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Chi paga le nostre scelte

6 June 2026 at 03:45

Qualche giorno fa siamo tornati a casa stanchi dal lavoro, abbiamo messo a bollire l’acqua per la pasta. Abbiamo aperto un barattolo di pelati e ci siamo preparati un sughetto rapido. Abbiamo condito la pasta e abbiamo acceso la tv. Al telegiornale abbiamo ascoltato di quattro braccianti morti arsi vivi dai loro aguzzini, che li obbligavano a dormire in dieci nella stessa stanza e non volevano pagare loro il pattuito, che comunque sarebbe stato sempre troppo poco per un lavoro faticosissimo, ripetitivo, da fare a temperature improponibili.

Ci siamo indignati, abbiamo pensato che sono dei criminali e abbiamo augurato loro di passare il resto della vita in carcere, a pagare quello che avevano fatto a dei lavoratori inermi.

Poi abbiamo girato il viso, incrociando con gli occhi il barattolo di pelati. Quello arraffato nello scaffale più basso al supermercato, quello primo prezzo.

No: non è colpa nostra se quei braccianti sono morti. Sì, il caporalato è un reato, e va perseguito dalle autorità, che devono fare il massimo possibile per evitare che queste cose succedano. Qualcuno direbbe che i cittadini non possono farsi carico di questi problemi, e forse ha ragione. Ma anche le nostre piccole scelte quotidiane possono fare la differenza: e non possiamo chiudere gli occhi quando le facciamo.

Avete mai guardato il prezzo al chilo delle Vigorsol? Prima di risparmiare su frutta, verdura, uova, carne e pesce, proviamo a farlo evitando di acquistare cose inutili a prezzi assurdi. Prima di risparmiare su quello che diventa parte di noi, che ci costituisce, proviamo a capire chi pagherà le nostre scelte. Noi, con la nostra salute. Il pianeta, sempre più inquinato. E, a volte, anche altri esseri umani, con la sola colpa di essere nati dalla parte sbagliata del mondo e di aver provato a riscattarsi qui, nel continente ricco e avanzato.

È facile scegliere meglio? Pagando di più saremo certi che non stiamo finanziando aziende che sfruttano i lavoratori? Purtroppo no. Ma la scelta giusta la possiamo fare con la curiosità e la conoscenza: informarci, incontrare produttori virtuosi, scegliere con maggiore consapevolezza e attenzione è un nostro diritto, una nostra possibilità, e forse – oggi – anche un nostro dovere. È faticoso? Sì, ma anche incredibilmente bello. È costoso? Sì. Ma se paghiamo troppo poco per quello che diventa noi, se paghiamo l’olio per il motore della nostra auto più di quanto paghiamo per l’olio che condisce la nostra insalata siamo sicuri che stiamo risparmiando davvero?

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Perché dei paccheri al pomodoro sono diventati leggenda

6 June 2026 at 03:45

Da Vittorio decide di inaugurare i festeggiamenti per i suoi sessant’anni trasformando i suoi celeberrimi Paccheri in un dessert, e la notizia fa nascere una domanda: come ha fatto un piatto di pasta al pomodoro a diventare uno dei simboli assoluti dell’alta cucina italiana?

La nuova Torta Pacchero, realizzata dalla famiglia Cerea insieme al pastry chef Simone Finazzi e al maître chocolatier Davide Comaschi, è una dichiarazione d’identità prima ancora che una creazione dolce. Perché richiama immediatamente un piatto che, da anni, rappresenta Da Vittorio quanto le tre stelle Michelin.

In un universo gastronomico spesso associato a ingredienti rari, tecniche sofisticate e costruzioni complesse, i Paccheri alla Vittorio raccontano una storia diversa. Sono pasta, pomodoro e pochi altri elementi, ingredienti e tecnica che appartengono al patrimonio quotidiano della cucina italiana. Che si possono mangiare al ristorante, che sono protagonisti di tanti eventi in cui la “paccherata” è già una festa in sé, ma che si possono gustare anche a casa, acquistando il kit per realizzarli nella propria cucina. E forse è proprio questa apparente semplicità che li ha resi straordinari.

La storia dell’alta cucina è piena di piatti che hanno cercato di stupire, molto più rara è la capacità di rendere memorabile qualcosa che tutti conoscono già. Il successo dei paccheri dei Cerea nasce da qui: dalla ricerca quasi ossessiva sulla materia prima, dalla precisione dell’esecuzione e dalla costanza nel tempo. Un piatto che chiunque potrebbe descrivere in poche parole ma che quasi nessuno riesce a replicare con la stessa efficacia.

C’è poi un altro elemento che spiega il fenomeno. I Paccheri alla Vittorio rappresentano un’idea di lusso molto italiana, distante dall’ostentazione. Non il lusso dell’eccezionalità a tutti i costi, ma quello della perfezione applicata a ciò che è familiare. Un concetto che attraversa molta della grande cucina del nostro Paese, dove il valore non risiede necessariamente nella rarità dell’ingrediente ma nella capacità di esaltarne l’identità. La coreografia che sta dietro alla preparazione, con l’ospite d’onore che viene coinvolto nella mantecatura, il formaggio che cade dall’alto e una quantità di sugo enorme, così che gli ospiti siano “costretti” a fare la scarpetta in un gesto liberatorio e quotidiano, ma ai tavoli di un grande ristorante e con un delizioso bavaglino fatto apposta per l’occasione. C’è poi un motivo tutto made in Brusaporto, e ha a che fare con la famiglia Cerea, e con la sua grande unione, che si vede anche nel reel che presenta il nuovo dolce. I paccheri sono a tutti gli effetti un affare di una famiglia che non ha mai smesso di fare ospitalità con il sorriso e con l’accoglienza come mantra: la felicità di Chicco quando manteca i paccheri esprime meglio di un corso di coaching quanto è importante essere felici di fare il proprio lavoro perché questa felicità si trasmette agli altri. 

Per questo il piatto è diventato un simbolo. Non perché fosse il più complesso del menu, ma perché condensa la filosofia del ristorante, è preparato in sala con grande doti comunicative e positive, e soprattutto è comprensibile per chiunque, non ha bisogno di spiegazioni, di lunghe litanie di accompagnamento, di pensiero e di riflessione. È buono, e tanto basta. Lo stesso Vittorio Cerea costruì la reputazione della casa scegliendo una strada controcorrente per l’epoca, puntando sul pesce quando non era ancora una scelta scontata nell’alta ristorazione lombarda. Le generazioni successive hanno continuato a innovare senza rinunciare alla riconoscibilità e al piacere di avere ospiti a casa propria.

Per festeggiare un grande anniversario arriva così la Torta Pacchero, come un gioco serio, una provocazione affettuosa e persino un po’ kitsch verso uno dei piatti più amati dai clienti. Cambiano consistenze, temperature e linguaggio gastronomico, ma resta intatta la forza evocativa di un’icona che, dopo decenni, continua a essere immediatamente associata al nome Da Vittorio. A prima vista sembra proprio il piatto della famiglia Cerea, ma dietro l’illusione prende forma un dessert che ne richiama la forma e che nella sua composizione dà vita alla versione dolce con la stessa semplice bontà: una chantilly alla vaniglia con pan di Spagna Margherita e cioccolato bianco, accompagnato da una composta di fragole e limone e un delicato croccante allo yuzu. I “pomodorini” sono di cioccolato con cuore alla fragola e completano questa reinterpretazione giocosa e ironica.

In fondo, è questo il traguardo che ogni ristorante sogna di raggiungere: creare un piatto talmente identitario da diventare un simbolo. E pochi esempi in Italia raccontano questo fenomeno meglio di un semplice piatto di paccheri al pomodoro serviti da un bergamasco che manteca il tutto con tanto formaggio versato dall’alto.

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Quando la fotografia del cibo diventa giornalismo

3 June 2026 at 16:52

Tra quasi 9.000 fotografie provenienti da oltre 50 Paesi, l’Italia si ritaglia uno spazio importante ai World Food Photography Awards 2026, il più prestigioso concorso internazionale dedicato alla fotografia del cibo e delle filiere alimentari. E per Gastronomika la soddisfazione è doppia, perché tra i protagonisti figurano due autrici che collaborano con il nostro progetto editoriale. 

La notizia più significativa riguarda Michela Balboni che, insieme a Federico Borella, ha conquistato il primo posto nella categoria “Food for the Family” con l’immagine “The Final Touch”. Lo scatto fa parte di un reportage dedicato alla produzione del pane a Samarcanda e racconta la tenerezza di un bimbo che guarda il pane appena preparato per la tavola di famiglia. Una fotografia che unisce infanzia, impasti e relazioni, andando oltre la semplice rappresentazione del pane. Così la fotografa commenta la vittoria: «Ciò che rende questa immagine particolarmente speciale è la storia che c’è dietro. Un grazie di cuore a @madraxim_hakimov e alla sua famiglia per averci aperto le porte della loro casa e accolto nelle loro vite. The Final Touch nasce proprio da quella fiducia, dalla generosità di chi sceglie di condividere la propria quotidianità e le proprie tradizioni con uno sguardo esterno.
Grazie @foodphotoaward per il vostro team incredibile, grazie alla giuria e agli sponsor per aver riconosciuto questo lavoro e per continuare a celebrare le storie che il cibo porta con sé. È un grande onore far parte di questa comunità. Congratulazioni a tutti i finalisti e ai fotografi selezionati. Vedere così tante storie provenienti da ogni parte del mondo è stato come sempre una grande fonte di ispirazione».

Per Gastronomika c’è un motivo ulteriore di orgoglio. Il servizio da cui è tratta l’immagine vincitrice è infatti lo stesso che abbiamo scelto per la copertina del primo numero di GK Magazine. Una decisione editoriale che trova oggi una conferma autorevole da parte della giuria internazionale del concorso londinese. Non tanto perché un premio certifichi una scelta, quanto perché dimostra come alcune storie riescano a parlare un linguaggio universale quando vengono raccontate con profondità e sensibilità.

Accanto a Balboni si distingue anche Sofia Carrara, inserita tra gli autori premiati del concorso con l’opera “Daikon with Small Twigs”, selezionata tra le immagini Highly Commended nella categoria dedicata agli studenti con il suo studio visivo che esplora il rapporto tra cibo e natura. Un riconoscimento che segnala una giovane autrice già capace di muoversi con personalità in un contesto internazionale di altissimo livello. 

I World Food Photography Awards, ospitati a Londra, rappresentano oggi uno dei principali osservatori sul modo in cui il cibo viene raccontato attraverso le immagini. La vincitrice assoluta è la fotografa britannica Jo Kearney con «A Woman Eats in the Canteen of the Soviet-era Sanatorium» realizzata in Tagikistan. Oltre alla vittoria di Michela Balboni e Federico Borella nella categoria Food for the Family, l’Italia ha raccolto diversi riconoscimenti con Marina Spironetti, Valentina Bollea, Diego Papagna, Michele Fini, Lollo Neri, Diego Marinelli e Pier Luigi Dodi, presenti tra finalisti e immagini Highly Commended in varie categorie del concorso. Nel complesso, la fotografia italiana si è confermata tra le più rappresentate e apprezzate dell’edizione 2026 dei World Food Photography Awards.

Sfogliando le gallerie dei finalisti emerge un elemento comune: il centro della narrazione non è quasi mai il piatto in sé, ma le persone, i territori, il lavoro e le relazioni che lo rendono possibile. L’Italia è stata una delle nazioni più rappresentate nelle shortlist del concorso, con autori che spaziano dal reportage di filiera alla fotografia concettuale, fino alla nuova generazione rappresentata proprio dalla giovane Sofia Carrara

È una direzione che sentiamo particolarmente vicina. Da anni Gastronomika sostiene che raccontare il cibo significhi raccontare la società. I riconoscimenti ottenuti da Michela Balboni e Sofia Carrara dimostrano che la fotografia più interessante non cerca la perfezione estetica fine a se stessa ma vuole invece indagare il significato nascosto dietro un gesto quotidiano, una materia prima, una tavola condivisa. Ed è proprio lì che nasce il racconto.

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