I numeri sono concreti e pesano più di tante parole. E ieri, durante la riunione del Cremlino sullo sviluppo di Donbass e Novorossija, i numeri hanno parlato chiaro. Vladimir Putin ha messo nero su bianco l’obiettivo: entro il 2030 i territori delle ex repubbliche di Donetsk e Lugansk, insieme alle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, dovranno raggiungere gli standard generali russi. Qualità della vita, infrastrutture, lavoro.
Non è uno slogan, come evidenzia il presidente della federazione Russa. Ad aprile 2023 il governo ha approvato un programma complesso di sviluppo, dentro il quale ci sono circa trecento interventi specifici. Scuole, ospedali, strade, fabbriche, campi da agricoltura. E anche il lavoro di 26 aziende statali e 82 soggetti della Federazione, ognuno con un pezzo di territorio da seguire.
Il punto della stituazione
A fare il punto della situazione ci hanno pensato i vicepremier Marat Khusnullin e Tatiana Golikova. E il quadro, nonostante le difficoltà, racconta di una macchina che si è messa in moto.
Khusnullin ha elencato i numeri della ricostruzione: oltre 7.700 condomini riparati, per un totale di 24 milioni di metri quadrati di abitazioni. Poi 63 strutture sanitarie rimesse a nuovo, 1.700 edifici scolastici, 500 tra impianti sportivi e centri culturali. Poi il lavoro sulle strade: riparati e costruiti più di 8.000 chilometri di asfalto, compresi i tratti dell’Anello d’Azov. Quelle federali sono già a norma, ora tocca alle municipali.
Nell’economia, la zona economica libera conta già più di 500 partecipanti. Investimenti dichiarati? Oltre 383 miliardi di rubli. Il credito bancario cresce, il portafoglio prestiti ha toccato i 275 miliardi, con un balzo del 30% solo nei primi cinque mesi del 2026. Le entrate fiscali del 2025 sono aumentate del 22% rispetto all’anno prima: 435 miliardi di rubli. E i settori produttivi corrono, con tassi di crescita tra il 10 e il 20%, come riporta il quotidiano Izvestia.
Nascite in aumento e sostegno alle madri
Sul fronte sociale, Golikova ha portato notizie che suonano quasi controcorrente. I quattro territori sono ormai dentro i progetti nazionali “Famiglia”, “Vita attiva e lunga” e “Quadri”. Oltre 2,4 milioni di persone ricevono sostegno federale. Le pensioni sono state assegnate a più di 1,5 milioni di cittadini, e il 93% di queste è già calcolato sugli standard russi. Quasi 140.000 i certificati per il capitale di maternità distribuiti. Il sussidio unico per le famiglie copre 36.000 nuclei, con 56.000 bambini coinvolti.
E poi misure per favorire la natalità: è cresciuta in tre anni. La repubblica di Donetsk guida la classifica con un +14%. Più di un terzo delle famiglie con bambini, ha aggiunto Golikova, utilizza contratti sociali. Funzionano i programmi “Medico di campagna” e “Infermiere di campagna” per attirare personale nei territori. E la sanità si sta riorganizzando su tre livelli, dentro il sistema obbligatorio di assicurazione medica. La disponibilità di cure ad alta tecnologia è triplicata: da 4.300 pazienti nel 2023 a 12.000 nel 2025. A Melitopol, per la prima volta, è entrato in funzione un acceleratore lineare per la radioterapia.
La strategia del mare e il nodo sicurezza
Putin ha anche annunciato una nuova strategia per la regione dell’Azov. Turismo, trasporti, terre agricole da mettere a coltura, pesca, bonifica ambientale. Obiettivo: non lasciare indietro nessun pezzo di territorio.
Ma il presidente non ha nascosto le difficoltà. Ha ringraziato medici, insegnanti, operai, autisti, tutti quelli che lavorano “in condizioni complesse, tra bombardamenti e attacchi di droni”. E ha aggiunto, con tono duro: le nostre truppe tengono il vantaggio strategico e avanzano. Il regime di Kiev, incapace di reggere l’urto, ricorre a metodi terroristici - ha denunciato - colpendo civili, infrastrutture e mezzi di trasporto.
Alla fine, la frase che forse riassume tutto: “È stato fatto molto, ed è un bene. Ma i problemi non risolti sono molti di più. Adesso parliamo proprio di questo”.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato in un'intervista ai media locali che la Repubblica Islamica ha vinto la guerra contro gli Stati Uniti.
"L'Iran è il vincitore di questa guerra, e il popolo iraniano è il vero vincitore in questo scenario [...] Qualsiasi accordo ha lo scopo di consolidare la vittoria sul campo di battaglia", ha dichiarato il ministro degli Esteri.
Araghchi ha sottolineato che Teheran ha conseguito la vittoria nonostante gli Stati Uniti e Israele possedessero armamenti avanzati, comprese capacità nucleari. "Naturalmente, dopo una vittoria di tale portata, è necessario consolidarla attraverso un accordo o un'intesa", ha affermato.
In questo contesto, ha fornito dettagli sull'accordo con Washington, che, a suo dire, è in fase di finalizzazione. Il ministro degli Esteri ha indicato che il documento rappresenta un memorandum d'intesa in 14 punti ed è ancora soggetto a modifiche prima dell'approvazione definitiva. Ha inoltre rifiutato di fornire ulteriori dettagli sull'accordo, affermando che saranno resi noti al termine dei negoziati.
Il ministro ha inoltre confermato che entrambe le parti sono "più vicine che mai" alla firma dell'accordo preliminare. "Potrebbe accadere nei prossimi giorni; lo spero", ha osservato. Ha anche spiegato che "la firma avverrà a distanza, in modalità digitale, come si dice oggi". "Ciascuna parte firmerà, e poi verrà annunciato che questo memorandum d'intesa è stato firmato da entrambe le parti", ha affermato.
In tale contesto, ha esortato i media ad "astenersi da speculazioni che potrebbero turbare il clima psicologico e politico internazionale in un modo che potrebbe compromettere questa opportunità". "Lasciamo che il nostro lavoro proceda secondo i suoi principi e nel suo ambito di competenza", ha concluso.
Un'analisi di Oxfam basata sui dati delle Nazioni Unite, pubblicata l'11 giugno 2026, rivela un dato drammatico: negli ultimi tre anni, nella Cisgiordania occupata, le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più palestinesi rispetto ai 17 anni precedenti messi insieme.
Tra il 2023 e il 2025, il numero di palestinesi uccisi nella regione ha raggiunto quota 1.244, tra cui si contano 268 bambini. Per avere un metro di paragone, tra il 2006 e il 2022 le vittime palestinesi erano state 1.036.
Bushra Khalidi, responsabile delle politiche umanitarie di Oxfam International, ha commentato la situazione con parole dure:
"L'aumento delle uccisioni di civili in Cisgiordania è tragico e orribile. Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Gaza, gli attacchi in Cisgiordania si sono intensificati. Da quando ha avuto luogo l'operazione di Hamas il 7 ottobre 2023, Israele ha commesso un genocidio a Gaza, consentendo al contempo un'ondata di violenza senza precedenti in tutta la Cisgiordania".
Anche gli sfollamenti forzati hanno registrato picchi mai visti prima. Negli ultimi tre anni sono stati quasi 46.000 i palestinesi sradicati dalle proprie case, un numero che eclissa ampiamente i 13.000 sfollati registrati nei 14 anni precedenti.
Le testimonianze dal campo e l'aumento delle restrizioni
Saed, un uomo palestinese di 50 anni costretto ad abbandonare la propria terra, racconta l'escalation:
"Prima avevamo a che fare con i coloni di continuo, ma negli ultimi tre anni la violenza da parte loro è aumentata vertiginosamente. Alla fine siamo stati costretti ad andarcene e ora un colono vive in casa mia. L'ho visto con i miei occhi. Ha preso il controllo dell'intera comunità. Mi si spezza il cuore a parlare del passato".
La famiglia di Saed ha cercato rifugio in un'altra comunità vicino a Gerico, ma le violenze non si sono fermate:
“I coloni bloccavano le strade, giravano armi in pugno, molestavano e terrorizzavano i nostri figli mentre andavano a scuola. Facevano pascolare il loro bestiame all'interno della nostra comunità, proprio vicino alle nostre case. Nei casi peggiori, rubavano il nostro bestiame godendo della protezione dell'esercito e della polizia”.
Attualmente, la libertà di circolazione nella Cisgiordania occupata è soffocata da un numero record di 925 ostacoli fisici e posti di blocco, un incremento del 43% rispetto alla media degli ultimi 20 anni. Soltanto nei primi tre mesi del 2026, Oxfam ha già rilevato più di 540 attacchi condotti da abitanti degli insediamenti abusivi, provocando altri 2.200 sfollati.
Amnesty International: "In corso una pulizia etnica deliberata"
A confermare la sistematicità di queste azioni è un dettagliato rapporto di Amnesty International pubblicato il 10 giugno 2026. L'organizzazione accusa apertamente il governo israeliano di condurre una campagna deliberata di pulizia etnica nell'Area C dei territori occupati.
L'ong ha verificato in modo indipendente 423 video e immagini che documentano le violenze perpetrate dai coloni e dai militari contro la popolazione locale. Le prove digitali sono state autenticate tramite avanzati sistemi di geolocalizzazione e cronolocalizzazione per individuare con precisione l'ora e il luogo esatto degli attacchi. I risultati sono stati poi corroborati dall'analisi di immagini satellitari, da 10 sopralluoghi sul campo e da 64 interviste approfondite con le vittime e i funzionari.
Uno degli esempi più recenti e brutali di questa violenza sistemica è stato l'attacco incendiario coordinato contro lo storico villaggio cristiano di Taybeh, un insediamento che conta tremila anni di storia. Il 9 giugno, gruppi estremisti hanno lanciato un attacco su vasta scala, appiccando il fuoco ai campi agricoli a est di Ramallah. Il villaggio di Taybeh si trova sotto una pressione insostenibile da quando, nelle sue immediate vicinanze, è sorto un insediamento abusivo che funge da base logistica per le continue incursioni.
Il ruolo dello Stato e i finanziamenti agli insediamenti illegali
Le istituzioni internazionali puntano il dito direttamente contro i vertici politici di Tel Aviv. Una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità israeliane sono direttamente coinvolte nel facilitare tali violenze, fornendo supporto finanziario e militare ai coloni durante gli attacchi.
Questa strategia è confermata dalle stesse manovre economiche del governo israeliano, pronto ad approvare un piano pluriennale che stanzia oltre 350 milioni di dollari per finanziare e sostenere l'espansione di 61 insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata.
La linea politica dietro a questo stanziamento è stata esplicitata chiaramente dal Ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich. Annunciando il nuovo progetto di insediamento, Smotrich ha dichiarato senza mezzi termini che l'obiettivo dell'operazione è "stabilire fatti concreti sul terreno" per impedire, in modo definitivo, la creazione di uno Stato palestinese.
Secondo quanto scritto da Sebastian Shehadi di Middle East Eye, il 1° settembre 2025 una decisione amministrativa passata quasi inosservata, presa dall'autorità di vigilanza finanziaria di uno dei paesi più piccoli d'Europa, ha scatenato una tempesta legale tuttora in corso.
La Commission de Surveillance du Secteur Financier (CSSF) del Lussemburgo ha infatti approvato il prospetto informativo del programma di obbligazioni israeliane destinate alla diaspora, consentendo la vendita dei cosiddetti "Israel Bonds" agli investitori al dettaglio in tutta l'Unione Europea.
Queste obbligazioni sono state esplicitamente commercializzate con lo slogan "Sostieni Israele. Israele è in guerra". L'approvazione da parte del Lussemburgo è giunta in un contesto di crescente indignazione internazionale e di accuse di genocidio rivolte a Israele per le sue azioni a Gaza.
Per anni, il programma di emissione di queste obbligazioni era rimasto ancorato all'Irlanda, sotto la regolamentazione della banca centrale locale. Tuttavia, la costante opposizione del parlamento e della società civile a Dublino — che collegava la vendita dei titoli al finanziamento delle operazioni militari a Gaza — ha esercitato una pressione tale da indurre l'emittente, la Development Corporation for Israel (DCI) con sede negli Stati Uniti, a richiedere il trasferimento della sede.
Ai sensi della normativa UE, un emittente può richiedere che la "competenza di approvazione" di uno specifico prospetto informativo venga delegata all'autorità di regolamentazione di un altro Stato membro. Il Lussemburgo ha acconsentito a riceverla, ponendo la CSSF come ente regolatore.
Ciò che è accaduto in seguito è stato altamente anomalo, viste le controversie politiche che circondavano queste obbligazioni: la CSSF non ha consultato il Ministero degli Affari Esteri ed Europei del Lussemburgo prima di approvare il documento.
Le dure critiche delle Nazioni Unite e della società civile
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, non ha risparmiato critiche all'accordo quando, il mese scorso, è intervenuta a una conferenza in Lussemburgo organizzata da Amnesty International per esaminare la responsabilità legale del Paese nei confronti di Israele.
"La vendita di queste obbligazioni è illegale secondo il diritto internazionale perché i proventi vengono destinati direttamente al finanziamento del genocidio", ha affermato Albanese. "Il diritto internazionale esige che tutti gli operatori finanziari si astengano dal collegarsi direttamente a crimini contro i diritti umani. E coloro che hanno autorizzato la vendita di obbligazioni sono implicati. Vendere queste obbligazioni è moralmente e legalmente sbagliato."
I governi emettono obbligazioni per raccogliere fondi destinati alla spesa pubblica o per ripagare i debiti. Per Israele, la vendita di questi titoli è stata cruciale per finanziare le guerre a Gaza, in Libano e in Iran.
Obbligazioni commercializzate per scopi bellici
Per comprendere perché giuristi e parlamentari stiano ora definendo l'approvazione del Lussemburgo una potenziale violazione del diritto internazionale, è utile capire cosa siano effettivamente gli Israel Bonds della DCI.
A differenza dei titoli di Stato israeliani standard venduti agli investitori istituzionali (come riportato da Middle East Eye), gli Israel Bonds vengono commercializzati direttamente presso investitori al dettaglio, organizzazioni religiose e fondi municipali, spesso attraverso reti della diaspora e appelli alla solidarietà.
Il materiale promozionale della DCI all'epoca dell'approvazione in Lussemburgo non lasciava dubbi sul suo scopo: sostenere il bilancio di guerra di Israele. Secondo il sito web e la pagina Instagram di DCI, dal 7 ottobre 2023 le obbligazioni israeliane hanno raccolto 7,7 miliardi di dollari per il governo israeliano.
I proventi derivanti da queste emissioni confluiscono nelle casse israeliane come finanziamenti generali senza vincoli, in un momento in cui la spesa militare del Paese è balzata da circa il 20% a oltre il 30% della spesa pubblica totale.
Un rapporto dettagliato pubblicato il mese scorso, redatto da un team di giuristi, economisti e specialisti in regolamentazione finanziaria e presentato alla conferenza di Amnesty International in Lussemburgo, illustra i rischi che le obbligazioni israeliane comportano per il Granducato e per gli investitori.
Secondo il rapporto, la strategia di marketing di DCI sfrutta il sentimento politico ed emotivo, oscurando numerose problematiche finanziarie e legali. Nonostante i documenti finanziari ufficiali di Israele depositati negli Stati Uniti segnalino una grave contrazione economica, la DCI assicura agli acquirenti un'economia "resiliente" pronta a superare le prestazioni delle altre nazioni sviluppate.
Il rapporto definisce questo fenomeno un "premio patriottico": l'idea che gli acquirenti, motivati ??dalla solidarietà piuttosto che da calcoli finanziari, accettino rendimenti ben al di sotto di quanto il rischio effettivamente giustifichi.
Un investitore che prestasse denaro all'Ucraina per un anno, ad esempio, richiederebbe un rendimento di circa il 25%; per la Russia, circa il 15%. In breve, prestare denaro a paesi in guerra di solito si traduce in alti rendimenti per gli investitori. Ma le obbligazioni israeliane rendono circa il 4%, nonostante il Paese sia in guerra e registri un deficit di quasi il 7% del PIL.
Secondo gli autori, questo divario non viene colmato da solidi principi economici, bensì dal sentiment di mercato, e i piccoli investitori si assumono rischi di cui non sono mai stati adeguatamente informati.
Il Lussemburgo sta ignorando il diritto internazionale?
Il quadro giuridico del rapporto si basa su tre provvedimenti provvisori emessi dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel 2024, ognuno dei quali conferma la plausibilità che Israele stia commettendo un genocidio, sebbene il procedimento principale sia ancora in corso. Cita inoltre il parere consultivo della CIG del luglio 2024, che ha imposto a tutti gli Stati l'obbligo di non assistenza e di non cooperazione nei confronti dell'occupazione illegale da parte di Israele.
"La negoziazione di obbligazioni israeliane sui mercati dell'UE costituisce innegabilmente una grave violazione del diritto internazionale", ha dichiarato a MEE Shahd Hammouri di Law for Palestine, uno dei relatori principali della conferenza. "Questo atto non può essere giustificato facendo riferimento a considerazioni finanziarie o burocratiche."
Hammouri si è spinta oltre, sostenendo che l'autorità di vigilanza finanziaria del Lussemburgo possedeva gli strumenti necessari per rifiutare la richiesta, ma ha scelto di non utilizzarli:
"Il Lussemburgo aveva la facoltà discrezionale, ai sensi del regolamento sui prospetti, di rifiutare l'approvazione ogniqualvolta sussistessero rischi sistematici per l'interesse pubblico, la pace e il mantenimento di un regime illegittimo. Non esercitare tale facoltà in presenza di un grave rischio di complicità costituisce una chiara violazione dei propri doveri."
L'aspetto più rilevante, secondo Hammouri, è la possibilità che ne derivi una responsabilità penale personale: "Agevolando la gestione dei proventi fungibili derivanti dalle obbligazioni israeliane, il Lussemburgo si rende complice di atti di genocidio... e coloro che hanno preso la decisione di approvare il prospetto informativo sono a tutti gli effetti penalmente responsabili".
I paralleli storici con l'Apartheid
Il rapporto traccia un esplicito parallelo storico con il passato del Lussemburgo. Tra il 1967 e il 1975, la Kredietbank Luxembourg concesse prestiti per circa 625 milioni di dollari al Sudafrica dell'apartheid, mentre i titoli di debito del regime venivano quotati alla Borsa del Lussemburgo.
La risposta internazionale culminò infine nel Comprehensive Anti-Apartheid Act statunitense del 1986, che proibiva esplicitamente l'acquisto di titoli di debito pubblico sudafricani. "Il quadro normativo odierno è sostanzialmente più solido", osserva il rapporto, "essendo ancorato a sentenze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia piuttosto che a pressioni politiche".
La contraddizione è accentuata dal fatto che il Lussemburgo ha riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina il 22 settembre 2025, appena tre settimane dopo l'approvazione del prospetto obbligazionario da parte della CSSF.
'L'inazione non è un'opzione'
La conferenza di Amnesty International in Lussemburgo, tenutasi il 18 maggio 2026, ha riunito oltre 200 persone, tra cui Albanese, l'economista politico Shir Hever, la senatrice irlandese Alice-Mary Higgins e diversi parlamentari lussemburghesi. L'incontro ha generato cinque richieste di intervento concrete, da attuare entro sei-dodici mesi.
La scadenza più urgente è quella di settembre 2026, data in cui i prospetti obbligazionari vengono rinnovati su base annuale. La senatrice Higgins, tra i politici che contribuirono a forzare il trasferimento iniziale dei titoli fuori dall'Irlanda, ha chiarito che né Dublino né il Lussemburgo dovrebbero agevolare il prossimo rinnovo: "Queste autorità dispongono di strumenti che dovrebbero utilizzare per garantire che queste obbligazioni non vengano rinnovate a settembre". Se ciò accadesse e nessun altro Paese dell'UE accettasse di approvare i titoli, questi non potrebbero più essere venduti nel blocco comunitario.
Higgins ha inoltre criticato apertamente la tendenza dei governi a trincerarsi dietro l'indipendenza dei propri organi di regolamentazione: "Il governo vorrebbe negare ogni responsabilità affermando che l'indipendenza dell'autorità competente significa 'non possiamo fare nulla'. Questa non è una posizione accettabile".
Franz Fayot, deputato lussemburghese del partito di centrosinistra LSAP, ha dichiarato alla conferenza che il suo team ha pubblicato due pareri legali — uno redatto da studiosi dell'Università del Lussemburgo e l'altro dall'Università di Utrecht nei Paesi Bassi — ed entrambi concludono che le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele sono fuori discussione e che l'inazione del Lussemburgo non è un'opzione.
"È inoltre affermato in modo molto chiaro che il Lussemburgo ha ancora oggi la possibilità di agire economicamente attraverso le sanzioni, ma anche di intervenire tramite il suo settore finanziario. Questa è la grande leva di cui disponiamo", ha spiegato Fayot, promettendo un dibattito parlamentare organizzato insieme ai Verdi e al partito Déi Lénk (Sinistra) per presentare proposte di legge concrete.
Elusione politica e cavilli tecnici
Il governo di coalizione di centro-destra del Lussemburgo ha finora risposto alle pressioni con una strategia elusiva. Interrogati in parlamento alla fine di maggio 2026, i ministri si sono rifiutati di chiarire se l'approvazione della CSSF del settembre 2025 comportasse responsabilità internazionali per lo Stato, invocando la totale indipendenza dell'organismo di vigilanza.
La stessa linea è stata mantenuta di fronte alle proteste di piazza. Quando gli attivisti della neonata campagna Stop Israel Bonds hanno manifestato davanti al Ministero delle Finanze, l'ufficio del ministro Gilles Roth si è limitato a rilasciare una nota dichiarando che "la CSSF è l'autorità competente". Una posizione speculare a quella fornita ai giornalisti nel febbraio 2026.
La CSSF, dal canto suo, ha sempre sostenuto che il proprio ruolo sia puramente tecnico e limitato a verificare la completezza, la coerenza e la comprensibilità delle informazioni contenute nel prospetto degli Israel Bonds, specificando che l'approvazione non costituisce un giudizio sulla solvibilità dell'emittente o sul merito finanziario dell'operazione.
I critici considerano questa difesa insostenibile. Parlando con MEE, Anas Obeidat, attivista residente in Lussemburgo e coautore del rapporto, lo ha affermato senza mezzi termini:
"Nascondersi dietro cavilli tecnici non esonera dalle responsabilità. I meccanismi di distanziamento legale e finanziario non possono essere usati come scudo per sottrarsi alle proprie responsabilità per ciò che sta accadendo nei Territori Palestinesi Occupati e per il ruolo del Lussemburgo nel facilitare il finanziamento dei crimini di guerra".
Il paradosso della capitale europea dell'ESG
C'è un'ulteriore dimensione che sta mettendo in forte imbarazzo il settore finanziario del Granducato. Il Lussemburgo ha investito massicciamente per posizionarsi come il polo di riferimento europeo per la finanza sostenibile e gli investimenti ESG (ambientali, sociali e di governance).
Il Fondo pensionistico statale norvegese, la cui lista di esclusione fa da bussola per la comunità ESG globale, ha già disinvestito dalle società legate all'occupazione illegale, seguito da diverse altre istituzioni finanziarie europee. Al contrario, il fondo pensionistico pubblico del Lussemburgo (Fonds de Compensation) continua a investire in diverse società incluse nel database delle Nazioni Unite che elenca le imprese a sostegno degli insediamenti israeliani.
"Il Lussemburgo è il più grande polo ESG d'Europa", si legge nel rapporto, e l'approvazione del prospetto degli Israel Bonds "mette a dura prova, sia a livello reputazionale che politico, questa posizione".
Secondo Shahd Hammouri, un cambio di rotta sarebbe epocale: "Un movimento politico in Lussemburgo che regoli il settore finanziario in modo da rendere impossibile trarre profitto da gravi violazioni in contesti di guerra sarebbe rivoluzionario per l'economia globale".
Scadenza imminente: cosa succederà a settembre?
Secondo alcune fonti, in Lussemburgo si sta preparando una causa contro la CSSF basata sulla presunta mancata protezione degli investitori da rischi non adeguatamente segnalati nel prospetto, ricalcando l'azione legale intentata a Dublino contro la Banca Centrale d'Irlanda prima del trasferimento dei titoli.
La campagna "Stop Israel Bonds", lanciata durante la conferenza di maggio, sta coordinando le pressioni della società civile tra Lussemburgo, Irlanda e l'intera Unione Europea. L'obiettivo esplicito è impedire che, in caso di mancato rinnovo in Lussemburgo, i titoli vengano semplicemente trasferiti in Germania o in un altro Paese compiacente.
La scadenza di settembre 2026 è ormai vicina. Resta da vedere se il governo del Lussemburgo continuerà a dichiararsi impotente o se il parlamento, la società civile e il peso del diritto internazionale imporranno una decisione diversa prima del rinnovo del prospetto informativo.
Come dichiarato a MEE da Martina Patone, coautrice del rapporto: "Quanto scritto in questo documento non è sconosciuto ai governi europei. Mantenerlo nero su bianco servirà a ricordare alle generazioni future ciò che è stato fatto e a smascherare, nel presente, coloro che hanno scelto di non agire".
I nodi vengono sempre al pettine. Oltremanica, gliannunci di incremento della spesa per gli armamenti, spinti dai nuovi target della NATO, si sono infranti contro il realistico muro dei conti pubblici da mantenere in ordine. Perché se investi maggiori somme per finalità belliche – poco importa se le chiami “difesa” – da qualche parte devi operare dei tagli, e non sempre è possibile.
Si può riassumere così la motivazione che ha portato il ministro della Difesa del Regno Unito, John Healey, a dimettersi improvvisamente giovedì, in aperto disaccordo con il governo sulla futura spesa militare. Le sue dimissioni gettano nuovi dubbi sulla tenuta dell’esecutivo presieduto dal primo ministro Keir Starmer, già indebolito da sconfitte elettorali e malumori interni al partito.
Nella lettera di dimissioni, Healey ha dichiarato che il piano di investimenti per la difesa fino al 2035 è “ampiamente insufficiente” in un periodo di crescenti minacce globali. Ha accusato il Tesoro di essere “riluttante” e il premier di essere “incapace” di garantire le risorse necessarie, sottolineando che gli aumenti previsti entro il 2030 sarebbero “trascurabili” rispetto agli impegni già presi per il 2027.
Oltre a Healey, apprendiamo dalla stampa inglese che si sono dimessi anche il ministro delle Forze Armate, Al Carns, e la consigliera Pamela Nash. Al suo posto, Starmer ha nominato Dan Jarvis, un ex ufficiale dell’esercito.
Le dimissioni arrivano mentre il Regno Unito è sotto pressione per adeguarsi ai nuovi target della NATO, che chiedono agli alleati di spendere il 3,5% del PIL in difesa entro il 2035. A complicare il quadro, la scarsità di risorse pubbliche e il braccio di ferro tra ministeri: Energia, ad esempio, spinge per non tagliare gli investimenti sul clima a favore della difesa.
Per Starmer, già in difficoltà dopo le sconfitte elettorali e le voci di una possibile sfida alla leadership (con il sindaco di Manchester, Andy Burnham, in attesa di un seggio parlamentare), la perdita di un fedelissimo come Healey rappresenta un duro colpo. L’ex ministro godeva di ottimi rapporti con gli alleati europei, in particolare con il collega tedesco Boris Pistorius.
12 giugno. Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell'URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell'Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevic che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall'Ucraina di Leonid Krav?uk. Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušca, Boris Eltisn Stanislav Šuškevic e Leonid Kravcuk decretavano a tavolino la fine dell'URSS.
Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell'URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.
In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell'URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico. Si celebrano con ciò stesso, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l'iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni '90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all'anno. Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni '90, grazie alle “riforme eltsiniane”.
A corredo, in quegli anni, il cosiddetto “far west” del primo capitalismo e della “accumulazione originaria” del capitalismo russo: diffusa criminalità economica, omicidi su commissione per accaparrarsi il controllo sulle aziende statali messe all'incanto con la privatizzazione della proprietà socialista avviata da Anatolij Chubajs. Proprio come l'accumulazione originaria nell'Inghilterra dei secoli XV e XVI, descritta da Marx come fondata sul sangue, la violenza, la privazione dei mezzi di sussistenza di milioni di contadini e l'appropriazione fraudolenta delle proprietà comuni, così nella Russia di quegli anni si assistette alla rapina “legalizzata” delle proprietà statali tramite i cosiddetti “voucher di privatizzazione”, con cui pezzi dell'apparato di partito e dello stato misero le mani sulle imprese, lasciando sul lastrico milioni di lavoratori.
A seguire: deindustrializzazione, scadimento della ricerca scientifica e tecnologica, “ottimizzazione” delle sfere sociali come istruzione e servizi sanitari, innalzamento di cinque anni dell'età pensionabile, secondo i dettami del FMI. Il 1 giugno 1992 il governo Eltsin-Gajdar sottoscriveva col FMI una “Lettera di intenti” con cui si impegnava, nel passaggio all'economia di mercato, ad adottare solo norme, codici e Costituzione dettati dal FMI. Non si può dimenticare come quello che oggi viene spesso citato a proposito di quello che dovrebbe essere il corretto atteggiamento nei confronti della Russia, l'economista americano Jeffrey Sachs, fosse all'epoca alla testa delle centinaia di funzionari yankee che “indicavano” alla squadra eltsiniana come tradurre in pratica il programma di “Passaggio al mercato” della Russia, acclamato dalle “democrazie” euro-atlantiche come “nuova era della civiltà”. Un'era in cui scoppiarono in Russia conflitti armati regionali, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.
Passato il periodo del cosiddetto capitalismo selvaggio e assestatesi gradualmente le proprietà delle immense ricchezze privatizzate, soprattutto nei diversi rami dell'industria estrattiva e mineraria, lo stato russo tornava poi gradualmente a controllare lo sviluppo del nuovo (nuovo, nel senso del ritorno alla vecchia formazione sociale pre-sovietica) ordine socio-economico capitalistico.
Ma, perché sia chiara la contrapposizione tra due epoche, ecco che anche nella ricorrenza del 12 giugno e della proclamata “sovranità”, come avviene da anni con la parata del 7 Novembre – in cui si celebra non la data della Rivoluzione d'ottobre, ma la sfilata militare del 1941 – sulla piazza Rossa si copre “pudicamente” il mausoleo di Lenin con schermi disegnati coi colori della nuova (anche qui: “nuova” riprendendo i colori della Russia zarista) bandiera russa. Un chiaro simbolismo, dicono i comunisti russi, del confronto tra due sistemi sociali e di quale dei due, socialista o borghese, testimoni della realtà russa attuale, a dispetto di alcune affermazioni della leadership del Cremlino, forse troppo frettolosamente interpretate da alcuni come “ritorno al passato sovietico”.
Tutto questo non significa che non si debbano adottare oggettivi atteggiamenti nei confronti della “nuova” Russia capitalista, impegnata a difendere il proprio spazio dalle mire aggressive delle compagini guerrafondaie euro-atlantiste, bramose di mettere le mani su quelle ricchezze che nel 1991 sembravano così a portata di mano per i capitali occidentali e che, invece, il Cremlino si è impegnato a preservare per i capitali russi. In questo senso, senza soffermarsi particolarmente sulle “cose della guerra” in Ucraina, di cui peraltro parliamo pressoché quotidianamente, si può notare che le radici e le cause del conflitto “per interposta Ucraina”, scatenato da USA-NATO-UE ai danni della Russia, affondano ben lontano nel tempo, forse molto prima del golpe nazional-nazista del 2014 a Kiev. Se quest'ultimo ha condotto l'ex Repubblica sovietica sulla definitiva strada del confronto armato, è però sin dagli anni '50 – si è scritto ripetutamente - che la CIA aveva individuato in determinate regioni ucraine i “punti di forza” di un assalto anche armato all'Unione Sovietica e, successivamente, si sia continuato a puntare sulle spinte nazionaliste attive nel paese sin da inizi '900 per fomentare quei sentimenti che poi sarebbero stati ben sfruttati negli anni '90, sfociando appunto nel famigerato golpe nazista del 2014.
L'accerchiamento militare anti-russo portato dalla NATO sin dai primi anni '90, con l'assorbimento via via degli ex stati socialisti d'Europa orientale, completa il quadro del concreto retroterra alla base della guerra guerreggiata in corso dal 2022, in vista dello scontro militare diretto per il quale le cancellerie europee non si reputano ancora sufficientemente pronte.
Ecco dunque che quando il signor Marco Imarisio, sul solito Corriere della Sera, scrive che «Da una scintilla, l’immane incendio», intendendo paragonare, par di capire, “l'improvviso” scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022 a quello che, sin dai tempi di scuola, viene presentato come “l'inatteso” «attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando» e, poi, sembrerebbe voler paragonare «le sofferenze dei soldati in trincea» nella guerra del 1914-'18 e «l’enormità dell’accaduto, un massacro senza senso e senza una vera causa che non fosse un pretesto», al conflitto in Ucraina, non resta che ricordare a certi articolisti alcune considerazioni degli analisti militari che, di guerre, se ne intendevano abbastanza. Non è necessario affrontare il tema del paragone tra i massacri degli assalti alla baionetta, dei gas mortali, delle decimazioni contro i contadini in uniforme che non ne volevano sapere di esser mandati al macello, da un lato, e le vittime dell'attuale conflitto in Ucraina: dato che ogni singola vita ha valore e il massacro non si conta sui numeri.
Non è questo il punto. E lasciamo alla coscienza del signor Imarisio anche il paragone tra il macello imperialista delle trincee del 1914, voluto dalle potenze contrapposte dell'Intesa e dell'Alleanza per la spartizione delle sfere coloniali e dei profitti del capitale finanziario, da una parte e i motivi addotti, a detta dell'articolista, da «chi ha scatenato questa nuova carneficina», cioè il conflitto in Ucraina, dall'altra. Perché, evidentemente, secondo il signor Imarisio, non è altro che Vladimir Putin che avrebbe scatenato la guerra, facendo quindi scoccare “la scintilla” di un conflitto mondiale, proprio come con l'attentato di Sarajevo. Quello che c'è stato prima del 2022 non conta più: i rapporti tra mire del capitale occidentale e ricchezze russe non contano più, come non esiste più l'accerchiamento militare della NATO.
Fermiamoci qui. Ci permettiamo solo di citare, ancora una volta, le osservazioni di Carl von Clausewitz, secondo cui «Tutti sanno che le guerre sono innescate solo dai rapporti politici tra governi e popoli; ma generalmente si rappresentano la questione come se con l'inizio della guerra quei rapporti cessino e si presenti una situazione del tutto diversa, subordinata solo a proprie leggi speciali. Noi sosteniamo il contrario: la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l'intervento di altri mezzi». La bramosia del capitale occidentale per le ricchezze della Russia e l'accerchiamento militare del paese danno il quadro di quei «rapporti politici tra governi e popoli» di cui parlava Clausewitz. A quel punto, conta solo molto relativamente chi abbia “attaccato per primo” e solo nelle rappresentazioni liberal-confessionali si continua a piangere per “l'aggredito” e a maledire “l'aggressore”.
La “scintilla” evocata dal signor Imarisio somiglia a quella situazione irrisa da Vladimir Lenin con il famoso aforisma secondo cui alcuni rappresentano l'inizio della guerra «in maniera infantile e ingenua, del tipo che di notte qualcuno abbia agguantato un altro per la gola e i vicini debbano salvare la vittima dell'aggressione... come dire: vivevano in pace, poi uno ha attaccato e l'altro si è difeso». Dire che Putin abbia acceso “la scintilla”, scatenando la guerra in Ucraina senza alcun motivo, serve gli interessi di chi, secondo i piani bellicisti euroatlantisti, è impegnato a preparare la militarizzazione delle società europee in vista della guerra programmata dalle cancellerie europee per il 2030.
«Vivevano in pace i popoli», scriveva ancora Lenin; «poi si sono azzuffati! Come fosse vero! Davvero si può spiegare la guerra senza metterla in relazione con la precedente politica di quello stato, di quel sistema di stati, di quelle classi?».
PS: Quando il signor Imarisio scrive che «Putin ha eluso ogni problema che la sua scelta di invadere l’Ucraina si porta dietro... i moscoviti «non si recano più nelle loro dacie per paura dei droni», si tratta di una constatazione alquanto soggettiva. Altrettanto soggettivamente, si può osservare che non pochi moscoviti vivono in dacha ormai da anni, praticamente dall'epoca del Covid e vi trascorrono in permanenza tutti i 12 mesi, recandosi in città solo per acquisti o necessità urgenti. Va da sé che ciò dipende dalle possibilità economiche e lavorative individuali e anche da come la dacha sia attrezzata per sopportare il clima russo e consentire di svernarvi.