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Cagliari, rogo nella notte: attentato alla moschea del quartiere Marina. L'Imam: “Qui da 40 anni, mai successo”

 

di Francesco Fustaneo

 

Un grave atto intimidatorio ha colpito la comunità islamica di Cagliari. Nella notte, ignoti hanno appiccato il fuoco davanti all'ingresso della moschea di via del Collegio, nel cuore del quartiere della Marina.

Un gesto che scuote la quiete del rione e riaccende l'attenzione sulla convivenza interreligiosa in città. A far escludere un incidente e a orientare verso la pista dolosa è la dinamica stessa del rogo, divampato questa notte in via del Collegio.

L'allarme è scattato verso le h 3:30. Secondo le prime ricostruzioni, i responsabili hanno posizionato un innesco con liquido infiammabile davanti al portone d'ingresso della moschea. Le fiamme si sono propagate rapidamente, annerendo la facciata, distruggendo alcune piante ornamentali e invadendo i vani scala delle abitazioni vicine, che condividono lo stesso stabile.

A evitare conseguenze peggiori è stato il tempestivo intervento dei residenti. Svegliati dal fumo e dal rumore, gli abitanti del quartiere della Marina sono riusciti a spegnere il fuoco con i propri mezzi prima dell'arrivo dei vigili del fuoco. Sul posto sono subito intervenuti i carabinieri, che hanno avviato le indagini e posto l'area sotto sequestro per i rilievi tecnici. Al momento non risultano né indagati né rivendicazioni.

L'imam di Cagliari, Mehrez Triki, ha dichiarato: “Siamo qui da quasi 40 anni e non era mai successo niente del genere. Siamo sorpresi e amareggiati, perché nel quartiere non abbiamo mai avuto problemi con nessuno”.

Triki ha voluto sottolineare il clima di rispetto e fratellanza che ha sempre caratterizzato la convivenza nel popoloso rione della Marina. “Le  persone che vivono qui – ha aggiunto – le considero tutte fratelli. La prova? Sono stati proprio i vicini, i primi, a darci una mano per spegnere l'incendio, e ora ci stanno aiutando a ripulire e sistemare i danni”.

Al momento non ci sono iscritti nel registro degli indagati né sono giunte rivendicazioni, ma dall’esterno  seppur con tutte le cautele del caso,  quanto accaduto rischia di  configurarsi come un gesto di natura islamofobica.

Episodi  come questo, purtroppo rischiano di riproporsi facilmente in contesti dove l'odio è già stato normalizzato nel dibattito pubblico. Il clima alimentato in questi anni da una precisa parte politica, con la complicità di alcune trasmissioni televisive, account social e giornali compiacenti – di cui l'islamofobia è solo una delle conseguenze – finisce per strumentalizzare, senza peraltro mai risolvere, i problemi connessi all'immigrazione irregolare. Così si alimentano fobie, odio e paura che, sommati a ignoranza, impoverimento generale e degrado, rischiano di essere l'innesco per ulteriori ondate di violenza generalizzata da parte di frange di sbandati, esaltati e xenofobi.

E come spesso accade – e la storia lo insegna – a farne le spese sono persone innocenti. Quando si soffia sul fuoco, poi, non è semplice fermare le fiamme una volta che l’incendio divampa.

Cosa sta succedendo a Belfast?

 

di Laura Ruggeri*

 

Essendo al corrente della mia familiarità con Belfast, un iscritto al canale mi ha chiesto un commento sui recenti disordini in città. Non intendo gettare benzina sul fuoco visto che la vicenda ha dei contorni che mi sfuggono ancora e viene sfruttata abilmente per creare ulteriori divisioni tra le classi popolari per fini che potete immaginare, tra cui anche una stretta repressiva e securitaria in Europa. In ogni caso, ho vissuto a Belfast Ovest nel 1981 e 1982, in un quartiere cattolico al tempo in cui la città era divisa in settori e si attraversavano i checkpoint per andare da un quartiere all'altro. Nella zona degli attuali scontri – a maggioranza protestante – non mettevo quasi mai piede: per una persona con le mie frequentazioni sarebbe stato oggettivamente pericoloso.

Non serve entrare nei dettagli, ma anche all’epoca era facile scoprire con chi uno si accompagnasse. Da allora Belfast ha subito una trasformazione radicale, quasi una mutazione antropologica. Se ci tornassi oggi, non la riconoscerei. Un esempio paradigmatico: la nuova donna sindaco di Belfast, insediatasi da pochi giorni, ha 30 anni. Nel 1981 non era ancora nata. Si chiama Róis Máire Donnelly, proviene dal quartiere cattolico di Ballymurphy ed è espressione di un Sinn Féin molto diverso da quello che conoscevo allora.

Da partito repubblicano legato alla lotta armata, al nazionalismo cattolico tradizionale e all’identità operaia, Sinn Féin si è trasformato in una formazione progressista e “Sorosiana”: diritti LGBT+, femminismo, inclusività, immigrazionismo e retorica identitaria. La stessa Donnelly, con il suo linguaggio e il suo profilo, incarna perfettamente questo cambio di registro. Quello che invece è rimasto sorprendentemente costante, anche se quasi mai menzionato, è il ruolo di Belfast nella produzione strategica e militare britannica. Già fondamentale durante la Seconda Guerra Mondiale (quando i cantieri Harland & Wolff e gli stabilimenti Short Brothers furono pilastri dello sforzo bellico alleato), la città continua oggi a svolgere un ruolo importante nella difesa del Regno Unito. In particolare, nell’area di Castlereagh (zona est di Belfast, tristemente nota anche per il vecchio centro di tortura e interrogatori della RUC) sorge lo stabilimento di Thales Air Defence, ex Shorts Missile Systems. La presenza missilistica risale al 1952 e continua da oltre settant’anni. Thales Belfast è il centro di eccellenza del gruppo per i missili a corto raggio e produce sistemi di punta come Starstreak (missile ad alta velocità per difesa aerea) Martlet / LMM (Lightweight Multirole Missile), Effettori per il NLAW in collaborazione con Saab.

Negli ultimi anni la fabbrica ha triplicato la produzione proprio per far fronte agli ordini legati alla guerra in Ucraina. Ma a Belfast si trova anche molto altro, Il settore di cyber security risulta in forte crescita, con oltre 100–120 aziende che impiegano migliaia di persone. Il polo è molto concentrato e considerato uno dei più densi al mondo in quanto i costi sono inferiori rispetto ad altri hub del Regno Unito e c'è una forte collaborazione tra università, governo e industria.

L'istituzione chiave è il Centre for Secure Information Technologies (CSIT) della Queen's University di Belfast,  che guida ricerca, spin-off e incubatori come CSIT Labs e HutZero.

Tra le aziende internazionali con sedi a Belfast figurano Rapid7, Proofpoint, Allstate, Imperva, Microsoft, IBM, BT, Northrop Grumman e grandi società di consulenza. Le aziende locali di rilievo includono MetaCompliance (formazione sulla sicurezza), Salt Communications (messaggistica crittografata), ANGOKA (sicurezza IoT), Vertical Structure (consulenza), e altre come B-Secure, LoughTec, Nisos. Ecco. A me interessano queste cose, non il teatrino degli scontri.

*Il testo è stato pubblicato sul canale Telegram dell'autrice: @LauraRuHK
Laura Ruggeri è autrice per LAD Edizioni di "Hong Kong a fuoco: anatomia di una rivoluzione colorata"

Immigrazione e identità culturale (di Vincenzo Costa)

 

di Vincenzo Costa*

 
Non è vero che gli immigrati, soprattutto islamici, distruggono l’identità culturale dei paesi occidentali. L’occidente ha perso la sua identità culturale da molto tempo. La scristianizzazione dell’Occidente non è una conseguenza dell’immigrazione. Le chiese sono vuote, i valori dell’Occidente, compreso quello molto laico della “cura di sé”, si sono svalorizzati per processi interni all’Occidente.

C’è un processo di svalorizzazione, un nichilismo tutto interno all’Occidente. Che è il problema di questa cultura. Usiamo gli immigrati per non affrontare il problema della disgregazione culturale interna. Lo usiamo per non affrontare la questione della disgregazione del legame sociale, che segue una logica interna alla nostra civiltà.

Gli immigrati vengono a inserirsi in questo mondo in corso di disgregazione, non incontrano alcuna identità. Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma, la stanno perdendo da tanto tempo.
Poi c’è un problema legato all’immigrazione, ed è questo: come immaginiamo una società in cui convivono persone appartenenti a culture diverse?
Possono culture diverse convivere nello stesso territorio?

Di fatto, alla base di molte elaborazioni filosofiche e politiche c’è l’idea che le culture non esistono. Credo sia stata una pessima trovata, ideologica, nordica e dunque stupida (penso a hannerz).

In realtà abbiamo pensato e stiamo pensando la società multiculturale come un luogo di cancellazione delle culture, come una brodaglia in cui tutti rinunciano alla propria cultura perché tutti assumono una cultura comune che è quella neoliberale del consumo come generatore di legame sociale e di integrazione sociale.

La stiamo pensando così perché è coerente con un mondo senza più cultura se non quella del successo, del denaro e del consumo. I migranti che arrivano incontrano questa cultura, l’Occidente per loro non è né il Cristianesimo né la domanda filosofica, né il problema della verità o della cura di sé. E non hanno torto.

I migranti che fanno gli aguzzini verso altri migranti non sono una cultura malata che invade la nostra: scimmiottano la nostra, hanno assunto la nostra cultura.

Il problema siamo noi, perché siamo noi che odiamo la nostra tradizione culturale, non la conosciamo, non la rivitalizziamo. Siamo noi che abbiamo in odio le nostre radici.

Siamo noi che usiamo anche i migranti per cancellare la nostra tradizione culturale, senza capire che poi a chi arriva offriamo solo il vuoto o il nulla, quello che abita la nostra civiltà.

Le esultanze de il Corriere per il “Supermissile Flamingo” (e i pruriti del PD)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Con che slancio, con quanta passione, con che effluvio partecipativo, il Corriere della Sera si diffonde sul “supermissile Flamingo” con cui Kiev ha colpito due giorni fa la capitale della Repubblica di Chuvaša, Ceboksary, circa 800 km a est di Moskva, sul Volga. Con che afflato il giornale milanese si dilunga sulle caratteristiche del razzo che dovrebbe sostituire gli americani Patriot, di cui il regime nazigolpista è a corto e che Washington da tempo non fornisce, perché li impiega nell'aggressione all'Iran. Con che partecipazione emotiva il redattore assicura i lettori che Kiev è «sempre più autonoma» nella produzione di missili e fornisce addirittura il numero esatto che l'azienda produttrice sarebbe in grado di sfornare ogni mese. Con quale spirito di comunanza affettiva si comunica che per la junta di Kiev «c’è un punto in particolare che dà un valore inestimabile alla nuova arma: è stata pensata, quasi del tutto disegnata e largamente costruita in Ucraina... Un’era diversa e un futuro che promette ottimismo». L'ottimismo della guerra e di chi guarda ai superprofitti che l'industria militare promette. Basta, scrive il signor Lorenzo Cremonesi, con le «limitazioni imposte da Biden all’impiego delle armi americane, prima che Trump bloccasse radicalmente l’invio di materiale bellico Usa influenzato anche dalla sua ammirazione per Vladimir Putin». Basta. Ucraina über alles, über alles in der Welt. L'Ucraina centro del mondo, come la intendono i nazionalisti inneggianti alla “ucrainicità” e come la vedono nelle redazioni belliciste italiche e nei circoli “politici” del centrismo liberal-borghese di casa nostra.

Nell'entusiasmo di Vladimir Zelenskij per gli obiettivi colpiti dai “fenicotteri” di Kiev, scrive con altrettanta esaltazione il redattore milanese, «si coglie il senso della nuova potenza militare ucraina: sta diventando indipendente, non occorre più chiedere nessun permesso». Sì perché il “Flamingo”, ci raccontano, è realizzato da una cosiddetta “startup ucraina” nata «alla fine del primo anno della nuova guerra (quella vecchia era iniziata con l’attacco russo del 2014)». Farabutti euro-guerrafondai che contrabbandano il terrorismo dei nazigolpisti di Kiev contro le città del Donbass, contro ospedali, asili nido, parchi, stazioni, come un «attacco russo del 2014». Terroristi della cartaccia stampata, che nel 2022 scrivevano di “attacco immotivato” della Russia all'Ucraina, come se da un giorno all'altro, in un'oasi di pace, diletto e fratellanza, quegli sciagurati di russi avessero attaccato proditoriamente un paese civile e democratico, così, dall'oggi al domani, senza alcuna motivazione. E oggi, dato che non si può più continuare a vendere per “anni di pace” quanto accaduto negli otto anni precedenti il 2022, ecco che declamano spudoratamente di «attacco russo del 2014». Andate a dirlo, canaglie prezzolate, ai civili di Alcevsk, Kramatorsk, Donetsk, Stakanov e i tanti villaggi del Donbass martellati per otto anni dalle artiglierie ucraine. Vien da chiedersi, in prima battuta, quanto certe redazioni ricevano da certe ambasciate.

Ma, questo, tra parentesi. Di sfuggita, invece, sul finire del servizio, quando ormai il lettore ne ha avuto abbastanza di celebrazioni filo-naziste, si è costretti a buttare là, en passant, che la ditta che “produce” il “Flamingo” «collabora con il gruppo britannico Milanion», tacendo come d'uopo che il FP-5 ucraino è più o meno l'esatta copia del FP-5 prodotto dall'impresa britannico-emiratina. Così che poi non si può fare a meno di citare la britannica The Economist, secondo cui «una parte della produzione è effettuata all’estero, ma il 90 per cento delle componenti viene poi assemblata in Ucraina». Vale a dire: ancora una volta sono le imprese del complesso militare europeo ad essere direttamente impegnate nella guerra contro la Russia.

Ragion per cui, non possono suscitare altro che ripugnanza certi pruriti che vengono presentati, ancora dal fogliaccio milanese, quale “battaglia delle idee” all'interno di quel miscuglio di liberalismo bottegaio, sussiego padronale – le maggiori industrie di guerra italiane non sono forse a dirigenza PD? - e finta alternativa aclassista alla peggiore fogna reazionaria italica denominato Partito Democratico. Il cosiddetto “dibattito” sull'Ucraina che, dicono, si starebbe svolgendo all'interno di quell'agglomerato di individualismo da mercato, somiglia tanto a una certa qual riproposizione, in termini adattati al liberalismo capitalistico odierno, della falsa alternativa di inizi '900 tra aperto e dichiarato opportunismo, da una parte e centrismo conciliatore dall'altra, all'interno, comunque, di un movimento che, quantomeno a parole, intendeva muovere le masse popolari verso una prospettiva di cambiamento sociale.

Oggi che, a tali livelli di bassezza politica, le uniche alternative di cui blaterano le maggiori figure del PD sono quelle completamente interne al loro perenne quadro sociale e economico capitalista, anche il “dibattito” sull'atteggiamento nei confronti dell'Ucraina è circoscritto al quesito se la junta nazigolpista, sponsorizzata dalle cancellerie europee quale avamposto del prossimo confronto militare diretto contro la Russia, debba entrare immediatamente a far parte della UE o debba prima attraversare un certo periodo di “decantazione democratica”.

Ecco dunque che, come racconta il Corriere della Sera, il signor Alessandro Alfieri «ammette che sull’Ucraina» loro del PD si attengono a «una posizione molto marcata di pieno sostegno»; così che ai «riformisti dem ovviamente non dispiace affatto che il Pd su questo punto sia fermo». D'accordo anche il signor Lorenzo Guerini, sulla «risoluzione del Pd nelle parti che riguardano il sostegno a Kiev». In ogni caso, si assicurano i lettori “benpensanti” da via Solferino, i riformisti, cioè i liberali della borghesia danarosa, «voteranno a favore anche delle risoluzioni di Azione e Italia viva»: si deve supporre che ci sarà da assistere a un grande coro di “slava Ukrainy”, cui farà eco un generale “Sieg heil”. Ma attenzione: la questione non è così pacifica all'interno del PD, perché «alla minoranza riformista non sono piaciute affatto le affermazioni rilasciate al Corriere da Goffredo Bettini», che il 10 giugno «aveva sostenuto la necessità di far ripartire il dialogo con la Russia e aveva frenato sull’ingresso di Kiev nella Ue». Grido d'allarme di quelli che a inizi '900 sarebbero stati gli opportunisti dichiarati e che oggi, tanto per attualizzare un po' i termini a favore delle generazioni più giovani, potrebbero definirsi gli adepti del liberalismo chiesastico di stampo borghese: il signor Filippo Sensi, agente delle passate atmosfere democristiane, tuona che «Un Pd che seguisse questa agenda filorussa sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere». Non si distinguono le signore Lia Quartapelle, Simona Malpezzi e, da va sé, Pina Picierno, tutte genuflesse all'altare dei nazigolpisti di Kiev. Tutte unite nel coro di disprezzo per il “povero” Goffredo Bettini, quello che chiede al suo agglomerato politico di spostarsi ancora più verso le esigenze borghesi, convinto che «la sinistra non vince se non si allea con una forza più di centro» e che, riguardo all'Ucraina e alla sua ammissione alla UE, afferma che «In prospettiva vedo questa possibilità con favore. Ma il processo sarà inevitabilmente lungo. Di anni. L’Ucraina non corrisponde a criteri fondamentali per entrare nell’unione europea». Quali sarebbero i criteri? Per carità, non si dica che tra quei “criteri” europeisti ci sia una qualche mielosa “avversione” al nazismo. Quando mai? È solo la propaganda russa a dire che nel 2014 ci sia stato a Kiev un golpe voluto e foraggiato da USA-UE-NATO, cui hanno fatto da manovalanza terroristica le formazioni nazionaliste e apertamente naziste, addestrate già da anni, prima di allora, nei centri di reclutamento yankee e che oggi tengono per il collo la banda di Vladimir Zelenskij, per assicurarsi che non sbandi verso un “compromesso” con la Russia.

Il signor Bettini parla di «ripartenza di un dialogo con la Russia. Zelensky è disposto a parlare con Putin. Cosa impedisce a noi di fare altrettanto?». Ben venga il “dialogo con la Russia”. Resta a vedere da quali posizioni e con quali obiettivi. Il signor Bettini è davvero sicuro che il nazigolpista-capo Zelenskij sia “disposto a parlare con Putin”? Ha forse letto un po' troppo velocemente il pizzino mafioso indirizzato dal jefe de la junta al presidente russo, o si è forse fidato troppo del cosiddetto “linguaggio amichevole” di quel vergognoso messaggio, addolcito nelle redazioni italiche da un “tu” con cui Zelenskij si sarebbe rivolto a Putin, quando l'originale ucraino recava un normale “voi”, con offensiva lettera minuscola che, insieme a tutto il tono ingiurioso dell'intera epistola, costituiva il vero perno che le cancellerie franco-britannico-tedesche volevano mettere alla base dell'autentico senso della direttiva impartita a Kiev e da trasmettere a Moskva: la guerra deve continuare.

L'opportunismo liberal-europeista dei vari Guerini, Alfieri, Sensi & Co., insieme al confessionalismo inquisitorio di Picierno, Quartapelle e altri ha il “merito” di essere aperto, sfacciato, intento nell'adorazione dei nazigolpisti di Kiev, avamposto della crociata per ora non armata contro la Russia, in attesa del passaggio alla guerra guerreggiata in prima persona dalle “democrazie” europeiste. Il falso “centrismo” di coloro che, all'interno di quella compagine penitenzial-borghese e anti-operaia chiamata PD, evocano a parole il “dialogo con la Russia”, mentre continuano tuttora a sostenere un regime terroristico che manda al macello i propri giovani e affama le masse del proprio paese, in base ai dettami delle corporation transnazionali, non costituisce altro che una puntura di spillo nel generale obiettivo della militarizzazione della società, in preparazione alla guerra.

USA affondano una petroliera: morti tre marinai indiani, l'India condanna l'attacco

 

Tutti e tre i marinai indiani inizialmente dati per dispersi dopo l'attacco statunitense alla petroliera MT Settebello, battente bandiera di Palau, sono deceduti. La conferma è arrivata dall'agenzia di stampa Reuters, che ha tragicamente aggiornato il bilancio del raid avvenuto al largo delle coste dell'Oman.

 

L'esercito statunitense ha giustificato l'azione affermando di aver preso di mira la nave dopo che questa aveva tentato di "violare" il blocco navale imposto da Washington nei pressi dello Stretto di Hormuz. In precedenza, Manoj Yadav, segretario generale del sindacato Forward Seamen's Union of India (FSUI), aveva segnalato le estreme difficoltà nel mettersi in contatto con l'imbarcazione, confermando la presenza di vittime a bordo prima del tragico verdetto definitivo.

Il Ministero degli Affari Esteri dell'India ha condannato fermamente l'accaduto, esprimendo profonda preoccupazione per il rapido deterioramento della sicurezza nell'area. "Condanniamo l'attacco alla nave mercantile Settebello", si legge nella nota ufficiale di Nuova Delhi. "Dei 24 membri dell'equipaggio, tutti di nazionalità indiana, 21 sono stati tratti in salvo. I continui attacchi alle imbarcazioni nella regione sono una diretta conseguenza del conflitto in corso". Il governo indiano ha quindi rivolto un nuovo appello pressante a tutte le parti coinvolte affinché riducano le tensioni e scelgano la via diplomatica per ristabilire la stabilità.

Our statement on the attack on a commercial vessel off the coast of Oman ??https://t.co/w405oJsHmZ pic.twitter.com/m0U3U81hQn

— Randhir Jaiswal (@MEAIndia) June 10, 2026

Nel frattempo, il sindacato dei marinai ha sollevato dure accuse contro le forze statunitensi, sostenendo che Washington fosse perfettamente a conoscenza della nazionalità del personale a bordo. Le tre vittime stimate provenivano dagli stati indiani dell'Himachal Pradesh, dell'Uttar Pradesh (Deoria) e dell'Andhra Pradesh.

"Non credo affatto che gli Stati Uniti non avessero informazioni sui civili a bordo. È semplicemente impossibile", ha attaccato duramente Yadav. "Le forze navali statunitensi sapevano quanti cittadini indiani e stranieri viaggiavano su quella nave. Se l'imbarcazione non avesse rispettato le istruzioni impartite, i militari avrebbero potuto fermarla e trattenerla, non distruggerla". Il sindacato ha infine ricordato che, in base alle rigide leggi marittime internazionali, ogni nave è obbligata a depositare in ciascun porto di arrivo e partenza un manifesto dettagliato con i nomi e le nazionalità di tutto l'equipaggio, rendendo i dati accessibili alle forze operanti nella zona.

Seconda notte di raid USA in Iran: Trump minaccia "bombardamenti senza pietà", Teheran chiude Hormuz

 

Le difese aeree sono state attivate nelle prime ore di giovedì mattina nella zona occidentale di Teheran, in seguito agli avvertimenti di imminenti attacchi statunitensi. Forti esplosioni sono state segnalate anche nelle città di Sirik e Minab, segnando la seconda notte di raid USA contro il Paese.

In precedenza, Donald Trump aveva annunciato che le forze statunitensi avrebbero lanciato una nuova ondata di attacchi contro l'Iran, proseguendo l'offensiva iniziata il giorno precedente. "Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo attaccati duramente e oggi li attaccheremo di nuovo duramente", ha dichiarato il presidente.

Non si è fatta attendere la replica di Teheran. "Anche stasera le Forze Armate iraniane sono pienamente preparate e, se gli americani intraprenderanno qualsiasi azione aggressiva, dovranno affrontare nuovamente una dura risposta", ha dichiarato mercoledì all'agenzia Tasnim una fonte militare della Repubblica Islamica. "Se gli americani agiranno, l'Iran prenderà di mira nuovi obiettivi di interesse per questo regime terroristico", ha sottolineato la fonte.

Gli Stati Uniti hanno ripreso gli attacchi contro l'Iran martedì sera, in risposta all'abbattimento di un elicottero AH-64 Apache. L'operazione è stata condotta su ordine diretto del comandante in capo e, secondo Washington, ha costituito "una risposta proporzionata all'ingiustificata aggressione dell'Iran".

Secondo il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), le forze statunitensi hanno bombardato diverse postazioni iraniane a Jask, Sirik e Qeshm "con pretesti infondati", danneggiando una torre di telecomunicazioni e distruggendo due serbatoi idrici. In risposta, l'esercito iraniano ha attaccato diverse basi americane in Medio Oriente, come annunciato dal Comando Centrale Khatam al-Anbiya (il più alto organo operativo del comando militare iraniano).

Il giornalista di Fox News Trey Yingst, dopo aver parlato direttamente con il presidente degli Stati Uniti, ha riferito che Trump ha previsto una fine imminente per i bombardamenti, ponendo però un duro ultimatum: se la Repubblica Islamica non firmerà l'accordo, Washington prenderà la decisione di "bombardare il paese persiano senza pietà". Secondo il reporter, Trump ha descritto la situazione attuale come "il cessate il fuoco più violato della storia mondiale". Al momento del colloquio, le forze statunitensi avevano già lanciato 49 missili Tomahawk, oltre a condurre diversi attacchi aerei con caccia. L'obiettivo colpito più vicino a Teheran si trovava a circa 65 chilometri dalla capitale.

Nel frattempo, la tensione è salita alle stelle anche sul fronte marittimo. L'Iran trasformerà la regione in un "inferno" per gli Stati Uniti se Washington continuerà a minacciare la sicurezza dello Stretto di Hormuz, ha avvertito il generale di brigata Sayed Majid Mousavi, comandante delle forze aerospaziali dell'IRGC, secondo quanto riportato da Press TV. "Stanno forse cercando di rendere insicuro il sacro Stretto di Hormuz?", ha chiesto sui social media. "Trasformeremo la regione in un inferno per voi, da tutto l'Iran. Questa è la risposta all'audacia degli americani nella regione, con il permesso di Dio".

A stretto giro, il Comando Centrale Khatam al-Anbiya ha annunciato il blocco totale delle rotte marittime: a causa dell'insicurezza nella regione, lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso "a tutti i tipi di navi, comprese petroliere e navi mercantili".

"Come conseguenza delle barbarie dei criminali USA e considerando l'inizio degli attacchi da parte dell'esercito aggressore di quel paese in alcune regioni del sud della provincia di Hormozgan, da questo momento in poi lo Stretto di Hormuz è chiuso al traffico", si legge nella dichiarazione ufficiale citata dall'agenzia IRNA. L'esercito iraniano ha inoltre intimato a tutte le imbarcazioni di non lasciare l'ancoraggio nel Golfo Persico o nel Golfo di Oman, avvertendo che "qualsiasi avvicinamento allo Stretto di Hormuz sarà considerato un atto di collaborazione con il nemico" e che le Forze Armate daranno "una risposta schiacciante e decisiva a qualsiasi aggressione e malefatta da parte dell'esercito statunitense".

L’Iran respinge le minacce USA e prepara la risposta a nuove aggressioni

L’Iran risponde a muso duro nei confronti di Donald Trump ribadendo che non accetterà alcuna imposizione né cederà alle minacce militari della coalizione Epstein. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che la Repubblica Islamica non si arrenderà mai davanti a pressioni esterne, sottolineando come la coesione nazionale e il sostegno popolare abbiano rappresentato un elemento decisivo durante il conflitto iniziato il 28 febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele. Intervenendo a una cerimonia commemorativa dedicata alla guida della Rivoluzione Islamica, Pezeshkian ha affermato che le manifestazioni popolari e il sostegno alle forze armate hanno contribuito a neutralizzare il tentativo dei nemici di indebolire il Paese.

Secondo il presidente, il principale fattore di forza dell’Iran resta l’unità interna, che ha impedito agli avversari di raggiungere i propri obiettivi strategici. Le dichiarazioni arrivano mentre Donald Trump torna a minacciare nuovi attacchi contro infrastrutture civili iraniane, inclusi impianti elettrici, ponti e reti idriche, nel caso in cui non venga raggiunto un accordo con Teheran. Pezeshkian ha definito queste minacce “un segno di disperazione” e non di forza, sostenendo che il Paese continuerà a fare affidamento sulle proprie capacità scientifiche e tecnologiche per resistere alle pressioni occidentali.

Teheran insiste inoltre sul fatto che qualsiasi intesa futura dovrà prevedere la cessazione definitiva delle ostilità, la rimozione delle sanzioni e il risarcimento dei danni provocati dalla guerra. Restano invece irricevibili, secondo la leadership iraniana, richieste che limitino la sovranità nazionale, il controllo sullo Stretto di Hormuz o il programma nucleare civile del Paese. Anche il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha ribadito che ogni nuova aggressione riceverà una risposta “immediata e decisiva”. Nel commemorare i comandanti militari e gli scienziati uccisi nei precedenti attacchi, Qalibaf ha sostenuto che le eliminazioni mirate non hanno rallentato né il progresso scientifico né le capacità difensive della Repubblica Islamica. Nonostante il cessate il fuoco mediato dal Pakistan e in vigore dall’inizio di aprile, le tensioni restano elevate. I negoziati avviati a Islamabad si sono conclusi senza risultati concreti e Teheran continua ad avvertire che qualsiasi nuova offensiva statunitense o israeliana sarà accolta da una risposta senza precedenti.

Intanto un Donald Trump sempre più frustrato e incapace di vincere questa gueera che gli Stati Uniti hanno proditoriamente scatenato su impulso israeliano, continua ad alzare il livello dello scontro e delle minacce nella speranza di piegare la fiera resistenza iraniana e provare ad allontanare lo spettro di una sconfitta strategica che aleggia su Washington.


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L’ombra della geopolitica sul Mondiale più grande della storia

Il Mondiale di calcio 2026 si prepara a catalizzare l’attenzione di miliardi di appassionati in tutto il mondo, ma l’edizione che prende il via oggi 11 di giugno arriva accompagnata da polemiche che vanno ben oltre il terreno di gioco. Organizzato congiuntamente da Canada, Messico e Stati Uniti, il torneo rappresenta una novità assoluta nella storia della competizione: per la prima volta le partite si disputeranno in tre Paesi diversi e vedranno la partecipazione di 48 nazionali, un numero record. Ad aprire la manifestazione sarà la sfida tra Messico e Sudafrica allo stadio Azteca, mentre la finale è prevista per il 19 luglio.

Tra gli aspetti più discussi delle ultime settimane vi sono le rigide misure di sicurezza e i controlli migratori adottati dalle autorità statunitensi. Diverse delegazioni hanno segnalato procedure particolarmente severe all’arrivo negli Stati Uniti. Le nazionali di Senegal e Uzbekistan sono state sottoposte a controlli approfonditi, mentre l’attaccante iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto e interrogato per diverse ore all’aeroporto di Chicago prima di poter entrare nel Paese.

Particolarmente complessa si è rivelata la situazione della nazionale iraniana. In un contesto segnato dalle tensioni tra Washington e Teheran, i visti per la squadra sono stati approvati soltanto pochi giorni prima dell’inizio del torneo, dopo mesi di incertezza. Inoltre, ai giocatori iraniani non è stato consentito di pernottare negli Stati Uniti, costringendo la federazione a trasferire il ritiro dall’Arizona a Tijuana, in Messico. La Federazione calcistica iraniana ha inoltre accusato le autorità statunitensi di aver ostacolato la partecipazione dei tifosi, revocando l’assegnazione dei biglietti destinati ai sostenitori della squadra per le partite della fase a gironi.

Mentre il Mondiale si appresta a inaugurare una nuova era del calcio internazionale con un formato ampliato e senza precedenti, le controversie legate ai controlli di frontiera e alle tensioni geopolitiche rischiano di trasformare uno degli eventi sportivi più attesi del pianeta in un terreno di scontro che va ben oltre il calcio.



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