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Petro denuncia brogli elettorali in Colombia: “Il software modificato cinque giorni prima del voto”

A pochi giorni dalle elezioni del 31 maggio, il presidente colombiano uscente Gustavo Petro ha lanciato una denuncia pesante: il software di preconteggio gestito dai fratelli Bautista sarebbe stato manipolato. E non in un momento qualsiasi, ma il 26 maggio 2026, cinque giorni prima che i cittadini andassero alle urne, quando il sistema avrebbe dovuto restare sigillato.

Petro ha lanciato la sua denuncia tramite il social network X, come fa ormai abitualmente quando vuole bypassare i canali ufficiali. Ha affermato che il responsabile del registro, Hernán Penagos si è sempre rifiutato di consegnare il codice sorgente del software, nonostante una sentenza del Consiglio di Stato del 2018 avesse dichiarato quel programma vulnerabile sia da dentro che da fuori. La Registraduría, dal canto suo, ha risposto che un’alterazione è impossibile. Ma per il presidente proprio questa sicurezza dimostra che l’ente non ha affatto il controllo sul sistema.

Presento las bases comprobadas del posible fraude. Que puedo entregar a autoridad competente.

Dije que no reconocí los datos del preconteo del software de los hermanos Bautista es porque tengo datos.

Mi compromiso con mi pueblo y el amor a mi país por el que he luchado toda mi…

— Gustavo Petro (@petrogustavo) June 2, 2026

I numeri che Petro ha messo sul tavolo non sono vaghi. Secondo la sua ricostruzione, il corpo elettorale ufficiale di 41.421.973 elettori sarebbe stato modificato nel sistema DIVIPOL fino a raggiungere i 42.307.373 votanti. Una differenza di 885.409 schede che, sostiene il presidente, non si sarebbero iscritte nei termini di legge. Poi ci sarebbero stati anche aumenti nei seggi, passati da 13.742 a 14.438, e nei tavoli di voto, da 120.527 a 122.020. In totale 1.493 tavoli in più che probabilmente non sono mai stati scrutinati.

Ma il punto più esplosivo della denuncia riguarda 5.300 tavoli dove sarebbero comparsi più di 300 voti ciascuno, alcuni addirittura fino a 700. Una cifra che, per Petro, supera ampiamente il massimo teoricamente raggiungibile nelle ore di apertura dei seggi. Ed è proprio in quei tavoli, ha detto il presidente, che si concentrerebbe il vantaggio di 635.000 voti con cui Abelardo de la Espriella starebbe superando Iván Cepeda.

Il presidente ha usato parole che riportano la tensione di un passaggio cruciale per la Colombia. Ha detto che il suo amore per il paese e il suo impegno verso il popolo lo costringono a rischiare tutto trasmettendo queste informazioni. Ha ribadito che non ha riconosciuto i dati del preconteggio perché ha i suoi dati in mano. E ha annunciato che aspetterà i risultati dello scrutinio ufficiale che stanno svolgendo i giudici, quello che il Consiglio Nazionale Elettorale conta di rendere noto entro la settimana.

Mentre il governo uscente alza i toni, Iván Cepeda, il candidato del Pacto Histórico che ha ottenuto 9.688.361 voti, il 40,90 per cento dei voti validi, ha scelto una strada diversa. Ha fatto un appello alla calma, chiedendo ai suoi sostenitori di non ricorrere alla violenza contro chi professa altre idee politiche. Ha ricordato le ferite che il paese si è già portato dietro per colpa di chi semina odio, paura e voglia di distruzione. In democrazia, ha detto Cepeda, si possono avere differenze intense con gli avversari, si può discutere con fermezza, confrontare idee, difendere con convinzione le proprie posizioni. Ma non si deve mai ricorrere alla violenza. Né quella simbolica che semina paura e risentimento, né quella fisica che pretende di distruggere gli altri.

Il candidato di sinistra ha esortato i suoi sostenitori a non lasciarsi trascinare dall’odio o dalla provocazione. La sua ricetta è semplice: rispondere all’aggressione con gli argomenti, alla menzogna con la verità, alla violenza con la serenità. Questa è la forza della democrazia, ha detto. Per accompagnare il messaggio ha mostrato un’immagine che non è passata inosservata: De la Espriella che sorride mentre preme la schiena di Cepeda con un ginocchio, una tecnica simile a quelle usate dai corpi repressivi per immobilizzare i manifestanti, la stessa che l’ex poliziotto Derek Chauvin usò per uccidere George Floyd.

VIOLENCIA POLÍTICA

En democracia podemos tener diferencias intensas con nuestros contradictores. Podemos debatir con firmeza, confrontar ideas y defender con convicción nuestras posiciones.

Pero nunca debemos apelar a la violencia. Ni la violencia simbólica que siembra miedo y… pic.twitter.com/gXfZSkqgkI

— Iván Cepeda Castro (@IvanCepedaCast) June 3, 2026

Ma l’appello alla moderazione non ha impedito a Cepeda di tracciare un ritratto spietato del suo avversario. Ha definito De la Espriella un avvocato dei signori paramilitari a San José de Ralito. Ha ricordato che il padre del candidato di destra è stato un notaio che legalizzò i beni del paramilitare Salvatore Mancuso. Lo ha definito avvocato di narcotrafficanti, e anche "truffatore di truffatori", "truffatore di narcotrafficanti". Ha detto che rappresenta il fascismo mafioso, il progetto di quell’estrema destra fascista che in Colombia e nel mondo vuole distruggere tutto ciò che è stato conquistato sul piano sociale. Secondo Cepeda, se De la Espriella vincesse, il salario vitale verrebbe spazzato via, così come il sostegno all’istruzione pubblica e alla tassa zero, la riforma agraria, gli aiuti ai giovani. Al loro posto, ha detto, ci sarebbero solo i circoli più corrotti e potenti della società colombiana: plutocrazia e corruzione.

Non solo, ha aggiunto Cepeda, non ci si può aspettare nessuna misura favorevole all’ambiente, alla protezione dell’acqua o alla conservazione delle ricchezze naturali e dei santuari ecologici del paese. Sarebbe la distruzione totale della natura e della vita in Colombia. E poi ancora: De la Espriella è un omofobo e un misogino. Rappresenta il ritorno al passato parapolitico, narcotrafficante, mafioso, plutocratico e corrotto che il paese ha vissuto sotto i due mandati di Álvaro Uribe, adesso rafforzato dall’estrema destra internazionale.

Anche Gustavo Petro, dal canto suo, ha preso di mira De la Espriella senza mezzi termini. Dopo essere stato pesantemente attaccato dal candidato dell'estrema destra neoliberista, il presidente ha denunciato che gli viene promessa la prigione solo per la sua posizione politica progressista in favore del popolo. E ha ribadito che il progetto dietro De la Espriella è lo stesso che stava dietro a Uribe: il "fascismo mafioso" che ha già governato in Colombia. Petro ha detto che ogni popolo ha l’obbligo morale di sconfiggere il fascismo, e ha fatto un elenco storico: l’Olocausto in Europa, l’Olocausto in Cina, l’Olocausto in Cile, Uruguay e Argentina. E poi l’Olocausto in Colombia, ha detto, perché è stato il fascismo a governare al tempo di Laureano Gómez e Mariano Ospina, e poi con il governo dei paramilitari che ha lasciato 200.000 morti.

Petro ha rivendicato la sua storia personale come prova che il fascismo si può battere senza armi. "Io mi sono alzato con le mie parole pubbliche contro di loro e senza un’arma li ho sconfitti, ecco perché sono presidente", ha detto. Poi ha lanciato un avvertimento: ora parlano di vendetta perché credono di poter tornare al potere. Vogliono squartare il progressismo e incarcerarlo, che in realtà significa uccidere il suo leader.

Il presidente ha anche fatto un’accusa precisa sulla compravendita di voti. Ha detto di sapere quanti voti sono stati comprati a piene mani, da 150.000 a 200.000 pesos ciascuno. Ha detto che cercano la disfatta e stanno affilando i coltelli. Ma ha anche ammesso le debolezze della campagna progressista. Tuttavia, ha concluso, vinceremo e sconfiggeremo il fascismo.

Per sostenere la sua tesi, Petro ha usato anche un argomento territoriale. Ha detto che De la Espriella è nato a Córdoba come lui, ma a differenza del presidente, che viene da una famiglia umile, il candidato è di famiglia latifondista e difensore del paramilitarismo. Secondo Petro, De la Espriella è stato sonoramente sconfitto nel paese dove è nato, Sahagún, e in tutto il dipartimento di Córdoba. È stato sconfitto in tutti i Caraibi colombiani, ha detto. E perché? Perché nel suo paese lo conoscono e sanno cosa succederebbe se un fascista difensore del paramilitarismo arrivasse al potere.

 

Tutto sullo SPIEF 2026, il simbolo di un isolamento che non ha funzionato

Dal 3 al 6 giugno, la vecchia Leningrado diventa per l’ennesima volta il crocevia degli affari globali. Si apre il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, l’appuntamento più atteso per l’élite imprenditoriale russa e una delle piazze mondiali dove si annusano i venti dell’economia e degli investimenti. A patrocinarlo, ormai dal lontano 2006, è il presidente Vladimir Putin, il cui intervento in sessione plenaria rappresenta da sempre il momento clou di questo appuntamento, quello che genera più commenti, più attese, più interpretazioni.

L’edizione di quest’anno si presenta con un titolo ambizioso, quasi una dichiarazione d’intenti: “Dialogo pragmatico: la strada verso un futuro stabile”. Sotto questa etichetta, gli organizzatori hanno infilato oltre centocinquanta sessioni, incontri bilaterali e dibattiti. Si parlerà di economia, naturalmente, ma anche di tecnologia, energia, logistica. E di quei nuovi centri di crescita che, silenziosamente, stanno ridisegnando la geografia del potere globale.

La partecipazione, a guardare i numeri, è tutt’altro che scontata. Oltre ventimila persone da centotrenta paesi hanno già dato conferma. E le delegazioni governative arriveranno da settantasei nazioni, con vicepresidenti, ministri e sottosegretari pronti a sedersi attorno ai tavoli. Tra i nomi che contano, spiccano i presidenti di Uzbekistan e Tanzania, il vicepresidente cinese e il ministro dell’Energia saudita. Proprio l’Arabia Saudita, guarda caso, sarà il paese ospite d’onore. Un modo per celebrare cent’anni di relazioni diplomatiche tra Mosca e Riad, sanciti da una delegazione guidata dal ministro dell’Energia e composta da duecento rappresentanti tra fondi sovrani, aziende di stato e colossi dell’industria. Uno dei momenti più attesi sarà il dialogo d’affari tra Russia e Arabia Saudita, incentrato su investimenti, energia, trasporti e agricoltura.

Ma a suscitare un certo scalpore tra i cronisti e gli analisti è un’altra presenza, piccola nella forma ma pesante nel simbolo. Per la prima volta in sette anni, parteciperà un rappresentante in carica dell’amministrazione statunitense. Si chiama Rodney Mims Cook Jr., presidente della Commissione di Belle Arti degli Stati Uniti. L’uomo, tra le altre cose, ha avuto un ruolo nella supervisione dei lavori di ampliamento del salone da ballo della Casa Bianca di Trump. Lui stesso ha confermato all’agenzia russa Ria Novosti: “Il comitato organizzatore e il Dipartimento di Stato mi hanno invitato alla sessione plenaria e al discorso del presidente Putin. E io ci sarò”. E non è solo una passerella: sono previsti due eventi ufficiali tra Russia e Stati Uniti, un dialogo imprenditoriale e una sessione culturale, con il sostegno della Camera di Commercio statunitense e della fondazione Roscongress.

E poi c’è la Germania. Una delegazione di imprenditori tedeschi, guidata dal presidente della Camera di Commercio Estero Germanorumssa Matthias Schepp, che ha dichiarato senza troppi giri di parole: “Vogliamo mantenere il legame economico con la Russia e proteggere i nostri asset, che superano i cento miliardi di euro”. Una scelta in netto contrasto con la masochistica strategia occidentale di isolamento. Secondo un sondaggio citato dallo stesso Schepp, la stragrande maggioranza delle aziende tedesche non ha alcuna intenzione di abbandonare il mercato russo. Lo considerano ancora strategico per il lungo periodo.

A dare una lettura di fondo a questi movimenti ci prova Stanislav Tkachenko, economista e professore all’Università statale di San Pietroburgo. Il suo ragionamento è lineare: in Europa, spiega ai microfoni di RT, si sta facendo strada la consapevolezza che essere entrati in conflitto con Mosca è stato un errore, pagato a caro prezzo dai cittadini e dalle imprese. Quando l’economia russa ha resistito alle sanzioni e ha addirittura accelerato la crescita, il fronte occidentale ha cominciato a mostrare crepe. “La militarizzazione dell’interdipendenza economica”, dice Tkachenko, “si è rivelata una strategia senza uscita. Le aziende occidentali che hanno partecipato al tentativo di infliggere un danno strategico alla Russia si sono sparate sui piedi. Hanno subito perdite dirette, hanno perso l’accesso a un mercato promettente e hanno visto i loro posti occupati da imprese turche, cinesi, indiane, dei paesi del Sud-Est asiatico”. Insomma, il tentativo di isolare la Russia, a guardare i numeri e le presenze di San Pietroburgo, appare sempre più come una battaglia persa prima ancora di iniziare. Una scelta masochista basata su una russofobia irrazionale di cui è affetta l'attuale classe dirigente europea.

Pedro Sánchez e la crisi della politica europea su Gaza

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Il dibattito che circonda Pedro Sánchez viene sempre più presentato come un dibattito sulla corruzione, e giornali, programmi televisivi e avversari politici descrivono il Primo Ministro spagnolo come un leader sommerso dagli scandali e travolto da una crisi politica intensa.

Eppure questa narrazione nasconde una realtà più profonda.

La questione non riguarda soltanto il futuro di Sánchez. Riguarda il modo in cui il genocidio a Gaza sta ridefinendo la politica europea.

Le accuse che coinvolgono figure vicine al governo meritano di essere indagate con rigore e in totale trasparenza. Nessuna democrazia può funzionare senza che il potere sia chiamato a rendere conto del proprio operato. Tuttavia la politica democratica richiede anche la capacità di distinguere tra procedimenti giudiziari e conflitti di natura politica.

Pedro Sánchez è diventato uno dei pochi leader socialdemocratici europei capaci di sopravvivere a una successione di crisi senza perdere centralità politica. La pandemia, la crisi energetica, l'inflazione e le tensioni territoriali non hanno prodotto il collasso che molti prevedevano. In un continente dove gran parte della sinistra ha perso terreno, la sua posizione e il suo impegno sono diventati un punto di riferimento, soprattutto per chi ha ancora a cuore la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani.

Il suo successo e la sua popolarità hanno scatenato una reazione di un'intensità esagerata e inspiegabile, un'opposizione nei suoi confronti che non trova facile spiegazione.

Sánchez è diventato un simbolo. Per la destra spagnola rappresenta la normalizzazione delle alleanze con le forze autonomiste. Per alcuni settori economici rappresenta una concezione più interventista del ruolo dello Stato nell'economia, e suscita per questo diffidenza. Per altri ancora rappresenta una crescente disponibilità a mettere in discussione principi consolidati della politica estera occidentale. E forse è questo il punto più importante, quello che si preferisce ignorare.

Attori diversi, mossi da obiettivi diversi, possono concorrere a creare un clima che genera instabilità.

Ma è sulla Palestina che questa dinamica diventa più evidente.

Per decenni la Palestina ha occupato una posizione particolare nel dibattito europeo. La simpatia e la solidarietà dell'opinione pubblica verso i palestinesi, e il sostegno al loro diritto all'autodeterminazione, erano spesso molto più sentiti dalla gente di quanto non fossero rappresentati dalle posizioni adottate dai governi. Ma questo divario raramente produceva conseguenze politiche rilevanti.

Gaza ha cambiato questa equazione. Gaza, dove si sta consumando il peggiore dei crimini, e che vediamo in mondovisione dai nostri telefoni, è davvero diventata il centro nevralgico del futuro del sistema democratico, del rispetto della legalità internazionale e dell'umanità stessa.

Le immagini provenienti dalla Striscia di Gaza hanno reso sempre più difficile sostenere una distinzione tra valori proclamati e pratiche politiche effettive. Il linguaggio dei diritti umani, del diritto internazionale e della protezione dei civili è uscito dagli spazi dell'attivismo per entrare nel cuore del dibattito pubblico europeo.

In questo contesto la Spagna ha assunto una posizione singolare e fondamentale. Il riconoscimento della Palestina da parte di Spagna, Irlanda, Norvegia e perfino della Gran Bretagna ha segnato una rottura con la prudenza che per anni aveva caratterizzato molte capitali europee. Per Madrid non si trattava soltanto di un gesto simbolico. Era il riconoscimento che continuare a promettere uno Stato palestinese futuro senza riconoscere l'esistenza politica palestinese nel presente stava diventando sempre meno sostenibile: una beffa ormai troppo evidente, troppo ridicola e troppo irritante.

Ancora più significativa è stata la scelta del linguaggio politico. Sánchez ha sollevato ripetutamente questioni relative alla proporzionalità, all'accesso umanitario, alla protezione dei civili e al rispetto del diritto internazionale, temi che molti governi europei hanno preferito affrontare con estrema cautela, e con grande ipocrisia.

Ciò non significa che ogni accusa o ogni inchiesta che coinvolge il Primo Ministro spagnolo sia una conseguenza della sua posizione sulla Palestina.

Tuttavia sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che, in tutta Europa, figure politiche che hanno assunto posizioni particolarmente critiche nei confronti di Israele si sono spesso trovate esposte a campagne di pressione politica, mediatica e lobbistica. Gaza ha reso la Palestina una questione interna alla politica europea, e il costo politico di una posizione indipendente su Israele appare oggi molto più elevato di quanto fosse in passato.

La Spagna di Sánchez resiste a questi attacchi e a queste trasformazioni.

Di fatto si tratta del neoliberismo che si scontra con il socialismo democratico e che mina le fondamenta dello Stato di diritto e della legalità internazionale, lì dove Gaza è diventata la cartina di tornasole.

Quello che si può affermare è che Gaza ha cambiato il significato politico delle controversie che circondano Sánchez. Egli non viene più percepito soltanto come il leader del suo partito o come il capo del governo spagnolo. È diventato il punto di incontro di un dibattito più ampio sul futuro dell'Europa, sulla credibilità del diritto internazionale e sulla coerenza morale delle democrazie occidentali.

Questa realtà dovrebbe indurre alla prudenza sia i sostenitori sia i critici di Sánchez. Il valore simbolico di un leader non lo rende immune da eventuali responsabilità, ma allo stesso tempo i critici dovrebbero riconoscere che l'intensità dell'opposizione nei suoi confronti non può essere spiegata soltanto attraverso le singole inchieste. La reazione riguarda non soltanto ciò che egli ha fatto, ma anche ciò che è arrivato a rappresentare. Si tenta di annientare una figura politica che ha tenuto le redini di un'Europa dei valori democratici e della legalità.

Il significato più profondo del caso Sánchez va quindi oltre la Spagna. Gaza ha reso visibile una crescente distanza tra le élite politiche e ampi settori dell'opinione pubblica europea. La vera domanda non è soltanto come l'Europa debba rispondere alla tragedia palestinese. La domanda è se le istituzioni europee siano ancora capaci di adattarsi a cambiamenti profondi dell'opinione pubblica senza entrare in crisi.

L'esito della vicenda politica di Pedro Sánchez non determinerà il futuro di Gaza. Potrebbe però influenzare il modo in cui altri leader europei valuteranno il costo politico di una posizione indipendente sulla Palestina.

Per questa ragione il dibattito su Pedro Sánchez non è più soltanto un dibattito spagnolo. È diventato parte di una più ampia discussione europea sulla democrazia, sulla sovranità, sul diritto internazionale e sulla Palestina. La questione decisiva non è se Pedro Sánchez sopravviverà politicamente. La questione decisiva è se Gaza sia ormai diventata una delle principali linee di frattura della politica europea contemporanea.

Pioggia di droni sulla Russia e l'ombra della NATO: il duro avvertimento di Mosca ai Paesi Baltici

 

Diversi feriti si registrano a seguito di attacchi condotti con droni ucraini contro San Pietroburgo, avvenuti nella giornata inaugurale del più importante forum sugli investimenti in Russia ospitato dalla città. Lo ha riferito il governatore locale, Aleksandr Beglov.

I veicoli aerei senza pilota (UAV) hanno preso di mira infrastrutture nei distretti di Kirovsky e Krasnoselsky, oltre che nel porto di Kronstadt, anch'esso parte dell'area metropolitana di San Pietroburgo, ha scritto Beglov in un post su Telegram mercoledì mattina. Squadre di emergenza sono state dispiegate presso le strutture danneggiate dagli attacchi, ha aggiunto.

La 29ª edizione del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026), spesso definita la "Davos russa", si svolge tra il 3 e il 6 giugno. Al forum di quest'anno è prevista la partecipazione di circa 20.000 imprenditori, politici e figure pubbliche provenienti da oltre 100 nazioni. Il presidente russo Vladimir Putin terrà il suo discorso all'assemblea venerdì.

Nella regione di Leningrado, che circonda San Pietroburgo, almeno 59 droni ucraini sono stati abbattuti durante la notte, secondo quanto dichiarato dal governatore locale, Aleksandr Drozdenko. Diverse abitazioni private hanno subito lievi danni a causa della caduta di frammenti, ma non si registrano feriti, ha aggiunto.

In totale, 345 UAV ucraini sono stati abbattuti in tutta la Russia nel corso della notte, mentre il Paese veniva colpito da un altro attacco su vasta scala, ha riferito il Ministero della Difesa. Le intercettazioni sono avvenute sopra le regioni di Mosca, Leningrado, Belgorod, Brjansk, Voronež, Kaluga, Kursk, Novgorod, Orël, Pskov, Rostov, Smolensk, Tver, Tula e Krasnodar, oltre che sulla Crimea e sul Mar d'Azov, ha specificato il ministero.

Nella Repubblica Popolare di Donetsk, sette civili sono rimasti uccisi e altri 11 feriti quando un drone ucraino ha colpito un autobus passeggeri in viaggio dalla Crimea verso Mosca.

Negli ultimi mesi, gli UAV ucraini hanno preso di mira a più riprese la regione di Leningrado, in particolare le sue infrastrutture energetiche, con droni carichi di esplosivo che spesso raggiungono la Russia nord-occidentale transitando attraverso Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia. Alcuni di essi si sono schiantati all'interno dei paesi NATO.

Il Segretario del Consiglio di Sicurezza russo, Sergey Shoigu, aveva precedentemente avvertito che, qualora emergesse che i Paesi Baltici e la Finlandia "concedono deliberatamente il proprio spazio aereo" agli UAV ucraini, Mosca avrebbe il diritto alla legittima difesa in risposta a un "attacco armato", ai sensi dell'Articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite.

Guerra e miliardi: il record shock di Israele che vende armi "collaudate in combattimento" per 19 miliardi

 

Lo scorso anno, le esportazioni israeliane di armi "collaudate in combattimento" hanno raggiunto un livello record, superando la soglia dei 19 miliardi di dollari, come annunciato dal Ministero della Guerra israeliano in un comunicato del 2 giugno. 

"Il record assoluto di esportazioni nel settore della difesa di Israele è stato battuto per il quinto anno consecutivo, raggiungendo i 19,2 miliardi di dollari nel 2025, con un incremento di quasi il 30% rispetto all'anno precedente, più che raddoppiando in cinque anni e quadruplicando in un decennio", ha annunciato il ministero. 

Ha inoltre aggiunto che i sistemi missilistici, di razzi e di difesa aerea sono rimasti in testa per tutto il 2025, rappresentando oltre un quarto (29%) del volume totale delle transazioni. 

La maggior parte di questi accordi (il 53 percento) erano "mega-accordi del valore di 100 milioni di dollari o più ciascuno", ha proseguito il Ministero della Guerra israeliano. 

"Gli straordinari successi operativi, tra cui quelli ottenuti durante l'Operazione Rising Lion contro l'Iran nel giugno 2025, unitamente alle comprovate prestazioni in combattimento dei sistemi israeliani in tutti i teatri operativi, hanno generato una forte domanda internazionale di tecnologia di difesa israeliana. Il 2025 ha confermato la traiettoria ascendente delle esportazioni nel settore della difesa, superando per la prima volta la soglia dei 19 miliardi di dollari", ha aggiunto. 

Israele è impegnato in una guerra su diversi fronti dal 7 ottobre 2023, e negli ultimi anni ha condotto brutali attacchi a Gaza, in Yemen, in Libano, in Siria e in Iran. 

Le armi collaudate in battaglia a cui faceva riferimento il ministero israeliano sono state utilizzate nel corso di queste campagne, molte delle quali sono tuttora in corso, soprattutto in Libano

Tra le aziende israeliane che producono armi letali utilizzate da Israele in tutta l'Asia occidentale c'è Xtend. 

È documentato che diversi tipi di droni della Xtend abbiano partecipato ad attacchi e uccisioni mirate durante il genocidio di Gaza. Alcune fonti affermano che un drone della Xtend sia stato utilizzato per trovare il defunto leader di Hamas Yahya Sinwar, ucciso in battaglia nell'ottobre del 2024.

All'inizio di quest'anno, Eric Trump, figlio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha annunciato  che avrebbe investito ingenti somme nella tecnologia di Xtend e nella fusione tra l'azienda israeliana e la società JFB Construction Holdings, con sede in Florida.

L'uso di droni da parte di Israele, con conseguenti danni letali, è stato diffuso e ha causato numerose vittime civili sia a Gaza che in Libano.

Negli ultimi mesi, oltre 3.400 persone sono state uccise in Libano da bombe e sistemi d'arma israeliani. Migliaia di persone hanno perso la vita anche nella guerra tra Stati Uniti e Israele in Iran. 

Secondo prestigiose riviste mediche come The Lancet, il bilancio totale delle vittime del genocidio israeliano a Gaza potrebbe ammontare a centinaia di migliaia, includendo anche i decessi indiretti. 

Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno sostenuto Israele nelle sue brutali guerre contro Gaza e l'Iran, sono diventati un importante importatore di sistemi d'arma di fabbricazione israeliana. Negli ultimi cinque anni, lo stato del Golfo ha acquistato armi israeliane per miliardi di dollari. Abu Dhabi e Tel Aviv hanno istituito un fondo per l'acquisizione e lo sviluppo congiunto di nuovi sistemi d'arma, come hanno riferito due funzionari statunitensi a Middle East Eye (MEE) il 18 maggio. 

Mentre Tel Aviv commercializza le sue armi e i suoi sistemi di difesa aerea "collaudati in combattimento", i droni FPV di Hezbollah continuano a colpire con precisione le batterie dell'Iron Dome negli insediamenti israeliani e nelle postazioni militari vicino al confine con il Libano. L'esercito israeliano non è stato in grado di fermare gli attacchi. Decine di soldati israeliani sono stati uccisi da Hezbollah dal 2 marzo di quest'anno.

L'ordine di Netanyahu e il "no" di Trump: cosa c'è dietro il misterioso stop ai raid su Beirut

 

I media e i funzionari israeliani hanno reagito con rabbia all'annuncio unilaterale di cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele da parte del presidente statunitense Donald Trump, con i coloni del nord che si lamentano di essere ancora "bersagli facili".

"Dal caos nelle strade al fango libanese, Israele sembra essere un Paese in cui ogni attore detta legge: gli Haredim in patria, Hezbollah dall'esterno e Trump al di sopra di tutti", ha scritto Avi Ashkenazi del quotidiano Maariv il 2 giugno.

“In un Paese serio e responsabile, stamattina sarebbero successe diverse cose… Il primo ministro e il governo si sarebbero dimessi e sarebbero tornati a casa [e] l’aeronautica militare avrebbe continuato l’ondata di attacchi in tutto il Libano – una campagna che avrebbe dovuto iniziare ieri alle 9:00 e proseguire senza interruzioni fino a quando Hezbollah non avesse alzato bandiera bianca”, ha aggiunto.

Ha inoltre criticato aspramente la comunità ultraortodossa (Haredim) e si è lamentato del fatto che truppe e riservisti stiano sopportando il peso maggiore della guerra. 

“Ma noi non viviamo in un vero e proprio Paese. Questo è lo Stato di Israele, dove ogni facinoroso può fare ciò che vuole e imporre nuove regole allo Stato. Questo accade sia dall'interno che dall'esterno.”

Ashkenazi ha scritto che l'annuncio di Netanyahu di lunedì di colpire la capitale libanese era una manovra.

"La paura di Netanyahu nei confronti di Donald Trump è maggiore della pressione che subisce dagli abitanti del nord di Israele e dell'indignazione pubblica per il fatto che i soldati se ne stiano seduti come bersagli in un poligono di tiro in Libano. E l'esercito, nonostante sia estate, rimane impantanato fino al collo nel fango libanese", ha continuato Ashkenazi. 

Anche l'agenzia di stampa israeliana Walla ha citato fonti della sicurezza secondo cui la marcia indietro di Tel Aviv sugli attacchi a Beirut ha minato l'occupazione israeliana nel sud del Libano e ha rafforzato i legami tra Hezbollah e l'Iran, collegando i due teatri operativi.

Una fonte della sicurezza avrebbe affermato che astenersi dal colpire Beirut danneggia gli sforzi di Israele per recidere il legame tra Hezbollah e Teheran, che i funzionari israeliani considerano un obiettivo centrale della guerra.

Tuttavia, la fonte ha aggiunto che l'esercito è pronto a sferrare un attacco a Beirut se la leadership politica lo approverà. 

Sia i membri dell'opposizione che quelli della coalizione di governo hanno criticato aspramente la decisione di non colpire Beirut. 

Il leader dell'opposizione Yair Lapid ha descritto Israele come uno "stato protettorato" degli Stati Uniti, mentre Avigdor Lieberman si è lamentato dicendo che "non siamo una repubblica delle banane".

"Dahiye deve essere rasa al suolo immediatamente, e non dobbiamo fermarci finché non sarà stato abbattuto l'ultimo edificio", ha dichiarato Lieberman.

Anche l'ex primo ministro israeliano Naftali Bennett ha accusato il governo di aver perso il controllo della sovranità israeliana, mentre il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha esortato Netanyahu a respingere le pressioni statunitensi e a procedere con gli attacchi contro Hezbollah. 

«Avete detto che un primo ministro forte dice al Presidente degli Stati Uniti: "sì" quando possibile e "no" quando necessario. È giunto il momento di dire al nostro amico, il Presidente Trump, "no". È giunto il momento di fare ciò che è necessario per colpire Hezbollah, per dare slancio ai nostri combattenti e per ripristinare la sicurezza nel nord», ha affermato Ben Gvir. 

Secondo il quotidiano Haaretz, le minacce di attaccare Beirut erano "vuote" – anche prima dell'intervento statunitense.

Lunedì sera, dopo l'emissione degli ordini di sfollamento forzato per tutti i sobborghi meridionali di Beirut, Trump ha rilasciato una dichiarazione. Il presidente ha affermato che era stato raggiunto un cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele. 

Nel tentativo di dichiarare che non ci sarebbero stati attacchi su Beirut, Trump ha affermato che le "truppe" israeliane non erano più in viaggio verso la città. 

L'esercito israeliano ha incontrato una forte resistenza nel sud del Libano e, di fatto, non era mai stato diretto a Beirut. 

L'annuncio del presidente statunitense è giunto mentre la Repubblica islamica dell'Iran minacciava di colpire Israele e di far fallire i negoziati con Washington. 

Teheran ha inoltre emesso ordini formali di evacuazione per gli insediamenti israeliani del nord, esortandoli a fuggire immediatamente nel caso in cui Beirut venisse bombardata. 

Nel frattempo, il governo libanese ha tentato di attribuirsi il merito di aver sventato l'attacco.

L'ambasciata libanese a Washington ha affermato lunedì sera, in una dichiarazione, che Hezbollah ha accettato una proposta statunitense che prevede una cessazione reciproca degli attacchi, in base alla quale Israele si asterrà dal colpire solo la capitale, in cambio dell'astensione di Hezbollah dagli attacchi contro Israele.

L'ambasciata ha aggiunto che i negoziati diretti previsti per martedì e mercoledì mireranno ad estendere il quadro del cessate il fuoco a tutto il territorio libanese. La dichiarazione, diffusa anche dalla Presidenza libanese, afferma che il quadro verrà ampliato per includere tutti i territori libanesi, sebbene non vengano forniti né una tempistica né un meccanismo per tale estensione.

Hezbollah ha respinto qualsiasi cessate il fuoco che non preveda la completa cessazione degli attacchi israeliani in tutto il Libano. Il deputato di Hezbollah Hassan Fadlallah ha affermato che la proposta statunitense non è accettabile. 

Lunedì sera Netanyahu ha minacciato di procedere con gli attacchi pianificati su Beirut se Hezbollah non avesse cessato le sue offensive. 

Hezbollah ha continuato a resistere alle truppe di occupazione nel sud del Libano da quando Netanyahu ha lanciato quella minaccia. Gli attacchi oltre confine sono cessati per la maggior parte, con l'eccezione di un'incursione di droni di Hezbollah a Kiryat Shmona martedì mattina. 

Sono proseguiti anche i brutali raid aerei israeliani nel sud del Libano.

L'allarme dell'ammiraglio Gurdeniz: la NATO sta trascinando l'Europa in una catastrofe nucleare inevitabile?

 

L'ammiraglio in pensione Cem Gürdeniz — già capo del Dipartimento di Strategia della Marina turca, mente dietro la celebre dottrina marittima della Patria Blu (Mavi Vatan) e fondatore della Fondazione Hamit Naci — traccia un quadro drammatico dell'attuale escalation globale, analizzando i rischi sistemici che minacciano l'Eurasia e la Turchia.

Il suo pensiero si articola in quattro punti fondamentali:

1. La Nuova Fase della Guerra e la "Cecità" Europea

Secondo Gürdeniz, il conflitto in Ucraina ha superato la dimensione regionale. L'Europa sta vivendo la crisi di sicurezza più profonda dal 1945, ma soffre di una totale cecità strategica. I leader europei alimentano una retorica bellicista aggressiva pur non avendo le infrastrutture produttive, le scorte di munizioni e la resilienza sociale per sostenere una guerra vera. Priva di reale forza, l'Europa adotta comportamenti provocatori (come l'ipotesi di blocco sull'oblast' russo di Kaliningrad), rischiando di innescare una catastrofe nucleare in zone calde come il corridoio di Suwa?ki.

2. Il Cambio di Paradigma di Mosca

Gürdeniz evidenzia come il recente lancio del missile ipersonico Oreshnik da parte di Mosca sia un messaggio di deterrenza psicologica rivolto direttamente alla NATO, non a Kiev. La Russia ha modificato la sua strategia: non cerca più solo un accordo di neutralità con l'Ucraina, ma è pronta a colpire obiettivi industriali e militari nei paesi NATO europei se questi continueranno a sostenere gli attacchi ucraini sul proprio territorio. Mosca scommette sulle crepe interne dell'Alleanza, consapevole che molti paesi europei non vorranno rischiare una guerra totale per difendere i Paesi Baltici o la Polonia.

3. La Pressione Multidimensionale sulla Turchia

In quanto massimo teorico della Mavi Vatan (la dottrina che rivendica la sovranità marittima turca sui propri mari), Gürdeniz guarda con estrema preoccupazione al vertice NATO previsto in Turchia il 7 e 8 luglio 2026. Secondo l'ammiraglio, Ankara è sotto una pressione coordinata della NATO su due fronti:

  • Nell'Egeo e Mediterraneo Orientale: Dove la Grecia si riarma e la compagnia Chevron calpesta i diritti energetici turco-ciprioti.

  • Nel Mar Nero: Dove i recenti attacchi di droni contro navi mercantili al largo di Kilyos (Istanbul) e il caso della petroliera Altura (marzo 2026) dimostrano il tentativo atlantista di trascinare la Turchia nel conflitto contro la Russia, rompendo la sua storica politica di equilibrio.

4. Il Pericolo del Fronte Interno e la Soluzione di Montreux

Richiamando la sua esperienza di capo della Divisione Pianificazione e Politiche navali, Gürdeniz lancia un monito storico: il punto più fragile di uno Stato non è il fronte esterno, ma quello interno. Come accadde nel 1925, quando la Gran Bretagna sfruttò una ribellione interna per sottrarre Mosul alla Turchia, oggi le divisioni e l'inerzia del principale partito di opposizione turco rischiano di indebolire il Paese.

La conclusione di Gürdeniz è netta: la priorità assoluta di Ankara deve essere la difesa a oltranza della Convenzione di Montreux e il mantenimento di una rigorosa neutralità attiva. La Turchia non deve farsi coinvolgere nelle provocazioni della NATO e non deve permettere che il Mar Nero si trasformi in un "lago atlantista", poiché preservare l'asse geopolitico e commerciale con la Russia è un interesse vitale per la sicurezza nazionale.

"Non rivendicate diritti": come la sinistra ha dimenticato Marx

 

di Leonardo Sinigaglia

 

La prassi politica della moderna sinistra occidentale si basa sulla rivendicazione di “diritti” per gruppi di minoranza presentati come oppressi e marginali all’interno della società.

Tale prospettiva è condivisa anche con i settori più radicali della sinistra, che si limitano unicamente ad accentuare la radicalità delle rivendicazioni: se i moderati chiedono l’estensione del diritto all’interruzione di gravidanza, i radicali chiedono la fine di ogni limite in merito; se i moderati vogliono l’apertura dei confini ai flussi migratori, i radicali esigono l’abbattimento di ogni frontiera; se i moderati denunciano il cosiddetto “patriarcato”, i radicali arrivano a parlare di “decostruzione del maschio” e a presentare ogni uomo come un potenziale violentatore.

Tutto ciò è perfettamente coerente con la visione “intersezionale” fondata sulla credenza post-moderna dell’esclusiva validità di ogni prospettiva soggettiva rispetto a una realtà oggettiva in realtà inesistente, oltre che con l’individualismo estremo proprio del tardo liberalismo. Si tratta di posizioni però incompatibili con il marxismo e con la visione materialista-dialettica, al di là delle credenze degli esponenti della sinistra radicale e delle coloriture retoriche con le quali infarciscono i propri discorsi.

Già nel 1844, Karl Marx, nella sua Critica alla filosofia del Diritto di Hegel, arrivava a vedere nella classe lavoratrice quel “soggetto universale” la cui emancipazione avrebbe significato l’emancipazione generale dell’Umanità, e non la semplice sostituzione di una nuova gerarchia sociale a quella abbattuta, come accaduto per ogni rivoluzione precedente a quella proletaria-socialista. Il proletariato sostiene l’intera società tramite il suo lavoro, e nelle sue condizioni ricade progressivamente ogni altra classe sociale. Il suo compito storico è quindi quello di un’emancipazione universale. Esso non ha interessi particolari da difendere, ma rappresenta nella sua lotta per il superamento del sistema borghese-capitalista gli interessi generali dell’Umanità. Essendo il proletariato “la perdita completa dell’uomo”, esso riacquista sé stesso attraverso “il completo riacquisto dell’uomo” [1].

Al contrario, la visione post-moderna fatta propria dalla sinistra, propone la visione di un’emancipazione collettiva raggiungibile solo tramite la somma di particolari “emancipazioni” individuali, che non hanno per base l’oggettiva realtà economica e sociale del capitalismo, ma anzi vincoli e restrizioni culturali e di costumi. L’emancipazione così teorizzata si riduce quindi alla liberazione dai vincoli, presunti o reali, che vincolano l’individuo, permettendogli di esprimere pienamente una propria individualità estetica, di apparire come vuole senza timore di giudizi o di richiami alla realtà. Un caleidoscopio di identità che assomiglia più a un centro commerciale americano che al socialismo, ma che la sinistra identifica come orizzonte al quale aspirare.

Costituendo “se stesso in nazione” [2], il proletariato riconosce politicamente questo suo compito universale. Si tratta quindi di qualcosa inseparabile dall’esercizio del potere e dalla costruzione di una nuova autorità che rimpiazzi quella della decadente classe borghese. Ma nelle teorizzazioni dell’estrema sinistra a noi contemporanea non esiste traccia del tema del potere. Figlia della più miope tradizione anarchica, la sinistra condanna l’autorità in quanto tale, preferendo alla prassi rivoluzionaria fondata sull’edificazione del potere della classe lavoratrice le “lotte” cosmopolite delle “moltitudini”.

Non il potere proletario, non la trasformazione dell’esistente, ma la semplice “critica” ai costumi che si concretizza nell’apparenza degli individui. Tutto ciò non ha legami col marxismo, che viene tuttalpiù ridotto anch’esso a una forma estetico-identitaria, a un significante privo di significato.

Non bisogna confondere la difesa dei “diritti” delle numerose minoranze identificate dalla sinistra con la lotta per quelle che Lenin definì “libertà borghesi”. Non esiste continuità tra lotta per l’acquisizione degli strumenti democratici necessari a far avanzare la rivoluzione socialista con quelle aventi per scopo l’affermazione della “fluidità” sessuale, relazionale, e nazionale. Le seconde riprendono anzi in maniera parodistica alcuni termini e concezioni dell’analisi marxista: la critica alla famiglia borghese, vista come prodotto di determinate condizioni storiche, diviene ripudio della famiglia in quanto tale, con l’esaltazione della poligamia, del “libero amore” e della denatalità; le analisi sulla questione nazionale vengono distorte e ricondotte all’esaltazione di qualsiasi particolarismo fin tanto che si muova lungo una traiettoria anti-statale, dal “land back” in voga nell’estrema sinistra statunitense all’esaltazione di ogni tipo di indipendentismo regionalista che vediamo in Italia; e così via dicendo.

Dietro la lotta per i “diritti” della sinistra non vi è nessun progetto emancipatorio, ma solo un individualismo collettivamente espresso. Non si tratta di far avanzare la rivoluzione socialista, ma di tornare paradossalmente alla situazione premoderna dell’affermazione di una molteplicità di “libertà” differenziate e connesse all’esistenza di numerosi “corpi” distinti all’interno della società. Non si tratta infatti nemmeno della lotta per i “diritti” in senso astratto e generale promossa dalla borghesia durante la sua fase eroica, ma di una nuova degenerazione individualista strettamente connessa alla realtà post-moderna, al tardo liberalismo e al potere del capitale monopolistico finanziario.

Tale ideologia non va respinta solo sulla base delle sue premesse, ma anche per la sua nocività per qualsiasi progetto di reale emancipazione. Quella collettivizzazione dell’individualismo più egoista che è la cosiddetta “intersezionalità” forma persone incapaci di portare avanti qualsiasi lotta, e che conseguentemente preferiranno l’innocua critica culturale alla prassi rivoluzionaria. Da un punto di vista morale, aveva ragione Giuseppe Mazzini nel tracciare un distinguo tra “gli uomini dei Diritti” e gli “uomini del Dovere”: “Eccovi, in lui e negli uomini de’ quali ho parlato, rappresentata la differenza tra gli uomini dei diritti e quei del Dovere. Ai primi la conquista dei loro diritti individuali, togliendo ogni stimolo, basta perché s'arrestino: il lavoro dei secondi non s'arresta qui in terra che colla vita” [3]. Solo chi trascenda la sua dimensione individuale e fonda la sua prassi sul Dovere è capace di perseguire attivamente la trasformazione dell’esistente.

Per essere rivoluzionari non bisogna chiedere diritti. Bisogna compiere il proprio dovere, e accettare ogni sacrificio necessario alla conquista del potere da parte delle forze progressive della Storia e alla creazione di una più alta forma sociale.



NOTE:

[1] Marx K., Per la critica della filosofia del Diritto di Hegel, introduzione, 1844.

[2] Marx K., Engels F., Manifesto del Partito Comunista, 1848.

[3] Mazzini G., Dei Doveri dell’Uomo, 1861.

Attacchi incrociati USA-Iran e il nodo di Qeshm: cosa sta succedendo davvero nello Stretto di Hormuz?

 

Nuove e pericolose tensioni scuotono l’Asia occidentale. Nelle ultime ore si è assistito a uno scontro diretto tra Washington e Teheran.

Lo scontro militare e il giallo della petroliera

Il Pentagono ha dichiarato di aver intercettato e abbattuto una serie di droni e missili balistici iraniani. Secondo le fonti americane, i vettori erano diretti contro le basi statunitensi in Kuwait e in Bahrein. Come contromisura, le forze USA hanno condotto attacchi definiti di "autodifesa" sull'isola iraniana di Qeshm, situata in una posizione strategica nello Stretto di Hormuz.

Di contro, la versione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) delinea uno scenario opposto:

  • La tesi iraniana: Teheran sostiene che le forze statunitensi abbiano dato il via alle ostilità colpendo una petroliera iraniana nei pressi dello Stretto di Hormuz, danneggiandone gravemente la sala macchine.
  • La rappresaglia: Secondo l'IRGC, i successivi attacchi iraniani contro gli avamposti americani nella regione sarebbero stati una risposta a questa prima aggressione. L'Iran ha inoltre rivendicato un raid contro il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, un'affermazione che l'esercito americano ha però smentito categoricamente.

Diplomazia e politica: i colloqui Israele-Libano e le primarie USA

Nonostante l'inasprimento del conflitto nell'area del Golfo, restano aperti i canali diplomatici su altri fronti caldi. Il Dipartimento di Stato americano ha annunciato che la prima giornata di colloqui bilaterali tra Israele e Libano, inaugurata martedì a Washington DC, si è conclusa registrando alcuni progressi. I negoziati proseguiranno immediatamente con un secondo round di discussioni.

Sul fronte interno americano, si registra un voto dal forte valore simbolico: Adam Hamawy, chirurgo di fama noto per aver prestato servizio come medico volontario nella Striscia di Gaza, ha vinto le primarie democratiche. Correrà per rappresentare il 12° distretto congressuale del New Jersey.

Perché l'esercito statunitense ha preso di mira l'isola di Qeshm?

Un tempo nota come area di libero scambio e paradiso naturalistico globale — celebre per il suo Geoparco protetto dall'UNESCO —, l'isola iraniana di Qeshm ha subito una radicale mutazione antropica e strategica, trasformandosi in una vera e propria fortezza militare d'avanguardia.

Con una superficie di circa 1.445 km², Qeshm è l'isola più grande del Golfo Persico e sorge in una posizione geografica cruciale: domina l'ingresso dello Stretto di Hormuz, il corridoio energetico più critico del pianeta. La scelta del Pentagono di colpire questo specifico territorio risiede in precisi fattori strategici:

  • La "portaerei inaffondabile" e le reti sotterranee: L'isola funge da hub militare permanente per l'Iran. Sotto la superficie si snoda un labirinto di gallerie e grotte di sale che l'intelligence occidentale ritiene nascondano batterie missilistiche costiere classificate e imbarcazioni rapide d'attacco.
  • Le 'Città missilistiche': Teheran ha pesantemente fortificato il sottosuolo dell'isola con installazioni concepite specificamente per la guerra navale, il cui obiettivo primario è il controllo o l'eventuale blocco totale del traffico marittimo nello Stretto.
  • Il controllo dei flussi energetici globali: Utilizzando Qeshm come base operativa, l'Iran ha già dimostrato in passato di poter intercettare o limitare il transito delle petroliere internazionali. Per gli Stati Uniti, l'isola rappresenta il centro nevralgico della guerra energetica nell'area.
  • L'asse della rappresaglia: Qeshm è ormai il bersaglio designato nei cicli di azione-reazione tra Washington e Teheran. Gli attacchi di "autodifesa" statunitensi mirano sistematicamente a degradare le infrastrutture di comunicazione e le postazioni delle Guardie Rivoluzionarie sull'isola, riducendo la capacità iraniana di proiettare forza e interrompere la libera navigazione.

Scontro a fuoco tra Stati Uniti e Iran dopo lo stallo dei negoziati. Il comunicato dell'IRGC

 

Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato che le sue forze hanno effettuato "attacchi di rappresaglia contro una nave nemica, il quartier generale della Quinta Flotta degli Stati Uniti in Bahrein e una base aerea americana nella regione, in risposta a due atti di aggressione da parte degli Stati Uniti contro beni iraniani." Lo riporta Press Tv.

In una dichiarazione rilasciata mercoledì dal proprio Ufficio Relazioni Pubbliche, l'IRGC ha ricostruito la sequenza degli eventi, iniziata a tarda notte quando una petroliera iraniana è stata colpita nei pressi dello Stretto di Hormuz. Secondo la dichiarazione ufficiale, «a tarda notte, l'aggressivo esercito statunitense ha colpito una petroliera iraniana con un proiettile aereo nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz, causando danni alla sala macchine della nave».

L'IRGC ha affermato che l'incidente ha provocato una immediata risposta da parte delle proprie forze navali. «In risposta a questa aggressione e alla violazione delle norme che regolano lo Stretto di Hormuz, una nave nemica americano-sionista denominata Panaya è stata colpita da missili lanciati dalla Marina dell'IRGC», ha dichiarato il Corpo.

Il comunicato ha poi descritto un secondo atto di aggressione. «In un rinnovato atto di aggressione, il nemico americano ha preso di mira una torre di comunicazione dell'IRGC nella parte meridionale dell'isola di Qeshm con proiettili aerei». L'IRGC ha affermato che l'attacco è stato seguito da operazioni di ritorsione condotte dalla sua Forza Aerospaziale. «In risposta a questa aggressione, la loro base aerea ed elicotteristica di stanza in uno dei paesi della regione, così come il quartier generale della Quinta Flotta degli Stati Uniti, sono stati oggetto di attacchi missilistici e con droni da parte della Forza Aerospaziale dell'IRGC».

Il Corpo ha affermato che le operazioni di rappresaglia erano in linea con i suoi precedenti avvertimenti. «Avevamo precedentemente avvertito che qualsiasi atto di aggressione avrebbe ricevuto una risposta diversa e più pesante, e abbiamo agito di conseguenza. Queste risposte dovrebbero servire da lezione». «Ribadiamo che compromettere la sicurezza dello Stretto di Hormuz comporterà un prezzo pesante per l'aggressivo esercito statunitense», conclude la dichiarazione.

 

L'Occidente sfrutta l'incidente del drone in Romania per la guerra dell'informazione – L'inviato russo all'ONU

 

I paesi occidentali si sono affrettati a puntare il dito contro Mosca in merito al recente incidente con un drone in Romania, dimostrando al contempo scarso interesse per un'indagine approfondita. A dichiararlo è stato il rappresentante permanente della Russia presso l'ONU, Vassily Nebenzia, durante una riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza.

L'inviato russo ha osservato che in passato si sono verificate diverse incursioni aeree simili, inizialmente attribuite frettolosamente alla Russia, che alla fine si sono rivelate di origine ucraina.

Venerdì scorso, un UAV carico di esplosivi si è schiantato contro un condominio nella città rumena di Galati, vicino al confine ucraino, ferendo due persone. Bucarest ha prontamente affermato che il drone proveniva dalla Russia e ha tentato di attivare l'articolo 4 della NATO.

Intervenendo lunedì durante la riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza, Nebenzia ha suggerito che la fretta della Romania nel convocarla fosse stata dettata dal desiderio dell'Occidente di creare «l'ennesima ondata di disinformazione anti-russa». Nebenzia ha sottolineato diverse incongruenze nella versione dei fatti fornita da Bucarest. Il drone kamikaze russo Geran 2, che secondo le autorità rumene avrebbe colpito l'edificio residenziale, trasporta tipicamente un carico utile di circa 50 chilogrammi. Un'esplosione corrispondente a tale quantità di esplosivo avrebbe causato danni all'edificio ben più gravi di quelli documentati dai media rumeni.

Il rappresentante russo ha anche affermato che i funzionari avevano inizialmente sostenuto che l'incidente fosse un attacco mirato, ma poche ore dopo il presidente rumeno Nicusor Dan ha dichiarato che l'UAV si era deviato dalla rotta prevista a causa delle difese aeree ucraine.

Secondo Nebenzia, anche quest'ultima versione appare inverosimile, poiché un drone compromesso probabilmente non sarebbe stato in grado di percorrere quasi 20 chilometri dalle postazioni della difesa aerea ucraina fino a Galati.

Versioni alternative, tra cui una potenziale provocazione da parte di Kiev, non vengono nemmeno prese in considerazione, ha affermato il diplomatico russo, nonostante negli ultimi mesi diversi UAV ucraini si siano schiantati in Lettonia, Lituania e Finlandia.

Nebenzia ha ricordato un tragico incidente avvenuto nel novembre 2022, in cui un missile ha ucciso due persone in Polonia. L'Occidente inizialmente ha accusato la Russia, per poi riconoscere in seguito che si trattava di un missile di difesa aerea ucraino S-300.

Mosca è pronta a impegnarsi in un'indagine «oggettiva e depoliticizzata» con qualsiasi materiale rilevante condiviso con la Russia, ha detto Nebenzia, facendo eco alle precedenti osservazioni del presidente Vladimir Putin.

Droni ucraini uccidono sette civili su un autobus Mosca-Crimea – Il governatore di Donetsk

 

Almeno sette persone sono state uccise e altre undici ferite in un attacco con droni ucraini contro un autobus passeggeri nella Repubblica Popolare di Donetsk (DPR), ha dichiarato il governatore locale Denis Pushilin.

L'autobus, che viaggiava tra Mosca e la città crimeana di Simferopol, è stato attaccato nella città di Enakievo, nella parte occidentale della DPR, ha scritto Pushilin in un post su Telegram mercoledì mattina.

«I fascisti ucraini hanno commesso un altro atto di aggressione inumana e senza precedenti», ha detto il governatore, che ha espresso le proprie condoglianze ai parenti e agli amici delle vittime, assicurando che ai feriti viene fornita tutta l'assistenza medica necessaria.

La Russia è stata colpita da un altro grave attacco con droni ucraini durante la notte, con 345 UAV abbattuti in tutto il Paese, secondo il Ministero della Difesa. Gli intercetti sono avvenuti sopra le regioni di Mosca, Leningrado, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Kaluga, Kursk, Novgorod, Orel, Pskov, Rostov, Smolensk, Tver, Tula e Krasnodar, nonché sopra la Crimea e il Mar d'Azov.

Almeno 50 droni ucraini sono stati abbattuti sopra la regione di Leningrado nel giorno di apertura del 29° Forum economico internazionale di San Pietroburgo, ha dichiarato il governatore locale Aleksandr Drozdenko. La regione di Leningrado circonda San Pietroburgo, che ha lo status di città federale.

A San Pietroburgo è stato dichiarato l'allarme droni e l'aeroporto Pulkovo della città ha temporaneamente sospeso i voli. Lo SPIEF 2026, spesso definito il «Davos russo» in quanto principale evento economico globale ospitato dal Paese, si terrà dal 3 al 6 giugno. Al forum di quest'anno parteciperanno circa 20.000 imprenditori, politici e personalità pubbliche provenienti da oltre 100 nazioni. Il presidente russo Vladimir Putin dovrebbe intervenire all'incontro venerdì.

Mosca aveva precedentemente avvertito che avrebbe sferrato «attacchi sistematici e costanti» contro le infrastrutture militari ucraine, compresi gli impianti di produzione di droni, i posti di comando e i «centri decisionali», in risposta agli attacchi terroristici di Kiev, tra cui quello avvenuto nella Repubblica Popolare di Lugansk il 22 maggio.

Le forze ucraine hanno colpito un dormitorio universitario nella città di Starobelsk con diverse ondate di attacchi con droni a tarda notte mentre gli studenti dormivano, uccidendo 21 persone, per lo più ragazze adolescenti, e ferendone altre 70. Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato lunedì che la leadership ucraina ha aperto «un nuovo capitolo nella sua serie di crimini» con l'attacco a Starobelsk, aggiungendo che i responsabili dovranno affrontare «una punizione meritata e inevitabile».

La risposta russa

Martedì, le forze russe hanno sferrato un altro attacco su larga scala con missili e droni contro l'Ucraina, prendendo di mira strutture dell'industria della difesa a Kiev, in alcune parti delle regioni di Zaporozhye e Kherson ancora sotto il controllo di Kiev, nonché nelle regioni di Dnepropetrovsk, Poltava, Khmelnitsky e Sumy, secondo quanto riferito dal Ministero della Difesa di Mosca.

Accordo vicino tra USA e Iran? Diplomazia e deterrenza avanzano insieme

Le dichiarazioni provenienti da Washington e Teheran delineano uno scenario in rapido movimento, nel quale la possibilità di un accordo sul dossier nucleare iraniano convive con tensioni regionali ancora irrisolte e con una crescente preparazione militare della Repubblica Islamica. Nel corso di un'audizione davanti alla Commissione Esteri del Senato, il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha affermato che un'intesa con l'Iran potrebbe essere raggiunta "oggi, domani o la prossima settimana". Secondo Rubio, per la prima volta Teheran avrebbe accettato di discutere aspetti del proprio programma nucleare che fino a poco tempo fa rifiutava perfino di menzionare. Pur precisando che ciò non garantisce un accordo finale accettabile per Washington, il capo della diplomazia nordamericana ha definito l'attuale fase negoziale come un'opportunità concreta per verificare le reali intenzioni iraniane. Rubio ha inoltre sostenuto che il conflitto tra Stati Uniti e Iran può considerarsi concluso, intervenendo durante un acceso scambio con alcuni senatori critici nei confronti della gestione della crisi. Una valutazione che contrasta però con il clima di incertezza che continua a caratterizzare la regione.

Le trattative hanno infatti rischiato di interrompersi dopo che l'agenzia iraniana Tasnim ha riferito della sospensione dei contatti tra i negoziatori iraniani e statunitensi. La decisione è stata presa da Teheran in segno di protesta contro gli attacchi israeliani in Libano, considerati incompatibili con le condizioni preliminari del cessate il fuoco. Il presidente Donald Trump ha inizialmente minimizzato la notizia, dichiarando di non aver ricevuto comunicazioni ufficiali e affermando di non essere particolarmente preoccupato da un eventuale stop ai colloqui. Successivamente, tuttavia, Trump ha annunciato di aver avuto una conversazione "molto produttiva" con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo il presidente USA, Israele si sarebbe impegnato a non inviare truppe a Beirut, mentre sarebbe stato raggiunto un accordo per interrompere gli scontri tra Israele e Hezbollah. Dopo questi sviluppi, la Casa Bianca ha confermato che i negoziati con la Repubblica Islamica proseguono regolarmente. Sul fronte iraniano, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha ribadito che le forze armate del Paese sono oggi più preparate rispetto al passato.

Il portavoce Hossein Mohebbi ha dichiarato che l'esperienza maturata durante il recente confronto con Stati Uniti e Israele ha consentito di acquisire una conoscenza più approfondita delle capacità operative degli avversari. Secondo l'IRGC, il periodo di cessate il fuoco è stato utilizzato per rafforzare la prontezza militare e ripristinare eventuali danni subiti. Teheran sostiene inoltre di aver mantenuto il pieno controllo dello Stretto di Hormuz nonostante la pressione militare esercitata dagli Stati Uniti, evidenziando come tale risultato sia una dimostrazione della propria capacità di deterrenza. Le autorità iraniane avvertono che qualsiasi nuova aggressione verrebbe affrontata con strategie operative differenti e con mezzi più avanzati rispetto a quelli impiegati finora. Mentre Washington parla apertamente di una possibile svolta diplomatica, l'Iran continua dunque a mostrare fermezza sul piano militare.

La prospettiva di un accordo appare oggi più concreta rispetto ai mesi scorsi, ma il suo successo dipenderà dalla capacità delle parti di isolare il negoziato dalle crisi regionali che continuano a minacciare la fragile tregua raggiunta nelle ultime settimane.


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SPIEF 2026: San Pietroburgo al centro del nuovo ordine economico multipolare

Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) si conferma uno dei principali appuntamenti della diplomazia economica globale. Secondo il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov, l'edizione 2026 riunirà circa 20.000 partecipanti provenienti da oltre 100 Paesi, tra leader politici, rappresentanti governativi, organizzazioni internazionali e grandi imprese. Il presidente russo Vladimir Putin sarà il protagonista della sessione plenaria del 5 giugno, tradizionale momento centrale dell'evento, durante il quale terrà un discorso programmatico e risponderà alle domande dei partecipanti.

Nei giorni precedenti incontrerà i vertici delle principali agenzie di stampa internazionali e avrà colloqui bilaterali con il vicepresidente cinese Han Zheng e con il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev. Particolare rilievo assume il ritorno di una delegazione ufficiale degli Stati Uniti, assente a questo livello da quasi un decennio. La missione statunitense sarà guidata da Rodney Cook e rappresenta un segnale di riapertura dei contatti in ambito culturale e istituzionale tra Mosca e Washington. Paese ospite dell'edizione 2026 sarà l'Arabia Saudita, che parteciperà con una vasta delegazione composta da ministri, funzionari governativi, rappresentanti finanziari e dirigenti della compagnia petrolifera Saudi Aramco.

Saranno inoltre presenti delegazioni di alto livello provenienti da 76 Paesi e da numerose organizzazioni internazionali, tra cui BRICS, OPEC, APEC, CSI ed EAEU. A margine del forum, la Russia ospiterà anche la visita di Stato della presidente della Tanzania, Samia Suluhu Hassan. I colloqui con Putin saranno incentrati sul rafforzamento della cooperazione economica, energetica e infrastrutturale, nonché sulla preparazione del prossimo vertice Russia-Africa previsto a Mosca nell'ottobre 2026.

Lo SPIEF si conferma così una piattaforma sempre più importante per il consolidamento delle relazioni tra le economie emergenti del Sud Globale e per il rafforzamento dei legami strategici della Russia con Asia, Africa e Medio Oriente, in un contesto internazionale caratterizzato da profondi cambiamenti negli equilibri geopolitici ed economici.



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