Qualche giorno fa siamo tornati a casa stanchi dal lavoro, abbiamo messo a bollire l’acqua per la pasta. Abbiamo aperto un barattolo di pelati e ci siamo preparati un sughetto rapido. Abbiamo condito la pasta e abbiamo acceso la tv. Al telegiornale abbiamo ascoltato di quattro braccianti morti arsi vivi dai loro aguzzini, che li obbligavano a dormire in dieci nella stessa stanza e non volevano pagare loro il pattuito, che comunque sarebbe stato sempre troppo poco per un lavoro faticosissimo, ripetitivo, da fare a temperature improponibili.
Ci siamo indignati, abbiamo pensato che sono dei criminali e abbiamo augurato loro di passare il resto della vita in carcere, a pagare quello che avevano fatto a dei lavoratori inermi.
Poi abbiamo girato il viso, incrociando con gli occhi il barattolo di pelati. Quello arraffato nello scaffale più basso al supermercato, quello primo prezzo.
No: non è colpa nostra se quei braccianti sono morti. Sì, il caporalato è un reato, e va perseguito dalle autorità, che devono fare il massimo possibile per evitare che queste cose succedano. Qualcuno direbbe che i cittadini non possono farsi carico di questi problemi, e forse ha ragione. Ma anche le nostre piccole scelte quotidiane possono fare la differenza: e non possiamo chiudere gli occhi quando le facciamo.
Avete mai guardato il prezzo al chilo delle Vigorsol? Prima di risparmiare su frutta, verdura, uova, carne e pesce, proviamo a farlo evitando di acquistare cose inutili a prezzi assurdi. Prima di risparmiare su quello che diventa parte di noi, che ci costituisce, proviamo a capire chi pagherà le nostre scelte. Noi, con la nostra salute. Il pianeta, sempre più inquinato. E, a volte, anche altri esseri umani, con la sola colpa di essere nati dalla parte sbagliata del mondo e di aver provato a riscattarsi qui, nel continente ricco e avanzato.
È facile scegliere meglio? Pagando di più saremo certi che non stiamo finanziando aziende che sfruttano i lavoratori? Purtroppo no. Ma la scelta giusta la possiamo fare con la curiosità e la conoscenza: informarci, incontrare produttori virtuosi, scegliere con maggiore consapevolezza e attenzione è un nostro diritto, una nostra possibilità, e forse – oggi – anche un nostro dovere. È faticoso? Sì, ma anche incredibilmente bello. È costoso? Sì. Ma se paghiamo troppo poco per quello che diventa noi, se paghiamo l’olio per il motore della nostra auto più di quanto paghiamo per l’olio che condisce la nostra insalata siamo sicuri che stiamo risparmiando davvero?
Al tavolo diciotto dell’hackathon di Gastronomika nove professionisti del settore gastronomico hanno espresso le loro opinioni sulla sostenibilità delle piccole realtà. Pur operando in ambiti diversi hanno tutti in comune il desiderio di vedere affermata la propria attività sul territorio di competenza, obiettivo spesso minato dal conflitto tra il volersi espandere in termini di dimensioni e il voler mantenere i propri spazi, per paura di perdere un’identità personale.
Quando si parla di sostenibilità l’immaginario collettivo è portato a collegare il termine principalmente con un aspetto ambientale e di preservazione del territorio e della natura, ma il significato è molto più articolato. In una realtà artigianale, così come nelle altre, i riferimenti economici, logistici e umani non sono da meno e percorrono diverse strade.
Foto di Gaia MenchicchiFoto di Gaia Menchicchi
Al tavolo sono stati presentati diversi esempi di piccole aziende, come forni, agriturismi, pasticcerie, ristoranti domestici, fino a produzioni più particolari e da valorizzare, come quella del cioccolato. Tutte queste attività sono caratterizzate dalla disponibilità limitata di spazi, e questo può essere il primo limite per il desiderio di alcuni di incrementare la produzione e di conseguenza il fatturato. Si è spesso costretti a giochi di incastri con i collaboratori nei laboratori, cercando di non scontrarsi l’un l’altro; con l’acquisto di uno stabile più grande questo non sarebbe più un ostacolo, ma grande non è sempre possibile per una piccola attività. Sono aziende nate piccole, che non si aspettavano una crescita così esponenziale in così poco tempo, e che si trovano costrette a fare delle scelte ben ponderate per preservare la propria idea di bottega e di contatto diretto con il cliente.
C’è anche chi non ha bisogno di un laboratorio e di collaboratori, grazie alla possibilità – esistente se il prodotto ha una shelf-life elevata – di portarsi avanti con la produzione e concentrarla in un unico intervallo di tempo limitato. Così ha fatto Giulia Mandalà, co-fondatrice del progetto dedicato al cioccolato Ruvido: ha scelto di appoggiarsi a un laboratorio solo per un determinato periodo di produzione e di vendere successivamente quanto immagazzinato.
Foto di Gaia MenchicchiFoto di Gaia Menchicchi
Un aspetto di cui tutti si sono fatti portavoce è la necessità di avere dei punti di riferimento saldi, che in questo caso sono i fornitori. Hanno tutti un contatto diretto con i produttori, per garantire costantemente al consumatore un prodotto di qualità, anche se ciò non è sempre a buon mercato e a volte sono fornitori talmente piccoli e selezionati che non dispongono nemmeno di alcune certificazioni, come quella biologica. Le certificazioni non attestano necessariamente la qualità di un prodotto, questa viene garantita dalle realtà che hanno scelto di investire tempo nella ricerca dei giusti collaboratori e che hanno costruito anche una propria credibilità con la clientela.
C’è chi sceglie poi un’economia circolare, come racconta Stefano Tentori, cuoco di Cascina Bagaggera, un agriturismo situato nel parco del Curone: lì non c’è bisogno di investire nella ricerca di materie prime che sposino la propria filosofia aziendale, in quanto prodotte in loco. Se si parla di sostenibilità in tutto e per tutto l’agriturismo è sicuramente un esempio calzante di questa tematica, in grado di conservare un’indipendenza dall’acquisto di materie prime provenienti da fornitori esterni.
Foto di Gaia MenchicchiFoto di Gaia Menchicchi
Durante il confronto si è insistito parecchio anche sull’aspetto sostenibile del capitale umano, quindi sul benessere dei collaboratori. In queste attività è fondamentale la scelta del personale adatto, perché non si tratta solo di condividere spazi e tempo. I collaboratori selezionati devono avere un requisito chiave: condividere la visione aziendale e la volontà di creare qualcosa di autentico e difficilmente riproducibile altrove. Si tratta però di un rapporto dare-avere ed è molto importante che i dipendenti possano avere il tempo necessario per coltivare relazioni sociali e una vita propria al di fuori del posto di lavoro, ed e quindi necessario organizzarsi in maniera ottimale. Questa scelta viene operata anche in un’ottica di razionalizzazione degli spazi, che essendo ridotti non possono ospitare troppe persone contemporaneamente, come evidenzia Chiara Masino di Coce Bakery a Parma.
Foto di Gaia Menchicchi
La salvaguardia del benessere dei dipendenti viene garantita anche dall’organizzazione del lavoro, una pratica fondamentale specialmente nei forni e panifici, dove si sta cercando di cambiare la modalità di approccio col cliente.
La globalizzazione e lo sviluppo a perdita d’occhio di grandi supermercati e catene hanno abituato il consumatore a una modalità di scelta sbagliata, quella del “tutto e subito”. Nelle piccole realtà questo non è sostenibile, produrre in quantità smisurata vorrebbe dire creare un esubero di prodotto non totalmente vendibile, con impatto negativo sul bilancio di impresa e turni di lavoro non umani. In molte di queste realtà il pane deve invece essere prenotato, per due semplici ragioni: non produrre scarto e non impegnare il personale in cicli di produzione ininterrotti.
Foto di Gaia MenchicchiFoto di Gaia Menchicchi
L’arte dell’aver imparato a dire di no non è una presa di posizione nei confronti del cliente, ma un tentativo di far avvicinare il consumatore alla difficoltà delle piccole realtà produttive e farlo entrare nell’ottica di dare valore alla qualità, esattamente come fanno le persone che lì sono coinvolte. Ovviamente viene sempre tenuto in considerazione un margine di prodotto in aggiunta del venti per cento, per cercare di accontentare anche l’avventore dell’ultimo minuto, come racconta Simona Gallo di Tocio Bread a Noale, vicino a Venezia.
In questo momento di condivisione di idee ognuno ha potuto dare la propria interpretazione di sostenibilità delle piccole aziende, e si è compreso quindi che la risposta alla domanda «piccolo è sostenibile?» non è univoca. Per alcuni la sostenibilità è diventata un privilegio, come suggerisce anche lo spostamento del consumatore medio dal supermercato al discount, per altri un valore aggiunto e per altri ancora un qualcosa di non realizzabile in spazi ridotti.
Foto di Gaia MenchicchiFoto di Gaia Menchicchi
Di certo c’è che l’artigiano è diventato per forza di cose un imprenditore e in quanto tale non può estromettersi dal considerare tutti gli aspetti che concernono l’attività di impresa. Il personale, i costi, la gestione degli spazi, e non necessariamente questo esula dal portare avanti la propria idea di produzione di nicchia, o meglio di produzione che segue i ritmi delle proprie possibilità.
Non bisogna quindi condannare chi decide di espandersi, perché farlo con moderazione e soprattutto con i tempi giusti non significa rinunciare al produrre un qualcosa di qualità o all’espressione di sé stessi.
Non c’è quindi una ricetta sulla sostenibilità delle piccole imprese che valga per tutti: a suo modo ognuno dei partecipanti è riuscito a trovare un equilibrio stabile, dove la qualità del prodotto la fa da padrone anche se spesso la quantità non riesce a tenerne il passo. Non serve scendere a compromessi su nessuno dei due aspetti, ma occorre far capire alla clientela che c’è bisogno di rallentare. La ricerca, lo studio e il progresso hanno i loro tempi e spesso diminuire il ritmo non è sinonimo di fallimento o qualcosa di negativo, ma significa aver compreso che l’unicità di un prodotto artigianale non è riproducibile in nessun altro luogo.
Un uomo che non rinuncia alla bistecca, una nazione che compra meno riso, un caffè che gira il mondo nel backstage di un concerto, un’isola che teme di somigliare alle altre e un caldo arrivato troppo presto. La settimana mette in fila cinque cibi che avevano un posto assegnato – nel piatto e nell’identità di chi li mangia – e che oggi cominciano a starci stretti.
Si comincia dal corpo, o meglio da quello che un uomo crede di essere. Il Guardian racconta che in Australia due uomini su tre mangiano carne ogni giorno e oltre la metà ne supera i centonovantotto grammi, parecchio oltre le soglie consigliate. Gli uomini ne consumano più delle donne e resistono più a lungo alle diete vegetali, vissute come una minaccia personale prima ancora che alimentare. Il conto lo paga il clima, per il metano degli allevamenti, e lo paga la salute, per i rischi delle carni rosse e lavorate. La via d’uscita, secondo il quotidiano, non è diventare vegetariani ma semplicemente mangiarne meno. Il vero ostacolo, però, non sta nel piatto ma nella testa: la bistecca resta legata a un’idea di mascolinità. Per molti uomini ridurla somiglia troppo a rinunciare a un pezzo di sé.
Se in Australia l’identità si difende a tavola, in Giappone cede al prezzo. Il Japan Times riferisce che nell’anno fiscale 2025 il consumo di riso è caduto al minimo da sette anni, meno 6,1 per cento sul periodo precedente, fino a 4,435 chili a testa al mese. È lo strascico della crisi della scorsa estate, quando il riso era sparito dagli scaffali e la confezione da cinque chili aveva sfiorato i quattromila yen. Al suo posto sono arrivati pane e noodles, mentre comprare direttamente dai produttori arriva a costare quasi la metà rispetto al convenience store, il minimarket aperto a ogni ora. Ad aprile i primi dati indicavano una possibile ripresa, segno che potrebbe trattarsi di un riassestamento più che di un addio. L’inflazione ha tolto l’automatismo anche all’alimento più ovvio del Paese: la ciotola di riso, oggi, è una scelta che si discute.
C’è chi il posto, invece, lo cambia di proposito. El País segue Abner Roldán e Karla Ly Quiñones, fondatori del Café Comunión di San Juan, in Puerto Rico, che hanno lasciato il bancone fisso per accompagnare Bad Bunny in tournée e preparare il caffè al cantante e alle centocinquanta-duecento persone che ogni giorno lavorano dietro le quinte. Tutto è nato quando l’artista è entrato in uno dei loro locali dopo aver votato alle elezioni portoricane del 2024. Finita la residenza di trenta concerti sull’isola, la caffetteria mobile li ha portati dal Messico all’Australia, e in ogni Paese cercano torrefattori e baristi del posto. Lo specialty coffee – quello selezionato e tracciato lotto per lotto – esce dal locale e diventa il pretesto per il backstage di fermarsi a tirare il fiato.
Dal caffè che si radica ovunque al vino che desidera l’esatto opposto. Il Financial Times racconta la Tasmania, diventata una delle mete enologiche più ambite d’Australia grazie a un clima fresco perfetto per spumanti, Pinot Noir e Chardonnay. L’isolamento, a lungo un limite, è diventato il suo capitale: protegge il paesaggio e tiene viva una cultura produttiva indipendente. Per questo l’arrivo di Bird in Hand, grande cantina dell’Adelaide Hills che ha comprato vigneti nella West Tamar Valley e sulla costa orientale, fa notizia. Il progetto promette vini di alta gamma, ristorazione, arte e una nuova sala di degustazione nei giardini botanici di Hobart. Resta da capire se un territorio che vale proprio perché non somiglia a nessun altro possa crescere senza cominciare a somigliare a tutti.
In Francia, intanto, a muoversi per prima è stata la stagione. Le Monde descrive una canicola primaverile senza precedenti che ha spinto l’agricoltura francese in territorio sconosciuto. Sopra i venticinque gradi le vacche rallentano e la produzione di latte è già calata fino al dieci per cento; il caldo rende le uova più piccole e fragili, mette a rischio il grano in piena fioritura e accelera le vigne verso vendemmie sempre più anticipate. Ma più della resa, agli agricoltori manca il terreno fermo dei riferimenti: un caldo così, in questa fase del ciclo, non si era mai visto. E nessuno, oggi, sa dire se sarà l’eccezione di una primavera o la prima di molte.
Da Vittorio decide di inaugurare i festeggiamenti per i suoi sessant’anni trasformando i suoi celeberrimi Paccheri in un dessert, e la notizia fa nascere una domanda: come ha fatto un piatto di pasta al pomodoro a diventare uno dei simboli assoluti dell’alta cucina italiana?
La nuova Torta Pacchero, realizzata dalla famiglia Cerea insieme al pastry chef Simone Finazzi e al maître chocolatier Davide Comaschi, è una dichiarazione d’identità prima ancora che una creazione dolce. Perché richiama immediatamente un piatto che, da anni, rappresenta Da Vittorio quanto le tre stelle Michelin.
In un universo gastronomico spesso associato a ingredienti rari, tecniche sofisticate e costruzioni complesse, i Paccheri alla Vittorio raccontano una storia diversa. Sono pasta, pomodoro e pochi altri elementi, ingredienti e tecnica che appartengono al patrimonio quotidiano della cucina italiana. Che si possono mangiare al ristorante, che sono protagonisti di tanti eventi in cui la “paccherata” è già una festa in sé, ma che si possono gustare anche a casa, acquistando il kit per realizzarli nella propria cucina. E forse è proprio questa apparente semplicità che li ha resi straordinari.
La storia dell’alta cucina è piena di piatti che hanno cercato di stupire, molto più rara è la capacità di rendere memorabile qualcosa che tutti conoscono già. Il successo dei paccheri dei Cerea nasce da qui: dalla ricerca quasi ossessiva sulla materia prima, dalla precisione dell’esecuzione e dalla costanza nel tempo. Un piatto che chiunque potrebbe descrivere in poche parole ma che quasi nessuno riesce a replicare con la stessa efficacia.
C’è poi un altro elemento che spiega il fenomeno. I Paccheri alla Vittorio rappresentano un’idea di lusso molto italiana, distante dall’ostentazione. Non il lusso dell’eccezionalità a tutti i costi, ma quello della perfezione applicata a ciò che è familiare. Un concetto che attraversa molta della grande cucina del nostro Paese, dove il valore non risiede necessariamente nella rarità dell’ingrediente ma nella capacità di esaltarne l’identità. La coreografia che sta dietro alla preparazione, con l’ospite d’onore che viene coinvolto nella mantecatura, il formaggio che cade dall’alto e una quantità di sugo enorme, così che gli ospiti siano “costretti” a fare la scarpetta in un gesto liberatorio e quotidiano, ma ai tavoli di un grande ristorante e con un delizioso bavaglino fatto apposta per l’occasione. C’è poi un motivo tutto made in Brusaporto, e ha a che fare con la famiglia Cerea, e con la sua grande unione, che si vede anche nel reel che presenta il nuovo dolce. I paccheri sono a tutti gli effetti un affare di una famiglia che non ha mai smesso di fare ospitalità con il sorriso e con l’accoglienza come mantra: la felicità di Chicco quando manteca i paccheri esprime meglio di un corso di coaching quanto è importante essere felici di fare il proprio lavoro perché questa felicità si trasmette agli altri.
Per questo il piatto è diventato un simbolo. Non perché fosse il più complesso del menu, ma perché condensa la filosofia del ristorante, è preparato in sala con grande doti comunicative e positive, e soprattutto è comprensibile per chiunque, non ha bisogno di spiegazioni, di lunghe litanie di accompagnamento, di pensiero e di riflessione. È buono, e tanto basta. Lo stesso Vittorio Cerea costruì la reputazione della casa scegliendo una strada controcorrente per l’epoca, puntando sul pesce quando non era ancora una scelta scontata nell’alta ristorazione lombarda. Le generazioni successive hanno continuato a innovare senza rinunciare alla riconoscibilità e al piacere di avere ospiti a casa propria.
Per festeggiare un grande anniversario arriva così la Torta Pacchero, come un gioco serio, una provocazione affettuosa e persino un po’ kitsch verso uno dei piatti più amati dai clienti. Cambiano consistenze, temperature e linguaggio gastronomico, ma resta intatta la forza evocativa di un’icona che, dopo decenni, continua a essere immediatamente associata al nome Da Vittorio. A prima vista sembra proprio il piatto della famiglia Cerea, ma dietro l’illusione prende forma un dessert che ne richiama la forma e che nella sua composizione dà vita alla versione dolce con la stessa semplice bontà: una chantilly alla vaniglia con pan di Spagna Margherita e cioccolato bianco, accompagnato da una composta di fragole e limone e un delicato croccante allo yuzu. I “pomodorini” sono di cioccolato con cuore alla fragola e completano questa reinterpretazione giocosa e ironica.
In fondo, è questo il traguardo che ogni ristorante sogna di raggiungere: creare un piatto talmente identitario da diventare un simbolo. E pochi esempi in Italia raccontano questo fenomeno meglio di un semplice piatto di paccheri al pomodoro serviti da un bergamasco che manteca il tutto con tanto formaggio versato dall’alto.