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Omicidio di Milano Certosa, primo fermo per la morte di Gianluca Ibarra Silvera: è un 19enne

5 June 2026 at 20:10

A dieci giorni dall’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, il ventiduenne accoltellato a morte nella notte tra il 26 e il 27 maggio vicino alla stazione di Milano Certosa, arriva la prima svolta investigativa. La Procura di Milano ha disposto il fermo di uno dei giovani finiti nel mirino della Squadra Mobile nell’ambito dell’indagine sul delitto che ha sconvolto la periferia nord del capoluogo lombardo. Si tratta di un 19enne, di origine peruviana. Altri sette ragazzi, residenti tra Milano e l’hinterland, sono stati perquisiti e ascoltati dagli investigatori.

Il provvedimento è maturato dopo giorni di accertamenti coordinati dal pubblico ministero Elio Ramondini e dall’aggiunta Bruna Albertini. Gli agenti della Squadra Mobile hanno raccolto testimonianze, effettuato sopralluoghi, analizzato immagini di videosorveglianza e sviluppato una serie di riscontri tecnici che avrebbero consentito di identificare alcuni dei presunti partecipanti all’aggressione.

Secondo quanto emerso finora, il giovane fermato farebbe parte del gruppo che la notte del delitto avrebbe accerchiato e inseguito Gianluca e suo fratello nell’area della stazione ferroviaria. Gli altri sette ragazzi ascoltati dagli investigatori non risultano, al momento, destinatari di misure restrittive, ma la loro posizione resta al vaglio degli inquirenti.

La pista delle pandillas

L’indagine continua a concentrarsi sull’ipotesi di un’aggressione maturata nell’ambiente delle cosiddette “pandillas” latinoamericane. La stazione di Milano Certosa, secondo fonti investigative, sarebbe tornata negli ultimi tempi a essere un luogo di ritrovo di gruppi giovanili riconducibili a diverse bande, tra cui i Latin Kings e la Mara Salvatrucha, nota come MS-13. Nell’area sarebbero state notate più volte scritte con la sigla “LK”, acronimo di Latin Kings. Proprio questo elemento era stato richiamato nei giorni scorsi dal fratello della vittima, testimone diretto dell’aggressione.

Intervistato dalla trasmissione televisiva Fuori dal coro, il giovane aveva raccontato che il gruppo di aggressori si sarebbe presentato gridando “Somos los reyes”, ovvero “Siamo i re”, frase che secondo lui richiamava chiaramente la gang. “Hanno fatto un marchio sulla parete con la scritta LK. È una gang”, aveva dichiarato.

L’inseguimento sui binari

Il racconto del fratello di Gianluca restituisce il quadro di una violenza improvvisa e brutale. I due giovani sarebbero stati circondati da un gruppo numeroso di ragazzi armati di coltelli, bottiglie e pietre. “Hanno iniziato ad accerchiarci, siamo scesi sui binari correndo. Avevamo trenta persone dietro che ci rincorrevano”, aveva raccontato. Nel tentativo di fuggire, i due fratelli si sarebbero separati. Gianluca sarebbe stato raggiunto dal branco e colpito ripetutamente.

“L’hanno preso, sono saltati in massa su di lui. Saranno stati una ventina a picchiarlo e accoltellarlo”, aveva detto il fratello, che ha poi assistito agli ultimi istanti di vita del ventiduenne. “Mi è morto tra le braccia. Gli dicevo di resistere, ma era pieno di ferite”.

Un delitto senza un movente chiaro

Resta ancora da chiarire il movente dell’omicidio. Gli investigatori non escludono che la vittima possa essere stata scambiata per qualcun altro oppure che l’aggressione sia nata da una dinamica di affermazione territoriale tipica delle bande giovanili. “Un vero motivo non c’era”, ha sostenuto il fratello di Gianluca. “L’hanno ucciso solo per il gusto di farlo oppure ci hanno scambiato per qualcuno che non eravamo”.

L’identificazione del primo sospettato rappresenta ora un passaggio cruciale per ricostruire la sequenza dei fatti e individuare le responsabilità degli altri componenti del gruppo che avrebbe preso parte al pestaggio mortale. Gli investigatori attendono gli ultimi riscontri per definire il quadro accusatorio e accertare il ruolo di ciascuno dei giovani coinvolti.

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Denuncia la scomparsa dell’anziana madre, ma la sua versione non convince gli investigatori: poi la sconvolgente scoperta

5 June 2026 at 15:17

Per settimane avrebbe convissuto con il corpo della madre, per poi trasportarlo e abbandonarlo in un fiume nel tentativo di occultarne le tracce. È l’accusa rivolta a Joshua Cullen, 47 anni, arrestato in Florida nell’ambito di un’indagine avviata dopo la scomparsa della donna. Nei suoi confronti sono stati contestati i reati di negligenza verso una persona anziana e vilipendio di cadavere. A dare il via all’inchiesta è stata proprio la denuncia di scomparsa presentata dall’uomo. Agli agenti avrebbe raccontato di non avere più notizie della madre da mesi, sostenendo che, dopo un ricovero in ospedale a seguito di un ictus, la donna si fosse allontanata insieme a “un uomo ricco non identificato”. Una versione che avrebbe iniziato quasi subito a mostrare diverse incongruenze.

Approfondendo gli accertamenti, gli investigatori hanno scoperto che Cullen aveva avuto accesso ai conti correnti della madre e che nel frattempo avrebbe utilizzato parte del denaro per acquistare un camper. Non solo. All’interno della casa mancavano numerosi effetti personali della donna, compresi alcuni mobili e perfino il letto, circostanze che hanno contribuito ad aumentare i sospetti degli inquirenti.

La scoperta nel fiume

La svolta è arrivata mentre le ricerche della donna risultavano ancora ufficialmente aperte. Alcuni diportisti hanno segnalato alle autorità la presenza di un oggetto sospetto nelle acque del Peace River. Quando gli agenti sono intervenuti sul posto, hanno recuperato un tappeto legato con catene e appesantito da blocchi di cemento. All’interno c’erano resti umani. Gli esami effettuati dal medico legale hanno poi confermato che appartenevano proprio alla madre di Cullen.

Da quel momento l’attenzione degli investigatori si è concentrata interamente sul figlio. Attraverso le immagini delle telecamere e i sistemi di rilevamento targhe, gli agenti sono riusciti a ricostruire alcuni movimenti del quarantasettenne. In particolare, la sua auto sarebbe stata ripresa il 28 marzo mentre si dirigeva verso l‘area di Hunters Creek con una carriola fissata sul tetto del veicolo. Successivamente, gli investigatori hanno scoperto che una carriola era stata ritrovata proprio nei pressi del luogo in cui è stato recuperato il corpo. Un dettaglio considerato particolarmente importante nell’inchiesta e che avrebbe contribuito a collegare Cullen alla scena.

Le parole dello sceriffo

Commentando il caso, lo sceriffo Carmine Marceno ha parlato di una vicenda che ha assunto contorni sempre più inquietanti con il passare dei giorni. “Quella che era iniziata come un’indagine su una persona scomparsa ha presto rivelato una rete di bugie, inganni e uno scioccante disprezzo per la dignità umana”, ha dichiarato annunciando l’arresto del sospettato.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, la donna sarebbe morta all’interno dell’abitazione e il figlio avrebbe continuato a vivere lì per settimane prima di disfarsi del corpo: “Riteniamo che la donna sia morta in casa e che Cullen abbia continuato a vivere accanto al suo cadavere”, ha spiegato Marceno. Lo sceriffo non ha nascosto la propria indignazione, aggiungendo: “Questo spregevole individuo ha abbandonato la donna, lasciandola sola e abbandonata, mentre lui, egoisticamente, continuava la sua vita”. Le indagini proseguono e gli investigatori stanno continuando a raccogliere prove per chiarire ogni aspetto della vicenda. “Al termine, valuteremo se siano necessarie ulteriori accuse”, hanno fatto sapere le autorità.

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Madre e figlia avvelenate – Dal ritrovamento della pianta di ricino in un campo ai 160 verbali raccolti: gli investigatori tornano nella casa di Pietracatella

5 June 2026 at 14:56

A oltre cinque mesi dall’apertura del fascicolo per omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’uso del mezzo venefico, la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso proseguono con un lavoro investigativo estremamente articolato, che punta a chiarire come la tossina sia entrata nell’organismo di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre 2025 dopo per avvelenamento da ricina. Negli ultimi giorni l’attenzione si è concentrata anche sulla scoperta documentata dalla trasmissione televisiva “Dentro la Notizia”, che ha individuato una pianta di ricino in un terreno agricolo situato a circa quindici chilometri da Pietracatella. La presenza della pianta rappresenta un elemento di particolare interesse perché il ricino costituisce la materia prima dalla quale può essere estratta la ricina, una delle tossine vegetali più potenti conosciute. Tra le ipotesi c’è anche quella che il veleno sia stato “prodotto” artigianalmente.

Il racconto del contadino

L’agricoltore proprietario del terreno ha spiegato che la pianta era stata coltivata anni fa seguendo una tradizione contadina ancora diffusa in alcune aree rurali. Secondo il suo racconto, il ricino sarebbe utilizzato come deterrente naturale contro le talpe che danneggiano orti e coltivazioni. Una pratica che sarebbe stata confermata anche da altri residenti della zona, secondo i quali la pianta veniva spesso collocata ai margini dei campi proprio per tenere lontani gli animali scavatori. Dal punto di vista investigativo, il ritrovamento non dimostra alcun collegamento diretto con il duplice decesso, ma conferma un elemento di una delle ipotesi prese in considerazione: ovvero che la materia prima è reperibile anche localmente.

Naturalmente questo non significa che la ricina possa essere ottenuta facilmente. Gli esperti ricordano infatti che l’estrazione della tossina dai semi della pianta richiede conoscenze specifiche, attrezzature adeguate e procedure complesse. Tuttavia il ritrovamento amplia il quadro delle possibili fonti di approvvigionamento e costituisce un elemento che gli investigatori stanno valutando attentamente.

Circa 160 verbali

Parallelamente continua l’imponente attività di raccolta delle testimonianze. Secondo quanto emerge dagli ambienti investigativi, dall’inizio dell’inchiesta sono state raccolte circa 160 sommarie informazioni testimoniali. Il numero dei verbali è superiore a quello delle persone effettivamente ascoltate poiché diversi testimoni sono stati convocati più volte per approfondimenti e chiarimenti su aspetti ritenuti rilevanti. L’obiettivo degli investigatori è ricostruire nel dettaglio il contesto relazionale, familiare e personale all’interno del quale vivevano le due vittime. Un lavoro lungo e minuzioso che coinvolge parenti, amici, conoscenti, colleghi e persone che hanno avuto rapporti diretti o indiretti con la famiglia.

Tra i soggetti che potrebbero essere nuovamente sentiti figura anche Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita. La donna aveva ospitato per circa tre mesi Gianni Di Vita e la figlia Alice dopo il sequestro dell’abitazione di Pietracatella disposto nell’ambito delle indagini. Secondo quanto si apprende, per lei potrebbe trattarsi del quarto colloquio con gli investigatori, segno della volontà degli inquirenti di approfondire ogni elemento utile alla ricostruzione dei fatti. Nel frattempo la Squadra Mobile ha ascoltato nei giorni scorsi anche il sindaco di Pietracatella, Antonio Tomassone, recentemente rieletto alla guida del Comune. La sua convocazione è legata ai rapporti personali e istituzionali intrattenuti nel corso degli anni con Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime.

Di Vita è stato infatti sindaco del paese e successivamente consigliere comunale di maggioranza durante il primo mandato amministrativo dello stesso Tomassone. Gli investigatori hanno ritenuto utile acquisire informazioni sul contesto politico e amministrativo nel quale i due hanno collaborato, nonché sugli aspetti relazionali che potrebbero contribuire alla comprensione complessiva della vicenda. All’uscita dalla Questura, il primo cittadino ha confermato di essere stato ascoltato come testimone. Ha spiegato di aver risposto alle domande degli investigatori e di nutrire piena fiducia nel loro lavoro, sottolineando come l’inchiesta richieda tempo a causa della sua complessità. Tomassone ha inoltre evidenziato il desiderio della comunità di Pietracatella di tornare gradualmente alla normalità pur continuando a rimanere vicina ai familiari delle vittime. Le dichiarazioni del sindaco restituiscono anche il clima che si respira nel piccolo centro molisano, ancora profondamente segnato da una vicenda che ha attirato l’attenzione dei media nazionali e che continua a suscitare interrogativi e preoccupazioni.

Nuovo sopralluogo

Un altro passaggio cruciale dell’inchiesta è rappresentato dal nuovo sopralluogo programmato nell’abitazione di via Risorgimento, a Pietracatella. Gli investigatori, affiancati dagli specialisti della Polizia Scientifica, torneranno all’interno della casa già sottoposta a sequestro nei mesi scorsi. L’obiettivo è effettuare ulteriori verifiche e cercare eventuali tracce della tossina o altri elementi che possano contribuire alla ricostruzione delle modalità con cui la ricina sarebbe stata introdotta nell’ambiente domestico.

L’abitazione era già stata oggetto di approfonditi accertamenti. Al suo interno erano stati sequestrati telefoni cellulari, computer, modem e altri dispositivi elettronici successivamente sottoposti ad acquisizione forense. Le analisi informatiche proseguono tuttora e rappresentano uno dei filoni investigativi più delicati dell’intera inchiesta.

Gli esami tossicologici

Parallelamente continuano gli accertamenti affidati al tossicologo Carlo Alessandro Locatelli e al chimico forense Daniele Merli, chiamati a fornire supporto scientifico per comprendere la dinamica dell’avvelenamento e le caratteristiche della sostanza rinvenuta. Rimane inoltre aperto il fascicolo per omicidio colposo nei confronti di cinque sanitari dell’ospedale Cardarelli di Campobasso che ebbero in cura Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita nei giorni precedenti alla loro morte. Su questo versante la Procura sta valutando se l’avvelenamento da ricina fosse riconoscibile sulla base del quadro clinico presentato dalle pazienti e se le procedure mediche adottate siano state corrette.

A oggi, tuttavia, il cuore dell’inchiesta resta il fascicolo contro ignoti per omicidio aggravato. La scoperta della pianta di ricino, l’enorme mole di testimonianze raccolte, il nuovo accesso nell’abitazione e il continuo approfondimento dei rapporti personali e familiari dimostrano che gli investigatori stanno percorrendo contemporaneamente tutte le piste disponibili. L’obiettivo è arrivare a una risposta definitiva alla domanda che da mesi accompagna questa vicenda: capire come la ricina sia entrata nell’organismo di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita e stabilire chi è l’autore o l’autrice di un duplice omicidio pianificato.

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“Sono il figlio dell’uomo, ho appena ucciso l’uomo del peccato”: ucciso a coltellate l’attore di Top Gun e Jumanji James Handy, arrestato il figlio della compagna

5 June 2026 at 08:57

“Sono il figlio dell’uomo, ho appena ucciso l’uomo del peccato”. È iniziata con questa frase, pronunciata al telefono con il numero di emergenza 911 intorno alle 9:30 del mattino di mercoledì 3 giugno, la vicenda che ha portato all’omicidio dell’attore statunitense James Handy. L’interprete, 81 anni, volto noto in blockbuster globali come “Top Gun: Maverick” e “Jumanji”, è stato ucciso all’esterno della sua abitazione nel quartiere di Tarzana, a Los Angeles.

La scena del crimine e i soccorsi

Giunti sul posto dopo la segnalazione, gli agenti del Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD) hanno individuato Handy nel giardino antistante la casa. L’uomo era privo di sensi e presentava una grave ferita da arma da taglio al torace. I paramedici dei vigili del fuoco di Los Angeles lo hanno soccorso e trasportato d’urgenza in ospedale, dove i medici lo hanno dichiarato morto poco dopo l’arrivo a causa della gravità della lesione.

L’arresto del 44enne

Sul luogo del delitto la polizia ha arrestato Michael Gledhill, 44 anni. L’uomo è il figlio della compagna di Handy e risiedeva nella stessa villa insieme alla madre e alla vittima. Secondo quanto verbalizzato dalle autorità, al momento dell’arrivo delle pattuglie, Gledhill è andato fisicamente incontro agli agenti, dichiarando apertamente di essere la persona che stavano cercando. Gledhill è stato preso in custodia e trasferito nel carcere di Van Nuys con l’accusa formale di omicidio. Secondo i registri carcerari pubblici, la cauzione è stata fissata a 2 milioni di dollari. Al momento non risulta l’assegnazione di un avvocato difensore per il 44enne e i messaggi lasciati all’ufficio del difensore d’ufficio della contea non hanno ricevuto risposta. In un comunicato, gli investigatori hanno chiarito che si tratta di un episodio domestico isolato e che non sussistono ulteriori pericoli per la comunità.

Una vita tra grande e piccolo schermo

Nato a New York, James Handy ha costruito una solida carriera decennale come caratterista. Nel 1995 il pubblico lo ha conosciuto per l’interpretazione del disinfestatore in “Jumanji”, mentre nel 2022 era tornato al cinema recitando la parte del barista Jimmy nel successo “Top Gun: Maverick”. La sua filmografia include anche pellicole come “Arachnophobia” (1990) e “The Rocketeer” (1991). Particolarmente attivo sul piccolo schermo, Handy ha lavorato in numerosi drammi polizieschi e serie televisive che hanno fatto la storia del palinsesto. Tra i suoi crediti figurano “NYPD – New York Police Department”, “Beverly Hills 90210”, “Law & Order”, “Profiler – Intuizioni mortali”, la soap opera “Febbre d’amore”, “NCIS: Los Angeles”, “The Closer”, “Cold Case” e, in tempi più recenti, “9-1-1” (2021). L’agenzia che lo rappresentava ha confermato la notizia esprimendo il proprio cordoglio. Pam Ellis-Evenas, della Ellis Talent Group, ha inviato una dichiarazione all’Associated Press: “Non avrei potuto chiedere un cliente e un amico più talentuoso, umile o gentile di James Handy”.

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