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Abbattuto due volte in un mese: il caso incredibile del colonnello “DUDE44”, il pilota Usa nei cieli dell’Iran

Il pilota dell'F-15E Strike Eagle abbattuto sull'Iran era già stato abbattuto su uno dei tre caccia caduti nei cieli del Kuwait per singolare caso di “fuoco amico” nei primi giorni dell’operazione Epic Fury. Così, il colonnello che svolgeva il ruolo di ufficiale addetto ai sistemi d'arma si è trovato a lanciarsi due volte in poco più di un mese di operazioni di combattimento nel Golfo.

La notizia è stata riportata ieri dal portale The High Side, che ha citato funzionari dell’US Air Force, e confermata da CBS News, che ha citato a sua volta due fonti a conoscenza dei fatti.

Mentre il Comando Centrale degli Stati Uniti responsabile delle operazioni in Medio Oriente non ha ancora rilasciato dichiarazioni o commenti in merito, il nominativo, o call sign, del pilota, noto come “DUDE44”, sembra lasciare pochi dubbi sulla straordinaria singolarità degli eventi che lo avrebbero visto eiettarsi due volte, il 2 marzo e il 3 aprile, da un aereo da combattimento biposto raggiunto e abbattuto da un missile. Secondo quanto reso noto dalle fonti, il pilota avrebbe inoltre riportato delle ferite a causa del “malfunzionamento” del paracadute che non si sarebbe aperto correttamente dopo l’eiezione nei cieli iraniani.

Le ferite riportate dal pilota, che nel caso di eiezione viene letteralmente sparato fuori dall’abitacolo dalla propulsione a razzo del suo seggiolino, hanno aumentato le difficoltà della sua fuga in territorio ostile. Fuga terminata con l’operazione di ricerca e soccorso in combattimento che ha coinvolto le forze speciali statunitensi, che hanno approntato una pista avanzata nel cuore del territorio iraniano, e dell’intelligence, che avrebbe impiegato per la prima volta un particolare tipo di tracciamento che rileva, attraverso il battito cardiaco, l’esatta posizione del pilota rimasto nascosto sulle alture a nord dell’Iran per quasi due giorni.

In entrambi i casi, DUDE44 volava su uno degli F-15E Strike Eagle, un collaudato cacciabombardiere biposto, schierati assieme al resto dell’imponente “armata aerea” che gli Stati Uniti hanno inviato in Medio Oriente per condurre le missioni di combattimento previste dall’Operazione Epic Fury, attualmente ancora in corso.

Il primo abbattimento, dovuto a un singolare caso di fuoco amico che si ritiene abbia coinvolto un singolo caccia dell’aeronautica kuwaitiana, un F-18 che era impegnato, come i tre F-15 entrati nel mirino dei suoi missili, a “difendere” lo spazio aereo dalle minacce iraniane, avrebbe confuso l’amico con il nemico per via di un malfunzionamento dei sistemi IFF, acronimo di Identification Friend or Foe, un transponder che trasmette un “segnale criptato che i radar terrestri dotati di IFF possono leggere”, distinguendo l’amico dal nemico, e che avrebbe quindi dato luogo a un incidente “blu-on-blu”, come viene definito il fuoco amico.

Il secondo abbattimento è avvenuto durante una missione nei cieli iraniani, quando l’F-15, che si ritiene appartenesse a uno squadrone proveniente dalla base RAF di Lakenheath, il 48th Fighter Wing, è entrato nel mirino di un missile a ricerca di calore o di un sistema di difesa aerea portatile, o MANPADS, di fabbricazione cinese, fornito con una partita di armi giunta nei primi giorni di guerra.

Come sappiamo, dopo l’abbattimento gli Stati Uniti hanno lanciato un’imponente missione Combat Search and Rescue che ha coinvolto Pararescuemen dell’Aviazione e Navy SEAL della Marina. Nel corso dell’operazione, durata ben 36 ore, sono andati persi diversi droni, un aereo da attacco al suolo A-10 Thunderbolt impiegato nel ruolo “Sandy”, abbattuto durante il recupero del primo pilota, due MC-130 Commando II che rimasero impantanati sulla pista improvvisata in territorio iraniano e tre elicotteri MH-6 Little Bird, distrutti a terra per non lasciarli cadere in mano nemica.

Che un pilota venga abbattuto e si eietti in sicurezza una volta nelle operazioni guerra contemporanee è già un evento raro. Ma che sia costretto ad eiettarsi due volte durante lo stesso conflitto è davvero un evento raro. Sono stati registrati casi simili in passato, ma risalgono a decenni fa. Secondo una delle fonti consultate, l'ultima volta potrebbe risalire addirittura alla guerra del Vietnam. Se tutte le informazione verranno confermate, il Dude44, è un pilota davvero fortunato.

Inferno di fuoco sull’Ucraina. E Mosca "riapre" agli States

Prima il rumore delle esplosioni. Poi il silenzio rotto dalle sirene e dalle squadre di soccorso che scavano tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti. È l'alba di un'altra notte di guerra in Ucraina, una delle più devastanti degli ultimi mesi. Il bilancio è di 22 morti e 146 feriti dopo la massiccia offensiva aerea lanciata dalla Russia contro Kiev, Dnipro, Kharkiv, Mykolaiv, Zaporizhzhia, Poltava, Sumy e Chernihiv.

A pagare il prezzo più alto è stata Dnipro, dove i missili hanno colpito edifici residenziali provocando la morte di 16 persone, tra cui due bambini, e il ferimento di altre 42. A Kiev le vittime sono sei, 90 feriti e circa 140mila cittadini rimasti senza elettricità. Mosca ha lanciato nella notte 656 droni e 73 missili di diversa tipologia. Le difese aeree ucraine affermano di averne intercettati 642, ma l'entità dell'attacco ha comunque lasciato una lunga scia di distruzione da Kiev al sud-est del Paese. Intanto cresce la preoccupazione sul fronte nord-orientale: nella regione di Kharkiv le autorità hanno ordinato l'evacuazione di oltre 7mila civili dalle zone vicine al confine russo, temendo una nuova escalation delle operazioni militari.

Volodymyr Zelensky ha chiesto nuove forniture di missili Patriot e un rafforzamento della difesa antimissile europea, sostenendo che senza una protezione adeguata gli attacchi continueranno. Mosca nega di aver colpito obiettivi civili e afferma che i raid hanno preso di mira infrastrutture militari e industriali, presentandoli come una risposta alle operazioni ucraine contro il territorio russo e le aree occupate. Tra i bersagli presi di mira anche i depositi che custodiscono i missili balistici FP-7, armamenti che, con una portata di 200 chilometri, rappresentano una minaccia crescente per le forze russe.

Le reazioni internazionali sono state immediate. António Guterres, segretario generale dell'Onu, invita il presidente russo Vladimir Putin a «fermare l'escalation e aprire la strada alla pace». L'Eliseo accusa la Russia di mostrare un «totale disprezzo» per diplomazia e diritto internazionale. Il cancelliere tedesco Firedrich Merz ha parlato di «libertà e unità dell'Europa in pericolo», indicando nella minaccia una sfida comune per l'intero continente. Sulla questione gli Usa sono intenzionati ad ampliare la presenza di armi nucleari in Europa, valutando Polonia e Baltici come basi per aerei Nato a duplice capacità. Uno scudo nucleare sul fianco est.

Il Cremlino continua a dichiararsi aperto al dialogo, ma ribadisce che qualsiasi accordo dovrà passare dal ritiro delle forze ucraine dai territori che Mosca rivendica propri. Nella capitale russa è stato intanto avvistato l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che Putin considera un possibile canale di interlocuzione con l'Europa. Proseguono nel frattempo i contatti tra Russia e Usa, favoriti anche dal ritorno, dopo 8 anni di assenza, di una delegazione americana al Forum economico internazionale di San Pietroburgo. Secondo indiscrezioni, Donald Trump avrebbe chiesto al presidente cinese Xi Jinping di esercitare la propria influenza su Putin per rilanciare il negoziato. Per Zelensky il leader del Cremlino «non riuscirà a conquistare né il Donbass né, tantomeno, l'intera Ucraina». Sul fronte Ue António Costa, con il sostegno di Merz, ha ribadito il percorso di adesione dell'Ucraina, con nuovi passaggi negoziali il 15 giugno e il via libera di Budapest.

In Crimea si aggrava la carenza di carburante, mentre droni di Kiev hanno colpito la raffineria di Ilsky.

La retorica della guerra inquinante. Così si indebolisce la deterrenza

Il vero obiettivo non è il clima. È la deterrenza. C'è qualcosa di quasi surreale nel vedere una guerra raccontata attraverso il prisma delle emissioni di CO.

Missili che colpiscono raffinerie, città rase al suolo, migliaia di morti, infrastrutture energetiche distrutte, intere economie paralizzate. E la domanda che è stata posta al lettore del Corriere della Sera da Milena Gabanelli e Francesco Tortora è: quante tonnellate di gas serra sono state emesse?

La prima reazione, inevitabilmente, è una grassa risata. Le guerre esistono da quando esiste l'uomo e non sono mai state progettate per rispettare gli obiettivi climatici. Pensare che un conflitto possa essere valutato principalmente sulla base della sua impronta carbonica significa confondere le conseguenze con le cause. Nessuna forza armata nella storia ha mai rinunciato a una battaglia perché troppo emissiva. Nessun Paese ha evitato un'invasione per non compromettere il percorso verso la neutralità climatica.

Eppure sarebbe un errore liquidare articoli come questo come semplice ingenuità giornalistica. Perché il messaggio reale è molto più sofisticato e, proprio per questo, più insidioso. L'obiettivo non è dimostrare che la guerra inquina. È ovvio che inquini. L'obiettivo è associare progressivamente nella mente dell'opinione pubblica il concetto stesso di difesa a qualcosa di moralmente discutibile, economicamente improduttivo e ambientalmente dannoso. Se la guerra produce emissioni, se l'industria della difesa genera impatti ambientali, allora investire in capacità militari diventa parte del problema anziché della soluzione. È un passaggio culturale fondamentale.

Per decenni l'Europa ha potuto permettersi di considerare la sicurezza come un bene gratuito, garantito da altri. La fine della Guerra Fredda aveva alimentato l'illusione che il commercio avrebbe sostituito la geopolitica e che l'interdipendenza economica avrebbe reso i conflitti un residuo del passato. La realtà si è incaricata di demolire questa convinzione. L'Ucraina, il Mar Rosso, il Medio Oriente e l'Indo-Pacifico ci ricordano ogni giorno che la storia non è finita.

In questo contesto, sostenere che gli investimenti nella difesa siano un problema ambientale rischia di produrre un effetto paradossale: indebolire proprio quelle capacità di deterrenza che servono a evitare i conflitti.

E qui emerge una contraddizione raramente evidenziata. Se davvero l'obiettivo fosse minimizzare le emissioni prodotte dai conflitti, la priorità dovrebbe essere investire maggiormente nella capacità di deterrenza, non ridurla. Ogni guerra evitata grazie a forze armate credibili genera un beneficio umano, economico e ambientale infinitamente superiore a qualsiasi programma di compensazione delle emissioni. La storia insegna che le guerre più devastanti scoppiano spesso quando qualcuno ritiene che il proprio avversario sia troppo debole o troppo impreparato per reagire. La pace non nasce dalla vulnerabilità, nasce dall'equilibrio. Nasce dalla capacità di convincere chi sta dall'altra parte che il prezzo da pagare sarebbe troppo alto.

Per questo il vero dibattito non dovrebbe riguardare la quantità di CO emessa da un carro armato o da un caccia militare. Dovrebbe riguardare il costo dell'assenza di deterrenza. Perché una società che smette di investire nella propria sicurezza non elimina la guerra. Semplicemente trasferisce ad altri il potere di decidere quando e come combatterla. E quando quel momento arriva, le emissioni diventano l'ultimo dei problemi.

Prima arrivano le vittime. Poi le distruzioni. Poi la perdita della libertà.

Il rischio di cadere nella trappola dell'Iran

Non si può fare a meno di notare il gran buon umore intorno a quel "fucking crazy" che, secondo parte delle cronache, Trump ha dedicato a Netanyahu. Che spettacolo. I due cattivi, bruciati in effige nella mente, nel cuore, nelle manifestazioni di piazza e sui media danno spettacolo: il grosso prende a parolacce il sodale minore, e gli dice quello che vogliono sentir dire i protagonisti del prime time: "Ti odiano tutti. Te lo avevo detto io". Adesso i fatti. Trump ha obbligato Netanyahu al cessate il fuoco cui l'Iran sottopone la disponibilità a un colloquio, ritenendo credibili le richieste degli Ayatollah. Hezbollah dal 2 marzo, inizio della guerra pilotata dall'Iran, ha sparato 5.500 missili sull'esercito israeliano e 2.200 sulla popolazione civile, senza distinzione rispetto al cessate il fuoco del 16 aprile. Scuole, affari, scuole chiuse, agricoltura in rovina, 26 soldati e due civili uccisi, 14 dalla tregua. Dunque Netanyahu aveva deciso domenica di attaccare la centrale del terrore a Dahyeh, dentro Beirut. Ma ha accettato di rinunciarci, perché Trump lo ha accusato di rovinargli i piani con l'Iran, che pone la condizione del cessate il fuoco con Hezbollah. Ma i suoi cari seguitano a sparare, e Trump non riuscirà a ottenere dall'Iran nemmeno una tregua significativa. L'Iran seguiterà a ordinare agli Hezbollah di sparare su Kiriat Shmone, Manara, Chanita, Shlomi (cittadine e villaggi agricoli, tutti bombardati ieri dopo la nuova tregua). Questo perché l'Iran non ha nessun interesse filosofico o strategico alla pace: ha fatto invece del cessate il fuoco una pedina del suo gioco di guerra, ovvero del ricatto cui sottopone Trump, che pressato dal compleanno, i Mondiali di calcio, il MidTerm, il 250esimo, cerca attivamente una tregua. Ma un grande gioco si compie su questo palcoscenico già dal 7 di ottobre, una propaganda astuta e nuova che ha rovesciato la politica internazionale: l'Iran da ignobile rais jihadista di una popolazione sottomessa e torturata e maggiore organizzatore del terrorismo internazionale, gioca adesso la carta della popolarità anti-Trump, cerca il ruolo di potenza internazionale, positiva, forte, coerente. Distruggere Israele resta il suo scopo palese. Funziona. E usa gli Hezbollah per ricattare l'Occidente col concetto di una pace impossibile, per titillare Israele cosicché entri in conflitto con gli Usa. Concretamente Israele non se ne andrà a casa perché deve per forza difendere i suoi cittadini, cercherà di seguitare a distruggere fino e oltre il Litani le gallerie, le armi, l'organizzazione degli Hezbollah, ma non sparerà se non sarà attaccato. Ma gli Hezbollah attaccheranno, perché l'Iran così gli ordina, e la sua strategia sul bordo di uno scoppio globale terrificante per tutti, così da ottenere ciò che vuole. Il regime riorganizza i missili; e della consegna dell'uranio arricchito, punto chiave di Trump oltre a Hormuz, ieri non si è sentito parlare. Il sottinteso è la minaccia di una guerra che l'Iran fa balenare e che nessun accordo col regime degli Ayatollah scongiurerà mai.

Spinta Trump: "È ora dell'intesa". Ma Netanyahu minaccia Teheran

L'intervento di Donald Trump ha salvato in extremis i colloqui con l'Iran scongiurando il rischio che il tavolo delle trattative saltasse per colpa dell'escalation di Israele in Libano contro Hezbollah. E ora il presidente americano è fiducioso che si possa chiudere un accordo la prossima settimana: "Le notizie secondo cui la Repubblica Islamica dell'Iran e gli Stati Uniti avrebbero interrotto i colloqui alcuni giorni fa sono infondate ed errate". Il tycoon riferisce che sono proseguite "senza interruzioni": "Non si sa mai dove porteranno ma come ho detto all'Iran: È ora, in un modo o nell'altro, che voi facciate un accordo. Fate questo da 47 anni e non si può permettere che continui ancora a lungo!".

Le mosse del tycoon per impedire il fallimento dei negoziat hanno evitato il peggio, dopo che i combattimenti nel Paese dei cedri sono diventati un punto critico, con l'Iran che considera il conflitto una violazione del cessate il fuoco con gli Stati Uniti. D'altro canto Netanyahu, che dovrà affrontare le elezioni entro la fine dell'anno, è sotto pressione interna per continuare la campagna militare in Libano, e i prossimi giorni rappresenteranno un banco di prova per le rassicurazioni del comandante in capo Usa sul fatto che l'alleato ascolterà le sue richieste. Intanto, ieri, una persona è rimasta uccisa in un attacco di droni contro un'auto ad Ansar, nel sud del Paese, e altri sei corpi, di cui quelli di tre bambini, sono stati recuperati dalle macerie di un'abitazione vicino a Saïda. Bibi ha poi avvertito che "il regime del terrore iraniano è destinato a scomparire dal mondo, e noi lo aiuteremo a raggiungere questo obiettivo".

L'accordo per l'estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire nel corso della "prossima settimana", ha detto Trump in un'intervista ad Abc, sottolineando che potrebbe essere "persino migliore di una vittoria militare". "Le cose sembrano mettersi bene. Non è una cosa semplice, per loro non è una cosa facile. Non è facile neanche dal nostro punto di vista, ma stiamo ottenendo quello che ci serve", ha assicurato il comandante in capo. Anche il segretario di Stato Usa Marco Rubio si è detto convinto che un accordo potrebbe concretizzarsi oggi, domani o la prossima settimana. Durante una deposizione alla Commissione Affari Esteri del Senato, Rubio ha ribadito che l'Iran aspirerebbe a costruire un'arma nucleare e sarebbe sul punto di sviluppare uno scudo di armi convenzionali che gli consentirebbe di perseguire l'obiettivo. Sulla possibilità di raggiungere un'intesa per porre fine alla guerra, non ha nascosto le difficoltà dei negoziati indiretti, pur ribadendo che è possibile. A suo parere, inoltre, il leader supremo Mojtaba Khamenei, ferito negli attacchi americani e non più apparso in pubblico, è vivo e sempre più attivo: "Ci sono segnali che indicano un suo crescente coinvolgimento", ha spiegato.

A Washington è inoltre iniziato il nuovo round di colloqui diretti tra Israele e Libano, dopo che Trump ha detto di aver ricevuto da entrambe le parti l'impegno a favorire una de-escalation. Il quarto incontro tra i rappresentanti dei due Paesi, che non intrattengono relazioni diplomatiche, si sta svolgendo presso il Dipartimento di Stato ed è previsto che duri due giorni: tra i partecipanti ci sono l'ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, l'inviata libanese Nada Hamadeh Moawad, e Daniel Holler, alto consigliere del segretario di Stato. Secondo il board editoriale del Wall Street Journal, l'Iran ha indotto l'inquilino della Casa Bianca a "salvare Hezbollah. Minacciando le trattative, il regime ha spinto gli Usa a legare le mani a Israele". Per il giornale, intervenendo tra le parti, Trump "ha scelto di evitare l'escalation e continuare il dialogo".

Droni ucraini contro un bus russo: 11 vittime. E Kiev centra un terminal petrolifero e navi ormeggiate a San Pietroburgo

La guerra tra Russia e Ucraina si allarga ancora nel cuore del territorio russo. Un attacco di droni ucraini ha colpito il terminal petrolifero di San Pietroburgo, provocando esplosioni, incendi e disagi all’aeroporto Pulkovo proprio mentre in città si apre il Forum economico internazionale ospitato da Vladimir Putin. Mosca denuncia anche 7 morti in un attacco contro un autobus diretto in Crimea. Intanto in Ucraina sale a 22 morti il bilancio dei raid russi di ieri.

Notte di fuoco nel Golfo. Trump: "Prima o poi incontrerò Khamenei". Netanyahu: "Leader Ue non hanno fegato per combattere i barbari"

Nuova escalation nel Golfo: nella notte Iran e Stati Uniti si sono scambiati attacchi tra lo Stretto di Hormuz, il Kuwait e il Bahrain. Il Centcom afferma che i missili iraniani sono stati abbattuti o non hanno raggiunto i bersagli, mentre Washington ha colpito una stazione militare a Qeshm. Teheran parla di rappresaglia dopo il raid Usa contro una petroliera diretta all’isola di Kharg. Sullo sfondo, il nodo dei colloqui per estendere il cessate il fuoco.

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