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Comunalità e interdipendenza. Nones indica la strada per la difesa europea

3 June 2026 at 15:53

Siamo ormai entrati nel quinto anno di una nuova era, iniziata con l’attacco della Federazione Russa all’Ucraina. Si è così chiusa quella precedente, iniziata con la fine della Seconda Guerra Mondiale settantasette fa.

I tratti caratteristici della nuova era sono sotto gli occhi di tutti. Il quadro strategico è sempre più incerto e imprevedibile: tensioni e crisi possono prendere diverse direzioni in modo estremamente fluido, spiazzando e sorprendendo tutti. Si è passati da un mondo “relativamente stabile” a “fortemente instabile”: l’arco delle crisi si è allargato verso oriente ed occidente e verso settentrione, entrando nel territorio europeo.

Il passaggio dalla “forza del diritto” al “diritto della forza” segna la crisi dell’ordine internazionale basato su regole condivise, sostituito dalla supremazia degli Stati più forti che impongono la propria volontà. La politica di potenza si è allargata dal livello politico-diplomatico a quello economico-finanziario e militare assumendo un carattere di brutale prepotenza.

Il risultato è il depotenziamento delle organizzazioni internazionali: sempre meno efficaci nel gestire la governance del mondo e delle crisi (dalle Nazioni Unite ai diversi Trattati per arrivare alla Nato).

Per l’Italia e per l’Europa si sta verificando un’ulteriore preoccupante novità: la divaricazione transatlantica che ha ridotto rapidamente e fortemente il quadro della deterrenza e, nel mondo sempre più tecnologico in cui viviamo e in cui la dualità civile-militare è diventata prevalente, sta gettando ombre sull’ancora forte dipendenza europea dal sistema americano.

L’Unione europea ha cercato, in parte, di contrastare e rallentare questo cambiamento e, in parte, di reagire con una serie di iniziative volte a rafforzare le sue capacità di difesa e sicurezza sia direttamente (finanziamento di programmi di ricerca e sviluppo e di accelerazione di alcune produzioni e prestiti agli Stati membri) che indirettamente (soprattutto attraverso il sostegno all’Ucraina). Ma tutto ciò non è stato sufficiente perché l’attuale governance e perimetro di azione sono rimasti quelli costruiti ventinove anni prima col Trattato di Maastricht, a sua volta basato su quello, quarantacinque anni prima, di Roma. Nella nuova era l’Unione si è presentata, quindi, a giudizio unanime come un “gigante economico”, ma un “nano politico”, impotente di fronte ad un mondo di predatori in cui, per dirla con la felice sintesi del primo ministro canadese Carney, “se non siedi al tavolo sei nel menù”.

È mancato il coraggio di prendere atto che in un mondo così radicalmente cambiato, bisogna trovare e utilizzare nuovi approcci e nuovi strumenti politici, istituzionali e giuridici.

Per questo, al di là dell’aumento della spesa per la difesa, l’Europa dovrebbe darsi un obiettivo strategico e due obiettivi politico-militari. Il primo riguarda il coinvolgimento del Regno Unito (ma anche di Norvegia e Islanda), Paesi europei della Nato ma non dell’Unione; sul piano politico e militare soprattutto il contributo inglese è fondamentale ed è quindi necessario per assicurare la difesa europea. I secondi riguardano la “comunalità” degli equipaggiamenti militari e la “interdipendenza” dei Paesi coinvolti.

Per la “comunalità”, va ricordato che l’utilizzo di troppi diversi modelli di ogni singolo equipaggiamento dimezzi, almeno, l’efficacia della spesa militare europea sul piano operativo, addestrativo, logistico, manutentivo. Fino ad ora, al di fuori dei programmi congiunti (dove, comunque, vi sono troppo spesso versioni “nazionali”) si è puntato sull’interoperabilità, ma il risultato è che abbiamo costruito una vera e propria Torre di Babele militare e che, purtroppo, anche i più recenti finanziamenti europei sono andati nella stessa direzione. Per inciso, va sottolineato che senza equipaggiamenti comuni è ridicolo parlare di “esercito europeo”: anche se si realizzasse questo sogno futuribile, la sua valenza militare resterebbe solo di facciata. Non a caso la proposta non viene discussa dagli unici che dovrebbero essere ascoltati, i militari. Senza “comunalità” non sarebbe possibile fondere le capacità delle Forze Armate dei partner e farle operare come se fossero integrate, pur rimanendo nazionali.

Per la “interdipendenza”, va sottolineato che, a prescindere da ogni formale impegno politico, l’unica garanzia che potrebbe far superare timori e gelosie fra i principali Paesi europei sarebbe l’accettazione del principio che ciascuno dovrebbe essere indispensabile nella produzione di qualche equipaggiamento, soprattutto se di primaria importanza. Dipendere da altri partner se loro dipendono da noi potrebbe rendere accettabile l’indispensabile condivisione di una parte della nostra sovranità. Questo comporterebbe una progressiva, ma chiara, rinuncia a sviluppare nuovi programmi nazionali e la scelta di privilegiare programmi comuni e “specializzazione” nazionale in un quadro di reciproci riconoscimenti di leadership tecnologica e industriale. Questa impostazione potrebbe, inoltre, coinvolgere anche alcuni Paesi europei di minore dimensione allargandola alla supply chain dei componenti strategici.

Non è una soluzione semplice, come del resto ogni altra ipotesi fino ad ora formulata, ma avrebbe alcuni vantaggi. Innanzi tutto, potrebbe essere impostata a livello intergovernativo, coordinandola, ma inizialmente non integrandola con gli impegni previsti dai Trattati europei. Questo consentirebbe di prevedere un limitato ricorso al principio dell’unanimità che sta bloccando l’Unione e una soglia molto elevata per l’accesso di Paesi “willing and able” (compresi quelli non Ue) in modo da assicurare una maggiore omogeneità dei partecipanti. Qualche interessante spunto potrebbe essere trovato nel Framework Agreement riguardante le misure per facilitare la ristrutturazione e l’attività dell’industria europea della difesa, sottoscritto il 27 luglio 2000 fra Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

In secondo luogo, concentrandosi sui principi di “comunalità” e “interdipendenza” nel campo degli equipaggiamenti militari, potrebbe basarsi su un utilizzo coordinato del meccanismo previsto dall’articolo 346, 1 b del Tfue: “Ogni Stato membro può adottare le misure che ritenga necessarie alla tutela degli interessi essenziali della propria sicurezza e che si riferiscano alla produzione o al commercio di armi, munizioni e materiale bellico; tali misure non devono alterare le condizioni di concorrenza nel mercato interno per quanto riguarda i prodotti che non siano destinati a fini specificamente militari”. Non vanno ovviamente dimenticate le limitazioni e i condizionamenti previsti dalle parti successive, ma è indubbio che niente vieta di considerare come “interessi essenziali della propria sicurezza” anche un accordo intergovernativo come quello prospettato. In quest’ottica va rilevato che il Trattato indica la “propria” sicurezza e non, formalmente quella “nazionale”. È possibile, e anche probabile, che sia la Commissione europea che gli Stati membri inizialmente esclusi non vedano di buon occhio questa soluzione, ma dovrebbero comunque prendere atto che avrebbero di fronte tutti i principali Stati membri (e non solo) che insieme rappresentano, di fatto, la quasi totalità delle capacità tecnologiche e industriali europee.

In terzo luogo, questa soluzione potrebbe inizialmente riguardare solo i programmi strategici da sviluppare o che sono ancora nelle fasi iniziali, utilizzando massicciamente le EDT-Emerging and Disruptive Technologies: sistemi terrestri/navali di difesa aerea, velivoli da combattimento pilotati e non, velivoli da trasporto a medio raggio, elicotteri da combattimento, satelliti di osservazione, navigazione, comunicazione, sistemi di accesso allo spazio, sottomarini a propulsione convenzionale e nucleare, sistemi missilistici, veicoli pesanti armati cingolati e ruotati, sistemi di difesa cyber, ecc. Questo consentirebbe di muoversi in una cornice giuridica comune con un’organizzazione leggera e un approccio pragmatico cercando soluzioni specifiche senza pretendere di risolvere ogni problema, ma solo quelli più importanti ed urgenti. E, soprattutto, potrebbe consentire un pragmatico approccio “a geometria variabile”, più facilmente utilizzabile in un quadro che, anche se limitato in termini di paesi partecipanti, resterebbe frastagliato e in cui andrebbero cercati punti di equilibrio fra differenti esigenze militari, finanziarie e industriali, tempistiche di sostituzione degli equipaggiamenti impiegati, organizzazioni e procedure del procurement militare, ecc.

Infine, potrebbe avvantaggiarsi ad un sistema industriale più maturo e strutturato rispetto a quello con cui ci si doveva confrontare ad inizio secolo. Il vertice della piramide è ormai consolidato e, quindi, ci si potrebbe concentrare sulla specializzazione settoriale sia con operazioni di Merger & Acquisition sia con la costituzione di nuove società transnazionali come è avvenuto in campo missilistico con Mbda e come si sta tentando di fare in campo spaziale con Bromo. Forse i tempi sono maturi anche per i velivoli militari, i mezzi pesanti terrestri, i siluri, alcuni sistemi elettronici.

Nel nuovo mondo così cambiato e in continuo cambiamento l’Europa può sopravvivere solo se diventa più europea e meno nazionale e, per farlo, definisce un nuovo percorso che rafforzi la sua difesa e sicurezza, superando i limiti e gli ostacoli che fino ad ora l’hanno bloccata.

Sicurezza underwater, a Singapore si certifica il modello italiano. L’analisi di Caffio

3 June 2026 at 12:31

La protezione delle infrastrutture critiche subacquee (Icu, dall’acronimo inglese) costituite dalle dorsali sottomarine di cavi digitali ed elettrici e di gasdotti è stata al centro dell’annuale Forum dello Shangri-La Dialogue organizzato a Singapore. Numerosi i Paesi partecipanti sia del sud-est asiatico come come Filippine, Australia, Nuova Zelanda, sia dal nord-Europa quali Estonia, Finlandia, Francia oltre all’Italia nella veste di hub digitale ed energetico mediterraneo, unico ad essere già dotato di un’organica normativa sulla sicurezza subacquea. Assenti, invece, Stati Uniti e Cina, a significare scarso interesse verso un approccio multilaterale al problema.

Al ministero della Difesa di Singapore si deve la proposta di principi guida per la cooperazione militare nella protezione delle Icu, documento che, per quanto non-binding, assurge a patto internazionale per lo scambio di sinergie nel mantenimento della loro integrità. Il testo, denominato Guide (dall’acronimo di “Guiding Principles for Underwater Infrastructure Defence Exchanges”) afferma a tal fine il rispetto della libertà di navigazione e dei diritti degli Stati nelle zone di sovranità e giurisdizione nazionale. Nello stesso tempo auspica la collaborazione tra tutti i soggetti pubblici e privati coinvolti nell’ambito delle competenti strutture militari e civili dei singoli Stati.

Tra le aree di volontaria cooperazione militare il Guide indica l’avvio, tra i Paesi aderenti, di un dialogo strutturato e di scambi di esperienze e best practices nella protezione delle Icu. Per far fronte ad emergenze e scenari di crisi, anche a livello regionale, si auspica la creazione di punti di contatto. La condivisione di volontarie informazioni di natura operativa e tecnica è in definitiva il principio fondamentale su cui si basa l’iniziativa secondo una visione pragmatica e realistica: nessun obbligo imposto da trattati, ma solo un impegno tra Paesi eguali che condividono principi ed interessi nel mantenimento della propria sicurezza. Insomma, un semplice framework nel cui ambito inserire future attività di cooperazione. Se si pensa agli scenari del Baltico in cui da tempo la tensione sulla sicurezza delle Icu alimenta un susseguirsi di iniziative navali, il Guide potrebbe sembrar non di grande rilievo. In effetti, esso apre la porta ad una risposta globale alla sfida dell’integrità delle Icu che travalica capacità e responsabilità giuridiche dei singoli Stati.

Come fare ad esempio per i cavi che transitano dal Mar Rosso e che mettono in comunicazione l’Europa con Medio ed Estremo Oriente? È chiaro che nessuno Stato – nemmeno quelli di approdo come l’Italia – possono garantire da soli il funzionamento delle infrastrutture di comunicazione. Se così è, l’iniziativa dello Shangri-La Dialogue potrebbe allargarsi ad altri Paesi della regione avendo di mira la sicurezza subacquea degli stretti come Bab el Mandeb ed Hormuz, al momento assente dall’agenda degli Stati rivieraschi.

Quanto all’Italia – presente a Singapore con il ministro Guido Crosetto e Nave “Giovanni dalle Bande Nere” in missione nell’Indo-Pacifico – è evidente che è già avanti rispetto ad altri aderenti a Guide. La legge 9-2026 sulla sicurezza subacquea pone infatti le basi per una robusta architettura interagenzia incentrata, alle dipendenze della presidenza del Consiglio, sulla costituenda Agenzia per la sicurezza subacquea (Asas) e sul Polo nazionale della dimensione subacquea (Pns) dal 2022 operante a La Spezia. Essa contiene molti dei principi del Guide, incaricando l’Asas di “promuove accordi internazionali… con istituzioni, enti e organismi di altri Paesi”.

Il coinvolgimento della Difesa nella protezione militare di cavi e condotte posati in aree della nostra Piattaforma continentale o giudicati di interesse nazionale è inoltre già stabilito dalla nuova legislazione come forma di “difesa militare dello Stato” che abilita la Marina ad intervenire in casi di necessità in presenza di azioni ostili contro l’integrità di cavi e condotte. Significativo è anche – alla luce dell’intesa raggiunta a Singapore – che alla Marina sia affidata “la cooperazione con le marine militari di Stati alleati o confinanti, nel rispetto delle direttive del Ministro della difesa, per la vigilanza delle infrastrutture subacquee”.

(Foto: MinisteroDifesa)

Nuovi informatori in Cina: così la CIA vuole ricostruire il suo network segreto

Da mesi la CIA ha intensificato gli sforzi per reclutare nuovi informatori in Cina, puntando in particolare su funzionari governativi e ufficiali dell'Esercito popolare di liberazione (PLA) cinese. L'obiettivo è quello di rafforzare la capacità degli Stati Uniti di raccogliere informazioni dall'interno del sistema politico e militare cinese, considerato da Washington il principale concorrente strategico a livello globale. Ebbene, per raggiungere potenziali collaboratori, l'agenzia ha adottato anche strumenti inediti, come video pubblici in lingua cinese diffusi online, nei quali vengono illustrate modalità sicure per entrare in contatto con l'intelligence americana.

La strategia della CIA

La strategia della CIA punta a sfruttare le tensioni che attraversano gli apparati di potere cinesi dopo anni di campagne anticorruzione e di controlli interni sempre più severi. Alcuni dei video pubblicati dall'agenzia raccontano storie immaginarie di funzionari o militari delusi dalla propria carriera e preoccupati per il clima di sospetto che caratterizza le istituzioni del Paese.

Il messaggio è semplice: chi si sente minacciato o emarginato dal sistema può trovare un canale di comunicazione diretto con gli Stati Uniti. La CIA sostiene che queste campagne riescano a raggiungere il pubblico cinese nonostante le rigide limitazioni imposte da Pechino all'accesso a Internet.

L'agenzia considera infatti la Cina una delle priorità assolute delle proprie attività e ritiene fondamentale ampliare la rete di fonti umane in grado di fornire informazioni sulle decisioni politiche, militari e tecnologiche della leadership di Pechino. Ricordiamo che negli ultimi anni Washington ha investito ingenti risorse nel rafforzamento delle attività di intelligence rivolte alla Repubblica Popolare Cinese, affiancando alle tradizionali operazioni clandestine strumenti di comunicazione pubblica destinati a un pubblico selezionato.

There is a newer CIA video ("Save the Future") targets PLA officers disillusioned by Xi's purges — promising a "better path" for family/values. It's the latest in a 2025–2026 series that's racked up millions of views inside China.

Does it expose real cracks in loyalty... or…

— UnveiledChina (@Unveiled_ChinaX) February 12, 2026

Alla ricerca di nuovi informatori

La ricerca di nuove fonti risponde anche alla necessità di recuperare terreno dopo le difficoltà incontrate in passato. Tra il 2010 e il 2012, secondo diverse ricostruzioni apparse sulla stampa internazionale, i servizi di sicurezza cinesi riuscirono non a caso a smantellare una parte significativa della rete di informatori della CIA nel Paese, infliggendo uno dei colpi più duri all'intelligence statunitense degli ultimi decenni.

Da allora l'agenzia ha lavorato per ricostruire gradualmente la propria presenza informativa, mentre la Cina ha potenziato le strutture di controspionaggio e aumentato la sorveglianza interna.

Lo scontro tra Stati Uniti e Cina, dunque, non riguarda soltanto commercio, tecnologia e difesa, ma si estende sempre di più al campo dell'intelligence. Il motivo è presto detto: ottenere informazioni riservate sulle intenzioni dell'avversario è diventato un elemento centrale della competizione tra Washington e Pechino, una rivalità che molti osservatori descrivono come la forma contemporanea di una nuova Guerra fredda.

L’Italia e il documento assente di sicurezza nazionale. Il commento di Castellaneta e Preziosa

3 June 2026 at 12:23

La recente National Security Strategy britannica merita attenzione non tanto per le minacce che individua, quanto per il metodo che propone. Il documento parte da una constatazione ormai condivisa da gran parte delle democrazie occidentali: il mondo trasformato dalla guerra in Ucraina, dalla competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, dal ritorno della guerra convenzionale in Europa, dalle minacce ibride e dalla crescente instabilità internazionale non può più essere governato con gli strumenti concettuali del passato.

In questo contesto, la sicurezza non coincide più esclusivamente con la difesa. Comprende l’energia, le infrastrutture critiche, il cyberspazio, le reti di comunicazione, la sicurezza economica, le catene di approvvigionamento, la resilienza delle istituzioni e persino la capacità di una società di resistere alla manipolazione informativa. La vera novità della strategia britannica risiede proprio in questa visione integrata.

L’Italia dispone già di numerosi documenti strategici settoriali: la Strategia Nazionale di Cybersicurezza, il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, le strategie energetiche, i documenti dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, la pianificazione della Protezione Civile e molti altri strumenti di programmazione. Si tratta di documenti indispensabili, ma manca ancora un quadro strategico complessivo capace di collegare queste diverse dimensioni all’interno di una visione unitaria della sicurezza nazionale.

La differenza non è soltanto terminologica. Una National Security Strategy non rappresenta un ulteriore adempimento amministrativo, bensì il tentativo di rispondere ad alcune domande fondamentali che ogni Stato dovrebbe porsi: quali sono gli interessi vitali della Repubblica? Quali dipendenze strategiche costituiscono una vulnerabilità? Quale grado di autonomia industriale è necessario per garantire la sicurezza nazionale? Qual è il ruolo delle infrastrutture critiche nel funzionamento del Paese? Come preparare popolazione e istituzioni a crisi prolungate? Quale equilibrio deve esistere tra sicurezza economica e politica estera? Come proteggere il dominio cognitivo della società da operazioni di influenza, manipolazione e disinformazione?

Sono interrogativi che non riguardano soltanto il settore militare, ma l’intero sistema-Paese. La guerra in Ucraina ha evidenziato la vulnerabilità energetica europea; la pandemia ha mostrato la fragilità delle catene globali di approvvigionamento; le tensioni nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz hanno ricordato quanto il commercio internazionale dipenda dalla sicurezza delle rotte marittime. Allo stesso modo, la competizione tecnologica tra Washington e Pechino ha dimostrato che semiconduttori, dati, cloud e intelligenza artificiale sono ormai strumenti di potere geopolitico.

Tutti questi fenomeni condividono una caratteristica fondamentale: non rispettano le tradizionali divisioni amministrative dello Stato. Coinvolgono simultaneamente ministeri, imprese, università, infrastrutture, mercati finanziari e cittadini. Per questo la sicurezza non può più essere considerata una funzione esclusiva della difesa, ma deve diventare una funzione trasversale di governo.

Le principali potenze si stanno già muovendo in questa direzione. Gli Stati Uniti parlano apertamente di competizione strategica tra sistemi economici e tecnologici; il Regno Unito pone l’accento sulla resilienza nazionale; la Cina integra sicurezza economica, tecnologica e militare in una visione unitaria dello sviluppo nazionale.

L’Italia possiede importanti punti di forza per affrontare questa trasformazione. Dispone di un apparato industriale avanzato in settori strategici, è una delle principali economie manifatturiere europee, possiede capacità militari riconosciute a livello internazionale e ha sviluppato competenze significative nel dominio cyber e nella gestione delle emergenze. Inoltre, la sua posizione geografica la colloca al centro del Mediterraneo allargato, crocevia di interessi energetici, commerciali e geopolitici.

Ciò che manca non sono le capacità, bensì una sintesi: un documento capace di trasformare una pluralità di eccellenze in una strategia nazionale coerente. La questione assume particolare rilevanza in una fase storica in cui gli Stati Uniti stanno progressivamente spostando il proprio baricentro strategico verso l’Indo-Pacifico. Questo non significa mettere in discussione il rapporto transatlantico o il ruolo della Nato, ma prendere atto che gli europei saranno chiamati ad assumere responsabilità sempre maggiori nella gestione della propria sicurezza.

Tale responsabilità non riguarda soltanto la spesa militare. Include la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza energetica, lo sviluppo di tecnologie strategiche, il rafforzamento della resilienza sociale e la tutela della libertà decisionale nazionale in un contesto internazionale sempre più competitivo.

La principale lezione che emerge dalla strategia britannica non riguarda il Regno Unito in sé, ma l’evoluzione del concetto stesso di sicurezza. Una sfida che richiede strumenti nuovi, una cultura strategica più ampia e una visione capace di integrare difesa, economia, energia, tecnologia, cyberspazio e resilienza nazionale.

L’Italia possiede già gran parte degli elementi necessari. Forse è arrivato il momento di dotarsi anche del documento che ancora manca: una vera Strategia di Sicurezza Nazionale, che possa essere coordinata e messa in atto da un responsabile per la Sicurezza Nazionale che risponda direttamente al presidente del Consiglio, di concerto con il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale.

Una struttura simile, per intenderci, a quelle che già esistono nel Regno Unito e negli Stati Uniti e che si potrebbe riadattare al contesto istituzionale italiano.

Gli Usa preparano la nuova superbomba anti-bunker: come è fatta la GBU-76

L’aeronautica statunitense ha avviato una nuova fase di pianificazione industriale e tecnologica per la sostituzione della GBU-57/B Massive Ordnance Penetrator, oggi considerata il principale vettore convenzionale statunitense per la neutralizzazione di infrastrutture sotterranee fortificate. Il programma di nuova generazione, denominato Next Generation Penetrator e identificato ufficialmente come GBU-76/B, s’inscrive in una dinamica evolutiva di più ampio respiro strategico, in risposta alla proliferazione di asset infrastrutturali ipogei in scenari ad alta intensità geopolitica.

Cosa sappiamo

La fase attuale del programma è gestita dall’Air Force Life Cycle Management Center, attraverso la struttura AFLCMC/EBD presso la base di Eglin Air Force Base, con un’impostazione contrattuale basata su accordi IDIQ multi-fornitore. Tale modello consente di aggregare competenze industriali distribuite lungo l’intero ciclo di vita del sistema d’arma, dalla progettazione alla produzione, fino alla sostenibilità operativa.

Il documento di pre-acquisizione definisce un perimetro tecnologico estremamente ampio che include ingegneria dei sistemi, simulazione avanzata, aggiornamento della documentazione tecnica, sviluppo di architetture di mission planning e integrazione aeromeccanica completa. Particolare attenzione è riservata alla maturazione dei sistemi di spoletta intelligente, progettati per operare su bersagli multilivello, con capacità di discriminazione delle cavità strutturali e adattamento dinamico della funzione di detonazione in base alla profondità di penetrazione.

Tra i requisiti chiave figura inoltre lo sviluppo di soluzioni di navigazione alternative, in grado di garantire precisione anche in ambienti caratterizzati da degradazione o negazione del segnale satellitare, elemento cruciale negli scenari di guerra elettronica contemporanea.

Dominio della penetrazione profonda

Sul piano tecnico, la GBU-76/B , secondo gli analisti, rappresenta una rivoluzione concettuale rispetto alla GBU-57/B, attualmente integrata su piattaforme strategiche come il B-2 Spirit. Il sistema mantiene un’architettura di guida inerziale assistita da GPS, ma apre alla possibile integrazione di sistemi avanzati di Guidance, Navigation and Control capaci di operare in ambienti GNSS-contestati o completamente negati.

Le specifiche preliminari indicano inoltre l’adozione di una testata di classe pesante, con masse stimate nell’intervallo delle decine di migliaia di libbre, ottimizzata per la penetrazione di infrastrutture in cemento armato ad alta densità e stratificazioni geologiche complesse. In questo quadro, la precisione terminale diventa un fattore moltiplicatore della capacità cinetica, soprattutto in scenari in cui l’obiettivo è costituito da nodi infrastrutturali verticali o sistemi di ventilazione profondi.

L’esperienza maturata durante l’impiego della GBU-57/B in scenari reali, inclusa l’operazione nota come Operation Midnight Hammer, ha evidenziato l’importanza della sinergia tra capacità di penetrazione e accuratezza di impatto su bersagli altamente fortificati, consolidando la necessità di un’evoluzione incrementale delle prestazioni del sistema.

Integrazione nelle forze di bombardamento a lungo raggio

Dal punto di vista strategico, la futura GBU-76/B s’inserisce nel processo di transizione verso una nuova generazione di capacità d’attacco profondo, destinata a integrarsi non solo con la flotta esistente di B-2, ma anche con il futuro B-21 Raider. Quest’ultimo, pur caratterizzato da una minore capacità di carico per singola piattaforma rispetto al B-2, è concepito per operare in forma distribuita all’interno di una flotta più numerosa e tecnologicamente avanzata.

Nel contempo, l’industria della difesa statunitense, con attori come Boeing e Applied Research Associates, sembra essere già coinvolta nello sviluppo di prototipi e componenti critici, in particolare per quanto riguarda l’integrazione della sezione di coda e l’architettura complessiva del sistema d’arma.

Il Pentagono mantiene tuttavia una strategia di continuità, prevedendo l’aggiornamento progressivo della GBU-57/B e il mantenimento della sua piena capacità operativa nel medio periodo. In questa logica, secondo addetti ai lavori, la GBU-76/B non rappresenta una sostituzione immediata, bensì l’avvio di una transizione strutturale verso una capacità di penetrazione profonda ancora più resiliente, precisa e adattabile agli scenari di conflitto ad alta intensità.

Cultura della Difesa, perché l’Italia non riesce ancora a discuterne seriamente

3 June 2026 at 09:49

C’è una contraddizione che racconta lo stato della Cultura della Difesa in Italia. Gli italiani si fidano delle Forze Armate, le rispettano, le applaudono nelle emergenze, nelle missioni internazionali, nelle operazioni di soccorso. Affollano le piazze il 2 giugno, come avvenuto ieri ai Fori Imperiali. Considerano donne e uomini in uniforme tra i servitori dello Stato più credibili e apprezzati del Paese, li circondano di affetto.

Poi però qualcosa s’interrompe: quando si passa dalle persone ai principi, dai militari alla Difesa, dal sacrificio alla sicurezza nazionale, il sentimento cambia, la relazione appare meno solida. E il dibattito diventa nervoso, ideologico, mistificante; le argomentazioni cedono il passo agli slogan e le analisi vengono sostituite dalle tifoserie.

È qui che emerge il vero problema: non siamo più un Paese ostile alle Forze Armate; siamo ancora, però, un Paese che fatica a parlare seriamente di Difesa.

Eppure il mondo attorno a noi è cambiato. La guerra è tornata in Europa, il Medio Oriente continua a bruciare e l’incendio sembra indomabile. Le grandi potenze sono entrate in una nuova fase di competizione strategica, gli attacchi cyber sono una realtà quotidiana. Le infrastrutture critiche sono vulnerabili, l’energia è diventata una questione geopolitica e la sicurezza delle catene produttive è ormai una questione di sovranità nazionale.

In altre parole, la sicurezza è tornata ad essere una delle condizioni fondamentali della libertà. Eppure, proprio mentre la storia bussa nuovamente e rumorosamente alla porta, una parte del dibattito italiano continua a comportarsi come se fossimo ancora negli anni Novanta, nell’illusione che i conflitti siano sempre lontani, che la pace sia irreversibile e che la sicurezza sia un bene garantito per diritto naturale, mentre non lo è.

La principale conclusione che emerge dal Report “Cultura della Difesa – Comunicazione, geopolitica e formazione per l’interesse nazionale”, promosso recentemente da DYNAMES insieme alla Luiss School of Journalism e a FORM& ATP, è tanto semplice quanto scomoda: gli italiani conoscono molto meno la Difesa di quanto essi credano o vogliano far credere.

Le Forze Armate, nel frattempo, hanno compiuto passi avanti enormi. Hanno aperto le caserme alla società civile. Hanno investito nella comunicazione. Hanno rafforzato il dialogo con il mondo accademico (o almeno con quella parte di esso non contaminata dall’ideologia di un pacifismo avulso dalla realtà). Sono presenti nei media e nei social network e hanno imparato a raccontarsi.

Ma questo non è bastato e, soprattutto, non basta. Perché se le Forze Armate hanno evoluto il proprio linguaggio, c’è un limite che non è stato ancora davvero superato: la comunicazione della Difesa continua spesso a mostrarsi più prudente che coraggiosa. È timida, ingessata, come se avesse timore di disturbare, quasi chiedendo il permesso di esistere, consapevole che un errore commesso, ai militari non è mai perdonato e viene amplificato e strumentalizzato. Una comunicazione, quella della Difesa, che appare talvolta autoreferenziale, confinata in circuiti specialistici e incapace di raggiungere con continuità e in profondità il grande pubblico. La conseguenza è evidente: cresce la fiducia verso le istituzioni militari, ma resta limitata la comprensione del loro ruolo strategico.

In una fase storica caratterizzata da guerre, instabilità, competizione geopolitica e minacce senza precedenti, la prudenza rischia di trasformarsi in rinuncia. E quando la Difesa rinuncia a spiegare sé stessa, saranno altri a definirla al suo posto. Quasi sempre attraverso stereotipi, semplificazioni e pregiudizi, come appare evidente in svariati dibattiti televisivi.

Ma la Difesa non è interesse di categoria, né materia per soli specialisti. Non è un tema da confinare nei convegni, nei centri studi o nelle riviste di settore, perché riguarda ogni cittadino, come peraltro recita – troppo spesso inascoltata – la nostra Costituzione all’Articolo 52.

Il risultato di questa timidezza è illustrato anche nel Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes, che restituisce una fotografia particolarmente interessante. Le Forze Armate figurano stabilmente tra le istituzioni che raccolgono il maggiore consenso nel Paese: Aeronautica Militare 74%, Marina Militare 73,6%, Esercito Italiano 71,9%. Percentuali analoghe caratterizzano Guardia di Finanza, Guardia Costiera e Arma dei Carabinieri. Un capitale reputazionale che poche altre istituzioni possono vantare.

Lo stesso Rapporto evidenzia, però, anche una contraddizione significativa. Se gli italiani mostrano rispetto, fiducia e riconoscenza verso le donne e gli uomini della Difesa, faticano ancora a considerare la sicurezza nazionale come un investimento strategico. Il 44,2% degli intervistati ritiene, infatti, che le risorse destinate alla Difesa rappresentino un costo, mentre soltanto il 32,1% le considera un investimento; il restante 23,7% non esprime alcuna opinione. È il paradosso italiano: ci fidiamo di chi garantisce la sicurezza del Paese, ma fatichiamo a riconoscere il valore degli strumenti necessari a garantirla. In altre parole, apprezziamo il risultato ma rifiutiamo di discutere i mezzi che lo rendono possibile.

È qui che emerge il peso di una lunga stagione culturale nella quale la parola “Difesa” è stata troppo spesso raccontata attraverso categorie ideologiche anziché strategiche.

Ancora oggi, nel dibattito pubblico, termini semanticamente diversi come Difesa, riarmo, militarizzazione e guerra vengono utilizzati come sinonimi. Continuare a confonderli significa impedire qualsiasi confronto serio. La Difesa contemporanea non coincide con la guerra, serve esattamente a evitarla.

Comprende – è bene ricordarlo – la deterrenza, la sicurezza energetica, la protezione delle infrastrutture critiche, la resilienza digitale, la sicurezza marittima, la ricerca tecnologica, la protezione civile, l’intelligence, la sicurezza economica e industriale. Riguarda, in definitiva, la protezione delle condizioni che rendono possibile la vita democratica.

Eppure una parte del dibattito politico continua a reagire a questi temi con un riflesso ideologico quasi automatico, soprattutto nei periodi pre-elettorali.

È allora che la complessità viene sacrificata alla ricerca del consenso immediato. Le sfumature spariscono, gli slogan sostituiscono le argomentazioni e si torna a rappresentare il mondo come uno scontro immaginario tra pacifisti e militaristi.

Una caricatura utile, forse, per raccogliere qualche voto, ma disastrosa per comprendere la realtà. Perché sostenere la Difesa non significa desiderare la guerra, così come sostenere la pace non significa ignorare le minacce. Un pacifismo autentico dovrebbe interrogarsi su come preservare la pace. Quello ideologizzato, invece, finisce talvolta per rifiutare perfino gli strumenti che consentono di proteggerla.

Pace, libertà e democrazia non di difendono da sole: lo ha ricordato recentemente il ministro Guido Crosetto, definendo la Difesa un patrimonio culturale e civile della Repubblica, prima ancora che uno strumento operativo dello Stato.

Ed è esattamente qui che entra in gioco la formazione. La scuola italiana continua a dedicare uno spazio insufficiente alla comprensione della sicurezza nazionale. Non si tratta di introdurre forme di educazione militare, si tratta di fare educazione civica sul serio. I media, dal canto loro, sembrano aver abdicato al loro ruolo pedagogico.

La diffusa ignoranza sul ruolo della Nato, delle alleanze internazionali, delle missioni all’estero, delle Forze Armate, delle Forze dell’Ordine, della Protezione Civile e dell’Intelligence sono il risultato del “sonno della coscienza civica”, che impedisce ai più di comprendere il mondo in cui viviamo.

Ignorare questi temi non rende una società più democratica, la rende semplicemente più vulnerabile. Allo stesso modo andrebbe superata una delle contrapposizioni più ricorrenti del dibattito pubblico italiano: quella tra spese per la Difesa e investimenti in sanità, scuola o welfare. È una contrapposizione apparentemente intuitiva ma sostanzialmente fuorviante. Uno Stato moderno, democratico e maturo, infatti, non sceglie tra sicurezza e sanità, tra difesa e istruzione, perché tutte queste funzioni concorrono alla tutela e al progresso della comunità nazionale.

Senza sicurezza non esiste sviluppo economico, e senza sviluppo economico non esistono le risorse necessarie per finanziare sanità, istruzione e protezione sociale. In poche parole, la sicurezza non compete con il welfare, ne è una delle condizioni di esistenza.

Ferruccio de Bortoli ha sintetizzato quest’ambiguità con una frase efficace: l’Italia sembra aver compreso la necessità di investire nella Difesa, ma continua ad avere paura di dirlo.

Probabilmente è vero. Perché il problema non è più costruire fiducia verso le Forze Armate: quella esiste già. La vera sfida è trasformare quella fiducia in consapevolezza.

Oltre a conoscenza e responsabilità, anche la memoria costituisce uno strumento per fare un salto di qualità culturale. Ce lo ricorda, ad esempio, il Cimitero Americano di Firenze, dove riposano oltre 4.400 soldati statunitensi caduti per la liberazione dell’Italia, ricordati in modo solenne e devoto nel Memorial Day del 25 maggio scorso. Ce lo ricordano quelle file ordinate di croci bianche che raccontano una verità semplice e spesso dimenticata: la libertà non è una condizione naturale, ma una conquista. E ogni generazione ha il dovere di comprenderne il costo.

In fondo, la vera Cultura della Difesa nasce qui: non dall’esaltazione della forza, ma dalla consapevolezza che libertà, sicurezza e democrazia non sono rendite permanenti della storia, ma beni fragili. Una democrazia che non comprende la propria difesa difficilmente riuscirà a difendere sé stessa.

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