendo quasi il paniere base”.

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