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Né alcol né droga, le autopsie sulle vittime italiane di Crans-Montana: ragazzi morti per le vie di sicurezza sbarrate

I giovani italiani rimasti vittime del tragico incendio di Capodanno a Crans-Montana erano perfettamente lucidi e avrebbero potuto salvarsi. I risultati delle autopsie, consegnati al pubblico ministero di Roma Stefano Opilio, confermano infatti che i ragazzi non avevano assunto alcolici, se non in quantità del tutto trascurabili.

Ciò significa, pertanto, che Sofia Prosperi, Chiara Costanzo, Achille Barosi, Giovanni Tamburi, Riccardo Minghetti ed Emanuele Galeppini, tutti di età compresa tra i 15 e i 17 anni, non sono riusciti a fuggire dall'inferno del "Le Constellation" esclusivamente perché la porta di sicurezza del locale di proprietà dei coniugi Moretti era sbarrata. I risultati degli esami autoptici svolti sulle salme dei sei ragazzi rivelano che la morte è sopravvenuta a causa delle gravi ustioni e, nella maggior parte dei casi, per l'inalazione letale di monossido di carbonio.

Sul fronte giudiziario, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo parallelo a quello della magistratura svizzera per fare luce sulle dinamiche e sulle varie responsabilità della terribile strage avvenuta nella notte di Capodanno. Attualmente a piazzale Clodio Jacques e la moglie Jessica Moretti risultano iscritti nel registro degli indagati con le accuse di omicidio colposo plurimo, lesioni e incendio colposo. Questa, tuttavia, è solo la situazione in essere al momento, visto che con grande probabilità, non appena dalla procura di Sion verranno inviati a Roma gli atti delle investigazioni che gli inquirenti stanno conducendo su 14 individui, il fronte delle indagini potrebbe ampliarsi ulteriormente.

Ad aggravare ulteriormente la posizione dei coniugi proprietari del "Le Constellation" una fattura ritenuta dai magistrati contraffatta, risalente al 2015, e relativa all'acquisto dei pannelli fonoassorbenti usati per il soffitto della discoteca, proprio quelli che presero fuoco a causa delle scintille prodotte dai candelotti posizionati sulle bottiglie di champagne. Si aggiunga a ciò anche il contenuto dei messaggi inviati da Jessica Moretti al personale con lo scopo di istruirlo sulle modalità di svolgimento dei balletti coi fuochi d'artificio ai tavoli, una prova che documenterebbe l'abitudine a svolgere tale pratica: "Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation", scriveva infatti la donna, evidentemente conscia del pericolo. Altro punto focale, ovviamente, quello dello sbarramento delle uscite di sicurezza, chiuse, secondo le dichiarazioni della Moretti a causa delle proteste dei vicini: "Alcuni dipendenti che abitavano sopra il Constellation lasciavano aperta quella porta per accedere all'appartamento, causando le lamentele dei condomini".

I parenti delle vittime, tramite i rispettivi legali, spingono per rendere più rigidi i capi di imputazione nei confronti dei due coniugi Moretti, sollecitando la procura a contestare loro il reato di omicidio con dolo eventuale: ciò comporterebbe una condanna fino a 20 anni di reclusione, a differenza dei 3 anni ipotizzati con l'accusa di omicidio colposo.

I Moretti: "Non sapevamo che le candele potessero causare una tragedia"

Intanto, Jacques e Jessica Moretti hanno negato qualsiasi responsabilità nella tragedia di Capodanno, affermando in tribunale di non essere a conoscenza del fatto che le candele scintillanti da cui è partito il rogo potessero causare una tragedia. Lo riporta l'emittente svizzera Rts che ha ottenuto una copia della trascrizione dell'ultima udienza che si è svolta in tribunale, la prima dove i proprietari del locale sono stati interrogati insieme per circa dieci ore.

Jessica Moretti ha anche messo in dubbio di aver scritto lei un messaggio condiviso ai dipendenti il 13 dicembre 2019 e reso noto dai pubblici ministeri. Nel messaggio si diceva che "se (i clienti, ndr) vogliono quelle scintillanti, stiano molto attenti, se la scintilla cade, sul divano o sul pavimento, o se la tengono in alto e bruciano la schiuma, le Constel brucerà...".

Furono proprio le candele scintillanti a innescare l'incendio di schiuma nel seminterrato del Constellation, costato la vita a 41 persone tra cui sei ragazzi italiani. "Siete sicuri che l'abbia scritto io?", ha chiesto Jessica Moretti. I magistrati le hanno detto che era "improbabile" che non fosse "consapevole dei rischi". Ma Jessica Moretti ha risposto che "non ne ero assolutamente a conoscenza" e "non pensavo in alcun modo possibile sapere che esistesse un pericolo."

Interrogato sul messaggio, Jacques Moretti ha fatto eco alle parole della moglie: "Abbiamo preso precauzioni per evitare di danneggiare l'attrezzatura. Non ci è mai nemmeno passato per la mente che potesse portare a una simile tragedia, era impossibile". E ha aggiunto: "Una volta soddisfatti tutti gli standard, ottenuta l'autorizzazione per queste fontane magiche e dopo il collaudo dei vigili del fuoco, riteniamo che non ci siano problemi a svolgere questa attività, a parte il rischio di danneggiare le attrezzature".

I messaggi choc allegati al verbale

Non solo messaggi sulle candele. I due messaggi whatsapp choc di Jacques e Jessica Moretti sono allegati al verbale dell'ultimo interrogatorio svoltosi a Sion il 5 giugno scorso. Il primo, risalente al 21 agosto 2021, è di Jacques e riguarda la chiusura delle porte di sicurezza: "Ciao a tutti, volevo sapere se la porta di sicurezza del Constell di fronte ai bagni è ancora bloccata? E se nessuno la usa? Inoltre, le porte del palazzo sono rimaste ancora aperte, bloccate aperte? Spero sempre che non siate voi? Ve l'ho già detto? Confermatemi per favore? e Grazie".

Gli risponde nella chat "Constel" un collaboratore: "Sì la porta è sempre bloccata. Sì, ne abbiamo parlato e non si lasciano aperte le porte!". Il titolare reagisce soddisfatto con l'emoticon del pollice in su.

I messaggi whatsapp - secondo quanto si è appreso - sono stati recuperati dal cellulare di Cyanne Panine, la cameriera che, sfilando sulle spalle del collega, ha inavvertitamente appiccato il fuoco a Capodanno ed è poi morta asfissiata. Di lei e del corteo con le candele pirotecniche si è parlato a lungo durante l'interrogatorio. "Non abbiamo mai forzato nessuno - ha detto Jessica Moretti agli inquirenti - ed era qualcosa che a Cyane piaceva. I servizi con le bottiglie si organizzavano tra i dipendenti".

Allarme "animali spia" in Cina: “Tartarughe e pesci usati per rubare dati nei nostri mari”

L'allarme arriva direttamente dal Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS), la principale agenzia di intelligence del Dragone che si occupa di spionaggio all'estero e controspionaggio. I servizi segreti stranieri starebbero utilizzando nuovi metodi per rubare i dati marittimi sensibili della Cina, tra cui boe di rilevamento, veicoli subacquei autonomi, dispositivi elettronici ma anche animali dotati di particolari sensori. Ebbene queste attività, ha spiegato il MSS sul proprio account ufficiale di WeChat, rappresenterebbero una seria minaccia per la sicurezza di Pechino.

L'allarme della Cina

Nel post sopra citato, il MSS ha avvertito che una "guerra segreta invisibile" si starebbe svolgendo silenziosamente nei mari intorno alla Cina. Che cosa sta succedendo? Pare che diverse agenzie straniere siano attive nel raccogliere dati sensibili "attraverso una varietà di nuovi dispositivi di spionaggio" per produrre mappe sottomarine. Le autorità hanno esplicitamente parlato di grandi animali marini, nello specifico di tartarughe e pesci spia che sarebbero stati rinvenuti "attaccati a sensori" mentre nuotavano nelle acque cinesi.

In base a quanto ricostruito, gli animali stavano "raccogliendo dati sensibili sull'ambiente marino, come la temperatura dell'acqua, la salinità e le correnti oceaniche in tempo reale, e li trasmettevano all'estero via satellite". Non sono però stati forniti dettagli specifici sul luogo del ritrovamento delle bestiole o su chi li avesse equipaggiati.

Nell'avviso si legge inoltre che le agenzie di spionaggio straniere avrebbero cercato per anni di analizzare le attività navali cinesi, creare "mappe sottomarine" della costa marittima del paese e monitorare i suoi giacimenti di petrolio e gas offshore. Il MSS ha infine esortato ricercatori, pescatori e armatori a rimanere vigili e a "segnalare dispositivi sospetti". In passato, non a caso, il governo cinese ha ricompensato alcune persone per la consegna di presunti dispositivi di spionaggio marittimo. C'è persino chi ha ricevuto fino a 500.000 yuan (circa 73.000 dollari).

Animali spia nel mirino

Le accuse di utilizzo di animali marini a scopo di spionaggio non sono certo una novità. Già nel 2023, l'intelligence britannica affermava che la Russia stava rafforzando la sicurezza della sua base navale di Sebastopoli, nel Mar Nero, un porto situato nella penisola di Crimea occupata dall'Ucraina, impiegando delfini addestrati. Gli 007 britannici sostenevano che Mosca avesse addestrato delfini tursiopi, tenuti in recinti galleggianti nel porto, per "contrastare i sommozzatori nemici".

Il MSS cinese ha spiegato di aver rinvenuto boe "dispiegate da un istituto di ricerca marina estero" dotate di "un pacchetto di sensori meteorologici" che consentiva loro di tracciare in tempo reale le tracce acustiche dei sottomarini cinesi. Il ministero ha inoltre citato un nuovo tipo di "veicolo planante a onde", alimentato dal moto ondoso e dall'energia solare, che, a suo dire, sarebbe impiegato da soggetti stranieri per trasmettere "dati ambientali marittimi di natura militare e informazioni sulle attività delle navi". Nel 2024, il gigante asiatico ha dichiarato di aver individuato dei "fari" nascosti sul fondale oceanico in grado di guidare il transito di sottomarini stranieri e di "preparare il terreno per la battaglia".

La sicurezza marittima, ha quindi concluso ancora il MSS, è una componente importante della sicurezza nazionale e la sua salvaguardia richiede sforzi congiunti da parte di tutti. Il quotidiano Global Times ha ricordato al pubblico di diffidare di collaborazioni sospette e di segnalare dispositivi non conformi, invitando al contempo gli armatori a rimanere vigili nei confronti di aziende sconosciute che promuovono dispositivi di servizio marittimo sospetti e a non acquistare o installare attrezzature da fonti ignote “senza riflettere”.

Thailandia in lutto: morta la principessa Bajrakitiyabha, la figlia del re. Si apre il nodo della successione

La Thailandia piange una delle figure più amate e rispettate della famiglia reale. La principessa Bajrakitiyabha Mahidol è morta all'età di 47 anni dopo oltre tre anni trascorsi in coma, una condizione dalla quale non si era mai ripresa dopo il grave malore che l'aveva colpita nel dicembre del 2022. La notizia, annunciata ufficialmente dalla Casa Reale, ha scosso il Paese e riacceso immediatamente le domande sul futuro della monarchia thailandese e sulla successione al trono. La scomparsa della primogenita di re Maha Vajiralongkorn non rappresenta soltanto un dramma familiare. Per molti thailandesi era infatti una figura capace di incarnare il futuro della Corona grazie alla sua preparazione, al suo impegno istituzionale e alla fiducia che il sovrano aveva riposto in lei nel corso degli anni.

L'addio dopo tre anni e mezzo di coma

La principessa si è spenta all'ospedale Chulalongkorn di Bangkok, dove era ricoverata da oltre tre anni. Le sue condizioni si erano progressivamente aggravate nel tempo a causa delle complicazioni provocate dal lungo stato di incoscienza e dai problemi che avevano interessato diversi organi vitali. Nel comunicato ufficiale diffuso dalla Casa Reale si legge che "il team medico ha assicurato le cure più intensive possibili, ma le sue condizioni hanno continuato progressivamente a peggiorare". La morte è stata dichiarata alle 19.48 di giovedì sera. Il Paese si prepara ora a renderle omaggio con solenni funerali di Stato. La salma sarà sepolta presso la Piman Rattaya Throne Hall all'interno del Grand Palace, il cuore simbolico della monarchia thailandese.

Il malore che cambiò tutto

La tragedia ebbe inizio nel dicembre del 2022. La principessa stava trascorrendo del tempo all'aperto allenandosi con i suoi cani quando venne colpita da un improvviso malore che la fece crollare a terra priva di sensi. Secondo le informazioni diffuse successivamente dai medici, all'origine dell'emergenza vi sarebbe stata una grave anomalia cardiaca provocata da un'infezione. Nonostante gli interventi immediati e le cure specialistiche, Bajrakitiyabha non si è mai più risvegliata. Per oltre tre anni il Paese ha sperato in un miglioramento delle sue condizioni, seguendo con apprensione ogni aggiornamento proveniente dal Palazzo Reale. Quel miracolo atteso da milioni di thailandesi, però, non è mai arrivato.

Chi era la principessa Bajrakitiyabha

Conosciuta affettuosamente dai thailandesi come "Princess Bha", Bajrakitiyabha era nata il 7 dicembre 1978 ed era la prima figlia dell'attuale sovrano, re Maha Vajiralongkorn, nata dal matrimonio con la principessa Soamsawali. Fin da giovane aveva seguito un percorso molto diverso da quello tradizionalmente associato ai membri delle famiglie reali. La sua formazione era infatti fortemente orientata allo studio, alla diplomazia e al servizio pubblico. Dopo aver frequentato la Thammasat University in Thailandia, aveva proseguito gli studi negli Stati Uniti conseguendo importanti specializzazioni in giurisprudenza presso la Cornell University. Una preparazione accademica che le avrebbe aperto le porte della carriera diplomatica e delle organizzazioni internazionali.

La carriera tra diplomazia e Nazioni Unite

La principessa aveva lavorato presso la missione permanente della Thailandia alle Nazioni Unite a New York prima di rientrare nel suo Paese per intraprendere una carriera nel settore giudiziario. Dal 2012 al 2014 aveva ricoperto il ruolo di ambasciatrice della Thailandia in Austria, esperienza che le consentì di sviluppare una stretta collaborazione con l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine. Successivamente venne nominata ambasciatrice dell'UNODC per il Sud-Est asiatico, diventando una delle figure più attive nella promozione di riforme giudiziarie e programmi di tutela dei diritti umani nella regione. Durante un intervento pubblico aveva descritto se stessa con una frase rimasta celebre: "Mi chiedo spesso cosa sia esattamente. Una procuratrice? Un'avvocato penalista? Una diplomatica? La risposta è tutte queste cose insieme. Sono un ibrido".

L'impegno per i diritti delle donne

Tra le cause che le stavano maggiormente a cuore vi era il miglioramento delle condizioni delle detenute nelle carceri thailandesi. Bajrakitiyabha si era impegnata a lungo per promuovere una maggiore attenzione ai diritti delle donne private della libertà e per favorire programmi di reinserimento sociale. Il suo lavoro contribuì ad aumentare la sua popolarità presso la popolazione, che la considerava una principessa moderna e vicina ai problemi reali del Paese. Molti osservatori ritengono che proprio questa sensibilità sociale abbia contribuito a renderla una delle personalità più apprezzate della monarchia contemporanea thailandese.

La fiducia assoluta di re Vajiralongkorn

Negli ultimi anni il rapporto tra il re e la figlia era apparso particolarmente stretto. La principessa accompagnava spesso il sovrano negli impegni ufficiali più importanti, alimentando le speculazioni sul suo possibile ruolo futuro all'interno della monarchia. Nel 2021 il re le aveva inoltre affidato la guida dell'ufficio di sicurezza personale, assegnandole il grado di generale. Una scelta che molti interpretarono come una dimostrazione della grande fiducia riposta nelle sue capacità.

Il nodo della successione

La morte della principessa riapre ora una delle questioni più delicate della politica thailandese: la successione al trono. Re Maha Vajiralongkorn ha oggi 73 anni e non ha mai indicato ufficialmente il proprio erede. Secondo la tradizione thailandese la successione privilegia la linea maschile, anche se una modifica introdotta negli anni Settanta ha aperto la possibilità che anche una donna possa salire al trono. Per molti osservatori Bajrakitiyabha rappresentava la candidata ideale. La sua esperienza internazionale, la preparazione accademica e il prestigio costruito negli anni la rendevano una figura capace di garantire continuità e stabilità alla monarchia. La sua scomparsa cambia però completamente lo scenario.

Chi può succedere al re

Attualmente il principale candidato alla successione appare il principe Dipangkorn Rasmijoti, figlio più giovane del sovrano e nato dal suo terzo matrimonio. Il principe ha soltanto 21 anni e conduce una vita molto riservata, lontana dai riflettori che hanno accompagnato invece la carriera pubblica della sorella maggiore. Proprio per la sua giovane età, molti analisti ritenevano che Bajrakitiyabha avrebbe potuto svolgere un ruolo fondamentale come guida o reggente durante una futura fase di transizione. Esiste poi la figura della principessa Sirivannavari, stilista affermata e seconda donna più importante nella linea di successione. Negli anni ha costruito una propria immagine pubblica legata alla moda, al design e alla valorizzazione delle tradizioni artigianali thailandesi.

Un futuro ancora tutto da scrivere

La morte di Bajrakitiyabha lascia quindi un vuoto enorme sia sul piano umano sia su quello istituzionale. Per milioni di thailandesi era il volto più moderno della monarchia, una donna capace di coniugare tradizione e innovazione, diplomazia internazionale e impegno sociale. Per la Corona rappresentava invece una figura di equilibrio, preparata e rispettata anche oltre i confini nazionali. Con la sua scomparsa, il futuro della successione torna ad essere uno dei temi più delicati e incerti del Regno di Thailandia. Un rebus che il tempo, e probabilmente lo stesso re Vajiralongkorn, saranno chiamati prima o poi a risolvere.

Trump festeggia 80 anni alla Casa Bianca: gabbia dei gladiatori, arena da 60 milioni di dollari e uno show senza precedenti

Donald Trump compie 80 anni e lo fa nel modo che più lo rappresenta, trasformando il compleanno in un evento destinato a far discutere il mondo intero. Per celebrare l'importante traguardo, il presidente degli Stati Uniti ha scelto una formula spettacolare e controversa, trasformando il South Lawn della Casa Bianca in una gigantesca arena per arti marziali miste. L'evento, battezzato "UFC Freedom 250", unisce la celebrazione del compleanno del presidente ai festeggiamenti per il 250° anniversario dell'indipendenza americana. Una combinazione che, come spesso accade quando si parla di Trump, divide l'opinione pubblica tra sostenitori entusiasti e critici feroci.

La Casa Bianca trasformata in un'arena

Da giorni il centro di Washington è illuminato dai potenti fari che sovrastano la struttura costruita davanti alla residenza presidenziale. Al centro del prato più famoso d'America è comparsa una gigantesca arena dominata da "The Claw", una monumentale struttura metallica che sovrasta persino la Casa Bianca. L'impianto è stato realizzato per ospitare sette incontri di Ultimate Fighting Championship e accogliere circa 4.000 spettatori all'interno dell'arena. Altre decine di migliaia di persone potranno assistere allo spettacolo attraverso maxi-schermi installati nelle aree limitrofe. L'impatto visivo è impressionante. L'arena pesa oltre 600 tonnellate, misura circa 47 metri di larghezza e raggiunge un'altezza di quasi 28 metri. Un colosso che ha completamente trasformato il luogo dove normalmente atterra il Marine One e dove ogni anno si svolgono alcune delle cerimonie più iconiche della presidenza americana.

Un evento da 60 milioni di dollari

Secondo le informazioni diffuse dagli organizzatori, l'evento avrebbe un costo complessivo vicino ai 60 milioni di dollari. La Casa Bianca ha dichiarato che le spese siano sostenute dall'UFC e dai partner commerciali coinvolti nell'iniziativa. La manifestazione ha richiesto settimane di lavori e il coinvolgimento di numerose agenzie federali. Oltre all'arena principale, sono stati predisposti sistemi di sicurezza, infrastrutture temporanee, aree per il pubblico e una complessa rete logistica destinata a gestire l'afflusso di decine di migliaia di persone. L'obiettivo dichiarato è quello di offrire uno spettacolo senza precedenti, capace di attirare l'attenzione mondiale e celebrare contemporaneamente il compleanno del presidente e l'anniversario della nascita degli Stati Uniti.

Trump e la passione per l'UFC

Non è un mistero che Trump sia da anni un grande appassionato di arti marziali miste. Nel corso della sua carriera politica ha partecipato a numerosi eventi UFC e ha sviluppato un forte rapporto personale con Dana White, presidente dell'organizzazione. Per il presidente americano, questo tipo di spettacolo rappresenta anche un modo per parlare a una parte importante del suo elettorato, in particolare ai giovani uomini che negli ultimi anni hanno mostrato un crescente interesse per gli sport da combattimento. Intervistato nei giorni precedenti all'evento, Trump ha dichiarato: "Sono le persone più dure che possiate mai incontrare. Se non avete mai visto uno di questi incontri dal vivo, non riuscirete a crederci".

Le polemiche e le critiche

L'iniziativa non è però stata accolta con entusiasmo da tutti. Diversi osservatori hanno definito l'evento fuori luogo in un momento particolarmente delicato per il Paese. Le critiche si concentrano soprattutto sul simbolismo di un gigantesco spettacolo sportivo organizzato alla Casa Bianca mentre gli Stati Uniti affrontano tensioni internazionali e difficoltà economiche. Alcuni gruppi hanno addirittura promosso azioni legali per cercare di bloccare l'evento, sostenendo che l'utilizzo di uno spazio pubblico così prestigioso per una manifestazione di questo tipo sia inappropriato. La Casa Bianca ha respinto tutte le accuse, difendendo l'iniziativa come un evento celebrativo rivolto all'intera nazione.

Marco Rubio: "Un regalo al popolo americano"

Tra i sostenitori più convinti dell'evento c'è il segretario di Stato Marco Rubio. Durante la presentazione della manifestazione, Rubio ha definito l'iniziativa "un regalo al popolo americano", aggiungendo che potrebbe essere seguita da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Secondo l'amministrazione, infatti, l'evento rappresenta un'occasione per promuovere l'immagine degli Stati Uniti e celebrare la forza e l'identità nazionale attraverso uno spettacolo destinato a diventare storico.

Le monete celebrative

Le celebrazioni per gli 80 anni di Trump non si limitano ai combattimenti. Negli ultimi mesi la Trump Organization è finita al centro delle polemiche per la vendita di monete commemorative in oro e argento dedicate al presidente. I prezzi variano da alcune centinaia fino a diverse migliaia di dollari. Le monete riportano il volto di Trump accanto ai simboli del 250° anniversario dell'indipendenza americana, alimentando ulteriormente il dibattito sulla commistione tra celebrazione istituzionale e promozione personale. La Casa Bianca ha respinto le accuse, sostenendo che le attività commerciali siano gestite in modo indipendente e separato dalle funzioni presidenziali.

Uno spettacolo destinato a entrare nella storia

Che lo si consideri un capolavoro di comunicazione o un eccesso di spettacolarizzazione della politica, il compleanno numero 80 di Donald Trump è già destinato a entrare nei libri di storia. Mai prima d'ora la Casa Bianca aveva ospitato una gabbia per combattimenti UFC, né una struttura delle dimensioni di "The Claw". Un evento che riflette perfettamente lo stile del presidente: spettacolare, divisivo, mediaticamente potente e impossibile da ignorare.

Le feste faraoniche dei precedenti compleanni

L'evento organizzato per gli 80 anni non è certo un caso isolato. Nel corso della sua vita Donald Trump ha spesso trasformato i propri compleanni in spettacoli degni di Las Vegas.

Il compleanno dei 79 anni tra carri armati e fuochi d'artificio

Nel 2025 Trump celebrò il suo 79° compleanno in concomitanza con una grande parata militare organizzata a Washington per il 250° anniversario dell'esercito americano. L'evento vide la partecipazione di oltre 6.000 soldati, 28 carri armati e un gigantesco spettacolo pirotecnico. Il costo complessivo venne stimato tra i 25 e i 45 milioni di dollari.

Il compleanno del 2024 tra comizi e torta gigante

Nel 2024, in piena campagna elettorale, Trump festeggiò i suoi 78 anni durante un grande raduno a West Palm Beach, in Florida. Protagonista della serata fu una torta a cinque piani decorata con bandiere americane, simboli repubblicani e fotografie del futuro presidente. Davanti ai sostenitori dichiarò: "È di gran lunga la più grande festa di compleanno che abbia mai avuto".

I 50 anni tra celebrità, champagne e palloncini d'oro

Nel 1996 il Trump Tower ospitò una festa memorabile per il cinquantesimo compleanno dell'imprenditore. Oltre 400 invitati parteciparono a una serata con champagne, orchestra, sculture di ghiaccio e ospiti celebri. Tony Bennett gli regalò un dipinto di Mar-a-Lago, mentre la cantante Eartha Kitt gli dedicò una speciale interpretazione di "Happy Birthday". A fine serata, 600 palloncini dorati caddero dal soffitto davanti agli invitati.

Il compleanno del 1990 al Trump Castle

Per i suoi 44 anni Trump organizzò una gigantesca festa al Trump Castle di Atlantic City. L'evento fu caratterizzato da ricostruzioni scenografiche, spettacoli musicali e persino da un episodio che portò all'arresto di un giornalista che aveva tentato di introdursi clandestinamente alla festa.

Il compleanno del 1988 tra astronavi, magia e Ronald Reagan

Per i 42 anni, Trump stupì gli ospiti con una scenografia futuristica che includeva un'astronave alta oltre quattro metri. La festa prevedeva spettacoli di magia, esibizioni musicali e persino un messaggio di auguri inviato dall'allora presidente Ronald Reagan. Un evento che già all'epoca mostrava la passione dell'imprenditore per le celebrazioni spettacolari e fuori scala.

Il tesoro dei gioielli e le nuove accuse: Zapatero sempre più nel vortice giudiziario

Le nuove contestazioni per presunta frode fiscale e contrabbando aggravano ulteriormente la posizione giudiziaria di José Luis Rodríguez Zapatero, trasformando il cosiddetto "caso Plus Ultra" in una delle vicende più delicate della storia politica recente spagnola.

Per la prima volta dalla fine del franchismo, un ex capo del governo iberico si trova infatti a dover rispondere davanti all'Audiencia Nacional di un ventaglio così ampio di accuse, mentre il confronto politico tra socialisti e opposizione si fa sempre più acceso. Zapatero continua a respingere ogni addebito, sostenendo la legittimità del proprio operato e annunciando che fornirà tutte le spiegazioni richieste dal giudice nei prossimi interrogatori previsti per il 17 e il 18 giugno.

Dai gioielli alla nuova ipotesi di frode fiscale

La novità emersa nelle ultime ore riguarda l'apertura di un fascicolo separato da parte del giudice José Luis Calama, che ha deciso di approfondire la provenienza di alcuni gioielli rinvenuti durante la perquisizione del 19 maggio nello studio madrileno dell'ex premier socialista. Secondo la valutazione disposta dall'autorità giudiziaria, i preziosi avrebbero un valore complessivo superiore a 1,3 milioni di euro.

Nell'ordinanza, riportata dalla stampa spagnola, il magistrato sottolinea che l'origine di tali beni "non risulta al momento giustificabile". L'assenza di documentazione fiscale relativa all'acquisizione potrebbe configurare un incremento patrimoniale non dichiarato, superando la soglia prevista dal diritto penale tributario spagnolo per l'ipotesi di frode fiscale. Inoltre, gli investigatori stanno verificando se tali beni siano entrati nel territorio dell'Unione europea senza il pagamento dei relativi dazi doganali, circostanza che aprirebbe anche alla contestazione del reato di contrabbando.

Un elemento che ha alimentato ulteriormente il dibattito pubblico riguarda la discrepanza tra le prime stime diffuse dall'entourage dell'ex premier, che parlavano di un valore compreso tra 30 e 50 mila euro, e la successiva perizia affidata alla storica gioielleria Ansorena con il supporto dell'Istituto Gemmologico Spagnolo, che ha invece quantificato il patrimonio sequestrato in circa 1,3 milioni di euro.

L'acquisto di gioielli di tale valore genera, inoltre, obblighi fiscali, come IVA, imposta sul trasferimento di proprietà, imposta di successione e donazione o imposta sul reddito delle persone fisiche. L'eventuale mancanza di documentazione sulla modalità di acquisizione potrebbe imputare a Zapatero una plusvalenza ingiustificata. L'assenza di una dichiarazione o di un pagamento di una qualsiasi di queste imposte consentirebbe, inoltre, di dedurre la possibile esistenza di un importo di evasione fiscale superiore alla soglia tipica, che è di 120.000 euro.

Il caso Plus Ultra e le accuse già contestate

Le nuove ipotesi investigative si inseriscono nel più ampio filone del caso Plus Ultra, nato dall'esame del salvataggio pubblico da 53 milioni di euro concesso nel 2021 alla compagnia aerea durante la pandemia attraverso il fondo gestito dalla Sociedad Estatal de Participaciones Industriales (SEPI).

Secondo il giudice Calama e gli investigatori dell'Unità di criminalità economica e fiscale (UDEF), Zapatero avrebbe avuto un ruolo centrale in una presunta rete di intermediazione politica finalizzata a favorire interessi privati presso le istituzioni pubbliche. Le accuse già formalizzate comprendono traffico di influenze, falsità documentale, organizzazione criminale e riciclaggio di denaro.

Le indagini si concentrano anche sui rapporti con alcuni imprenditori legati alla compagnia aerea e su presunti flussi finanziari transitati attraverso società considerate dagli inquirenti strumenti di schermatura patrimoniale. Parte del materiale investigativo deriva inoltre dalla cooperazione con le autorità statunitensi.

La difesa di Zapatero e il terremoto politico in Spagna

L'ex capo del governo, alla guida della Spagna dal 2004 al 2011, ha sempre respinto con fermezza ogni accusa. Durante la perquisizione, attraverso la propria segretaria, ha attribuito la provenienza dei gioielli a eredità ricevute dalla madre e dalla suocera, oltre che a regali ricevuti nel corso degli anni. Il suo portavoce ha poi riconosciuto un errore nella valutazione iniziale del valore dei preziosi.

L'interrogatorio fissato per la prossima settimana potrebbe rappresentare un passaggio decisivo. Offrirà a Zapatero l'opportunità di esporre la propria versione dei fatti e consentirà ai magistrati di verificare la tenuta delle spiegazioni fornite. In una Spagna già attraversata da forti tensioni politiche e da numerose inchieste che coinvolgono figure di primo piano, il caso rischia così di trasformarsi in uno dei dossier più esplosivi degli ultimi decenni.

“8647” a due passi dalla Casa Bianca: è allarme a Washington prima del compleanno di Trump

Un gigantesco “8647” apparso sui prati del National Mall di Washington ha fatto scattare l’allarme delle autorità federali a pochi giorni dagli attesi festeggiamenti alla Casa Bianca per l’80esimo compleanno di Donald Trump, previsti domenica e accompagnati anche da un evento Ufc. La sequenza numerica, visibile dalle immagini live della webcam posta sul Washington Monument, è comparsa come una vasta area di erba scolorita nella zona del Mall a est del memoriale della Seconda guerra mondiale.

Non è ancora chiaro quando i numeri siano stati tracciati. Secondo la Cnn, nelle fotografie del National Mall scattate il 5 giugno da Getty Images la scritta non risultava visibile. Le immagini di EarthCam mostrano invece i numeri emergere progressivamente nel corso di alcuni giorni. Da terra, giovedì pomeriggio, i segni non erano facilmente distinguibili, ma diversi testimoni hanno riferito la presenza di mezzi di emergenza che hanno bloccato l’area intorno alle 13, mentre la squadra di paracadutisti dell’esercito, i Golden Knights, atterrava sul Mall.

Il significato del numero “8647” e l’allarme delle autorità

La sequenza “8647” viene generalmente usata come simbolo di opposizione a Trump, 47esimo presidente degli Stati Uniti. Ma l’amministrazione la interpreta anche come possibile allusione minacciosa: nello slang americano il numero “86”, nato nel settore della ristorazione per indicare la necessità di eliminare o rimuovere un ordine o un cliente, può essere usato anche nel senso di “fare fuori” qualcosa o qualcuno.

“Ogni minaccia contro il presidente viene presa molto seriamente dal dipartimento, e la nostra U.S. Park Police indagherà su questo episodio e assicurerà i responsabili alla giustizia”, ha dichiarato un portavoce del dipartimento dell’Interno, da cui dipende la gestione del National Mall. Lo stesso portavoce ha definito le scritte un “folle atto di vandalismo” che “non sarà tollerato”.

La U.S. Park Police ha precisato che la causa dello scolorimento dell’erba non è stata ancora determinata. Sono stati raccolti campioni per effettuare analisi. Secret Service e Fbi hanno rimandato ogni commento alla polizia dei parchi federali, che sta conducendo l’inchiesta. Una fonte delle forze dell’ordine citata dalla Cnn ha spiegato che il Secret Service collaborerà con la Park Police nel momento in cui sarà individuato un sospetto.

Dura la reazione della Casa Bianca. “Chiunque compia o sostenga violenza politica o cultura dell’assassinio deve essere condannato nei termini più duri possibili”, ha dichiarato il portavoce del presidente, Davis Ingle. “Devono ricevere immediatamente sostegno psichiatrico per curare il grave caso di sindrome da follia anti-Trump che ha minato i loro cervelli”, ha aggiunto.

Il precedente Comey e il clima politico attorno al simbolo

La vicenda si inserisce in un clima già teso attorno all’uso politico della sequenza “8647”. Nei mesi scorsi l’ex direttore dell’Fbi James Comey era finito al centro di una bufera per aver pubblicato sui social una fotografia che mostrava alcune conchiglie disposte su una spiaggia in modo da formare proprio quei numeri. Dopo le proteste dei commentatori conservatori, Comey aveva cancellato il post, negando qualsiasi intenzione violenta.

Il dipartimento di Giustizia lo ha poi incriminato con l’accusa di aver diffuso una “grave espressione dell’intento di danneggiare il presidente degli Stati Uniti”. L’ex capo dell’Fbi, storico avversario di Trump dai tempi del licenziamento seguito all’avvio dell’inchiesta sul Russiagate, dovrebbe andare a processo in ottobre. La difesa si prepara a chiedere l’archiviazione, sostenendo che il caso sia un nuovo esempio di giustizia politicizzata e usata per appagare lo spirito vendicativo del presidente. Comey, nei mesi scorsi, era già riuscito a far archiviare precedenti accuse di falsa testimonianza mosse contro di lui dal dipartimento di Giustizia.

A complicare il quadro c’è anche una recente decisione di un giudice federale, che il mese scorso ha stabilito che il numero “8647” non può essere automaticamente considerato una minaccia. In quel caso, il tribunale aveva deciso che una bandiera con quei numeri esposta davanti al palazzo di giustizia di Washington non dovesse essere rimossa, richiamando la tutela della libertà di espressione garantita dal Primo emendamento.

Intanto, l’episodio del National Mall arriva mentre Washington si prepara a un fine settimana di grande attenzione per la sicurezza, legato alle celebrazioni per il compleanno di Trump e alla presenza di grandi folle nella capitale. La Casa Bianca, già più volte teatro di trasformazioni legate alle passioni personali dei presidenti, si appresta così a vivere un nuovo appuntamento pubblico sotto la sorveglianza rafforzata delle autorità federali.

Non sarebbe la prima volta che gli spazi della residenza presidenziale vengono adattati alle abitudini dei suoi inquilini. Barack Obama fece trasformare uno dei campi da tennis in un campo da basket per potersi allenare anche alla Casa Bianca. Già nel 1991 George H. W. Bush, presidente sportivo appassionato di corsa, tennis e nuoto, aveva fatto realizzare un mezzo campo da basket. La sua vera passione, però, era l’horseshoe, il gioco del lancio dei ferri di cavallo: nel 1989 fece costruire un campo apposito e nel 1991 vi si esibì davanti alla regina Elisabetta, che durante una visita alla Casa Bianca gli regalò quattro ferri di cavallo d’argento.

All’interno della residenza resta invece celebre la piccola sala da bowling realizzata, a spese dello Stato del Missouri, per il 63esimo compleanno del presidente Harry Truman. Fu poi ampliata da Richard Nixon, grande appassionato di bowling.

Belfast, ancora disordini. La polizia pronta a sparare (ad acqua)

Agenti pronti a sparare con i cannoni ad acqua dopo il terzo giorno di violenze scoppiate a Belfast in seguito alla feroce aggressione di un operatore sanitario da parte di un richiedente asilo sudanese. Lunedì sera, Hadi Alodid, di trent'anni, aveva infatti tentato di decapitare Stephen Ogilvie. A bloccare l'aggressore erano intervenuti dei passanti prima che gli agenti lo arrestassero, ma la vittima ha comunque perso un occhio a causa del brutale attacco. Il caso ha sollevato un forte dibattito politico perché Alodid era arrivato dal Sudan nel 2023 via Parigi, giungendo a Belfast con un autobus preso a Dublino. L'asilo gli era stato concesso con un processo accelerato che non prevedeva alcuna intervista e aveva il permesso di rimanere fino al 2028. I disordini sono scoppiati rapidamente dopo che il video di Alodid che pugnalava Ogilvie, urlando in arabo, aveva fatto il giro del web. Decine di uomini mascherati avevano invaso le strade della città, provocando incendi, bruciando veicoli e case dove abitano immigrati, non risparmiando neppure una automobile della polizia. Sui social media i soliti difensori dei diritti dei residenti come Elon Musk e Tommy Robinson utilizzavano la ben nota narrativa della violenza collegata all'accoglienza indiscriminata invitando la comunità ad agire visto che la polizia rimaneva immobile.

A poco sono valsi i richiami alla calma, fatti dagli stessi parenti della vittima e dai politici irlandesi e britannici. Durante la seconda notte di scontri sono state arrestate 16 persone e 12 agenti di polizia sono stati feriti. Il ministro per il Nord Irlanda, Hillary Benn ha condannato «il teppismo razzista» affermando che le violenze hanno sparso tra le minoranze che vivono sul posto «terrore e paura». I disordini più gravi sono avvenuti a Belfast, Derry e Coleraine. Ora la polizia irlandese è pronta ad usare il pugno di ferro per arrestare i responsabili dei tumulti e rinforzi arriveranno sia dall'Inghilterra che dalla Scozia. «Questi disordini sono scioccanti e del tutto inaccettabili - ha dichiarato il premier Starmer (in foto) - non esiste alcuna giustificazione per la violenza né per chi l'ha incoraggiata online o altrove». Secondo quanto rivelato ieri dal sito online del Guardian, un gruppo di osservazione aveva messo in guardia la Polizia Nord Irlandese negli ultimi otto mesi del rischio rappresentato dagli attivisti anti immigrazione. Alcuni di loro già allora stavano facendo circolare gli indirizzi delle abitazioni che sono state prese di mira in questi giorni. E una lista simile era stata distribuita poco prima che scoppiassero le violenze. Particolarmente sotto pressione risulta essere da tempo l'area di Newtownabbey, a Nord di Belfast. John Blair, un membro dell'Assemblea Nordirlandese per Sud Antrim, ha detto ieri alla Bbc che i residenti hanno paura persino di recarsi al lavoro.

Il panico per l’incidente con materiale pericoloso, il lockdown poi la smentita: falso allarme al Pentagono

L’emergenza che ha innescato lo stato di lockdown al Pentagono e l’evacuazione di alcuni piani della struttura era frutto di un falso allarme. Lo riferiscono fonti della Cnn. Le operazioni di controllo dureranno comunque per un paio d’ore.

Inizialmente, l’incidente era stato indicato come legato a “materiali pericolosi”. Diversi piani e corridoi erano stati isolati e altri evacuati dopo che i sistemi interni dell’edificio avevano rilevato un problema legato alla qualità dell’aria.

Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, aveva confermato che i sistemi della struttura “hanno rilevato un problema di qualità dell’aria che richiede misure precauzionali, in attesa di determinarne la gravità”. “Il dipartimento sta applicando i protocolli standard di protezione”, aveva aggiunto Parnell, spiegando che i team di risposta erano stati dispiegati e pronti a fornire supporto ai dipendenti.

Sul posto era intervenuto anche il team per i materiali pericolosi della Pentagon Force Protection Agency, con il sostegno dei vigili del fuoco della contea di Arlington. Secondo una fonte citata dalla Cnn, alcuni agenti entrati nell’edificio indossavano maschere antigas e tute di protezione da agenti chimici.

Gates davanti al Congresso per il caso Epstein. "Non dovevo incontrarlo. L'isola? Mai stato"

"Non ho mai fatto del male a nessuno e voglio essere molto chiaro: non ho mai assistito né avuto alcun indizio del fatto che Jeffrey Epstein fosse coinvolto in attività criminali continuative". Bill Gates, messo sotto torchio durante un'udienza a porte chiuse al Congresso Usa, nega qualsiasi coinvolgimento nei reati dell'ex finanziere pedofilo morto in carcere nel 2019, ma ammette che "non avrei mai dovuto incontrarlo". Durante l'audizione davanti a una commissione che indaga sulla vicenda, il miliardario filantropo e cofondatore di Microsoft risponde alle domande sull'amicizia con Epstein, che ha frequentato per almeno tre anni al solo scopo, secondo lui, di ottenere fondi per la fondazione benefica che aveva creato con l'allora moglie Melinda. "Alla luce di ciò che so oggi, capisco che se anche se avesse procurato i donatori promessi alla Gates Foundation questo non avrebbe giustificato il fatto di essere associati a lui", sottolinea Gates. "Non sono mai andato sulla sua isola, nel suo ranch o nella sua casa in Florida", prosegue, sostenendo di aver avuto paura di interrompere i rapporti poiché Epstein sapeva delle sue relazioni extraconiugali e minacciava di usarle contro di lui. Il magnate, che non è accusato di alcun illecito, ha espresso la speranza che la sua testimonianza possa "contribuire al lavoro della commissione per rendere giustizia alle vittime".

Gates compare in molte delle foto diffuse dal dipartimento di Giustizia sul caso, e ha detto di aver conosciuto Epstein nel 2011, quindi dopo la condanna per favoreggiamento della prostituzione di una minore, attraverso una sua collaboratrice. Melanie Walker, amica intima di Epstein, ha lavorato per oltre dieci anni presso la Gates Foundation e successivamente nell'ufficio privato del miliardario. Nell'estate del 2017, dopo che i due erano diventati amanti, la donna decise di farsi da parte e chiese un consiglio al finanziere: "Riguardo a BG. Basta che gli dici ho raccontato tutto a Jeffrey... tutto', le rispose lui quando lei gli aveva confessato di temere una vendetta da parte di Gates.

Il fallimento sociale del Regno Unito che ha abdicato alla propria identità

Le immagini che arrivano da Belfast con una città a ferro e fuoco, case e auto bruciate, assalti ai negozi etnici sono molto più di una semplice protesta ma rappresentano la fotografia del fallimento di un modello, quello multiculturale, che per prima la Gran Bretagna ha provato a realizzare in Europa. La società britannica, a differenza di altre nazioni europee, da secoli ha al suo interno varie componenti etniche grazie al suo impero e al Commonwealth. Le varie etnie hanno sempre convissuto pacificamente in un modello basato sul rispetto delle usanze di ciascuno ma riconoscendo la preminenza della cultura britannica nell'isola.

Negli ultimi decenni questo equilibrio è saltato a causa dell'immigrazione di massa e il tessuto urbano britannico è cambiato diventando in molti casi irriconoscibile non solo a Londra (dove ormai esistono veri e propri quartieri ghetto) ma anche nelle altre grandi città (emblematico il caso di Birmingham) e perfino nei piccoli centri. Aver accolto milioni di immigrati con numeri ingestibili e avere al tempo stesso abdicato alla difesa della propria identità ha determinato la crescita di fenomeni di radicalizzazione (soprattutto legati all'immigrazione islamica) e un senso di impunità testimoniato dagli ultimi drammatici fatti di cronaca.

L'uccisione del giovane Henry Nowak accoltellato a morte da un immigrato di origine sikh a Southampton a dicembre dello scorso anno ha scosso profondamente l'opinione pubblica inglese dopo la pubblicazione nei giorni scorsi di un filmato in cui ci vede la polizia ammanettare a terra il giovane che sarebbe morto poco dopo mentre viene accusato di razzismo dal suo assassino. Il video testimonia la situazione della Gran Bretagna di oggi in cui, a forza di parlare di inclusione verso gli immigrati, sono sempre più diffusi fenomeni di "razzismo al contrario" con una colpevolizzazione preventiva degli autoctoni.

È la diffusione di un altro filmato ad aver determinato le proteste di Belfast in un ci si vede un rifugiato sudanese cercare di decapitare con un coltello da cucina un nordirlandese salvato solo grazie all'intervento di alcuni passanti. Il tentato omicidio da parte del migrante ha fatto esplodere la rabbia della popolazione locale ormai esasperata dalla crescente insicurezza e dei crimini degli immigrai. D'altro canto Roger Scruton, il principale pensatore conservatore britannico contemporaneo, aveva provato a mettere in guardia i suoi connazionali: "Per tutta la mia vita adulta i governi del mondo occidentale hanno propagato il vangelo del multiculturalismo".

Il fallimento del modello britannico sull'immigrazione determina però non solo conseguenze socio-culturali ma anche politiche con la crisi da un lato del Partito Laburista che è stato l'alfiere di un'immigrazione di massa e dall'altro del Partito Conservatore che non è riuscito negli anni in cui ha governato a fermare e invertire questa tendenza. Non a caso l'immigrazione è uno dei cavalli di battaglia di Nigel Farage e del suo partito Reform Uk e di figure come il popolare influencer Tommy Robinson. Eppure c'è anche chi come Jeremy Corbyn e i Verdi cercano di sfruttare a loro vantaggio l'immigrazione candidando rappresentanti della comunità musulmana, denunciando una presunta islamofobia e accusando gli inglesi di razzismo mentre vengono accoltellati e decapitati nelle strade della loro nazione.

Gli effetti malati dell'accoglienza indiscriminata

E adesso tutti denunceranno il razzismo, la xenofobia, l'odio nei confronti del diverso. Giusto, anzi giustissimo, ma non dimentichiamoci del resto.

Diranno che dietro la rivolta che ha incendiato Belfast c'è tutto questo e ci sono anche l'estrema destra e pure Elon Musk, il presunto agitatore globale di tutti i populismi e i sovranismi nazionali. Ma non dimentichiamoci dei fatti: cioè che nella capitale dell'Irlanda del Nord un migrante sudanese ha tentato di decapitare un uomo, riuscendo "solo" a fargli perdere un occhio. Diranno e faranno tutto questo, e magari in taluni casi avranno anche una piccola percentuale di ragione, ma sarà unicamente una scusa per licenziare con approssimazione gli effetti, senza analizzare nel profondo le cause. Perché significherebbe, innanzitutto, dover fare autocritica e mettere in discussione quel mito dell'accoglienza indiscriminata che da decenni cercano di inculcare nell'opinione pubblica. Sgombriamo subito il campo da un dubbio capzioso: noi non stiamo e non staremo mai con chi mette a soqquadro le città, brucia autobus e cassonetti, attacca la polizia e dà la caccia a stranieri e africani. Qualunque sia la ragione della sua protesta e della sua rabbia. Alla delinquenza non c'è giustificazione alcuna. Ma non possiamo indossare i paraocchi del politicamente corretto e trottare tranquillamente verso il precipizio dell'Occidente. L'integrazione per come la abbiamo intesa fino a oggi è un processo che è fallito pressoché ovunque: dalla Francia fino alla Germania e alla Gran Bretagna, passando, ahinoi, per l'Italia.

Il film horror - da entrambe le parti - che è andato in scena a Belfast è il sequel di quello che è già successo in giro per il mondo e rischia di essere il prequel di quello che potrebbe accadere altrove. Attenzione a non confondere il dito con la luna e gli effetti con le cause. L'immigrazione è un problema, ignorarlo è un danno sia per gli europei che per i migranti.

Belfast, la città a ferro e fuoco. "Un pogrom contro gli stranieri"

Le peggiori paure si sono avverate. Belfast è da due notti e un giorno ostaggio delle violente proteste anti-immigrati, seguito all'arresto del sudanese che lunedì sera, in una via della capitale dell'Irlanda del Nord, ha cercato di decapitare un uomo nel corso di un selvaggio agguato che un anonimo testimone ha documentato con un video che ha scioccato e inorridito la città, il Regno Unito e l'Europa. E gli appelli alla moderazione delle autorità cittadine del governo nazionale sono stati acqua fresca rispetto alla chiamata alle armi diramata su X dagli autonominati patrioti.

Così martedì sera i manifestanti, molti dei quali con il volto travisato, si sono radunati in diversi punti della città e sono passati all'azione, bloccando importanti arterie stradali, dando fuoco a diversi veicoli, e anche a un edificio in centro città, che è stato evacuato dopo un lancio di molotov. La città è stata sorvolata da diversi elicotteri della polizia, che hanno ritmato l'ansia di una città senza fiato per l'odore acre del fumo dei roghi e dei lacrimogeni. Le proteste sono andate avanti ieri con un presidio serale di protesta davanti all'assemblea legislativa di Stormont e sono previste anche per oggi. Le scuole resteranno chiuse.

I ribelli, teleguidati dalle forze di estrema destra, si sono dedicati a quello che loro stessi hanno definito un "pogrom". I manifestanti se la sono presa con qualsiasi straniero, in particolare le famiglie di origine africana. Nella zona est di Belfast, un gruppo di circa cento uomini mascherati ha percorso le strade al grido di "cacciare gli stranieri". Tre persone sono state arrestate, "ma ne seguiranno sicuramente altri", ha detto il viceministro Dan Jarvis, numero due del ministero dell'Interno e responsabile della sicurezza, riferendo ieri alla Camera dei Comuni. Due agenti di polizia sono rimasti feriti nelle rivolte.

Ieri il governo dell'Irlanda del Nord si è riunito per una sessione di emergenza. Molti altri agenti sono in arrivo a Belfast dal resto del Regno Unito. "Abbiamo predisposto l'arrivo di rinforzi da altre forze dell'ordine domani (oggi, ndr). Stiamo cercando di far arrivare altri 200 agenti circa per affrontare la situazione", ha detto in conferenza stampa il capo della polizia Jon Boutcher.

Ad alimentare le proteste come detto sono stati gli appelli diffusi su X da gruppi legati all'ultradestra: un post dell'estremista Tommy Robinson è stato rilanciato su X da Elon Musk con tanto di invito a scendere in strada. Dura la condanna da parte del premier Keir Starmer, che parla di atti "scioccanti e del tutto inaccettabili" e senza "alcuna giustificazione". La giovane sindaca di Belfast, Róis-Máire Donnelly, ha reso noto di essere stata avvisata dalla polizie di minacce di morte contro di lei ma ha avvertito che non si farà intimidire.

L'uomo che ha aggredito il quarantenne si chiama Hadi Alodid ed è un richiedente asilo arrivato dal Sudan via Dublino nel febbraio 2023, al quale era stato successivamente riconosciuto lo status di rifugiato e un permesso di soggiorno nel Regno Unito. È al momento in stato di fermo ed è comparso ieri davanti al tribunale della città per una breve udienza nella quale gli è stata formalizzata dal giudice l'incriminazione per tentato omicidio e possesso di un'arma bianca. Ha rifiutato l'assistenza legale e non ha risposto alle domande. Gli è stata negata la libertà su cauzione per timore di esacerbare ulteriormente gli animi. La sua vittima, il quarantenne Stephen Ogilvie, tecnico radiologo del servizio sanitario pubblico, originario della Scozia e residente nello stesso complesso di edilizia popolare di Alodid, ha perso un occhio e resta ricoverato in ospedale in condizioni gravi. La sua famiglia ha invitato la città alla calma: "Non vogliamo che questa terribile tragedia venga usata per dividere le persone o alimentare l'ostilità. Siamo devastati ma la protesta pacifica è l'unica via da seguire".

“Un incubo per gli Usa”: ecco i super missili di Kim

La Corea del Nord ha chiesto alle sue fabbriche di aumentare massicciamente la produzione di missili balistici e da crociera nell'arco dei prossimi cinque anni. Il leader Kim Jong Un ha ordinato un'espansione di 2,5 volte della capacità produttiva delle suddette armi, con un focus specifico sul famigerato Kn-23. Si tratta di un particolare importante, visto che gli esperti del Congresso Usa hanno definito le manovre di risalita di questi ultimi missili citati come uno dei più grandi progressi realizzati da Pyongyang nel settore della Difesa. La variante più grande può trasportare una testata da 2.500 kg ed è progettata per eludere i sistemi di difesa AEGIS. La mossa di Kim ha principalmente due scopi: rafforzare il proprio Paese in vista di una futura crisi con Washington e soddisfare la domanda russa.

Kim potenzia la produzione di missili

Kim ha visitato personalmente uno stabilimento – il nome non è stato reso noto - che ha superato gli obiettivi di produzione, definendo la sua espansione una “missione fondamentale” per l'esercito del Paese che dovrà sempre più riorganizzarsi e affidarsi alle forze missilistiche.

L'ispezione del presidente nordcoreano si è concentrata sulle prestazioni produttive del sito durante la prima metà del 2026, periodo in cui l'azienda avrebbe superato in anticipo i tempi previsti per la realizzazione di armi strategiche, dimostrando che il modello di mobilitazione industriale bellica della Corea del Nord sta già operando al di là degli obiettivi di produzione di base.

Le immagini diffuse dai media statali mostrano Kim intento a osservare missili balistici a corto raggio, e suggeriscono fortemente che la famiglia Hwasong-11, comprese le varianti KN-23 e KN-24, rimanga centrale nella dottrina di attacco di Pyongyang. Ebbene, l'ordine di aumentare la capacità di produzione missilistica di 2,5 volte nel prossimo quinquennio indica che la Corea del Nord sta passando da uno sviluppo episodico di armi a una generazione di forza su scala industriale e continuativa, progettata per un confronto regionale prolungato e una competizione di deterrenza.

Le recenti dichiarazioni della potente sorella di Kim, Kim Yo Jong, secondo la quale lo status nucleare nordcoreano è "non negoziabile", rafforzano inoltre l'interpretazione secondo cui questa iniziativa di espansione missilistica dovrebbe essere intesa come una trasformazione strutturale permanente della politica di difesa nazionale di Pyongyang.

La Corea del Nord stringe i muscoli

Come ha spiegato Defence Security Asia, la serie Hwasong-11 presenta già serie difficoltà di intercettazione, visto che le traiettorie di manovra quasi balistiche, i profili di volo e la mobilità al momento del lancio complicano le soluzioni di tracciamento per i sistemi di difesa missilistica balistica Patriot PAC-3, THAAD e AEGIS. L'ampliamento della capacità industriale nazionale consentirebbe inoltre alla Corea del Nord di sostenere densità di lancio più elevate in tempo di guerra, ricostituendo rapidamente le scorte missilistiche dopo le spese di combattimento e aumentando così la resistenza operativa in più teatri militari contemporaneamente.

L'enfasi posta da Pyongyang sia sulla produzione di missili balistici che di missili da crociera indica una dottrina di attacco a più livelli. Last but not least, il crescente arsenale nordcoreano di missili balistici a corto raggio a guida di precisione aumenta anche la capacità dell'esercito nordcoreano di condurre attacchi convenzionali contro centri di comando, aeroporti, snodi logistici e batterie di difesa missilistica in Corea del Sud e in alcune zone del Giappone. Ultimo aspetto da non trascurare: l'integrazione di varianti con munizioni a grappolo, a frammentazione e a capacità di oscuramento nelle famiglie di missili esistenti complica ulteriormente la gestione dell'escalation da parte degli avversari.

Un modulo e nessun colloquio, così il sudanese di Belfast ha ottenuto il permesso di soggiorno “fast-track”

Le polemiche sull’attacco di Belfast non si placano e queste sono le ore delle domande. Scemata l’indignazione del momento, gli inglesi si chiedono come sia arrivato nel loro Paese Hadi Alodid e come abbia fatto a ottenere un permesso di soggiorno illimitato (con tutti i benefici del caso) della durata di 5 anni. Questo ha generato molte polemiche e ripreso vecchi temi legati alle politiche migratorie fin troppo lasche di Rishi Sunak.

In base alle notizie finora note, la prima comparsa ufficiale dell’uomo è a Parigi tra il 2022 e il 2023, da lì è arrivato a Dublino ma non è chiaro come, visto che i barconi non coprono la tratta tra le coste francesi e l’Irlanda. Inoltre, se fosse arrivato nel Regno Unito illegalmente attraverso la Manica, avrebbe potuto fare domanda direttamente nel posto di sbarco invece di arrivare fino a Belfast: tra l’Inghilterra e l’Irlanda del Nord non vi sono differenze in tal senso. Invece, da Dublino Alodid ha preso un autobus che lo ha portato a Belfast nel febbraio 2023 e qui ha presentato immediatamente domanda di asilo, che gli è stata accettata nel settembre dello stesso anno. Non ha dovuto nemmeno sottostare a controlli confine, perché per antichi accordi non esiste una frontiera tra i due Paesi. Al momento non è noto né come Alodid sia arrivato a Parigi e nemmeno come sia arrivato a Dublino. Sta di fatto che ha potuto usufruire dello “Streamlined Asylum Process”, noto come Sap, e definito anche “fast-track” delle domande di asilo per la facilità e rapidità con le quali venivano sbrigate le domande. Questo sistema è stato introdotto sotto il governo Sunak proprio a febbraio 2023 ed è stato esteso ai richiedenti asilo sudanesi nel giugno dello stesso anno.

Questo sistema, fortemente contestato fin dalla sua introduzione, prevede la compilazione di un modulo di 10 pagine da parte del richiedente, che non viene sottoposto ad alcun colloquio faccia a faccia. È stato introdotto dal governo del Regno Unito per smaltire le 92mila domande di asilo arretrate e, con questo sistema, quelle presentate da sedicenti cittadini sudanesi hanno avuto un tasso di accoglimento del 95% a fronte dei conflitti nella regione. “Il Ministero dell'Interno all'epoca non voleva attuare il piano fast-track, ma Rishi glielo ha imposto. È stato il peggiore dei due mondi, perché non è riuscito a fermare le piccole imbarcazioni attraverso la Manica e, allo stesso tempo, ha reso più facile ottenere l'asilo. Era totalmente illogico e avrebbero dovuto lavorare per disincentivare i richiedenti asilo”, ha dichiarato una fonte dei Tory al Daily Mail che ha dato in esclusiva la notizia.

Il governo in carica ha inasprito nuovamente i criteri di accesso allo status di rifugiato ma in quella finestra nella quale è stato in vigore il sistema Sunak sono stati decine di migliaia i migranti che hanno potuto ottenere il permesso di soggiorno. Questo metodo non era stato sospeso o rivisto nemmeno a seguito delle segnalazioni dei funzionari pubblici, che avevano messo in guardia il governo sul fatto che il SAP non sarebbe stato in grado di identificare i “malintenzionati”, inclusi terroristi e autori di reati gravi.

"Massimo controllo": come funziona il database segreto cinese che spia gli stranieri

Nell’ultimo decennio la Cina ha costruito una delle reti di sorveglianza più estese al mondo. Questa architettura molto sofisticata si basa su centinaia di milioni di telecamere, sistemi di riconoscimento facciale e una raccolta capillare di dati personali. Ma fino a oggi era rimasto poco chiaro in che modo tutte queste informazioni venissero integrate e utilizzate per monitorare individui specifici. Un recente “ritrovamento digitale” ha offerto uno sguardo raro e dettagliato su questo singolare modus operandi. La scoperta riguarda una piattaforma di polizia lasciata accidentalmente accessibile online, che sembra essere stata progettata per seguire e analizzare in tempo reale la presenza e gli spostamenti degli stranieri in una città del nord della Cina.

La piattaforma di sorveglianza cinese

Secondo quanto riportato dal Sydney Morning Herald, il sistema è stato individuato dal giornalista tedesco specializzato in cybersicurezza Marc Hofer durante un'indagine sui siti collegati al Ministero della Pubblica Sicurezza cinese. La piattaforma, denominata “Dynamic Control Platform for Overseas Personnel”, sarebbe stata associata alla città di Zhangjiakou, nella provincia di Hebei, e si presentava come un cruscotto operativo destinato alle forze dell’ordine.

Al suo interno erano presenti dati relativi a centinaia di persone reali, tra cui circa 350 giornalisti stranieri residenti a Pechino nel 2021. Ogni profilo conteneva fotografie, dettagli del passaporto, numeri di telefono, data di nascita e informazioni professionali. Alcuni soggetti risultavano classificati come “tracciabili”, una categoria che consentiva alle autorità di accedere a dati molto più dettagliati.

In alcuni casi il sistema registrava gli spostamenti rilevati dalle telecamere di sorveglianza, le visite in alberghi e ospedali, gli acquisti di carburante e persino le informazioni sui viaggi ferroviari, inclusi numero del treno e posto assegnato. La piattaforma mostrava inoltre mappe con la distribuzione degli stranieri sul territorio e disponeva di funzioni di analisi relazionale capaci di evidenziare collegamenti e frequentazioni tra persone diverse.

EXCLUSIVE: How the track foreigners in China - We got rare access to demo system developed by the Ministry of Public Security in China for the prefecture of Zhangjiakou, to track and surveil foreigners visiting or being residents ( actually it applies to most nationals as well,… pic.twitter.com/uC9SP83nBn

— NetAskari (@NetAskari) May 19, 2026

Un mare di informazioni

L’aspetto più significativo emerso dalla scoperta non è tanto l’esistenza di singoli strumenti di monitoraggio, quanto la capacità di aggregare informazioni provenienti da fonti differenti in un’unica interfaccia operativa.

Un simile approccio rappresenta in effetti un’evoluzione dei grandi programmi di sorveglianza già attivi nel Paese, come Skynet e Sharp Eyes, sviluppati ufficialmente per finalità di sicurezza pubblica. Il database individuato da Hofer suggerisce, sempre a detta del Sydney Morning Herald, che le autorità stiano cercando di costruire sistemi in grado di seguire gli individui quasi in tempo reale, ricostruendone abitudini, reti sociali e movimenti.

Fergus Ryan, esperto di tecnologie cinesi dell’Australian Strategic Policy Institute, ha fatto notare che strumenti del genere erano stati finora associati soprattutto alla regione dello Xinjiang, ma che la loro comparsa in altre aree del Paese potrebbe indicare una diffusione più ampia di queste tecniche.

Certo, la piattaforma di Zhangjiakou appariva ancora incompleta e priva di alcune funzionalità avanzate, come il tracciamento diretto dei telefoni cellulari. Tuttavia, il livello di dettaglio già disponibile mostra fino a che punto possa spingersi il monitoraggio degli stranieri considerati di interesse. Dopo la pubblicazione delle inchieste di Hofer e di altri giornalisti coinvolti nell’analisi del sistema, l’accesso alla piattaforma è stato rapidamente chiuso.

“Non avrei mai dovuto incontrarlo". Bill Gates rompe il silenzio su Epstein. Ma il caso continua a perseguitarlo

L'ombra di Jeffrey Epstein continua ad allungarsi su alcune delle figure più potenti degli Stati Uniti. L'ultimo a tornare sotto i riflettori è Bill Gates. Il cofondatore di Microsoft, per anni considerato il volto più riconoscibile della filantropia globale, ha ammesso davanti ai membri della Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti che aver frequentato il finanziere morto nel 2019 è stato un "grave errore di giudizio". Allo stesso tempo ha ribadito di non essere mai stato sull'isola privata di Epstein e di non aver mai assistito ad attività illegali.

Dopo la pubblicazione di nuovi documenti legati all'inchiesta Epstein e le audizioni parlamentari che coinvolgono personaggi influenti, il Congresso prova a ricostruire la rete di relazioni costruita dal finanziere condannato nel 2008 per reati sessuali e arrestato nuovamente nel 2019 con accuse federali di traffico sessuale di minori. Gates non è accusato di alcun illecito, ma la sua vicinanza a Epstein dopo la prima condanna di quest'ultimo continua ad alimentare interrogativi politici e reputazionali.

Il mea culpa di Gates davanti al Congresso

Comparendo volontariamente davanti all’House Oversight Committee, Gates ha scelto una linea di piena collaborazione. "Non avrei mai dovuto incontrarlo", ha dichiarato. Ha inoltre sottolineato di non aver mai avuto conoscenza dei crimini commessi dal finanziere né di aver partecipato ad attività inappropriate.

Secondo la ricostruzione fornita dallo stesso tycoon, gli incontri avvenuti tra il 2011 e il 2014 sarebbero stati motivati dall'idea che Epstein potesse facilitare raccolte fondi per iniziative filantropiche legate alla Gates Foundation, in particolare nel settore della salute globale. Gates ha però sostenuto che da quei contatti non nacque alcuna collaborazione concreta e che nessun finanziamento transitò attraverso Epstein. Quando si rese conto che le promesse non si sarebbero tradotte in risultati, interruppe i rapporti.

La smentita sull'isola e il tema del ricatto

Uno degli aspetti più delicati affrontati durante l'audizione riguarda le numerose teorie e indiscrezioni circolate negli anni. Gates ha negato categoricamente di essere mai stato a Little Saint James, l'isola privata nelle Isole Vergini divenuta simbolo degli abusi attribuiti a Epstein.

L'imprenditore ha inoltre raccontato che Epstein avrebbe cercato di sfruttare informazioni relative alle sue relazioni extraconiugali per riallacciare i contatti. Secondo quanto riferito durante la deposizione, il finanziere era venuto a conoscenza di alcune infedeltà matrimoniali e avrebbe tentato di utilizzarle come strumento di pressione. Gates ha però precisato che tali vicende personali "non avevano nulla a che fare con Epstein" e che non cedette a quei tentativi.

Ha anche spiegato ai parlamentari di non aver mai trascorso del tempo con le vittime di Epstein e di non aver assistito a comportamenti riconducibili alle attività criminali per cui il finanziere è stato condannato e successivamente indagato.

Una ferita aperta nell'immagine del filantropo

Per Gates, il caso Epstein rappresenta soprattutto una crisi reputazionale destinata a ridefinire il modo in cui l'opinione pubblica guarda alla sua figura. Negli ultimi anni il fondatore di Microsoft ha cercato di costruire la propria eredità attorno alla filantropia, alla lotta contro le malattie infettive e agli investimenti nell'innovazione sanitaria. Tuttavia, la domanda che continua a emergere negli Stati Uniti è perché uno degli uomini più potenti del mondo abbia scelto di frequentare Epstein dopo che quest'ultimo era già stato condannato per reati sessuali.

La stampa americana sottolinea come non vi siano accuse penali nei confronti di Gates e come nessuna prova lo colleghi ai crimini di Epstein. Ma evidenzia anche come le continue rivelazioni abbiano incrinato l'immagine pubblica costruita in decenni di attività filantropica.

Gates, intanto, è ricorso a Jake Greenberg, l'ex capo consulente investigativo della commissione, per una consulenza a seguito della pubblicazione dei file di affidarsi a Greenberg, sebbene non rara, ha sorpreso gli esperti di etica governativa, poiché potrebbe creare un'apparenza discutibile ai fini della deposizione.

Donne “scafiste” dei barconi di migranti: la nuova strategia dei trafficanti

Il mondo del business legato ai traffici irregolari di esseri umani è mutevole, fluido, si adatta ai tempi e alle usanze, per continuare a esistere ma anche per continuare ad avere appeal. Perché è innegabile che ne abbia ed è innegabile che eradicarlo è molto complesso. La struttura di queste organizzazioni di migranti è nota, è un triangolo in cui al vertice si trova la vera “testa” rappresentata il più delle volte dalla criminalità organizzata locale, che muove i fili e gestisce i traffici attraverso i suoi galoppini. Questi sono gli “agenti di zona” che a loro volta gestiscono la manodopera che organizza i migranti da imbarcare, sceglie le zone di partenza delle barche, trova le barche e anche le case in cui i migranti vengono raccolti prima della partenza. Sono loro a individuare, tra i migranti, i soggetti adibiti alla conduzione della barca e alla rotta, i bussolieri.

Finora è stato dato quasi per scontato che le barche venissero messe in mano a uomini, perché è sempre stato così ma, soprattutto, perché nelle inchieste condotte da questo quotidiano sono sempre stati individuati “scafisti” uomini. Sono loro a proporsi, anche se non hanno esperienza: viene loro spiegato qualche rudimento base e vengono messi al timone. È un ruolo ambito dai migranti, perché a fronte della responsabilità garantisce il trasporto gratuito. Tuttavia, dal monitoraggio dei traffici, sta cambiando qualcosa e ci sono sempre più “convogli” che vedono al timone una donna. Sono informazioni, queste, che emergono grazie ai video promozionali che i trafficanti condividono sui social per promuovere le proprie tratte e i propri viaggi e dietro questa scelta, che sicuramente non può essere annoverata tra quelle imposte dal pensiero occidentale per la parità dei sessi, potrebbero esserci due scopi, il primo di marketing e il secondo di scopo.

Il primo risponde a una logica ormai ben rodata nei circuiti illegali: differenziarsi per attrarre nuovi “clienti”. L’immagine di una donna al timone rompe uno schema consolidato e diventa uno strumento di propaganda. Serve a trasmettere un’idea di maggiore affidabilità, quasi di normalità, attenuando la percezione del rischio. Nei video diffusi sui social dai trafficanti, la figura femminile viene spesso utilizzata per costruire una narrazione più rassicurante del viaggio, come se questo potesse trasformare una traversata illegale e pericolosa in qualcosa di più accettabile, che trasmette quasi serenità. Il secondo, al contrario, è invece molto più concreto e, per certi versi, più spregiudicato. L’impiego di donne alla guida delle imbarcazioni può rappresentare un tentativo di sfruttare falle operative e approcci meno rigidi nei controlli. In alcuni casi, la presenza femminile può ridurre il livello di sospetto o ritardare interventi più incisivi da parte delle autorità. Non si tratta di una garanzia, ma di un margine che le organizzazioni criminali cercano di utilizzare fino in fondo, deresponsabilizzando, creando varchi. È un fatto che non ci sia nella storia recente una condanna nei confronti di una donna “scafista”. L’identikit dello scafista non è più quello tradizionale e questo rende più difficile individuare le responsabilità.

“Collegato ai terroristi”. Le accuse all’arbitro somalo espulso dagli Stati Uniti

Chiarezza è stata fatta. Se per quasi due giorni non si erano capiti i reali motivi per l’espulsione dagli Stati Uniti dell’arbitro somalo, Omar Artan, che avrebbe dovuto prendere parte ai Mondiali di Calcio, nelle ultime ore si è saputa la verità: un funzionario americano ha dichiarato che il suo ingresso è stato rifiutato a causa della sua "associazione con presunti membri di organizzazioni terroristiche". Il funzionario ha parlato a condizione di anonimato per discutere di una questione tutelata dalle leggi sulla privacy relative ai visti.

“Ingresso negato per ottimi motivi”

Nelle ultime ore ha parlato all’emittente americana Espn anche Andrew Giuliani, direttore esecutivo della task force della Casa Bianca sulla Fifa, affermando che ad Artan è stato negato l'ingresso per "ottimi motivi", ma rifiutandosi di fornire ulteriori dettagli. Nelle prime ore era infuriata la polemica visto che ad Artan è stato negato l’ingresso all’aeroporto di Miami ufficialmente per "problemi di verifica", scatenando l’indignazione per i metodi di trattamento riservati ad Artan fermato e interrogato per 11 ore.

Le dichiarazioni dell’arbitro

Secondo l'ambasciata somala in Kenya, che ha gestito la pratica, il visto per gli Stati Uniti gli era stato rilasciato la settimana scorsa. Artan ha raccontato al New York Times di essere stato interrogato dagli agenti di frontiera che gli hanno chiesto il motivo del suo viaggio negli Stati Uniti. Da lì, altre domande sulla politica somala e sul gruppo militante al-Shabab, impegnato in una guerriglia contro il governo. Dal canto suo, il fischietto ha spiegato agli inquirenti di essere arbitro della Fifa mostrando foto e documenti della sua carriera arbitrale.

Dopo l'interrogatorio, è stato messo in una cella di detenzione per alcune ore per poi essere espulso dagli Stati Uniti. "Credo che abbiano un problema con il mio Paese", ha dichiarato al quotidiano americano, sottolineando di avere i documenti e il visto in regola. Secondo il Times, Artan non avrebbe ricevuto alcuna spiegazione sul motivo del rifiuto d'ingresso.

“Rivedere politiche d’ingresso”

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha esortato gli Stati Uniti a riconsiderare le proprie politiche di controllo dell'immigrazione in vista dei Mondiali 2026 dopo che tifosi, un arbitro di alto livello e dirigenti delle squadre si sono visti impedire l'accesso al torneo. "Spero davvero che ci sia una profonda revisione di come le politiche di controllo dell'immigrazione stiano influenzando i diritti umani e la dignità umana, e che soprattutto in vista dei Mondiali si ripensino le politiche che purtroppo abbiamo visto prevalere, specialmente negli Stati Uniti", ha spiegato ai giornalisti.

L’accoglienza di Artan in Somalia

Al suo rientro a Mogadiscio, Artan è stato accolto come un eroe promettendo alla folla che lo aspettava in aeroporto di essere sicuro e deciso nel partecipare al prossimo torneo nel 2030. Oltre 100 tifosi si sono radunati fuori dalla zona Vip dell'aeroporto principale di Mogadiscio, sventolando bandiere nazionali mentre Artan scendeva da un volo della Turkish Airlines tra gli applausi. "Sarò ai prossimi Mondiali e continuerò a rendere orgogliosa la Somalia. Nonostante quello che mi è successo, non mi scoraggio", ha dichiarato Artan ai giornalisti.

Il rifiuto di Artan ha scatenato indignazione in patria. "Gli hanno fatto un torto che ferisce chiunque abbia a cuore l'umanità", ha dichiarato Mohamed Said, un funzionario del governo di Mogadiscio, all'aeroporto. Nominato arbitro dell'anno dalla Confederazione Africana di Calcio (Caf) nel 2025, avrebbe dovuto essere il primo arbitro somalo ai Mondiali di Calcio dopo essere stato inserito nella lista definitiva della Fifa due mesi fa.

Dal canto suo, il massimo organo calcistico mondiale ha dichiarato di non essere stato coinvolto nella procedura di immigrazione e di essere stato informato dalle autorità statunitensi che lo status di Artan "non subirà modifiche al momento".


Belfast, scoppia la protesta anti-immigrati

Manifestazioni di protesta anti immigrati, strade bloccate, bidoni e veicoli dati alle fiamme, fra cui anche un autobus. Belfast ha reagito così, ieri, dopo l'episodio di violenza avvenuto nella capitale dell'Irlanda del Nord, con protagonista un sudanese. L'uomo, che aveva il permesso di soggiorno nel Regno Unito, lunedì sera ha aggredito in modo violentissimo una persona attorno ai quarant'anni della quale non sono state rese note le generalità. L'assalto, brutale, è stato ripreso da un video amatoriale che ha fatto il giro del web, suscitando orrore e indignazione. Nelle immagini si vede il sudanese, dell'apparente età di una trentina di anni, a cavalcioni sopra la sua vittima che ferisce ripetutamente con un coltello. «Sta tentando di tagliargli la testa», si sente dire da un testimone inorridito nel video. «Lascialo», invoca un altro. Nel video si vede anche un terzo uomo, che il web ha eletto ad eroe, affrontare l'aggressore con una racchetta di hurling, uno sport gaelico. Poi intervengono anche altri uomini che sembrano riuscire nell'intento di fermare l'africano. Nel frattempo qualcuno aveva avvertito la polizia, che è intervenuta poco dopo arrestando l'aggressore. L'uomo è sotto custodia con l'accusa di tentato omicidio. La polizia nordirlandese (Psni) ha escluso il movente terroristico dietro il gesto e ha precisato che l'aggressore sarebbe arrivato a Belfast nel febbraio 2023 dal Sudan passando per Parigi e Dublino. Una volta arrivato in Irlanda del Nord avrebbe presentato domanda di asilo e, nel settembre del 2023, avrebbe ottenuto il permesso di soggiorno nel Regno Unito. La vittima avrebbe riportato «significative ferite agli occhi, al collo e alla schiena», ma non sarebbe in pericolo di vita.

L'episodio ha scioccato l'isola e l'intero Regno Unito. Ieri in serata le strade di Belfast sono state invase dalle proteste. I manifestanti, molti dei quali a volto coperto, hanno bloccato importanti arterie stradali della città e alcuni di loro hanno dato fuoco a diversi veicoli. Del fumo si è alzato da più punti della città. Ma anche sulle sponde dell'Inghilterra, a Southampton, ci sono stati raduni di protesta: la città è ancora scossa dal caso di Henry Nowak, il 18enne bianco accoltellato il 3 dicembre scorso in strada da un giovane britannico di origini sikh e che, invece di essere soccorso, venne ammanettato dagli agenti intervenuti, convinti dall'aggressore che lui avesse reagito a un attacco a sfondo razzista.

La nuova aggressione a Belfast ha anche provocato le prevedibili reazioni delle varie forze politiche. A cavalcare in particolare la «decapitazione di Belfast» è stato Nigel Farage, leader di Reform Uk, che non ha nemmeno atteso gli esiti delle prime indagini per accusare le autorità britanniche di concedere permessi di soggiorno con eccessiva facilità e chiedere alle autorità di «rivelare immediatamente l'identità e lo status dell'aggressore» tagliando corto: «Il pubblico deve conoscere la verità». Il ministro per l'Irlanda del Nord Hilary Benn, intervenendo alla Camera dei Comuni, ha minacciato la comunità di Belfast di dure ritorsioni in caso di manifestazioni violente mentre lo stesso premier Keis Starmer ha parlato di aggressione «ripugnante», invocando la tolleranza zero. Perfino il miliardario Elon Musk su X ha commentato «enough». Ovvero: abbastanza.

Chi è il migrante che voleva decapitare un irlandese

È stata una notte di disordini a Belfast dopo la brutale aggressione per strada di un uomo da parte di un richiedente asilo sudanese di 30 anni, Hadi Alodid, in possesso di un permesso di soggiorno illimitato per 5 anni come rifugiato nel Regno Unito, rilasciato il 23 settembre del 2023. Dal video che riprende l’assalto contro Stephen Ogilvie emerge che l’aggressore ha tentato di decapitare la propria vittima con un coltello da cucina, provocandogli ferite gravissime al volto, al collo, alla schiena e alla testa. La vittima versa ancora in gravissime condizioni e non è fuori pericolo: dalle ultime informazioni pare abbia perso l’occhio sinistro. Dell’aggressore non sono state diffuse foto o immagini. Quando è stato fermato dalla polizia ha dichiarato “ho ucciso qualcuno”, frase ripetuta anche in ospedale aggiungendo: “Non so se sia morto”. E mentre lo medicavano in ospedale per una ferita alla mano ha minacciato un medico: “Ti ucciderò”

Dalle informazioni frammentarie che sono emerse in queste ore pare che l’aggressore sia arrivato il 10 febbraio del 2023 da Dublino a Belfast a bordo di un autobus e che abbia viaggiato verso l’Irlanda dalla Francia. Ha attraversato legalmente il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord sfruttando un accordo di lunga data tra i due Paesi che prevede che non vengano effettuati controlli sul passaporto. Appena arrivato a Belfast ha chiesto asilo. Il viaggio dal Sudan al Paese Transalpino resta per il momento un’incognita, non è chiaro come abbia fatto a raggiungere la Francia ma sono numerosi i sudanesi che partono dalle coste del Nord Africa per raggiungere l’Europa passando dall’Italia. Nel 2025 sono stati 4.183 su 66.296 i soggetti che hanno dichiarato di essere sudanesi al momento dello sbarco in Italia. È stata la quinta nazionalità per volume e rappresenta il 6,3% di tutti gli sbarcati. Nel 2023, anno in cui è arrivato in Irlanda da Parigi, i sudanesi sbarcati in Italia furono 5.834 su 157.652, il 3,7% del totale. Le autorità dovranno ora ricostruire tutto il percorso fatto dal Sudan a Belfast per capire i suoi spostamenti, soprattutto prima di arrivare in Irlanda, e le ragioni per le quali gli sia stato concesso il permesso di soggiorno illimitato, anche se a tempo determinato.

L’aggressore è stato incriminato per tentato omicidio, possesso in luogo pubblico di un oggetto con lama o punta e minacce di morte. . Quest’oggi è comparso davanti alla Belfast Magistrates Court per la convalida del fermo, ha rifiutato la rappresentanza legale e non ha risposto alle accuse che gli sono state mosse tramite un interprete. Ci sono state numerose case date alle fiamme nella notte a Belfast, oltre a vetture, autobus e furgoni, e in diverse città dell’Irlanda del Nord si sono avuti violenti disordini. Una furia cieca che è esplosa, alimentata dalla frustrazione di vedere le città sempre meno sicure, che ha colpito anche stranieri regolarmente inseriti nel tessuto sociale. Disordini "scioccanti e del tutto inaccettabili", li ha definiti il premier britannico Keir Starmer, "Non esiste alcuna giustificazione per la violenza e i disordini che abbiamo visto minacciare le nostre comunità, né per chi li ha incoraggiati, online o altrove. È evidente che le persone sono state prese di mira a causa della loro origine" e che "i responsabili sentiranno tutta la forza della legge".

La situazione nel Regno Unito è sfuggita di mano ormai diversi anni fa, gli inglesi e gli irlandesi si sentono braccati nel proprio Paese e la vicinanza dell’aggressione a Ogilvie rispetto alle polemiche per l’uccisione di Henry Nowak ha senz’altro fomentato ulteriormente gli animi.

A nord di Belfast la Bbc ha riferito che diverse decine di uomini hanno calciato porte e finestre dicendo che stavano “portando fuori gli stranieri” e in altre zone della città diversi gruppi di residenti fermavano le auto per verificare che vi fossero immigrati. “Nulla può giustificare la violenza e il disordine a cui abbiamo assistito, che minacciano le nostre comunità, né le azioni di coloro che li hanno incitati, online o altrove. È chiaro che ieri sera le persone sono state prese di mira a causa della loro provenienza, e io non lo tollero", ha dichiarato il primo ministro inglese, Keir Starmer.

La criminalità etnica è un problema grave nel Regno Unito, non meno grave nell’Unione europea, ma al di là della Manica a rendere tutto più complicato ci sono anche le linee guida politiche, che tendono a tutelare le minoranze a scapito degli autoctoni, come emerge allo stesso caso Nowak. Stanotte ci sono stati scontri e manifestazioni anche a Londra, Glasgow e Southampton. Le autorità locali hanno invitato i cittadini alla calma, invitando a non cadere nel razzismo e sostenendo che i protagonisti delle proteste di ieri verranno perseguiti: gli eventi sono stati classificati come teppismo. Dall’altra parte si chiede maggiore attenzione agli ingressi rafforzando le frontiere, più controlli nelle pratiche di concessione dei permessi di soggiorno e rimpatrio di soggetti che si rendono protagonisti di violenze.

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