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Fukushima, l’incredibile evasione di un orso: sfugge a trappole, droni e tranquillanti

Continua a tenere con il fiato sospeso la città di Fukushima, nel nord-est del Giappone, dove un orso nero asiatico responsabile del ferimento di quattro persone è riuscito a sfuggire a una vasta operazione di cattura organizzata dalle autorità. Dopo giorni di ricerche, trappole e tentativi di sedazione, l’animale è riuscito a dileguarsi lasciando dietro di sé una scia di interrogativi e preoccupazione tra i residenti. La vicenda ha attirato l’attenzione dei media di tutto il mondo, non solo per la gravità degli attacchi, ma anche per l’incredibile capacità dell’orso di eludere i controlli e trovare una via di fuga.

Gli attacchi nell’area industriale

L’emergenza è iniziata martedì, 2 giugno, mattina nell’area industriale di Sasakino, alla periferia di Fukushima. L’orso è stato avvistato nei pressi di un’acciaieria dove ha aggredito due lavoratori. Uno di loro sarebbe stato scaraventato a terra durante l’attacco. Successivamente l’animale si è spostato tra edifici industriali e abitazioni vicine, colpendo altre persone lungo il suo percorso. In totale quattro individui, di età compresa tra i 20 e gli 80 anni, hanno riportato ferite di varia entità. Alcuni hanno subito lesioni serie e fratture al volto, ma fortunatamente nessuno risulta in pericolo di vita. Le immagini registrate dalle telecamere di sicurezza e diffuse online hanno contribuito ad aumentare l’allarme e il dibattito sulla crescente presenza degli orsi nelle zone urbanizzate del Paese.

Una caccia senza successo

Dopo gli attacchi, l’orso si è rifugiato all’interno di uno stabilimento di componentistica elettronica. Da quel momento è scattata una complessa operazione per catturarlo. Polizia, cacciatori specializzati e personale di emergenza hanno circondato l’area installando gabbie-trappola e utilizzando esche a base di miele e frutta. È stato autorizzato persino l’impiego di dardi tranquillanti, una misura eccezionale considerando la presenza di materiali infiammabili negli impianti industriali. Tuttavia ogni tentativo si è rivelato inutile. Secondo le ricostruzioni, il proiettile anestetico avrebbe colpito l’orso ma il farmaco non sarebbe stato iniettato correttamente, permettendo all’animale di rimanere attivo e vigile.

La fuga che ha sorpreso tutti

La svolta è arrivata nella notte tra mercoledì e giovedì, quando l’orso è riuscito a evadere dall’edificio in cui si trovava. Secondo quanto riferito dalle autorità municipali, l’animale avrebbe aperto autonomamente una finestra che risultava chiusa. Attorno alla serratura sono stati trovati numerosi segni e graffi che farebbero pensare a una manipolazione diretta del meccanismo di apertura. Una volta aperto il passaggio, l’orso ha danneggiato la rete protettiva installata all’esterno, superato le barriere di sicurezza e infine scavalcato il cancello dello stabilimento, facendo perdere le proprie tracce. Le fotografie diffuse dal Comune mostrano chiaramente la finestra utilizzata per la fuga, la rete lacerata e i segni lasciati dagli artigli sul telaio.

Il sindaco: "È un animale estremamente intelligente"

Ad alimentare ulteriormente la curiosità attorno alla vicenda sono stati alcuni comportamenti osservati durante le operazioni di ricerca. Il sindaco di Fukushima, Yuki Baba, ha raccontato che l’orso sarebbe stato visto mentre beveva acqua direttamente da un rubinetto presente nell’area industriale. Per questo motivo il primo cittadino lo ha definito "estremamente intelligente", sottolineando come l’animale abbia mostrato capacità insolite nel trovare risorse e aggirare gli ostacoli predisposti per catturarlo.

Droni e pattuglie continuano le ricerche

Nonostante la fuga, le operazioni non si sono fermate. Droni, pattuglie di polizia e squadre specializzate continuano a monitorare la zona nel tentativo di localizzare il plantigrado prima che possa avvicinarsi nuovamente alle aree abitate. Le autorità hanno invitato la popolazione alla massima prudenza. Alcune scuole della zona hanno temporaneamente modificato le proprie attività, ricorrendo anche alla didattica a distanza e rafforzando le misure di sicurezza per studenti e personale.

Un problema sempre più grave in Giappone

L’episodio di Fukushima non rappresenta un caso isolato. Negli ultimi anni il Giappone sta assistendo a un aumento significativo degli incontri tra esseri umani e orsi. Negli ultimi dodici mesi gli avvistamenti hanno superato quota 50 mila, un dato senza precedenti. Dall’inizio del 2026 gli attacchi attribuiti ai plantigradi hanno già provocato almeno tre morti e oltre venti feriti. Ancora più pesante il bilancio del 2025, quando si registrarono più di 230 aggressioni e 13 vittime, il numero più alto mai rilevato nel Paese.

Perché gli orsi si avvicinano sempre più alle città

Gli esperti spiegano che il fenomeno è legato soprattutto alle trasformazioni del territorio. In Giappone vivono principalmente due specie, l’orso bruno, diffuso nell’isola di Hokkaido, e l’orso nero asiatico, presente soprattutto nell’isola di Honshu, dove si trovano sia Tokyo sia Fukushima. La riduzione delle aree boschive, l’abbandono delle campagne e la diminuzione delle risorse alimentari naturali hanno spinto questi animali a spingersi sempre più vicino ai centri abitati. Di conseguenza aumentano gli incontri ravvicinati con l’uomo. Nella maggior parte dei casi gli attacchi non hanno finalità predatorie. Gli orsi reagiscono spesso perché si sentono minacciati o sorpresi dalla presenza umana. Tuttavia, date le dimensioni e la forza di questi animali, anche un’aggressione di natura difensiva può provocare conseguenze gravissime e, in alcuni casi, risultare fatale. La fuga dell’orso di Fukushima è così diventata il simbolo di un’emergenza che il Giappone sta cercando di affrontare con sempre maggiore urgenza, mentre residenti e autorità attendono di sapere dove ricomparirà il plantigrado che è riuscito a mettere in scacco un’intera operazione di cattura.

Odissea nello spazio

Una crepa nella stazione orbitante, emergenza nello spazio. A bordo scatta l'operazione Safe haven (rifugio sicuro). Se si rompe la camera d'aria, è finita. Sono state ore di alta tensione quelle vissute dagli astronauti della Stazione spaziale internazionale (Iss). «C'è una perdita di aria, tenetevi pronti all'evacuazione» comunica la Nasa.

La falla è in un modulo russo della stazione: il tunnel di trasferimento del modulo di servizio Zvezda, noto come PrK, presenta da tempo crepe e perdite, che fino a oggi sono state arginate il più possibile da Roscosmos, l'agenzia responsabile del programma spaziale russo. Ma evidentemente le «toppe» non sono state sufficienti e ieri sono iniziate le operazioni per un intervento più esteso. Come massima precauzione, la Nasa ha ordinato ai quattro membri della missione SpaceX Crew-12 e all'astronauta americano Chris Williams (in orbita da febbraio) di indossare le tute spaziali pressurizzate e salire sulla navicella Dragon per tutta la durata del cantiere spaziale. L'intervento è durato qualche ora, poi l'equipaggio è rientrato ai posti di comando.

Due le crepe che hanno destato preoccupazione: la seconda si è presentata una settimana fa in corrispondenza dell'arrivo del cargo di rifornimento Progress-95. Roscosmos aveva fatto sapere che si trattava di una perdita pari a circa mezzo chilo di aria al giorno, che ora però sembrava raddoppiata, o almeno peggiorata.

Tutto abbastanza «normale» per gli addetti ai lavori. La stazione spaziale infatti è in attività ininterrottamente dall'anno 2000: 26 anni di onorata carriera, per cui è normale dover riparare qualche «acciacco».

La questione delle perdite è oggetto di monitoraggio da diversi anni, e in passato avrebbe anche evidenziato divergenze tra la Nasa e l'agenzia spaziale russa Roscosmos sulle modalità di intervento. «Ci auguriamo la massima collaborazione» fa sapere l'agenzia spaziale americana tramite l'addetta stampa Bethany Stevens.

Le cause esatte delle crepe non sono ancora state individuate con certezza. Tra le ipotesi prese in considerazione dagli ingegneri ci sono le possibili microfratture

strutturali sviluppate nel corso degli anni. Il problema è sotto osservazione da oltre cinque anni e rappresenta una delle principali criticità tecniche affrontate dalla stazione negli ultimi tempi.

La vicenda potrebbe mettere in discussione il futuro della Iss. L'avamposto orbitale, frutto della collaborazione internazionale tra Stati Uniti, Russia, Europa, Giappone e Canada, dovrebbe restare operativo almeno fino al 2030. Negli Stati Uniti si discute però della possibilità di estenderne l'attività fino al 2032 per evitare un'interruzione della presenza umana permanente in orbita terrestre in attesa delle future stazioni spaziali commerciali.

In questo momento in orbita nella Expedition 74 ci sono sette astronauti: Sergei Kud-Scerchkov (comandante, Russia), Chris Williams (Usa), Sergei Mikaev (Russia), Jessica Meir (Usa), Jack Hathaway (Usa), Sophie Adenot (Francia) e Andrei Fedyaev (Russia).

La strage di Crans e la chat di Jessica: "Attenti alle candele. Bruciano il soffitto"

"Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla mousse, possono bruciare" il Constellation. Sarebbe questo l'incredibile messaggio inviato da Jessica Moretti ai suoi dipendenti, recuperato dagli inquirenti da una chat whatsapp e mostrato ieri in aula, durante l'interrogatorio incrociato dei gestori del locale. Quello che nella procedura svizzera serve per mettere "a confronto" le loro rispettive versioni sulla tragedia del Constellation e su tutto quello che non torna a questo punto delle indagini.

I coniugi sono entrati nel campus di Sion da un ingresso laterale, scortati dalla polizia. L'interrogatorio davanti ai pm e a 70 avvocati delle parti civili si apre con le dichiarazioni spontanee di Jessica: "Contro di noi sono state dette solo tante falsità, siamo stati distrutti". Le ha replicato però una mamma che ha perso il figlio di 16 anni: "Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti - ha detto Laetitia Brodard-Sitre - Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione: quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine, non è questo essere devastati". Parla anche Jacques Moretti, per premettere che "è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare".

Ma poi si passa al cuore dell'indagine. E quel messaggio che viene letto in aula, per gli inquirenti sarebbe una prova che i Moretti fossero consapevoli del rischio incendio dovuto proprio a quella schiuma fonoassorbente. "Si trattava semplicemente di un modo di dire", avrebbero spiegato i due. Versione ritenuta non credibile dai magistrati. Viene mostrato anche un altro messaggio, di Jacques, in cui chiederebbe conferma della chiusura della porta del seminterrato. Ai Moretti sono stati fatti sentire poi altri due audio mandati da Jessica allo staff, che smentirebbero la loro versione secondo cui era una iniziativa dei dipendenti quella di portare le bottiglie ai tavoli sulle spalle dei colleghi, come ha fatto quella notte la cameriera Cyane Panine, morta nell'incendio. I messaggi sarebbero di questo tenore: "Avrei gradito che si facesse" o "potreste farlo". "Non abbiamo mai obbligato nessuno", avrebbe precisato Jessica in lacrime. E avrebbe aggiunto: "Era una consuetudine, ma quando si svolgeva la sfilata c'erano sempre due camerieri preparati a gestire la situazione". Diverse testimonianze avevano già indicato che fosse Jessica Moretti a dare istruzioni.

È stata formalizzata ieri anche un'altra accusa, quella di falso documentale in relazione a una fattura del 2015 da circa 13mila euro, dell'acquisto della schiuma fonoassorbente con cui era stato rivestito il soffitto. Proprio quella da cui sono divampate le fiamme. Per gli inquirenti ci sarebbero tracce di una falsificazione - forse per scopi fiscali - come caratteri riconoscibilmente diversi e macroscopici errori, come l'Iva errata. "Ci chiediamo a partire da quando ci saranno delle dichiarazioni sincere senza fornirci dei documenti falsi, dei documenti che erano stati nascosti chissà dove. Dov'è il rispetto delle vittime?", commenta Romain Jordan, il legale che rappresenta anche l'Italia nella costituzione di parte civile.

Lyhanna uccisa da un pedofilo segnalato nove anni fa

Choc in Francia dopo il ritrovamento del corpo di una bambina di 11 anni scomparsa una settimana fa. Lyhanna Rameau Bernard sarebbe stata vittima di un pedofilo, un uomo con diversi precedenti a accuse di stupro, in particolare su minori, alcune archiviate, noto dal 2017, segnalato più volte e mai fermato. Un caso che ha fatto finire sotto accusa il governo e il sistema giudiziario, sul quale è intervenuto anche il presidente Emmanuel Macron, parlando di "disfunzionamento inaccettabile" della giustizia.

Il cadavere della bambina è stato trovato giovedì in un'azienda agricola abbandonata vicino al villaggio di Puycasquier, nel dipartimento del Gers. I risultati dell'autopsia confermeranno come è stata uccisa. Lyhanna era scomparsa il 29 maggio, quel giorno non era tornata da scuola. Un testimone racconterà di averla vista salire su un'auto guidata da un uomo, che sarà poi identificato e incriminato per sequestro di persona grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza. Jerome Barella, 41 anni, padre di famiglia, aveva lavorato nella fattoria dove è stato trovato il corpo. Conosceva l'undicenne perché era amica di sua figlia, che frequenta la stessa scuola media. Anche i genitori di Lyhanna lo conoscono e avevano imposto alla figlia di stare alla larga da lui dopo che, ad pigiama party in casa sua - secondo quanto raccontato dalla madre della vittima alla stampa - l'uomo avrebbe avuto delle attenzioni particolari nei confronti di Lyhanna e le avrebbe fatto "il solletico". Dopo avrebbe continuato a vederla davanti alla scuola e a portarle la merenda. Tra segnalazioni di molestie su minori a partire dal 2017 e denunce, una delle quali nell'estate del 2025 per violenza sessuale nei confronti di una bambina di 10 anni, l'uomo poteva essere fermato molto prima. Invece niente. Tanto che dopo la scomparsa di Lyhanna, la mamma della bimba che lo aveva denunciato nel 2025 aveva protestato contro la lentezza della giustizia che non lo aveva ancora neppure mai interrogato.

La vicenda ha suscitato un'ondata di indignazione in Francia, sia nella politica che nella società civile. Macron ha espresso "la solidarietà e l'affetto dell'intera nazione" ai genitori della bambina: "Le cose non sono andate come avrebbero dovuto, questo è ovvio. Non possiamo guardare negli occhi la famiglia di Lyhanna e dire che tutto è andato bene, dobbiamo esaminare le responsabilità collettive, sistemiche e individuali". Il primo ministro Sébastien Lecornu si è detto "particolarmente scioccato" dalle irregolarità giudiziarie segnalate in relazione al rapimento di Lyhann e ha chiesto di verificare "se tutti i segnali d'allarme siano stati presi in considerazione". Il ministro della Giustizia Gérald Darmanin e il ministro degli Interni Laurent Nuñez hanno tenuto un incontro d'emergenza a Matignon durante il quale si sarebbe parlato di "prove schiaccianti" che sarebbero state ignorate. I due ministri hanno detto di considerare "incomprensibile" che il principale sospettato non sia stato interrogato nell'ambito delle indagini successive alla denuncia di stupro presentata lo scorso agosto. Darmanin ha chiesto scusa alla famiglia di Lyhanna: "Il sistema giudiziario non è riuscito a proteggerla".

Il programma del viaggio apostolico in Spagna

Papa Leone XIV si trova in Spagna per il suo viaggio apostolico. Si tratta del quarto viaggio internazionale del suo pontificato. Il Santo Padre è atterrato questa mattina, intorno alle 10.00, all'Aeroporto Internazionale Adolfo Suárez di Madrid-Barajas, dove ha ricevuto un'accoglienza ufficiale. Presso il Padiglione di Stato ha trovato ad attenderli il Re Felipe VI e la Regina Letizia, accompagnati dal premier spagnolo Pedro Sanchez e alcuni ministri. È iniziato così il viaggio apostolico del Pontefice, che resterà in Spagna fino al 12 giugno. In questo periodo, Prevost visiterà non solo Madrid, ma anche Barcellona, Gran Canaria e Tenerife. Con Papa Leone XIV siamo alla nona visita di un Pontefice nel Paese iberico. L'ultima volta è stata 15 anni fa, quando fu Benedetto XVI a recarsi a Madrid in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù.

Per la giornata di oggi è prevista una cerimonia di benvenuto presso il Palazzo Reale di Madrid. A seguire, intorno alle 12.00, ci sarà una visita di cortesia alla Famiglia Reale e poi alle principali autorità spagnole. In questa occasione, il Santo Padre terrà il suo discorso, che sarà pronunciato in spagnolo. Successivamente, nel pomeriggio, il Papa farà visita alla struttura del progetto sociale Cedia 24 Horas. In serata, ci sarà invece una veglia di preghiera con i giovani in Plaza de Lima. Nella giornata di domani, alle 10.00, si terrà una messa in Plaza de Cibeles a Madrid, seguita dalla processione del Corpus Domini.

È inoltre previsto che nel corso del suo soggiorno Papa Prevost si recherà a Barcellona per inaugurare la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Familia. Questo avverrà in concomitanza della morte dell'architetto Antoni Gaudì. Inoltre, stando a quanto riferito dalla Sala Stampa della Santa Sede, Prevost incontrerà le vittime di abuso da parte del clero spagnolo. Dall'11 al 12 giugno, infine, Papa Leone XIV concluderà il suo viaggio a Gran Canaria e Tenerife. Durante la sua presenza nell'arcipelago il Pontefice visiterà i centri di accoglienza e incontrerà i migranti lì ospitati.

Trump, i video virali e il giallo del farmaco scomparso: la salute del presidente torna al centro del dibattito americano

Da anni Donald Trump ha trasformato la propria immagine fisica in un elemento della sua comunicazione politica. L’energia durante i comizi, i ritmi di lavoro rivendicati dai collaboratori e perfino l’attenzione quasi maniacale all’aspetto esteriore sono diventati parte integrante del suo marchio personale. Proprio per questo, nelle ultime ore, due episodi apparentemente distinti hanno riacceso negli Stati Uniti il dibattito sulla salute del presidente: il video diventato virale in cui sembra assopirsi nello Studio Ovale e la scomparsa dalla sua cartella clinica del farmaco contro la caduta dei capelli che, secondo le precedenti comunicazioni mediche, assumeva regolarmente.

Il tema non riguarda soltanto il gossip politico. Negli Stati Uniti la trasparenza sulle condizioni di salute del comandante in capo è tradizionalmente considerata una questione di interesse pubblico, tanto più quando il presidente è il più anziano mai entrato alla Casa Bianca.

l video nello Studio Ovale e la battaglia della narrazione

Le immagini che hanno fatto il giro dei social mostrano Trump durante un evento ufficiale nello Studio Ovale dedicato alla politica energetica. Per alcuni secondi il presidente tiene gli occhi chiusi e il capo leggermente reclinato, alimentando l’ipotesi che si sia addormentato davanti alle telecamere. Il filmato è stato rilanciato da influencer, commentatori politici e media internazionali, diventando in poche ore uno degli argomenti più discussi della rete.

La Casa Bianca ha reagito con estrema durezza, sostenendo che il presidente non stesse dormendo ma semplicemente sbattendo le palpebre o abbassando lo sguardo durante l’intervento, accusando gli avversari politici di manipolare le immagini per costruire una narrativa sulla sua presunta fragilità fisica. Anche il segretario di Stato Marco Rubio è intervenuto pubblicamente per difendere la resistenza e i ritmi di lavoro del presidente.

Eppure il caso si inserisce in una discussione più ampia che accompagna ormai da mesi la politica americana. Dopo che l’età e le condizioni cognitive di Joe Biden avevano dominato il dibattito pubblico durante la precedente campagna elettorale, oggi anche Trump si trova a dover fare i conti con interrogativi analoghi. Numerosi medici intervistati dalla stampa americana hanno sottolineato che episodi ricorrenti di sonnolenza pubblica meriterebbero maggiori chiarimenti clinici, pur senza avanzare diagnosi sulla base dei soli video.

Il mistero del finasteride sparito dalle cartelle cliniche

Quasi in contemporanea con il caso del video, un altro dettaglio ha attirato l’attenzione dei media statunitensi. Nella più recente documentazione sanitaria resa pubblica dalla Casa Bianca non compare più la finasteride, il farmaco utilizzato contro la caduta dei capelli che i precedenti report medici indicavano come parte della terapia abituale del presidente.

Il farmaco è largamente prescritto negli Stati Uniti sia per il trattamento dell’alopecia androgenetica sia, a dosaggi differenti, per alcune patologie prostatiche. L’assenza del medicinale dall’ultimo aggiornamento sanitario non prova necessariamente che Trump abbia interrotto la terapia: potrebbe trattarsi di una modifica nelle modalità di rendicontazione oppure di una decisione clinica ordinaria. Tuttavia, la mancata spiegazione ufficiale ha inevitabilmente alimentato nuove speculazioni.

Secondo il Washington Post, il presidente aveva assunto il farmaco per anni e la sua scomparsa dalla lista dei medicinali rappresenta una novità rispetto alle comunicazioni diffuse in passato. La Casa Bianca, almeno finora, non ha fornito chiarimenti dettagliati sulla questione.

La salute dei leader come terreno di scontro politico

La vicenda dimostra quanto la salute dei presidenti americani sia diventata un campo di battaglia politica e mediatica. Se fino a pochi mesi fa erano i Democratici a dover fronteggiare i dubbi sull’età di Biden, oggi è il leader repubblicano a subire un controllo costante di ogni gesto, esitazione o dettaglio delle proprie cartelle cliniche.

Nella comunicazione contemporanea, un breve video di pochi secondi può trasformarsi in un caso internazionale e una semplice omissione in un documento sanitario può alimentare settimane di discussione. Al di là delle interpretazioni politiche, allo stato attuale non esistono elementi ufficiali che certifichino problemi di salute tali da compromettere l’attività del presidente.

Esiste però una crescente richiesta di trasparenza, alimentata dalla convinzione che la condizione fisica e cognitiva di chi guida la principale potenza mondiale non possa essere considerata un fatto esclusivamente privato. Negli Stati Uniti, dove l’età media della classe dirigente continua ad aumentare, il tema sembra destinato a restare centrale anche nei prossimi mesi.

Germania, 14enne “decapitato” da richiedente asilo palestinese

Jermaine B. aveva solo 14 anni ma è stato ucciso poche settimane fa a Memmingen, nel Land della Baviera, pochi chilometri a sud rispetto a Stoccarda e a pochi a nord-ovest rispetto a Monaco. A togliergli la vita, secondo quanto emerso, è stato un richiedente asilo palestinese, Qais Saleh, 37enne presumibilmente nato ad Abu Qash in Cisgiordania, che si trovava armato nell’edificio abbandonato in cui è stato trovato il corpo del piccolo, colpito alla gola. Jermaine era scomparso da casa alcuni giorni prima e per cercarlo erano stati fatti alzare in volo anche gli elicotteri ma solo dopo 3 giorni le forze dell’ordine l’hanno ritrovato.

Alcuni media tedeschi parlano di “decapitazione” del ragazzino o, comunque, di ferite talmente profonde da essere assimilabili a un simile brutale gesto. Jermaine era un appassionato di edilizia, amava i cantieri e le demolizioni: avrebbe voluto fare quello quando sarebbe diventato grande, seguendo le orme del padre, e forse non è un caso che sia stato trovato in un capannone abbandonato e semi-distrutto. Le indagini devono ancora far luce sui rapporti, non è escluso che l’omicida conoscesse il 14enne o che, comunque, non lo avesse già incontrato prima. Nonostante Saleh si fosse visto rifiutare la richiesta di asilo dalla Germania si trovava ancora nel Paese con lo status di “Duldung”, ossia una permanenza tollerata per quei soggetti che, benché non abbiano diritto all’asilo, non può essere espulso perché privo dei documenti. Nemmeno i precedenti penali erano bastati per farlo espellere.

All’arrivo degli agenti, Saleh si trovava in un armadio all’interno del capannone e quando è stato scoperto ha brandito il coltello per aggredire la polizia. In quel momento gli agenti sono stati colti di sorpresa, tanto che l’uomo è riuscito a darsi alla fuga ed è stato ritrovato solo dopo alcune ore a seguito di una segnalazione. È stato raggiunto ma alla vista dei poliziotti ha tentato una nuova fuga fin quando non si è reso conto di essere braccato: a quel punto non ha esitato a estrarre il coltello puntandolo contro gli agenti. Nonostante le intimazioni di gettare l’arma ha continuato a brandire il coltello e gli agenti hanno aperto il fuoco, neutralizzandolo. Saleh è poi morto in ospedale. Il suo arrivo in Germania risale al 2017: fa parte di quell’ampia frazione di irregolari che attraversa la rotta balcanica partendo dalla Grecia per arrivare alle porte dell’Europa occidentale. Prima di fare domanda di asilo in Germania l’aveva già presentata in Belgio e nei Paesi Bassi ma, in entrambi i casi, era stata respinta.

Non si conoscono le ragioni per le quali non sia stata accettata ma probabilmente ci sono stati forti motivi ostativi per i quali tre Paesi non hanno riconosciuto a un migranti della Cis Giordania l’asilo per motivi umanitari, considerando la situazione della zona. Tra le ragioni potrebbe esserci anche la non accertata nazionalità, che per un corto circuito ne ha impedito anche il rimpatrio nonostante fosse da anni formalmente espulso. Nel momento in cui è stato fermato era in possesso del permesso di soggiorno temporaneo rinnovato a febbraio per tre mesi, che gli sarebbe scaduto il 18 maggio, pochi giorni dopo l’omicidio. La Germania ha provato ad appellarsi al regolamento di Dublino, facendo valere la regola del primo ingresso in Europa nel Paese ellenico, in modo tale da spostare la responsabilità della sua gestione sulla Grecia ma non c’è riuscita, in quanto i greci hanno sostenuto che Dublino non fosse applicabile nel caso di Saleh. Il caso di Jermaine ha aperto un’ampia discussione in Germania sul sistema d’asilo e sulla necessità di una riforma, che a partire dal prossimo 12 giugno dovrebbe attuata in tutta Europa grazie al nuovo Patto di migrazione e Asilo dell’Unione europea.

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