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Il 12 giugno della Russia e l'accerchiamento euro-atlantico


di Fabrizio Poggi

Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell'URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell'Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevi? che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall'Ucraina di Leonid Krav?uk. Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja puš?a, Boris Eltisn Stanislav Šuškevi? e Leonid Krav?uk decretavano a tavolino la fine dell'URSS.

Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell'URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia. 

In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell'URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico. Si celebrano con ciò stesso, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l'iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni '90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all'anno. Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni '90, grazie alle “riforme eltsiniane”.

A corredo, in quegli anni, il cosiddetto “far west” del primo capitalismo e della “accumulazione originaria” del capitalismo russo: diffusa criminalità economica, omicidi su commissione per accaparrarsi il controllo sulle aziende statali messe all'incanto con la privatizzazione della proprietà socialista avviata da Anatolij Chubajs. A seguire: deindustrializzazione, scadimento della ricerca scientifica e tecnologica, “ottimizzazione” delle sfere sociali come istruzione e servizi sanitari, innalzamento di cinque anni dell'età pensionabile, secondo i dettami del FMI. Il 1 giugno 1992 il governo Eltsin-Gajdar sottoscriveva col FMI una “Lettera di intenti” con cui si impegnava, nel passaggio all'economia di mercato, ad adottare solo norme, codici e Costituzione dettati dal FMI. Non si può dimenticare come quello che oggi viene spesso citato a proposito di quello che dovrebbe essere il corretto atteggiamento nei confronti della Russia, l'economista americano Jeffrey Sachs, fosse all'epoca alla testa delle centinaia di funzionari yankee che “indicavano” alla squadra eltsiniana come tradurre in pratica il programma di “Passaggio al mercato” della Russia, acclamato dalle “democrazie” euro-atlantiche come “nuova era della civiltà”. Un'era in cui scoppiarono in Russia conflitti armati regionali, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.

Passato il periodo del cosiddetto capitalismo selvaggio e assestatesi gradualmente le proprietà delle immense ricchezze privatizzate, soprattutto nei diversi rami dell'industria estrattiva e mineraria, lo stato russo tornava poi gradualmente a controllare lo sviluppo del nuovo (nuovo, nel senso del ritorno alla vecchia formazione sociale pre-sovietica) ordine socio-economico capitalistico.

Ma, perché sia chiara la contrapposizione tra due epoche, ecco che anche nella ricorrenza del 12 giugno e della proclamata “sovranità”, come avviene da anni con la parata del 7 Novembre – in cui si celebra non la data della Rivoluzione d'ottobre, ma la sfilata militare del 1941 – sulla piazza Rossa si copre “pudicamente” il mausoleo di Lenin con schermi disegnati coi colori della nuova (anche qui: “nuova” riprendendo i colori della Russia zarista) bandiera russa. Un chiaro simbolismo, dicono i comunisti russi, del confronto tra due sistemi sociali e di quale dei due, socialista o borghese, testimoni della realtà russa attuale, a dispetto di alcune affermazioni della leadership del Cremlino, forse troppo frettolosamente interpretate da alcuni come “ritorno al passato sovietico”.

Tutto questo non significa che non si debbano adottare oggettivi atteggiamenti nei confronti della “nuova” Russia capitalista, impegnata a difendere il proprio spazio dalle mire aggressive delle compagini guerrafondaie euro-atlantiste, bramose di mettere le mani su quelle ricchezze che nel 1991 sembravano così a portata di mano per i capitali occidentali e che, invece, il Cremlino si è impegnato a preservare per i capitali russi. In questo senso, senza soffermarsi particolarmente sulle “cose della guerra” in Ucraina, di cui peraltro parliamo pressoché quotidianamente, si può notare che le radici e le cause del conflitto “per interposta Ucraina”, scatenato da USA-NATO-UE ai danni della Russia, affondano ben lontano nel tempo, forse molto prima del golpe nazional-nazista del 2014 a Kiev. Se quest'ultimo ha condotto l'ex Repubblica sovietica sulla definitiva strada del confronto armato, è però sin dagli anni '50 – si è scritto ripetutamente -  che la CIA aveva individuato in determinate regioni ucraine i “punti di forza” di un assalto anche armato all'Unione Sovietica e, successivamente, si sia continuato a puntare sulle spinte nazionaliste attive nel paese sin da inizi '900 per fomentare quei sentimenti che poi sarebbero stati ben sfruttati negli anni '90, sfociando appunto nel famigerato golpe nazista del 2014.

L'accerchiamento militare anti-russo portato dalla NATO sin dai primi anni '90, con l'assorbimento via via degli ex stati socialisti d'Europa orientale, completa il quadro del concreto retroterra alla base della guerra guerreggiata in corso dal 2022, in vista dello scontro militare diretto per il quale le cancellerie europee non si reputano ancora sufficientemente pronte.
Ecco dunque che quando il signor Marco Imarisio, sul solito Corriere della Sera, scrive che «Da una scintilla, l’immane incendio», intendendo paragonare, par di capire, “l'improvviso” scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022 a quello che, sin dai tempi di scuola, viene presentato come “l'inatteso” «attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando» e, poi, sembrerebbe voler paragonare «le sofferenze dei soldati in trincea» nella guerra del 1914-'18 e «l’enormità dell’accaduto, un massacro senza senso e senza una vera causa che non fosse un pretesto», al conflitto in Ucraina, non resta che ricordare a certi articolisti alcune considerazioni degli analisti militari che, di guerre, se ne intendevano abbastanza. Non è necessario affrontare il tema del paragone tra i massacri degli assalti alla baionetta, dei gas mortali, delle decimazioni contro i contadini in uniforme che non ne volevano sapere di esser mandati al macello, da un lato, e le vittime dell'attuale conflitto in Ucraina: dato che ogni singola vita ha valore e il massacro non si conta sui numeri.

Non è questo il punto. E lasciamo alla coscienza del signor Imarisio anche il paragone tra il macello imperialista delle trincee del 1914, voluto dalle potenze contrapposte dell'Intesa e dell'Alleanza per la spartizione delle sfere coloniali e dei profitti del capitale finanziario, da una parte e i motivi addotti, a detta dell'articolista, da «chi ha scatenato questa nuova carneficina», cioè il conflitto in Ucraina, dall'altra. Perché, evidentemente, secondo il signor Imarisio, non è altro che Vladimir Putin che avrebbe scatenato la guerra, facendo quindi scoccare “la scintilla” di un conflitto mondiale, proprio come con l'attentato di Sarajevo. Quello che c'è stato prima del 2022 non conta più: i rapporti tra mire del capitale occidentale e ricchezze russe non contano più, come non esiste più l'accerchiamento militare della NATO.

Fermiamoci qui. Ci permettiamo solo di citare, ancora una volta, le osservazioni di Carl von Clausewitz, secondo cui «Tutti sanno che le guerre sono innescate solo dai rapporti politici tra governi e popoli; ma generalmente si rappresentano la questione come se con l'inizio della guerra quei rapporti cessino e si presenti una situazione del tutto diversa, subordinata solo a proprie leggi speciali. Noi sosteniamo il contrario: la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l'intervento di altri mezzi». La bramosia del capitale occidentale per le ricchezze della Russia e l'accerchiamento militare del paese danno il quadro di quei «rapporti politici tra governi e popoli» di cui parlava Clausewitz. A quel punto, conta solo molto relativamente chi abbia “attaccato per primo” e solo nelle rappresentazioni liberal-confessionali si continua a piangere per “l'aggredito” e a maledire “l'aggressore”.
La “scintilla” evocata dal signor Imarisio somiglia a quella situazione irrisa da Vladimir Lenin con il famoso aforisma secondo cui alcuni rappresentano l'inizio della guerra «in maniera infantile e ingenua, del tipo che di notte qualcuno abbia agguantato un altro per la gola e i vicini debbano salvare la vittima dell'aggressione... come dire: vivevano in pace, poi uno ha attaccato e l'altro si è difeso». Dire che Putin abbia acceso “la scintilla”, scatenando la guerra in Ucraina senza alcun motivo, serve gli interessi di chi, secondo i piani bellicisti euroatlantisti, è impegnato a preparare la militarizzazione delle società europee in vista della guerra programmata dalle cancellerie europee per il 2030. 

«Vivevano in pace i popoli», scriveva ancora Lenin; «poi si sono azzuffati! Come fosse vero! Davvero si può spiegare la guerra senza metterla in relazione con la precedente politica di quello stato, di quel sistema di stati, di quelle classi?».

La Cina non i USA (né si racconta per slogan)

 

 

di Giovanni Amicarella

 

Difficile parlare di Cina. O almeno, facile farlo in modo approssimativo, nel bene e nel male.

Di analisi sulla Cina eccessivamente critiche ci ha ben abituato la presenza fitta e pingue nella stampa “mainstream” di penne particolarmente affilate (e altrettanto ignoranti), con una precisa agenda politica. Di analisi poco profonde, a tratti infantili e speranzose, di una Cina scevra da difetti e criticità ci hanno abituato invece in parte certe branche “antisistema“.

Da una parte, c'è il vecchio leitmotiv nazionalpopolare distorto e remixato da Washington, per cui qualsiasi cosa venga fuori da una definizione arbitraria di "Occidente" è automaticamente il male. Se prima il male erano i sovietici, e per una parentesi limitata (e poco sentita) sono tornati ad esserlo i russi, adesso il male deve essere necessariamente una potenza che tiene testa alle ultime vestigia dell'Impero (da amante del classico, uso questo termine a malincuore). I cinesi dis-piacciono perché sono comunisti, o perché lo sono troppo poco. A volte dispiacciono per la sorveglianza, ignorando completamente quanto gli apparati di repressione del libero Occidente già abbiano messo le mani su qualsiasi dato in nostro possesso come cittadini.

Dall'altra, c'è un sentimento che da socialista mi preoccupa terribilmente. È quella vanagloria da circolino ereditata dai momenti di peggiore resa del movimento operaio: guardare a inserire capitale estera. Se il guardare a Mosca ha regalato gioie e dolori, stesso possiamo dire del guardare a Pechino. Inutilmente si sono sprecati i compagni cinesi nello spiegare, anche in diverse lingue, che il loro modello tendente al socialismo non sia esportabile, che si basi su una struttura e sovrastruttura che ha ben poco in comune (seppur vi si possa vedere dei punti di contatto, ci tornerò dopo) con le società europee. Figuriamoci con la "società" statunitense. 

Oltretutto, ambedue le barricate, che sono ridicolmente basate sulla stessa ignoranza (denigrare e feticizzare, si sa, spesso coincidono) possono dormire sonni tranquilli, come potremo vedere a breve.

Se c’è una cosa che accomuna l’opera di Fabio Massimo Parenti alle analisi internazionali del CeSEM - Centro Studi Eurasia Mediterraneo, per cui faccio il responsabile comunicazione, è proprio la capacità di dare strumenti di analisi critica, per formare coscienze critiche

In un'epoca di anestetizzazione sociale, l'unica cura è il tornare a interessarsi delle cose. L'unico modo per portare la gente a interessarsi delle cose è dargli degli strumenti di analisi, che per utilità e prassi vadano oltre agli slogan sputacchiati dal megafono o i video acchiappaclick.

Attraverso analisi che toccano dalla dimensione confuciana a quella di mercato, da quella geopolitica a quella etnica, il volume, tramite anche le presentazioni che ne sono derivate, ha contribuito a decostruire, a un pubblico sempre numeroso e partecipativo, una serie di preconcetti.

Il libro nasce dopo alcune riflessioni dall’anno scorso, dopo che la Cina decide di non accettare più i diktat statunitensi, reagendo autonomamente contro l’imposizione dei dazi. Parenti ha così l’ispirazione, radicata anche nel suo interesse della storia cinese, di una Cina che non si fa più usare. Per l’appunto, non si USA.

Non si usa perché si è già fatta usare, anche troppo.

Il secolo di umiliazione, in cui le potenze occidentali e vicine ne hanno fatto il bello e cattivo tempo, ha lasciato un principio radicato. Invece di diventare bieco revanchismo, cosa che sarebbe potuta tranquillamente essere, la classe dirigente cinese l’ha saputo trasformare in un esempio pratico di cosa non fare. Per la Cina il punto focale è il mantenimento della stabilità.

Una stabilità interna, in cui l’ascolto della base e del malcontento (si veda il passaggio graduale verso le rinnovabili, o verso idee come quella della civiltà ecologica) che viene canalizzato in virtù di quello che, la vecchia Cina, avrebbe definito “mandato celeste“. Una capacità di agire nel giusto da parte del governante senza esercitare repressione. Un concetto, se vogliamo, abbastanza analogo alla nostra “pax deorum” di romana memoria.

Una stabilità esterna, su logica binaria: l’aiuto al mantenimento di stabilità di paesi del ‘siddetto terzo mondo con progetti di infrastrutture e sviluppo, una non ingerenza all’interno dei percorsi ideologici e sociali delle nazioni con cui collaborano, che rientra nella lettura delle comunità umane dal futuro condiviso. Questo penultimo punto è bene ribadirlo ogni tanto, spegne un po' di spauracchi a destra e speranze a sinistra.

L’uso della violenza per la risoluzione dei conflitti infatti, siano essi interni o esterni, è visto come un fallimento del governante. Valori che per la Cina non sono certamente una novità, derivando da autori decisamente stagionati: Lao Tsé, Sun Tzu, Confucio. Tutti hanno scritto a loro modo di guerra, con la priorità sempre di sfinire il nemico senza combatterlo direttamente, puntando poi a una pace.

Quel principio che nello splendido Tao Te Ching, di cui consiglio la lettura visto che l'edizione non commentata è veramente breve e scorrevole, viene definito Wu Wei "lasciar scorrere/non agire". Lasciar sì che non vi sia necessità di forzare gli eventi, che tutto (dalla società, alla geopolitica) segua un ordine naturale delle cose. 

 

"Quei che volendo tenere il mondo

lo governa,

a mio parere non vi riuscirà giammai.

Il mondo è un vaso sovrannaturale

che non si può governare:

chi governa lo corrompe,

chi dirige lo svia,

poiché tra le creature

taluna precede ed altra segue,

taluna è calda ed altra è fredda,

taluna è forte ed altra è debole,

taluna è tranquilla ed altra è pericolosa.

Per questo il santo

rifugge dall'eccesso,

rifugge dallo sperpero,

rifugge dal fasto." XXIX - Non agire

L'imperatore romano Marco Aurelio ebbe a dire qualcosa di analogo nei suoi Pensieri (conosciuto anche come Meditazioni, altra lettura consigliata): "Hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni. Renditi conto di questo e troverai la forza". 

Il governante, insomma, è abile quando riconosce di avere un limite e di sottostare, a sua volta, a un flusso di eventi che non può controllare. 

Sfruttando questo passaggio per tornare a Occidente, la nostra attenzione alla Cina non va però vista come un'estraneità alle questioni più impellenti sul piano nazionale.

Su questo il Focus CeSEM "Cina e Unione Europea. Ascesa pacifica e globalizzazione multipolare” (disponibile sul sito del centro), che a Modena è stato presentato assieme all'opera, è un documento che riassume in breve il da farsi.

Nell’ambito della geopolitica infatti, un fronte di lotta che si fa sempre più pressante (e altrettanto, palesemente, in primo piano) è quello dell’informazione. L’informazione rappresenta oggi uno dei primi terreni di scontro per quanto concerne i conflitti e le risoluzioni, più o meno pacifiche, delle problematiche fra Stati: basti vedere la guerra d’informazione che si è consumata (e si sta ancora consumando) sul conflitto russo-ucraino, quelle sui vari conflitti fra Stati vicini (ad esempio Pakistan e Afghanistan), sulle sommosse popolari (come nel caso del Nepal) e sulla, in corso, aggressione all’Iran. 

Quando il sensazionalismo prende il posto dell’informazione, sia per propaganda di una precisa visione politica, sia per acchiappaclick (come precedentemente detto), emerge nella sua essenzialità il ruolo dell’analisi critica.

In un mondo in cui l’Occidente è ancora orientato al conflitto, al protezionismo e alle sanzioni, la Repubblica Popolare Cinese si pone come potenza responsabile ed è orientata nell’assumersi maggiori responsabilità nella governance globale, al fine di sostenere un vero multilateralismo e una reale democratizzazione delle relazioni internazionali. Per l’Unione Europea, schiacciata tra contraddizioni interne e pressioni esterne sempre più insostenibili, una partnership privilegiata con Pechino rappresenta perciò l’ultima opportunità per diventare un polo geopolitico autonomo all’interno della scacchiera globale.

L’avvento dell’Amministrazione Trump ha indubbiamente chiarito che il mondo è sempre più tendente a una concezione multipolare del rapporto fra Stati, chi si pone in competizione con gli altri soggetti geopolitici senza possedere a pieno i requisiti per la sovranità rischia di pagarne le conseguenze. Questa considerazione vale a maggior ragione per l’Unione Europea che si autopercepisce quale vettore ideologico di esportazione dei “valori liberali”, ma che è ancora oggi priva di un esercito autonomo e degli strumenti necessari a far rispettare le proprie convinzioni. Non si tratta solo dell’assenza di una Costituzione o di un Ministro degli Esteri europeo; l’UE non possiede quello che è il requisito fondamentale della sovranità: il monopolio della forza all’interno dei propri confini.

Dovendo condividere lo spazio geografico con l’ingombrante “alleato” nordamericano e subirne la volontà politica attraverso la NATO, che rimane un’organizzazione militare indiscutibilmente guidata da Washington.

La contrapposizione tra Stati Uniti e Cina non deve comunque spingere l’Unione Europea a una scelta di campo rigida, ma a definire uno spazio continentale di autonomia, fondato su equilibrio e interdipendenze gestite. 

La Cina, in questo quadro, non è solo rivale, ma anche un interlocutore strategico: è oggi leader mondiale in settori cruciali come le terre rare, la tecnologia verde e le infrastrutture digitali, componenti indispensabili per gli stessi obiettivi di transizione ecologico-digitale e competitività dell’UE. La capacità di Pechino di innovarsi continuamente costringe l’Europa a sviluppare politiche industriali proprie, a investire in ricerca e sviluppo e a sviluppare nuove catene del valore.

Da questo punto di vista, attraverso il dialogo, la tradizione diplomatica italiana, derivata dalla sua storia mediterranea di mediazioni ed equilibri, rappresenta un punto di forza per costruire forme di cooperazione condivisa con tutti i Paesi BRICS.

 

Social-network: la semi-ottica dell'urlatore

 

Quanta nostalgia di Raymond Queneau davanti a questo campionario di fauna digitale! Viviamo tempi di complottismo spicciolo e di un raglio digitale che si pretende dottrina. Oggi, chiunque abbia letto un titolo a metà si sente investito del potere di spiegare il mondo, trasformando la rete in un'assemblea di asini convinti di cantare in un'opera di gala. L'urlatore da salotto ha una missione chiara: spiegare il mondo tra un post e uno spritz, trasformando la rete in un'assemblea di certezze sguaiate.

Il suo metodo è la semi-ottica terminale: osserva la storia dal buco della serratura e il suo ego e ne trae sentenze universali. Il geopolitico da salotto non analizza: decora il vuoto con la propria prosopopea, ignaro di ogni porta stretta che la storia impone. Anche le pulci tossiscono, dice il proverbio. L'urlatore digitale soffre di una sapienza da vetrina, esponendo in bella mostra ciò che non ha in dispensa, e scambiando u piritu per un ruggito. È il trionfo della pulce che, in piena crisi di tosse, si guarda allo specchio e vede un terremoto.

Come direbbe Queneau, siamo di fronte a un esercizio di stile dove il vuoto del bicchiere cerca grottescamente un pieno di significato. E se la realtà non collima? Tanto peggio per lei: l'urlatore da tastiera la manipolerà come plastilina, fino a farla conincidere con la profezia che lui, tra uno spritz e l'altro, ha annunciato per primo.

Ecco il decalogo che guida la sua "scienza":

  1. Il tuo ego è il metro della storia: Tutto ciò che non è filtrato dal tuo feed non ha dignità di cronaca.

  2. U piritu è il tuo argomento principe: Non serve una tesi per stroncare l'altro.

  3. Crea il sospetto dal nulla: Se un fatto non è torbido, sei ancora tre passi indietro nel delirio.

  4. Non avrai altra verità che quella virale: Scarta l'analisi, che è noiosa; divinizza la fake, che è succosa.

  5. Farai pongo dei dati: Se le cifre non quadrano, cambiale; la verità è un'opinione, il tuo capriccio un dogma.

  6. Disprezza la misura: Di fronte a un problema, non cercare il nesso, brandisci lo schema.

  7. Inquina, è il tuo dovere: abbaiare è il compito universale

  8. Il silenzio è un'eresia, puniscila: Se non ragli al massimo, tradisci la community.

  9. L'algoritmo è il tuo unico dio: Se non genera like, il fatto non esiste. La gloria dipende dal tuo ultimo post.

  10. Tu sei il tuo profeta: la tua insignificanza è un mito, sei l'ultimo baluardo dello spritz.

Cina-Corea del Nord, il ritorno dell’asse socialista nell’Asia-Pacifico

La visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping in Corea del Nord segna uno dei più importanti sviluppi geopolitici dell'Asia nord-orientale degli ultimi anni. Il viaggio, conclusosi il 9 giugno e organizzato in occasione del 65° anniversario del Trattato di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca tra Pechino e Pyongyang, è stato il primo del leader cinese nella Repubblica Popolare Democratica di Corea dal 2019. L'accoglienza riservata a Xi Jinping da Kim Jong Un ha avuto un forte valore simbolico, ma il significato dell'incontro va ben oltre la dimensione protocollare. In un contesto internazionale segnato dalla crescente rivalità tra Cina e Stati Uniti, dalla guerra in Ucraina e dal consolidamento delle partnership eurasiatiche, il vertice ha mostrato la volontà di Pechino e Pyongyang di elevare la cooperazione a un nuovo livello. Durante i colloqui ufficiali, Xi ha proposto di rafforzare il coordinamento strategico, ampliare la cooperazione economica, agricola e commerciale, incrementare gli scambi diplomatici e sviluppare ulteriormente la collaborazione nei settori della sicurezza, delle forze armate, dell'istruzione, della cultura e dei media. Kim Jong Un ha risposto dichiarandosi pronto a portare le relazioni bilaterali su una "nuova e più alta fase qualitativa".

Particolarmente significativa è stata la composizione della delegazione cinese. Accanto al ministro degli Esteri Wang Yi erano presenti il ministro della Difesa Dong Jun e importanti responsabili economici e commerciali. La presenza del capo della Difesa rappresenta un segnale rilevante: è la prima volta dal 1992 che un ministro della Difesa cinese accompagna il presidente della Repubblica Popolare in una visita ufficiale a Pyongyang. Un altro elemento che ha attirato l'attenzione degli osservatori è stata l'assenza di qualsiasi riferimento alla denuclearizzazione della penisola coreana. Per anni questo tema aveva rappresentato una componente centrale della diplomazia cinese verso la Corea del Nord. Oggi, invece, Pechino sembra attribuire priorità alla stabilità strategica regionale e al consolidamento delle proprie alleanze piuttosto che alla questione nucleare. Dietro la visita emerge inoltre una più ampia ridefinizione degli equilibri asiatici. Dopo gli incontri avvenuti nelle scorse settimane tra Xi Jinping, Vladimir Putin e Donald Trump, il viaggio del leader cinese appare come un'operazione di coordinamento politico tra partner strategici in un momento di forte trasformazione dell'ordine internazionale.

Gli esperti russi sottolineano come il riavvicinamento tra Cina e Corea del Nord si inserisca in una tendenza positiva iniziata nel 2025 e rafforzata parallelamente alla crescente cooperazione tra Mosca e Pyongyang. Lontano dalle interpretazioni che descrivono una competizione tra Russia e Cina per l'influenza sulla Corea del Nord, gli analisti evidenziano piuttosto una divisione funzionale dei ruoli. La Cina rimane il principale partner commerciale della Corea del Nord, assorbendo esportazioni di materie prime e fornendo beni industriali indispensabili all'economia nordcoreana. La Russia, invece, rappresenta una fonte di risorse energetiche, investimenti, tecnologia e forniture che Pechino preferisce non trasferire. In questo quadro, la Corea del Nord sembra perseguire una strategia di equilibrio. Pur rafforzando i rapporti con la Cina, Pyongyang evita di apparire eccessivamente dipendente da Pechino e continua a valorizzare la propria crescente partnership con Mosca. Non a caso, i media nordcoreani hanno dato grande risalto alla visita di Xi ma hanno evitato di enfatizzare i riferimenti all'espansione della cooperazione militare con la Cina. Per Pechino, tuttavia, il messaggio è chiaro. La Corea del Nord mantiene un valore strategico crescente come elemento di contenimento dell'influenza USA nella regione, soprattutto mentre Corea del Sud e Giappone rafforzano il proprio allineamento con Washington.

L'incontro di Pyongyang conferma inoltre che il trattato firmato nel 1961 continua a rappresentare l'unico accordo di difesa reciproca formalmente attivo della Cina. Un dato spesso sottovalutato ma che assume oggi un significato particolare nel quadro della competizione globale tra blocchi geopolitici. La visita di Xi Jinping sembra dunque certificare l'emergere di un nuovo triangolo strategico composto da Cina, Russia e Corea del Nord. Pur mantenendo interessi distinti e relazioni non prive di differenze, i tre Paesi condividono una crescente convergenza nel contrastare la pressione occidentale e nel promuovere un ordine internazionale multipolare. In un momento in cui gli equilibri globali stanno rapidamente cambiando, il vertice di Pyongyang appare come un segnale che va oltre la penisola coreana: l'Eurasia continua a consolidare le proprie reti di cooperazione politica, economica e strategica, riducendo progressivamente lo spazio di manovra delle strategie di contenimento promosse dagli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico.


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Negoziati, missili e Hormuz: la partita decisiva tra USA e Iran

La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase estremamente delicata, in cui diplomazia e confronto militare si intrecciano in modo sempre più evidente. Da un lato, il presidente statunitense Donald Trump continua a sostenere che un accordo con Teheran sarebbe ormai vicino; dall'altro, le autorità iraniane respingono tali affermazioni come una combinazione di realtà e propaganda destinata a costruire l'immagine di una vittoria diplomatica USA e allontanare gli spettri di una sconfitta strategica. Secondo fonti iraniane, il testo di una possibile intesa non è stato ancora approvato e restano aperte questioni fondamentali. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha confermato che gran parte del documento sarebbe ormai definita, ma ha sottolineato che le continue modifiche e i cambiamenti di posizione di Washington continuano a ostacolare il processo.

Teheran insiste sul fatto che qualsiasi accordo dovrà rispettare le proprie "linee rosse" strategiche e includere meccanismi di risposta immediata nel caso di future violazioni statunitensi. Le tensioni sono state alimentate dagli ultimi scontri militari nel Golfo Persico. Nelle scorse ore gli Stati Uniti hanno condotto attacchi contro obiettivi nella provincia iraniana di Hormozgan e lungo la costa meridionale del Paese, giustificandoli come operazioni necessarie per proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz. Le autorità iraniane sostengono invece che tali azioni rappresentino una violazione del cessate il fuoco raggiunto ad aprile e una dimostrazione della persistente ostilità USA. Particolarmente controversi sono stati gli attacchi contro infrastrutture civili. Secondo le autorità locali, due serbatoi idrici nella contea di Sirik sarebbero stati colpiti dai bombardamenti statunitensi, provocando l'interruzione della fornitura di acqua potabile a oltre 20.000 persone in piena estate. Teheran ha denunciato l'episodio come una grave violazione del diritto internazionale. La risposta iraniana non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato attacchi missilistici e con droni contro installazioni militari statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania, oltre all'abbattimento di un drone MQ-9 Reaper nei pressi dello Stretto di Hormuz.

Secondo Teheran, tali operazioni dimostrano che le capacità militari della Repubblica Islamica restano pienamente operative, smentendo le dichiarazioni di Trump secondo cui le forze armate iraniane sarebbero state "completamente distrutte". Lo scontro narrativo è diventato ormai parte integrante della crisi. Mentre Trump afferma che l'Iran sarebbe vicino ad accettare le condizioni nordamericane, i dirigenti iraniani sostengono che Washington abbia dovuto ritirare alcune richieste avanzate nelle ultime settimane attraverso la mediazione del Qatar, dopo il fallimento delle pressioni militari e diplomatiche esercitate su Teheran. Al centro della contesa rimane però lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota cruciale del commercio energetico mondiale. L'Iran ha annunciato la chiusura completa del passaggio marittimo fino a nuovo ordine, trasformando la questione in una sfida strategica globale. Numerosi analisti occidentali riconoscono ormai che gli Stati Uniti non dispongono di una soluzione semplice per garantire il controllo della rotta senza tenere conto dell'influenza iraniana. Esperti di politica internazionale e centri di ricerca occidentali evidenziano come la geografia rappresenti uno dei principali strumenti di deterrenza di Teheran.

Missili, droni, capacità asimmetriche e la posizione dominante lungo le coste del Golfo consentono all'Iran di esercitare una pressione costante sui traffici energetici e commerciali internazionali. Le conseguenze economiche sono già visibili. L'incertezza sulla sicurezza dello Stretto ha alimentato la volatilità dei mercati energetici e contribuito all'aumento dei prezzi del petrolio. Secondo alcune stime citate dalla stampa USA, il conflitto avrebbe già generato costi significativi per le famiglie statunitensi attraverso il rincaro dei carburanti e dell'energia. In questo contesto, Washington appare stretta tra due opzioni entrambe problematiche: proseguire l'escalation militare, con il rischio di aggravare i costi economici e geopolitici del confronto, oppure accettare una de-escalation negoziata che richiederebbe concessioni difficili da giustificare sul piano politico interno. Per il momento, nonostante le dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca, un accordo definitivo sembra ancora lontano. Le ultime settimane hanno mostrato come il confronto tra Stati Uniti e Iran non sia più soltanto una disputa sul programma nucleare, ma una più ampia competizione strategica per il controllo degli equilibri regionali, delle rotte energetiche e dell'assetto geopolitico del Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz si conferma così il punto nevralgico di una crisi che continua ad avere implicazioni ben oltre i confini del Golfo Persico.


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La narrativa del declino russo si scontra con la realtà del campo di battaglia

Mentre gran parte dei media occidentali continua a descrivere la Russia come un attore in difficoltà sul campo di battaglia, gli sviluppi delle ultime settimane raccontano una realtà più complessa e, per molti aspetti, diversa da quella proposta dalla narrativa dominante. Secondo il ministero della Difesa russo, nell'ultima settimana le forze di Mosca hanno assunto il controllo di cinque nuovi insediamenti tra la regione di Kharkov e la Repubblica Popolare di Donetsk: Shevchenko, Okhrimovka, Khimik, Roskoshnoye e, più recentemente, Priyut. Si tratta di avanzate che confermano il mantenimento dell'iniziativa operativa russa lungo diversi settori del fronte e che smentiscono l'immagine di un esercito bloccato o in ritirata. L'evoluzione militare si accompagna a un cambiamento politico e strategico sempre più evidente.

A Mosca cresce infatti la convinzione che il conflitto sia entrato in una nuova fase, caratterizzata da una progressiva escalation e da una revisione delle regole d'ingaggio adottate finora. A segnare questo passaggio è stato soprattutto l'attacco contro il dormitorio del collegio pedagogico di Starobelsk, che ha provocato la morte di almeno 21 persone, in gran parte giovani studentesse. Il regime di Kiev ha sostenuto che l'edificio ospitasse personale militare russo, ma Mosca respinge categoricamente questa versione e afferma che non sono mai state presentate prove a sostegno dell'accusa. L'episodio ha avuto un forte impatto sull'opinione pubblica russa e sulla leadership del Cremlino. Il presidente Vladimir Putin ha definito l'attacco un atto terroristico e ha ordinato il rafforzamento delle misure di sicurezza in scuole, università, strutture sociali e infrastrutture civili in tutto il Paese. Nello stesso intervento ha accusato gli avversari della Russia di non esitare a colpire obiettivi civili.

La tensione è stata ulteriormente alimentata da un altro attacco ucraino contro un museo di Sebastopoli, in Crimea, che custodiva il celebre panorama "La Difesa di Sebastopoli" del pittore Franz Roubaud. Secondo le autorità locali, l'opera sarebbe stata quasi completamente distrutta dall'incendio provocato dall'impatto di un drone. In questo contesto, da Mosca emerge una linea sempre più dura. Diversi analisti e osservatori vicini agli ambienti strategici russi sostengono che il Cremlino consideri ormai superata la fase della cosiddetta "operazione limitata". L'obiettivo dichiarato resta quello di colpire le strutture politico-militari responsabili delle decisioni operative ucraine, ma con una disponibilità crescente ad ampliare la pressione sui centri decisionali di Kiev. Secondo questa interpretazione, i recenti attacchi missilistici contro la capitale ucraina non rappresentano soltanto operazioni militari, bensì un messaggio politico preciso: se continueranno gli attacchi contro il territorio russo, le infrastrutture strategiche e la popolazione civile, la risposta di Mosca sarà sempre più diretta e intensa.

La leadership russa presenta questa strategia come una logica di deterrenza fondata sul principio della reciprocità. In altre parole, ogni escalation da parte ucraina sarebbe destinata a generare una risposta ancora più severa da parte russa, spostando progressivamente il conflitto verso i centri nevralgici del potere del regime di Kiev. Al di là delle interpretazioni politiche, un dato appare difficilmente contestabile: dopo oltre quattro anni di guerra, la Russia continua a conquistare territorio, mantiene una significativa capacità offensiva e non mostra segnali di collasso militare. Le nuove avanzate nel Donbass e nella regione di Kharkov, unite all'intensificazione delle operazioni missilistiche a lungo raggio, indicano che Mosca conserva risorse, capacità industriali e margini operativi ben superiori a quelli spesso descritti nel dibattito mediatico occidentale. Questo non significa che la Russia sia vicina a una vittoria definitiva o che l'Ucraina sia sul punto di cedere. Significa però che la rappresentazione di una Russia ormai esausta e in costante arretramento non trova conferma negli sviluppi più recenti del conflitto.


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Sorella, questa è anche la mia storia. (una riflessione su “Obsession” di Curry Barker)

 

di Camilla Costantini

Bear è il tipico bravo ragazzo, un po’ timido, un po’ impacciato. Un ragazzo che non faremmo fatica a definire “un cucciolone”: lo suggerisce il suo stesso nome. Bear è convinto di essere perdutamente innamorato della sua amica Nikki, una ragazza solare, piena di vita e di sogni. Una ragazza libera.

All’inizio del film, Nikki, durante una chiamata, dice a Bear di aver perso una delle sue collane preferite. Bear va in un negozio e cerca una collana da regalarle, ma la sua attenzione viene catturata da un altro oggetto: un bastoncino del desiderio da sette dollari. Decide di comprarlo.

Nikki, Bear e i loro due amici, Sarah e Ian, passano la serata in un pub. Quando Nikki dice di voler tornare a casa, Bear si propone di accompagnarla in macchina e, durante il viaggio, le dice di avere un regalo per lei. Ma questo regalo non è veramente per lei. Non è per la Nikki solare, piena di vita e di sogni. Non è sicuramente per la Nikki libera.

Quello che doveva essere un regalo romantico per Nikki si trasforma nel desiderio malato di Bear di possederla: invece che confessarle i suoi sentimenti e accettare la sua risposta, lui esprime un desiderio con il bastoncino che aveva comprato. “Desiderio che Nikki Freeman mi ami più di chiunque altro al mondo”.

Comincia così “Obsession”, film d’esordio di Curry Barker. In un’intervista per il Collider il regista, quando gli hanno chiesto quale sia stata l’idea che ha dato inizio a tutto, ha risposto che lui pensava da un po’ a una persona ossessionata. E Nikki, dopo l’incantesimo, lo diventa: va a vivere a casa di Bear, non vuole più lasciarlo, nemmeno per un secondo. Si comporta da pazza. Vuole Bear tutto per lei. Esistono solo loro due, per Nikki, il resto sparisce.

La domanda che il film ti costringe a farti, però, è: chi è il vero mostro? Nikki che si comporta così, o Bear che ha causato la sua pazzia?

Tra commenti social e dibattiti online, l’opinione pubblica sembra convergere su un punto: il desiderio di Bear viene percepito come qualcosa di puramente innocente, perché lui non poteva sapere che effetti avrebbe avuto sulla vita di Nikki. Non poteva sapere che lei sarebbe diventata completamente dipendente da lui. Ma ci sperava. Bear non sapeva che quel bastoncino potesse funzionare davvero, ma lo sperava. A lui non interessava davvero cosa provava Nikki nei suoi confronti: voleva solo stare con lei, anche se la loro relazione sarebbe stata per sempre basata solo sul suo desiderio egocentrato e, fin dal principio, mai puramente innocente.

E questo ci porta al secondo punto da analizzare, sul quale, invece, in molti si trovano d’accordo: Bear si rende presto conto degli effetti distruttivi che il suo desiderio sta avendo su Nikki, eppure non fa niente per fermarlo.

“Uccidimi” dice Nikki, che per qualche secondo riesce a tornare sé stessa. “Cosa c’è di così male nello stare con me?” le chiede Bear. E qui diventa palese che Bear preferisce avere Nikki chiusa in una gabbia, snaturata. Ma almeno gli appartiene. Almeno è sua. Preferisce avere Nikki morta, piuttosto che non averla affatto.

“Obsession” è la storia di quando non ti credono. È la storia di quando dici che stai subendo una violenza e ti rispondono che stai esagerando, lui sembra un così bravo ragazzo, non farebbe mai una cosa del genere. È la storia di come tutti iniziano a pensare che tu sia pazza. È la storia di come l’ossessionata malata di un uomo ti uccide lentamente. È la storia di un mostro, un mostro che fa molta più paura di quelli sovrannaturali, perché quelli non esistono, ma Bear esiste. È esistito nella vita di migliaia di donne. E alla fine, sorella, ti lascia lì da sola, a ripagare quelli che lui definisce semplici sbagli. Ma tu la tua vita non ce l’hai più. Tu sei morta e ancora respiri.

 

In memoria di Melba Hernandez, eroina rivoluzionaria cubana

 

La vita di Melba Hernandez è piena di storie affascinanti che riflettono il coraggio, la forza e la resilienza delle donne cubane che hanno reso il rovesciamento del regime di Fulgencio Batista, un cagnolino degli Stati Uniti, una realtà. Melba era una combattente e leader nell'esercito ribelle del Movimento del 26 luglio. Divenne una figura politica importante e simbolica della rivoluzione cubana. di Carlos “Carlito” Rovira

 

Durante la lotta armata Melba combatté fieramente al fianco del comandante Fidel Castro Ruz. È stata una collaboratrice fidata del leader rivoluzionario, e dopo la presa del potere questa eroina è entrata a far parte del suo staff esecutivo. La Hernandez ha svolto un ruolo fondamentale durante il periodo critico di consolidamento dell'apparato statale cubano.

Melba fu orientata alla politica dai suoi genitori, che parteciparono alla guerra di Cuba per l'indipendenza del 1895, guidata dal leggendario Jose Marti. Essa era un avvocato che fu colpita dal vedere in prima persona l'inquietante disuguaglianza sociale ed economica a Cuba. Dal momento in cui ha completato la sua istruzione, la giovane Melba divenne empatica con la situazione dei contadini poveri e lo sfruttamento che subivano i lavoratori, diventandone la consulente legale per le loro cause. 

Melba Hernandez e Haydee Santamaria furono le uniche due donne che parteciparono all'attacco del 26 luglio 1953 alla caserma Moncada a Santiago, l'evento che scatenò la rivoluzione cubana. Parte del piano di Fidel Castro Ruz era che gli insorti rivoluzionari entrassero nella zona ristretta circostante a Moncada vestiti con le stesse uniformi dei soldati governativi. Fu Melba a ottenere illegalmente le uniformi, convincendo un funzionario militare che simpatizzava per la causa ribelle, di appoggiare con questo atto la missione.

L'attacco a Moncada fu sanguinoso e finì in un fallimento. Quando terminò, la maggior parte degli insurrezionalisti furono feriti e uccisi. Molti di questi rivoluzionari morirono sotto tortura per mano dei criminali sadici del regime di Batista. Alcuni, come Fidel Castro riuscirono a fuggire e nascondersi nella giungla fino a quando, giorni dopo, non negoziarono una resa attraverso un intermediario.

Hernandez e Santamaria furono arrestate, e condannate a pene detentive più brevi rispetto ai loro compagni e furono rilasciate due anni dopo. Durante la loro carcerazione, Hernandez e Santamaria subirono umilianti abusi da parte dei funzionari della prigione di Batista.

Dopo che furono rilasciate, restarono determinate a svolgere il lavoro di ricostruzione di un movimento di massa e di una rete clandestina, che alla fine avrebbe rovesciato il governo Batista. Melba fu determinante nel far uscire fuori dalla prigione, dove Fidel era tenuto prigioniero, una bozza del suo famoso discorso in aula quando fu processato:“La storia mi assolverà”, uno dei documenti più importanti della rivoluzione cubana.

Dopo la presa del potere il 1° gennaio 1959, la Hernandez fu assegnata a diversi ruoli importanti nel governo. Nel 1960, gli fu affidata la direzione alle prigioni femminili di Cuba. Per Melba, una priorità assoluta fu quella di guidare la riforma carceraria per allinearsi con i principi umani della rivoluzione.

Durante la fine degli anni sessanta, al culmine della feroce guerra coloniale che gli Stati Uniti stavano conducendo contro il popolo vietnamita, Hernandez rischiò la sua vita viaggiando frequentemente nel paese devastato dalla guerra, come capo del Comitato cubano in solidarietà con il Vietnam. È stata anche Segretaria Generale di OSPAAAL, l’Organizzazione di Solidarietà con i Popoli di Asia, Africa e America Latina.

Negli anni Ottanta, Melba è stata Ambasciatrice di Cuba in Vietnam e Cambogia grazie al suo incessante lavoro di solidarietà con la Rivoluzione Vietnamita. Questa eroina ha anche servito il governo cubano come deputato nell’Assemblea nazionale del potere popolare del suo paese.

Il 9 marzo 2014, Melba è morta per cause naturali. Avendo vissuto la sua vita come diplomatica e funzionaria di alto rango di un governo rivoluzionario, la speranza è che la sua eredità ispirerà i rivoluzionari per le generazioni a venire, specialmente le donne che sono obbligate a confrontarsi con tradizioni arretrate che perpetuano l’oppressione delle donne.

Melba Hernandez è stata tra le più alte figure femminili iconiche, che furono decisive in quell'esperienza rivoluzionaria, come Vilma Espin, Celia Sanchez, Aleida March, Haydee Santamaria e altre. Il loro altruismo e lealtà alla rivoluzione e al loro popolo sormontarono mirabilmente ciò che molti si sarebbero aspettati.

Attraverso la rivoluzione cubana, Melba Hernandez, ha osato essere tra quelli disposti ad essere esempio, nello sfidare uno dei più grandi tiranni dei popoli, l’imperialismo statunitense.

Da carlitoboricua    A cura di Enrico Vigna per SOSCuba/CIVG

 

Pepe Escobar - Il Blues dell'escalation

 

di Pepe Escobar Strategic Culture 

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

L'Impero della Pirateria ha ripreso i bombardamenti, provocando l'inevitabile risposta iraniana.

Quindi… un elicottero Apache statunitense del valore di 40 milioni di dollari è stato preso di mira da un drone Shaheed da 20.000 dollari proprio sopra lo Stretto di Hormuz, appena un giorno dopo che l’Iran e la setta della morte dell’Asia occidentale si erano scambiati colpi, ridicolizzando quella finzione traballante che è il “cessate il fuoco”.

Quando si dice un enorme vantaggio in termini di costi per Teheran: non meno di 2000 a 1.

Teheran, per principio, non nega gli attacchi militari. Eppure, in questo caso specifico, hanno esplicitamente negato l'abbattimento degli Apache, indicando un possibile incidente o un guasto tecnico. Se lo Shaheed avesse davvero colpito l'elicottero da combattimento, i piloti sarebbero morti – e non salvati da una barca statunitense senza equipaggio.

L'ex ufficiale dell'intelligence della Marina statunitense Malcolm Nance sostiene: "Non ci sono collisioni aeree con droni FPV nel mezzo dello Stretto di Hormuz, e non è intenzionale."

Questo significherebbe che un drone guidato dalla fibra ottica è stato in grado di disturbare l'intero, enorme apparato di guerra elettronica americano – rivelando un Pentagono nudo incapace di articolare qualsiasi risposta.

Quindi, anche se non si fosse trattato di un incidente, perché l’IRGC lo avrebbe negato? Perché potrebbe essere stato un test strategico – non solo della capacità deterrente dell’Iran, ma anche del grado di scombussolamento che si sarebbe potuto infliggere al nemico.

Come prevedibile, sotto la guida dell'Imperatore di Barbaria, l'Impero della Pirateria ha ripreso i bombardamenti, provocando l'inevitabile risposta iraniana.

Pochi minuti dall'inizio dell'attacco americano, l'IRGC ha colpito una serie di basi militari statunitensi in tutta l'Asia occidentale.

La base aerea di Al-Azraq in Giordania.

La base aerea di Ali Al Salem in Kuwait.

La base della Quinta Flotta in Bahrain.

La base aerea di Isa in Bahrain.

Al-Azraq fu colpita da diversi missili a lungo raggio a combustibile solido puntati su quattro obiettivi, inclusi hangar F-35 e il Centro di Comando e Controllo. L'IRGC ha informato che il 70% di tutti i bersagli in quelle basi è stato colpito con successo.

Al-Azraq – noto anche come Muwaffaq Salti – è una base congiunta degli Stati Uniti in Giordania a circa 100 km a est di Amman. Solo quattro mesi fa, immagini satellitari hanno rivelato che ospitava più di 60 jet statunitensi – inclusi 30 F35 e 36 F15. La base ospita il 332º Air Expeditionary Wing (F15E, MQ9 Reaper), con F35 che ruotano. A tutti gli effetti pratici, la Giordania è ora un bersaglio legittimo per l'IRGC.

La nuova mappa integrata della deterrenza regionale

Tutto quanto sopra indica una riscrittura radicale delle regole del gioco sul campo di battaglia. L'Iran sta annunciando all'Asia occidentale e oltre che quello che in teoria sarebbe lo spazio aereo militare americano è ora controllato dall'Iran. Ma c'è di più: Teheran sta dimostrando, nei fatti, di essere in grado di condurre una guerra e, al contempo, di imporre le proprie condizioni e di prendere tempo al tavolo dei negoziati.

La nuova equazione è netta: se ci attaccate e noi vi rispondiamo, qualsiasi tentativo di vendicarsi contro di noi ci porterà a colpirvi con una forza 1,5 volte maggiore, e ben presto 2 o 3 volte maggiore. Basta con i modi gentili, quando si tratta di permettere al nemico di ricorrere alla proverbiale strategia del “mordi e fuggi”.

Dal lato statunitense, sono in gioco anche altri elementi inquietanti. L'Impero della Pirateria sta prendendo di mira sistematicamente le apparecchiature di comunicazione lungo la costa del Golfo Persico. L'obiettivo è tagliare le comunicazioni tra le unità del sud e i centri di comando a nord. Anche se questo fosse stato parte della preparazione per un'invasione terrestre – suicida – come prima della guerra in Iraq del 2003, non fa alcuna differenza a causa della strategia del Mosaico Decentralizzato in vigore in tutto l'Iran dal colpo di decapitazione del 28 febbraio.

Oltre a tutto ciò, il comandante della Forza Quds dell'IRGC, il generale di brigata Esmail Qaani, ha annunciato la scorsa settimana che è ora in funzione una cintura di sicurezza regionale, dal Golfo Persico al Mar Rosso, gestita dall'Asse di Resistenza.

Quindi, qualunque cosa possano escogitare, gli americani si troveranno ora di fronte a una linea difensiva strategica che si estende dallo Stretto di Hormuz a Bab el-Mandeb.

Benvenuti alla nuova mappa integrata della deterrenza regionale. Traduzione diretta: qualsiasi attacco USA-Israele contro un singolo membro dell'Asse di Resistenza scatenerà una rappresaglia su più fronti – dal Golfo Persico al Mar Rosso.

La grande domanda ora è se questa escalation – anche se viene presentata dall’Impero della Pirateria come una “punizione” per la vicenda dell’Apache – possa tradursi immediatamente in un abbandono formale del quadro del protocollo d’intesa (MoU) sul tavolo delle trattative.

Ho discusso lo stato delle negoziazioni del MoU questo martedì su un nuovo canale YouTube, Transition Protocol, dopo che il nostro canale Power Shit originale è stato interrotto da Google senza preavviso e senza ricorso, solo dopo meno di una settimana di trasmissione e trasmettendo due esclusive mondiali consecutive.

Le nostre fonti di intelligence in Pakistan, in stretto contatto con l'Iran e con i giocatori del CCG, sono convinte che il MoU non sia morto. Anche l'amministrazione Trump vuole preservare il quadro diplomatico sottostante e non far saltare in aria i possibili accordi più ampi che stanno prendendo forma.

In altre parole: l’Imperatore della Barbaria, alla vigilia di una Coppa del Mondo che le politiche razziste del suo governo stanno già rovinando, si limiterà a fare un gran chiasso senza allontanarsi dalla struttura generale dell’accordo.

Questo è il pericoloso bivio in cui ci troviamo ora: scivolare nell’abisso oscuro di un’eventualità di “rottura dell’accordo”, oppure aggrapparci ancora a uno scenario in cui si esercita pressione per raggiungere un accordo.

 

 

 

 

Svolta nella guerra all’Iran o ennesimo bluff? Trump annuncia ennesimo accordo

 

Secondo quanto rivelato da Axios, quattro aerei da trasporto C-17 dell'Aeronautica militare statunitense sono decollati giovedì alla volta dell'Europa. I velivoli trasportano attrezzature logistiche per un imminente viaggio del Vicepresidente JD Vance a Ginevra, finalizzato alla firma di un clamoroso accordo tra Stati Uniti e Iran.

Citando fonti a conoscenza dei preparativi, il sito web ha confermato che i voli militari sono legati a una potenziale cerimonia ufficiale che potrebbe avere luogo già nei prossimi giorni, qualora gli sforzi diplomatici per finalizzare l'intesa andassero a buon fine. Le manovre logistiche hanno subìto un'accelerazione dopo che il Presidente Donald Trump ha dichiarato che Washington e Teheran hanno raggiunto un "ottimo accordo", ipotizzando la firma già entro questo fine settimana.

In base alle indiscrezioni, il memorandum d'intesa proposto estenderebbe l'attuale cessate il fuoco per 60 giorni, avviando parallelamente i negoziati per un trattato più ampio sul programma nucleare iraniano. La bozza dell'intesa prevede l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz senza tariffe di transito, con l'obiettivo di ripristinare i normali volumi di traffico marittimo entro 30 giorni.

In cambio, l'Iran si impegnerebbe a non perseguire lo sviluppo di armi nucleari e a risolvere le criticità legate alle sue scorte di uranio arricchito. Qualsiasi passo concreto successivo verrebbe comunque demandato a un accordo separato e più dettagliato. Il piano, inoltre, includerebbe un allentamento graduale delle sanzioni economiche contro Teheran subordinato al rispetto degli impegni, comprese alcune deroghe temporanee per consentire la ripresa delle esportazioni di petrolio.

L'accordo preliminare sarebbe stato raggiunto mercoledì sera a seguito dei colloqui tra il mediatore del Qatar, Ali Al-Thawadi, e il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Ai negoziati hanno preso parte attiva anche gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner (genero del Presidente).

Sebbene Axios specifichi che l'intesa è ancora in attesa del via libera definitivo da parte della massima leadership di Teheran – con il Ministero degli Esteri iraniano che frena, spiegando che una decisione finale non è ancora stata presa –, la macchina diplomatica è ormai avviata. Se siglato, il trattato prenderà il nome di "Accordo di Islamabad", a testimonianza degli sforzi di mediazione congiunti di Qatar e Pakistan. Nelle stesse ore, Trump ha voluto elogiare pubblicamente la Turchia per il contributo strategico, definendo il Presidente Recep Tayyip Erdogan "fantastico" per il ruolo di facilitatore svolto nella trattativa.

Spese militari e tagli al welfare: la verità dietro i 37 miliardi per il riarmo italiano

 

"Il Governo Meloni continua ad accusare i burocrati di Bruxelles che, al contrario dei governi nazionali, non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni e forse per questo hanno perso il contatto con la realtà”.

Sono le parole pronunciate dalla Premier Giorgia Meloni durante il suo intervento alla Camera. Soffermiamoci, in particolare, sul tema della difesa: l'Esecutivo italiano ribadisce di aver rispettato gli impegni assunti in sede NATO, parlando di un "2,8% del PIL investito in difesa e sicurezza".

Mentre è ancora in corso il dibattito sulla possibilità di accedere ai prestiti europei del programma SAFE, è bene ricordare che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) parla esplicitamente di economie europee in crisi. Per sostenere le spese del riarmo, gli Stati dovranno tagliare risorse al welfare, in particolare alla sanità e all'istruzione. Quando si è ormai raschiato il fondo del barile, si cerca riparo in tagli mascherati, nel tentativo di non trasmettere un messaggio scomodo alla cittadinanza: l'economia di guerra disinveste nel sociale, nelle pensioni e nelle dinamiche salariali. Ciò appare ancor più evidente oggi, in una fase di tassi di crescita economica assai modesti e dopo che sono state fatte fin troppe concessioni alle parti datoriali.

Le dichiarazioni della Meloni certificano che l'Italia ha aumentato le spese militari (lasciando ai fanatici delle statistiche il dibattito su quanto sia stata superata la fatidica soglia del 2% del PIL).

Intanto, il vero dato politico resta un altro. Se il Documento di Programmazione Finanziaria e di Bilancio (DPFB) dello scorso autunno parlava di un aumento graduale della spesa per una cifra complessiva di circa 23 miliardi aggiuntivi in tre anni, la realtà descritta dai fatti parla chiaro: in questo stesso lasso di tempo sono stati approvati ben 78 programmi di riarmo, riguardanti tutti i settori delle Forze Armate, per una spesa complessiva di circa 37 miliardi di euro.

Sono proprio questi i numeri sui quali è necessario focalizzare la nostra attenzione.

 
 

L'ambasciatore russo critica il Quirinale: il retroscena sullo scontro con Mattarella e i trent'anni di tensioni NATO

 

L’ambasciatore russo ha recentemente criticato la narrazione proveniente dagli “alti colli” (ovvero dal Quirinale) che attribuisce alla Russia l’intera responsabilità per l’inizio e il perdurare della guerra in Ucraina.

Naturalmente, l’ambasciatore ha i suoi motivi per esprimere questo giudizio. Basta riesaminare fatti peraltro ben noti, che tuttavia è utile ricordare.

Alla fine della Guerra Fredda, i presidenti statunitensi Reagan e Bush, insieme al Segretario di Stato Baker, assicurarono all’ingenuo Gorbaciov che la NATO non sarebbe avanzata "di un centimetro verso Est". Gorbaciov – le cui responsabilità storiche meriterebbero un’analisi approfondita a parte – si fidò. Concordò l’annessione di fatto della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) alla Germania Occidentale, nonostante un referendum popolare nella DDR, tenutosi ben dopo lo smantellamento concordato del Muro, avesse espresso con il 75% dei voti la volontà dei cittadini orientali di mantenere l’indipendenza. Sciolse poi il Patto di Varsavia, nella convinzione che si sarebbe sciolta anche la NATO e che la Germania riunificata sarebbe rimasta neutrale.

In due libri – l’uno dell’ultimo ministro della DDR, Modrow, e l’altro del consigliere di Gorbaciov, Puskov, entrambi ex "gorbacioviani" della prima ora – la politica arrendevole dell’ultimo leader dell’URSS viene apertamente accusata di “irresponsabilità politica”.

Le potenze della NATO hanno approfittato di queste circostanze prima per penetrare nell’economia russa tramite il loro uomo di fiducia, Eltsin, e poi per far avanzare in modo spettacolare i confini dell’Alleanza verso Est, fino a inglobare ex repubbliche sovietiche come i Paesi Baltici. Di fatto, la Russia è stata posta sotto assedio, in attesa di una sua successiva disgregazione. Il giornalista e corrispondente da Mosca Marc Innaro, per aver sottolineato che bastava consultare una carta geografica per verificare questi fatti, è stato rimosso dalla RAI.

Uno degli episodi chiave dell’avanzata della NATO verso Est è stata la guerra d’aggressione del 1999 contro quanto rimaneva della ex Jugoslavia, alleata storica della Russia, che vide la partecipazione diretta del governo italiano guidato da D’Alema. All’epoca, l’attuale presidente Mattarella era Vicepresidente del Consiglio, ma forse non lo ricorda.

Il mutato atteggiamento – decisamente più fermo – del governo russo guidato da Putin, così come quello della diplomazia cinese e dell’Iran (specie dopo che Trump ha stracciato unilateralmente gli accordi sottoscritti dall’ala “riformista” iraniana e dall’amministrazione USA), è strettamente legato a questi avvenimenti.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, conducendo alla guerra aperta, è stata il cambio di regime del 2014 in Ucraina – paese fino ad allora neutrale –, orchestrato dai servizi statunitensi con la regia della nota neocon Victoria Nuland (allora vicesegretaria di Stato) e la complicità di gruppi ultranazionalisti ucraini.

La Russia ha cercato di trattare sottoscrivendo gli accordi di Minsk, con la mediazione della cancelliera Merkel e del presidente francese Hollande. Tuttavia, tali accordi non sono mai stati rispettati. Le regioni dell’Est che non avevano riconosciuto il cambio di governo a Kiev sono state bombardate e attaccate, causando migliaia di morti. In seguito, Merkel e Hollande hanno cinicamente ammesso che quegli accordi erano serviti solo come copertura per consentire il riarmo dell’Ucraina in funzione antirussa. Gli ultimi tentativi di Mosca di raggiungere un accordo sulla sicurezza reciproca alla fine del 2021 sono stati respinti con fermezza dalla NATO; successivamente, a Istanbul nel 2022, il primo ministro britannico Johnson è intervenuto per impedire che Russia e Ucraina raggiungessero un’intesa rapida subito dopo l’inizio del conflitto.

Ora i fautori della linea dura in Europa – dopo aver sostenuto all’inizio del 2022 che i russi combattevano con i chip rubati alle lavatrici e avrebbero ceduto in poche settimane – tentano di prolungare indefinitamente la guerra, che non sta andando bene per il governo di Kiev, rifornendo l’Ucraina di armi, munizioni, finanziamenti, intelligence e logistica.

Questo sfortunato Paese, che senza l’aiuto della NATO sarebbe ormai uno Stato fallito, ha subito un calo demografico impressionante (passando da 52 a circa 38 milioni di abitanti a causa delle fughe all’estero) e perdite enormi sui fronti bellici. Per giustificare la prosecuzione degli aiuti, i membri europei della NATO, complice il parziale disimpegno finanziario degli USA, sottolineano che la “grande Russia” si trova in stallo contro la “piccola Ucraina”. In realtà, lo scontro non è tra Russia e Ucraina, ma tra la Russia e i Paesi europei della NATO.

I droni e i missili usati dall’esercito ucraino provengono in gran parte dall’Europa – inclusa l’Italia, che contribuisce attraverso la produzione di quattro fabbriche nel Nord – e persino dal Canada. Inoltre, le Big Tech statunitensi sono intervenute direttamente nel conflitto: gli obiettivi da colpire in Russia o nel Donbass vengono individuati tramite il sistema satellitare Starlink di SpaceX (Elon Musk), mentre la nota azienda di intelligenza artificiale militare Palantir fornisce sistemi Skykit per il tracciamento dei bersagli. Persino la principale banca dell’Ucraina è oggi gestita da Amazon.

Le stesse Big Tech USA, peraltro, sono coinvolte nelle operazioni a Gaza per l’individuazione dei bersagli. L’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, contestato per queste attività che hanno causato decine di migliaia di vittime civili, ha risposto che si trattava per la maggior parte di terroristi.

Nonostante il flusso continuo di aiuti da parte dei Paesi NATO e delle Big Tech, la situazione sul campo resta estremamente complessa e lontana dagli obiettivi prefissati, sia a Kiev che a Tel Aviv. Non resta che attendere gli sviluppi degli eventi.

Fallita la prova di forza? Trump sospende gli attacchi contro l’Iran

Dopo giorni di minacce e una nuova escalation militare nel Golfo Persico, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la sospensione degli attacchi contro l’Iran, sostenendo che i negoziati tra Washington e Teheran hanno raggiunto un livello decisivo. In un messaggio pubblicato su Truth Social, il leader statunitense ha dichiarato di aver annullato i bombardamenti previsti dopo che tutte le parti coinvolte avrebbero approvato i punti principali di un accordo in fase di definizione. Secondo Trump, oltre agli Stati Uniti e all’Iran, il processo negoziale coinvolgerebbe numerosi attori regionali, tra cui Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania ed Egitto. Tuttavia, il presidente nordamericano ha precisato che il blocco navale contro i porti iraniani resterà in vigore fino alla firma ufficiale dell’intesa.

L’annuncio arriva dopo settimane di forti tensioni. Washington aveva ripreso gli attacchi contro obiettivi iraniani in risposta all’abbattimento di un elicottero Apache, mentre Teheran aveva reagito colpendo basi statunitensi in diversi Paesi della regione. Entrambe le parti hanno rivendicato successi militari e mantenuto una retorica particolarmente aggressiva. Nelle stesse ore, Trump ha rilanciato una delle sue dichiarazioni più controverse, sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero in futuro assumere il controllo dell’isola di Kharg, principale terminal petrolifero iraniano da cui transitava circa il 90% delle esportazioni di greggio del Paese prima dell’inizio della guerra. Il presidente ha descritto l’operazione come economicamente vantaggiosa, paragonandola alla politica adottata da Washington nei confronti del Venezuela.

Da Teheran la risposta è stata immediata. Ebrahim Azizi, presidente della Commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, ha definito Trump un leader “confuso e illuso”, avvertendo che qualsiasi attacco contro il territorio iraniano, inclusa l’isola di Kharg, provocherebbe una risposta destinata a “entrare nella storia”. Il parlamentare ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti non abbiano raggiunto nessuno degli obiettivi dichiarati del conflitto, né sul piano militare né su quello politico. Le autorità iraniane affermano che le proprie forze armate sono in stato di massima allerta e rivendicano di aver inflitto pesanti perdite agli Stati Uniti nella regione. Da parte statunitense, tuttavia, continuano le dichiarazioni che descrivono l’Iran come ormai vicino alla resa.

Al di là degli annunci e della propaganda, la sospensione dei bombardamenti rappresenta il primo segnale concreto di de-escalation dopo giorni molto tesi e segnati da bombardamenti. Resta però evidente che le minacce sul controllo delle infrastrutture energetiche iraniane e le promesse di ritorsioni senza precedenti mantengono il Medio Oriente sull’orlo di una nuova e pericolosa escalation.


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La Russia smaschera la falsa mediazione dell’Eurotroika sull’Ucraina

La Russia ha respinto con fermezza le condizioni proposte da Francia, Germania e Regno Unito per l’avvio di un processo di pace in Ucraina, definendole incompatibili con qualsiasi prospettiva di negoziato. A dichiararlo è stata la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui le richieste avanzate dalle capitali europee ripropongono schemi già falliti negli anni precedenti. Zakharova ha ricordato che iniziative come i formati di Copenaghen e del Bürgenstock, basate sulla cosiddetta “formula Zelensky”, non hanno prodotto risultati concreti e si sono rivelate strumenti orientati al proseguimento del conflitto piuttosto che alla sua soluzione.

Nel mirino di Mosca c’è la dichiarazione congiunta firmata a Londra dal presidente francese Emmanuel Macron, dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, dal primo ministro britannico Keir Starmer e da Vladimir Zelensky. Il documento individua cinque condizioni per avviare un percorso negoziale, tra cui garanzie di sicurezza per Kiev, il dispiegamento di forze multinazionali, il mantenimento del congelamento dei beni russi e un cessate il fuoco immediato. Secondo la diplomazia russa, tali richieste sarebbero formulate in modo da risultare inaccettabili per Mosca e accompagnate da un ulteriore sostegno militare all’Ucraina, compresa la produzione di armamenti a lungo raggio.

Una linea che, come denuncia il Cremlino, favorisce la militarizzazione dell’Ucraina e dell’Europa invece di creare le condizioni per una pace duratura. Zakharova ha inoltre accusato l’Unione Europea di aver rinunciato a qualsiasi ruolo di mediazione neutrale, citando una recente dichiarazione dell’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, secondo cui l’Europa è schierata dalla parte dell’Ucraina e agisce in difesa dei propri interessi di sicurezza.

Per Mosca, queste posizioni confermano che i principali Paesi europei non intendono presentarsi come mediatori, ma come parte integrante del fronte occidentale che sostiene il regime di Kiev. Un elemento che, come evidenzia il governo russo, rende ancora più difficile la costruzione di un quadro negoziale accettabile per tutte le parti coinvolte.


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Cagliari, rogo nella notte: attentato alla moschea del quartiere Marina. L'Imam: “Qui da 40 anni, mai successo”

 

di Francesco Fustaneo

 

Un grave atto intimidatorio ha colpito la comunità islamica di Cagliari. Nella notte, ignoti hanno appiccato il fuoco davanti all'ingresso della moschea di via del Collegio, nel cuore del quartiere della Marina.

Un gesto che scuote la quiete del rione e riaccende l'attenzione sulla convivenza interreligiosa in città. A far escludere un incidente e a orientare verso la pista dolosa è la dinamica stessa del rogo, divampato questa notte in via del Collegio.

L'allarme è scattato verso le h 3:30. Secondo le prime ricostruzioni, i responsabili hanno posizionato un innesco con liquido infiammabile davanti al portone d'ingresso della moschea. Le fiamme si sono propagate rapidamente, annerendo la facciata, distruggendo alcune piante ornamentali e invadendo i vani scala delle abitazioni vicine, che condividono lo stesso stabile.

A evitare conseguenze peggiori è stato il tempestivo intervento dei residenti. Svegliati dal fumo e dal rumore, gli abitanti del quartiere della Marina sono riusciti a spegnere il fuoco con i propri mezzi prima dell'arrivo dei vigili del fuoco. Sul posto sono subito intervenuti i carabinieri, che hanno avviato le indagini e posto l'area sotto sequestro per i rilievi tecnici. Al momento non risultano né indagati né rivendicazioni.

L'imam di Cagliari, Mehrez Triki, ha dichiarato: “Siamo qui da quasi 40 anni e non era mai successo niente del genere. Siamo sorpresi e amareggiati, perché nel quartiere non abbiamo mai avuto problemi con nessuno”.

Triki ha voluto sottolineare il clima di rispetto e fratellanza che ha sempre caratterizzato la convivenza nel popoloso rione della Marina. “Le  persone che vivono qui – ha aggiunto – le considero tutte fratelli. La prova? Sono stati proprio i vicini, i primi, a darci una mano per spegnere l'incendio, e ora ci stanno aiutando a ripulire e sistemare i danni”.

Al momento non ci sono iscritti nel registro degli indagati né sono giunte rivendicazioni, ma dall’esterno  seppur con tutte le cautele del caso,  quanto accaduto rischia di  configurarsi come un gesto di natura islamofobica.

Episodi  come questo, purtroppo rischiano di riproporsi facilmente in contesti dove l'odio è già stato normalizzato nel dibattito pubblico. Il clima alimentato in questi anni da una precisa parte politica, con la complicità di alcune trasmissioni televisive, account social e giornali compiacenti – di cui l'islamofobia è solo una delle conseguenze – finisce per strumentalizzare, senza peraltro mai risolvere, i problemi connessi all'immigrazione irregolare. Così si alimentano fobie, odio e paura che, sommati a ignoranza, impoverimento generale e degrado, rischiano di essere l'innesco per ulteriori ondate di violenza generalizzata da parte di frange di sbandati, esaltati e xenofobi.

E come spesso accade – e la storia lo insegna – a farne le spese sono persone innocenti. Quando si soffia sul fuoco, poi, non è semplice fermare le fiamme una volta che l’incendio divampa.

Si dimette il ministro della difesa inglese

 

Il ministro della Difesa britannico John Healey ha rassegnato le dimissioni al primo ministro Keir Starmer, infliggendo l'ultimo colpo a un governo laburista già in difficoltà. In una lettera aperta, Healey ha lamentato che Starmer è stato «incapace, e il Tesoro non è stato disposto a stanziare le risorse» necessarie per le riforme radicali che intendeva attuare e per aumentare la spesa al 3% del PIL entro il 2030, al fine di adempiere agli obblighi della Gran Bretagna nei confronti della NATO.

Il ministro ha citato l'attacco statunitense-israeliano all'Iran alla fine di febbraio e la crescente tensione che i membri europei del blocco guidato da Washington stanno affrontando tra i dubbi sull'impegno americano come fattori che rendono necessari più fondi per le forze armate. Healey si è dimesso per protestare contro il bilancio militare pubblicato lunedì, che ha definito «ben al di sotto di quanto richiesto» dal ministero per schierare forze armate pronte al combattimento.

La leadership di Starmer è stata inoltre scossa da uno scandalo relativo alla nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti – noto per essere stato un collaboratore del finanziere caduto in disgrazia e molestatore sessuale Jeffrey Epstein – nonché dai disastrosi risultati delle elezioni locali di maggio, in cui il partito di governo ha perso decine di consigli comunali e quasi 1.500 seggi. Si vociferava che il partito potesse sostituire il proprio leader, ma il governo ha finora superato la crisi.

Il contesto della spesa militare britannica

Il Regno Unito, insieme alla maggior parte degli altri membri della NATO, si è impegnato ad aumentare la spesa durante un vertice lo scorso anno, in risposta alle pressioni del presidente Donald Trump, che ha accusato le nazioni europee di non fare la loro parte. Il parametro di riferimento proposto è stato fissato al 5% del PIL, di cui il 3,5% in spese militari dirette e l'1,5% in spese relative alla sicurezza. Il Regno Unito ha dichiarato che raggiungerà questo traguardo entro il 2035.

L'esercito britannico soffre da anni di sottofinanziamento. Solo la scorsa settimana, la portaerei HMS Prince of Wales, co-ammiraglia della Royal Navy, non è stata in grado di salpare per un'esercitazione della NATO dopo un problema tecnico. Anche la sua nave gemella, la HMS Queen Elizabeth, era stata ritirata dalle manovre della NATO nel 2024.

Cosa sta succedendo a Belfast?

 

di Laura Ruggeri*

 

Essendo al corrente della mia familiarità con Belfast, un iscritto al canale mi ha chiesto un commento sui recenti disordini in città. Non intendo gettare benzina sul fuoco visto che la vicenda ha dei contorni che mi sfuggono ancora e viene sfruttata abilmente per creare ulteriori divisioni tra le classi popolari per fini che potete immaginare, tra cui anche una stretta repressiva e securitaria in Europa. In ogni caso, ho vissuto a Belfast Ovest nel 1981 e 1982, in un quartiere cattolico al tempo in cui la città era divisa in settori e si attraversavano i checkpoint per andare da un quartiere all'altro. Nella zona degli attuali scontri – a maggioranza protestante – non mettevo quasi mai piede: per una persona con le mie frequentazioni sarebbe stato oggettivamente pericoloso.

Non serve entrare nei dettagli, ma anche all’epoca era facile scoprire con chi uno si accompagnasse. Da allora Belfast ha subito una trasformazione radicale, quasi una mutazione antropologica. Se ci tornassi oggi, non la riconoscerei. Un esempio paradigmatico: la nuova donna sindaco di Belfast, insediatasi da pochi giorni, ha 30 anni. Nel 1981 non era ancora nata. Si chiama Róis Máire Donnelly, proviene dal quartiere cattolico di Ballymurphy ed è espressione di un Sinn Féin molto diverso da quello che conoscevo allora.

Da partito repubblicano legato alla lotta armata, al nazionalismo cattolico tradizionale e all’identità operaia, Sinn Féin si è trasformato in una formazione progressista e “Sorosiana”: diritti LGBT+, femminismo, inclusività, immigrazionismo e retorica identitaria. La stessa Donnelly, con il suo linguaggio e il suo profilo, incarna perfettamente questo cambio di registro. Quello che invece è rimasto sorprendentemente costante, anche se quasi mai menzionato, è il ruolo di Belfast nella produzione strategica e militare britannica. Già fondamentale durante la Seconda Guerra Mondiale (quando i cantieri Harland & Wolff e gli stabilimenti Short Brothers furono pilastri dello sforzo bellico alleato), la città continua oggi a svolgere un ruolo importante nella difesa del Regno Unito. In particolare, nell’area di Castlereagh (zona est di Belfast, tristemente nota anche per il vecchio centro di tortura e interrogatori della RUC) sorge lo stabilimento di Thales Air Defence, ex Shorts Missile Systems. La presenza missilistica risale al 1952 e continua da oltre settant’anni. Thales Belfast è il centro di eccellenza del gruppo per i missili a corto raggio e produce sistemi di punta come Starstreak (missile ad alta velocità per difesa aerea) Martlet / LMM (Lightweight Multirole Missile), Effettori per il NLAW in collaborazione con Saab.

Negli ultimi anni la fabbrica ha triplicato la produzione proprio per far fronte agli ordini legati alla guerra in Ucraina. Ma a Belfast si trova anche molto altro, Il settore di cyber security risulta in forte crescita, con oltre 100–120 aziende che impiegano migliaia di persone. Il polo è molto concentrato e considerato uno dei più densi al mondo in quanto i costi sono inferiori rispetto ad altri hub del Regno Unito e c'è una forte collaborazione tra università, governo e industria.

L'istituzione chiave è il Centre for Secure Information Technologies (CSIT) della Queen's University di Belfast,  che guida ricerca, spin-off e incubatori come CSIT Labs e HutZero.

Tra le aziende internazionali con sedi a Belfast figurano Rapid7, Proofpoint, Allstate, Imperva, Microsoft, IBM, BT, Northrop Grumman e grandi società di consulenza. Le aziende locali di rilievo includono MetaCompliance (formazione sulla sicurezza), Salt Communications (messaggistica crittografata), ANGOKA (sicurezza IoT), Vertical Structure (consulenza), e altre come B-Secure, LoughTec, Nisos. Ecco. A me interessano queste cose, non il teatrino degli scontri.

*Il testo è stato pubblicato sul canale Telegram dell'autrice: @LauraRuHK
Laura Ruggeri è autrice per LAD Edizioni di "Hong Kong a fuoco: anatomia di una rivoluzione colorata"

La mia Onu avrebbe salvato l'Ucraina (di Pino Arlacchi)


di Pino Arlacchi*
 
C’è una domanda che vale la pena di porsi con franchezza, ora che l’Ucraina è ridotta a un campo di battaglia e l’Europa subisce le conseguenze di una guerra che non può né vincere né fermare: questa catastrofe era evitabile?

La risposta è sì. Ed è evitabile ancora oggi, se si vogliono avere il coraggio e l’onestà di riflettere sulle sue cause di fondo.

Il punto di partenza più recente è il fallimento degli Accordi di Minsk. Firmati nel 2014 e nel 2015 sotto la supervisione nominale di Francia e Germania, questi accordi avrebbero dovuto costituire la cornice diplomatica di una soluzione del conflitto nel Donbass. Ma erano sin dall’inizio una pietanza avvelenata.
 
Nel 2022, con una spudoratezza che ha dell’incredibile, Hollande e Merkel, i leader europei che li avevano garantiti, hanno dichiarato pubblicamente di aver usato Minsk solo per guadagnare tempo, per permettere all’Ucraina di riarmarsi e prepararsi alla guerra. Non un accordo di pace, dunque, ma una trappola degna dei tempi dei trattati segreti tra le potenze europee in corsa verso le guerre mondiali del Novecento
 
In presenza di un’organizzazione delle Nazioni Unite riformata secondo la mia proposta – con un’Assemblea generale dotata di prerogative sovrane e di meccanismi efficaci di garanzia dell’esecuzione dei negoziati di pace – questa falsificazione sarebbe stata irrealizzabile. Un ente di sorveglianza indipendente, con mandato dell’intera comunità internazionale, avrebbe monitorato l’attuazione degli impegni di Minsk, documentato le violazioni, ammonito le parti e reso politicamente insostenibile il sabotaggio avvenuto indisturbato per sette anni alla luce del sole, con la complicità dei garanti. L’Onu che propongo avrebbe reso quel tradimento impossibile. Ma vi è di più. Nell’autunno e nell’inverno del 2021-2022, quando la crisi si andava avvitando verso il punto di non ritorno, un’Assemblea generale dotata di poteri effettivi sarebbe stata in grado di intervenire su entrambi i fronti del conflitto nascente. Non come osservatore impotente, ma come giudice-arbitro dotato di strumenti adeguati di intervento. Fino all’uso di una propria forza di interposizione armata. Il primo atto sarebbe consistito nel riconoscimento formale di una realtà che il concerto occidentale si era ostinato a negare: la Russia aveva subìto, nel corso di trent’anni, un processo di accerchiamento strategico non dichiarato da parte della Nato.
 
Non si trattava di paranoia imperiale né di eccessiva suscettibilità del Cremlino circa la propria zona di influenza. Si trattava di fatti documentati, incontestabili. Contravvenendo impegni presi subito dopo la caduta del Muro di Berlino e lo scioglimento del Patto di Varsavia, la Nato aveva incorporato dal 1999 al 2020 quattordici nuovi membri, spingendo la propria linea di contatto fino ai confini della Federazione Russa. Basi missilistiche erano state installate in Romania e in Polonia, descritte come scudi difensivi ma rapidamente convertibili in piattaforme offensive. Il documento fondativo della Nato-Russia del 1997, che aveva promesso di non dispiegare forze militari permanenti nei nuovi paesi membri, era stato progressivamente svuotato di contenuto. E nel 2008, al vertice di Bucarest, era stata formulata la promessa – rivelatasi una scintilla – che un giorno anche l’Ucraina e la Georgia avrebbero fatto parte dell’Alleanza.
 
Era una strategia deliberata, orchestrata da Washington e subìta passivamente da un’Europa che aveva abdicato alla propria autonomia strategica e aveva mascherato l’espansione Nato con una parallela, innocente, politica di allargamento verso Est dell’Unione europea.
 
Un’aggressione silenziosa, al rallentatore: non con i carri armati, ma con i trattati, le basi, i memorandum, le mappe che si coloravano di blu verso est. La Russia aveva protestato per decenni – con Putin che aveva denunciato esplicitamente, fin dal discorso di Monaco del 2007, l’accerchiamento – e nessuno aveva risposto.
 
Un’Assemblea generale sovrana avrebbe rotto quel silenzio. Avrebbe potuto adottare una risoluzione che riconoscesse la legittimità delle preoccupazioni della Federazione russa per la propria sicurezza. Avrebbe invitato le forze Nato a formulare una risposta coerente con il principio dell’indivisibilità della sicurezza nazionale di ogni Stato membro. Principio sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione di Helsinki del 1975 secondo cui la sicurezza di uno Stato non può essere costruita a spese della sicurezza di un altro. Quel principio era stato invocato dall’Occidente per decenni, ma solo quando aveva fatto comodo alle potenze euroatlantiche. Un’Assemblea generale rifondata lo avrebbe applicato senza eccezioni, anche quando l’imputato fosse stata la Nato.
 
Ma il riconoscimento delle ragioni russe avrebbe costituito solo il primo lato dell’equazione. Il secondo sarebbe stato un monito rivolto a Mosca: le vostre preoccupazioni di sicurezza possono legittimare una risposta proporzionata, non un’invasione. Il diritto internazionale consente mezzi di azione adeguati a questi casi. Un’operazione militare circoscritta alle regioni del Donbass, fondata sul diritto di autodifesa e sulla protezione delle popolazioni russofone soggette dal 2014 a bombardamenti ripetuti e documentati dall’Osce, si sarebbe collocata in una zona giuridicamente controversa ma non priva di solide giustificazioni. Un’invasione su larga scala del territorio ucraino, il rovesciamento del governo di Kiev, l’occupazione militare di centinaia di migliaia di chilometri quadrati, no. Quella sarebbe stata, e fu, qualcosa di diverso: una guerra vera e propria, incompatibile con una lettura difensiva del diritto internazionale.
 
Questa distinzione – espressa non da Washington né da Mosca, ma dalla voce autorevole e imparziale dell’Assemblea generale – avrebbe avuto un peso che nessuna dichiarazione unilaterale avrebbe potuto possedere. Avrebbe offerto a Putin una via d’uscita del tutto percorribile: le tue apprensioni sono riconosciute, i tuoi nemici sono stati convenientemente ammoniti, il mondo ti dà ragione sulla Nato, ma non ti dà carta bianca per la guerra totale. E avrebbe offerto all’Ucraina e ai suoi protettori occidentali un messaggio netto: l’espansione della Nato verso Est, l’uso di Minsk come inganno, il riarmo accelerato dell’Ucraina, il diniego sistematico delle ansie e delle proteste russe, vi hanno resi i responsabili ultimi di questa crisi.
 
Non è avvenuto nulla di tutto questo. Perché non poteva avvenire. Il Consiglio di Sicurezza è rimasto paralizzato: l’Occidente ha bloccato le risoluzioni dell’Assemblea che riconoscevano la fondatezza delle preoccupazioni della Russia. E così il mondo ha assistito impotente al progredire della crisi.
 
La mia proposta di rifondazione dell’Onu non è utopistica. Nasce da chi ha visto dall’interno come funziona (e come non funziona) la massima espressione del sistema multilaterale. La mia Onu abolisce il diritto di veto che mette alcuni paesi al di sopra della legalità internazionale. Conferisce all’Assemblea generale il potere di riflettere la volontà della comunità internazionale nel suo insieme, mette fine agli effetti della spartizione del mondo avvenuta a Yalta nel 1945. Apre la porta di un mondo multipolare più equo e democratico.
 
*Il Fatto Quotidiano | 10 giugno 2026

Immigrazione e identità culturale (di Vincenzo Costa)

 

di Vincenzo Costa*

 
Non è vero che gli immigrati, soprattutto islamici, distruggono l’identità culturale dei paesi occidentali. L’occidente ha perso la sua identità culturale da molto tempo. La scristianizzazione dell’Occidente non è una conseguenza dell’immigrazione. Le chiese sono vuote, i valori dell’Occidente, compreso quello molto laico della “cura di sé”, si sono svalorizzati per processi interni all’Occidente.

C’è un processo di svalorizzazione, un nichilismo tutto interno all’Occidente. Che è il problema di questa cultura. Usiamo gli immigrati per non affrontare il problema della disgregazione culturale interna. Lo usiamo per non affrontare la questione della disgregazione del legame sociale, che segue una logica interna alla nostra civiltà.

Gli immigrati vengono a inserirsi in questo mondo in corso di disgregazione, non incontrano alcuna identità. Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma, la stanno perdendo da tanto tempo.
Poi c’è un problema legato all’immigrazione, ed è questo: come immaginiamo una società in cui convivono persone appartenenti a culture diverse?
Possono culture diverse convivere nello stesso territorio?

Di fatto, alla base di molte elaborazioni filosofiche e politiche c’è l’idea che le culture non esistono. Credo sia stata una pessima trovata, ideologica, nordica e dunque stupida (penso a hannerz).

In realtà abbiamo pensato e stiamo pensando la società multiculturale come un luogo di cancellazione delle culture, come una brodaglia in cui tutti rinunciano alla propria cultura perché tutti assumono una cultura comune che è quella neoliberale del consumo come generatore di legame sociale e di integrazione sociale.

La stiamo pensando così perché è coerente con un mondo senza più cultura se non quella del successo, del denaro e del consumo. I migranti che arrivano incontrano questa cultura, l’Occidente per loro non è né il Cristianesimo né la domanda filosofica, né il problema della verità o della cura di sé. E non hanno torto.

I migranti che fanno gli aguzzini verso altri migranti non sono una cultura malata che invade la nostra: scimmiottano la nostra, hanno assunto la nostra cultura.

Il problema siamo noi, perché siamo noi che odiamo la nostra tradizione culturale, non la conosciamo, non la rivitalizziamo. Siamo noi che abbiamo in odio le nostre radici.

Siamo noi che usiamo anche i migranti per cancellare la nostra tradizione culturale, senza capire che poi a chi arriva offriamo solo il vuoto o il nulla, quello che abita la nostra civiltà.

Le esultanze de il Corriere per il “Supermissile Flamingo” (e i pruriti del PD)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Con che slancio, con quanta passione, con che effluvio partecipativo, il Corriere della Sera si diffonde sul “supermissile Flamingo” con cui Kiev ha colpito due giorni fa la capitale della Repubblica di Chuvaša, Ceboksary, circa 800 km a est di Moskva, sul Volga. Con che afflato il giornale milanese si dilunga sulle caratteristiche del razzo che dovrebbe sostituire gli americani Patriot, di cui il regime nazigolpista è a corto e che Washington da tempo non fornisce, perché li impiega nell'aggressione all'Iran. Con che partecipazione emotiva il redattore assicura i lettori che Kiev è «sempre più autonoma» nella produzione di missili e fornisce addirittura il numero esatto che l'azienda produttrice sarebbe in grado di sfornare ogni mese. Con quale spirito di comunanza affettiva si comunica che per la junta di Kiev «c’è un punto in particolare che dà un valore inestimabile alla nuova arma: è stata pensata, quasi del tutto disegnata e largamente costruita in Ucraina... Un’era diversa e un futuro che promette ottimismo». L'ottimismo della guerra e di chi guarda ai superprofitti che l'industria militare promette. Basta, scrive il signor Lorenzo Cremonesi, con le «limitazioni imposte da Biden all’impiego delle armi americane, prima che Trump bloccasse radicalmente l’invio di materiale bellico Usa influenzato anche dalla sua ammirazione per Vladimir Putin». Basta. Ucraina über alles, über alles in der Welt. L'Ucraina centro del mondo, come la intendono i nazionalisti inneggianti alla “ucrainicità” e come la vedono nelle redazioni belliciste italiche e nei circoli “politici” del centrismo liberal-borghese di casa nostra.

Nell'entusiasmo di Vladimir Zelenskij per gli obiettivi colpiti dai “fenicotteri” di Kiev, scrive con altrettanta esaltazione il redattore milanese, «si coglie il senso della nuova potenza militare ucraina: sta diventando indipendente, non occorre più chiedere nessun permesso». Sì perché il “Flamingo”, ci raccontano, è realizzato da una cosiddetta “startup ucraina” nata «alla fine del primo anno della nuova guerra (quella vecchia era iniziata con l’attacco russo del 2014)». Farabutti euro-guerrafondai che contrabbandano il terrorismo dei nazigolpisti di Kiev contro le città del Donbass, contro ospedali, asili nido, parchi, stazioni, come un «attacco russo del 2014». Terroristi della cartaccia stampata, che nel 2022 scrivevano di “attacco immotivato” della Russia all'Ucraina, come se da un giorno all'altro, in un'oasi di pace, diletto e fratellanza, quegli sciagurati di russi avessero attaccato proditoriamente un paese civile e democratico, così, dall'oggi al domani, senza alcuna motivazione. E oggi, dato che non si può più continuare a vendere per “anni di pace” quanto accaduto negli otto anni precedenti il 2022, ecco che declamano spudoratamente di «attacco russo del 2014». Andate a dirlo, canaglie prezzolate, ai civili di Alcevsk, Kramatorsk, Donetsk, Stakanov e i tanti villaggi del Donbass martellati per otto anni dalle artiglierie ucraine. Vien da chiedersi, in prima battuta, quanto certe redazioni ricevano da certe ambasciate.

Ma, questo, tra parentesi. Di sfuggita, invece, sul finire del servizio, quando ormai il lettore ne ha avuto abbastanza di celebrazioni filo-naziste, si è costretti a buttare là, en passant, che la ditta che “produce” il “Flamingo” «collabora con il gruppo britannico Milanion», tacendo come d'uopo che il FP-5 ucraino è più o meno l'esatta copia del FP-5 prodotto dall'impresa britannico-emiratina. Così che poi non si può fare a meno di citare la britannica The Economist, secondo cui «una parte della produzione è effettuata all’estero, ma il 90 per cento delle componenti viene poi assemblata in Ucraina». Vale a dire: ancora una volta sono le imprese del complesso militare europeo ad essere direttamente impegnate nella guerra contro la Russia.

Ragion per cui, non possono suscitare altro che ripugnanza certi pruriti che vengono presentati, ancora dal fogliaccio milanese, quale “battaglia delle idee” all'interno di quel miscuglio di liberalismo bottegaio, sussiego padronale – le maggiori industrie di guerra italiane non sono forse a dirigenza PD? - e finta alternativa aclassista alla peggiore fogna reazionaria italica denominato Partito Democratico. Il cosiddetto “dibattito” sull'Ucraina che, dicono, si starebbe svolgendo all'interno di quell'agglomerato di individualismo da mercato, somiglia tanto a una certa qual riproposizione, in termini adattati al liberalismo capitalistico odierno, della falsa alternativa di inizi '900 tra aperto e dichiarato opportunismo, da una parte e centrismo conciliatore dall'altra, all'interno, comunque, di un movimento che, quantomeno a parole, intendeva muovere le masse popolari verso una prospettiva di cambiamento sociale.

Oggi che, a tali livelli di bassezza politica, le uniche alternative di cui blaterano le maggiori figure del PD sono quelle completamente interne al loro perenne quadro sociale e economico capitalista, anche il “dibattito” sull'atteggiamento nei confronti dell'Ucraina è circoscritto al quesito se la junta nazigolpista, sponsorizzata dalle cancellerie europee quale avamposto del prossimo confronto militare diretto contro la Russia, debba entrare immediatamente a far parte della UE o debba prima attraversare un certo periodo di “decantazione democratica”.

Ecco dunque che, come racconta il Corriere della Sera, il signor Alessandro Alfieri «ammette che sull’Ucraina» loro del PD si attengono a «una posizione molto marcata di pieno sostegno»; così che ai «riformisti dem ovviamente non dispiace affatto che il Pd su questo punto sia fermo». D'accordo anche il signor Lorenzo Guerini, sulla «risoluzione del Pd nelle parti che riguardano il sostegno a Kiev». In ogni caso, si assicurano i lettori “benpensanti” da via Solferino, i riformisti, cioè i liberali della borghesia danarosa, «voteranno a favore anche delle risoluzioni di Azione e Italia viva»: si deve supporre che ci sarà da assistere a un grande coro di “slava Ukrainy”, cui farà eco un generale “Sieg heil”. Ma attenzione: la questione non è così pacifica all'interno del PD, perché «alla minoranza riformista non sono piaciute affatto le affermazioni rilasciate al Corriere da Goffredo Bettini», che il 10 giugno «aveva sostenuto la necessità di far ripartire il dialogo con la Russia e aveva frenato sull’ingresso di Kiev nella Ue». Grido d'allarme di quelli che a inizi '900 sarebbero stati gli opportunisti dichiarati e che oggi, tanto per attualizzare un po' i termini a favore delle generazioni più giovani, potrebbero definirsi gli adepti del liberalismo chiesastico di stampo borghese: il signor Filippo Sensi, agente delle passate atmosfere democristiane, tuona che «Un Pd che seguisse questa agenda filorussa sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere». Non si distinguono le signore Lia Quartapelle, Simona Malpezzi e, da va sé, Pina Picierno, tutte genuflesse all'altare dei nazigolpisti di Kiev. Tutte unite nel coro di disprezzo per il “povero” Goffredo Bettini, quello che chiede al suo agglomerato politico di spostarsi ancora più verso le esigenze borghesi, convinto che «la sinistra non vince se non si allea con una forza più di centro» e che, riguardo all'Ucraina e alla sua ammissione alla UE, afferma che «In prospettiva vedo questa possibilità con favore. Ma il processo sarà inevitabilmente lungo. Di anni. L’Ucraina non corrisponde a criteri fondamentali per entrare nell’unione europea». Quali sarebbero i criteri? Per carità, non si dica che tra quei “criteri” europeisti ci sia una qualche mielosa “avversione” al nazismo. Quando mai? È solo la propaganda russa a dire che nel 2014 ci sia stato a Kiev un golpe voluto e foraggiato da USA-UE-NATO, cui hanno fatto da manovalanza terroristica le formazioni nazionaliste e apertamente naziste, addestrate già da anni, prima di allora, nei centri di reclutamento yankee e che oggi tengono per il collo la banda di Vladimir Zelenskij, per assicurarsi che non sbandi verso un “compromesso” con la Russia.

Il signor Bettini parla di «ripartenza di un dialogo con la Russia. Zelensky è disposto a parlare con Putin. Cosa impedisce a noi di fare altrettanto?». Ben venga il “dialogo con la Russia”. Resta a vedere da quali posizioni e con quali obiettivi. Il signor Bettini è davvero sicuro che il nazigolpista-capo Zelenskij sia “disposto a parlare con Putin”? Ha forse letto un po' troppo velocemente il pizzino mafioso indirizzato dal jefe de la junta al presidente russo, o si è forse fidato troppo del cosiddetto “linguaggio amichevole” di quel vergognoso messaggio, addolcito nelle redazioni italiche da un “tu” con cui Zelenskij si sarebbe rivolto a Putin, quando l'originale ucraino recava un normale “voi”, con offensiva lettera minuscola che, insieme a tutto il tono ingiurioso dell'intera epistola, costituiva il vero perno che le cancellerie franco-britannico-tedesche volevano mettere alla base dell'autentico senso della direttiva impartita a Kiev e da trasmettere a Moskva: la guerra deve continuare.

L'opportunismo liberal-europeista dei vari Guerini, Alfieri, Sensi & Co., insieme al confessionalismo inquisitorio di Picierno, Quartapelle e altri ha il “merito” di essere aperto, sfacciato, intento nell'adorazione dei nazigolpisti di Kiev, avamposto della crociata per ora non armata contro la Russia, in attesa del passaggio alla guerra guerreggiata in prima persona dalle “democrazie” europeiste. Il falso “centrismo” di coloro che, all'interno di quella compagine penitenzial-borghese e anti-operaia chiamata PD, evocano a parole il “dialogo con la Russia”, mentre continuano tuttora a sostenere un regime terroristico che manda al macello i propri giovani e affama le masse del proprio paese, in base ai dettami delle corporation transnazionali, non costituisce altro che una puntura di spillo nel generale obiettivo della militarizzazione della società, in preparazione alla guerra.

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