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‘Na Pizza racconta come cambia il lievitato italiano

11 June 2026 at 19:18

La pizza continua a cambiare forma senza perdere la propria identità. È questa la fotografia che emerge dalla terza stagione di ‘Na Pizza, il programma televisivo condotto da Renato Bosco che torna in onda dal 15 al 19 giugno su Sky Uno e in streaming su NOW con cinque nuovi episodi dedicati alla pizza contemporanea.

Più che una semplice trasmissione di cucina, il format si inserisce in un fenomeno che negli ultimi anni ha trasformato profondamente il settore. Se la pizza resta uno dei simboli più riconoscibili della gastronomia italiana, è altrettanto vero che oggi rappresenta un laboratorio permanente di ricerca. Tecniche di lievitazione, selezione delle farine, attenzione alla sostenibilità degli ingredienti e contaminazioni territoriali hanno ampliato il vocabolario di un prodotto che continua a dialogare con tradizione e innovazione.

In questo contesto si colloca il viaggio di Bosco, imprenditore e studioso della panificazione, che nelle nuove puntate incontra cinque professionisti provenienti da esperienze e territori differenti. L’obiettivo non è individuare una presunta versione definitiva della pizza, ma mostrare come uno stesso impasto possa interpretare sensibilità, culture gastronomiche e linguaggi diversi.

Ad aprire la serie sarà Davide Ruotolo di Palazzo Petrucci, a Napoli, che porterà in trasmissione la mozzarella di bufala campana. Seguirà Davide Sardina di Da Lioniello Milano con il broccolo, ingrediente che richiama le sue radici siciliane. Nella terza puntata sarà protagonista Davide Civitiello, campione del mondo della pizza napoletana e volto di Rossopomodoro, con le acciughe. Toccherà poi ad Antonio Fusco, giovane interprete della scena milanese, lavorare sul salamino piccante: non è un volto nuovo per Gastronomika, avendo già partecipato al Gastronomika Festival come giovane chef, portando proprio la sua pizza, quella di Sublime Milano. A chiudere la stagione sarà Ciro Tutino della pizzeria BRO di Napoli con il limone.

La scelta degli ingredienti non appare casuale. Accanto a prodotti iconici della tradizione compaiono elementi che testimoniano l’allargamento delle possibilità espressive della pizza contemporanea. Ogni ingrediente diventa il punto di partenza per riflettere sul rapporto tra territorio, tecnica e creatività, temi sempre più centrali nel dibattito professionale.

La crescita del settore negli ultimi quindici anni ha infatti modificato il ruolo stesso del pizzaiolo. Da artigiano specializzato nella produzione di un alimento popolare, il professionista della pizza è diventato spesso un ricercatore capace di dialogare con agricoltori, allevatori, mugnai e produttori. La qualità dell’impasto resta fondamentale, ma oggi il valore si misura anche nella capacità di costruire una visione gastronomica coerente.

Programmi come ‘Na Pizza intercettano proprio questa trasformazione culturale. La televisione racconta un prodotto familiare al grande pubblico, ma dietro la semplicità apparente di farina, acqua e lievito emerge un universo fatto di studio, tecnica e continua sperimentazione. Un racconto che contribuisce a spiegare perché la pizza, pur restando uno dei cibi più popolari al mondo, sia diventata anche uno dei più interessanti osservatori dei cambiamenti in corso nella gastronomia italiana.

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Le wine suite che mancano alle cantine

9 June 2026 at 03:45

Il turismo del vino italiano continua a crescere, ma non tutte le cantine riescono a intercettarlo allo stesso modo. Aumentano i visitatori, crescono le esperienze richieste, si allungano le permanenze medie. Eppure, gran parte delle aziende vitivinicole italiane resta ancora fuori dalla partita dell’ospitalità vera e propria. Mancano camere, investimenti immobiliari, personale dedicato. Soprattutto nelle aziende di dimensioni medio-piccole, il rischio è che l’enoturismo si fermi alla degustazione delle 11 del mattino e alla vendita di qualche bottiglia.

Secondo il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano curato da Roberta Garibaldi, il 70 per cento degli intervistati dichiara di aver svolto almeno una vacanza negli ultimi tre anni con una motivazione primaria legata al cibo, in crescita del 12 per cento rispetto all’anno precedente e del 49 per cento rispetto al 2016. I potenziali turisti del gusto stimati sono 14,5 milioni. 

Anche il turismo del vino pesa sempre di più sui bilanci aziendali. Il primo rapporto dedicato ai modelli di governance dell’enoturismo italiano, realizzato da Roberta Garibaldi e SRM, mostra che per il 18 per cento delle imprese l’incoming turistico genera oltre il 60 per cento del profitto. Nel 49 per cento dei casi l’enoturismo contribuisce fino al 30 per cento dei ricavi complessivi aziendali. 

Il punto critico, però, è che costruire ospitalità è complesso. Aprire un relais o trasformare una cascina in struttura ricettiva richiede capitali, permessi, gestione alberghiera, personale e non tutte le aziende possono permetterselo. Ed è proprio dentro questa crepa che si inserisce Vinova, startup ligure che ha lanciato quello che definisce il primo albergo diffuso esperienziale dedicato al vino.

Il progetto parte da una constatazione semplice: molte cantine possiedono il paesaggio, il racconto, la materia prima emotiva dell’esperienza, ma non hanno le stanze. Vinova propone allora delle mini-suite modulari in legno XLAM, installate direttamente tra i vigneti, reversibili sul suolo agricolo e progettate per funzionare tutto l’anno. Le prime due sono state collocate presso l’azienda Broglia, nel Gavi.

L’idea non è tanto quella del glamping, categoria ormai inflazionata, quanto piuttosto quella di una micro-ospitalità diffusa che permette alle cantine di aggiungere pernottamenti senza trasformarsi in albergatori tradizionali. Un modello asset-light, come lo definiscono i fondatori, che prova a ridurre tempi, costi e complessità burocratiche.

Per molte aziende potrebbe essere una soluzione concreta. In Italia esistono oltre 240.000 aziende vitivinicole, ma solo una parte limitata offre forme strutturate di ospitalità. Molte realtà familiari lavorano bene sull’accoglienza giornaliera, ma faticano a trattenere il visitatore sul territorio. Il pernottamento cambia invece completamente il valore economico della visita: aumenta la spesa media, prolunga il tempo di relazione col marchio, crea occasioni per ristorazione, attività outdoor e vendita diretta.

Non è un caso che, secondo il rapporto Garibaldi-SRM, il 77 per cento delle cantine abbia investito nell’enoturismo tra il 2022 e il 2024.  Segnale che il settore considera ormai l’ospitalità non più un accessorio, ma una parte integrante del modello economico. Resta da capire se il mercato sarà davvero pronto per una standardizzazione dell’esperienza immersiva. Il rischio, quando si parla di turismo del vino, è sempre quello della replicabilità estetica: vigneto, tramonto, tinozza calda e bottiglia in camera. L’enoturismo funziona invece quando riesce a raccontare differenze territoriali, identità produttive, relazioni umane. La struttura abitativa da sola non basta.

Il punto interessante di Vinova è la possibilità di abbassare la soglia di accesso all’ospitalità premium per aziende che fino a ieri ne erano escluse. Se funzionerà, potrebbe contribuire a redistribuire l’enoturismo oltre le grandi tenute già attrezzate, portandolo anche in territori meno strutturati ma ricchi di valore agricolo e paesaggistico. In un momento in cui il viaggiatore cerca esperienze sempre più intime, lente e territoriali, dormire in vigna rischia di diventare meno un lusso e più una nuova normalità dell’accoglienza rurale italiana.

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Al MarePineta l’arte si mescola all’ospitalità

9 June 2026 at 03:45

Nel mondo dell’ospitalità di lusso il benessere è spesso associato a spa, trattamenti e attività sportive. Il MarePineta Milano Marittima, che nel 2026 celebra cento anni di storia, prova invece ad allargare il significato stesso della parola cura, mettendo l’arte al centro dell’esperienza di soggiorno. Lo fa ospitando per tutta l’estate e fino al 6 novembre «Trame di Luce», mostra personale dello scultore veneziano Gianfranco Meggiato, allestita negli spazi del resort come parte delle celebrazioni del centenario.

L’operazione non riguarda soltanto l’inserimento di opere in un contesto alberghiero. Il progetto nasce dall’idea che il benessere contemporaneo abbia a che fare anche con il recupero del tempo come spazio di attenzione, ascolto e consolazione. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione, fermarsi davanti a un’opera d’arte significa concedersi una pausa capace di produrre effetti che non sono soltanto estetici, ma anche mentali e spirituali.

MarePineta Milano Marittima

Le sculture di Meggiato si prestano particolarmente a questa riflessione. La sua ricerca ruota attorno a strutture reticolari attraversate dalla luce, forme aperte che sembrano materializzare una rete invisibile di connessioni. L’artista parla spesso di energia relazionale, di una trama che lega individui, ambiente e universo. Una visione che trova una sintonia naturale con la pineta secolare e con l’architettura del MarePineta, trasformando il resort in un luogo di dialogo tra natura, materia e percezione.

«Tutto quello che guardiamo diventa quello che è attraverso il nostro sguardo» è un’affermazione che potrebbe sintetizzare l’intero progetto. L’opera non esiste come oggetto chiuso e definitivo. Prende forma nella relazione con chi la osserva. La luce cambia, le ombre si spostano, il paesaggio entra nella scultura e la scultura modifica il modo in cui leggiamo il paesaggio. Ogni visitatore costruisce una propria esperienza, diventando parte di quella costellazione di energie che tiene insieme tutti gli sguardi.

Gianfranco Meggiato

In questa prospettiva l’arte assume una funzione che va oltre la decorazione o l’intrattenimento culturale e diventa uno strumento di conoscenza e un modo per interrogare il proprio rapporto con il mondo e con sé stessi. Per Meggiato la materia non è mai soltanto materia: è il punto in cui si rendono visibili relazioni normalmente nascoste. Alcuni luoghi rendono questa connessione più percepibile e l’arte è uno di questi perché mette le persone nella condizione di riconoscersi, di comprendere qualcosa della propria identità e della propria posizione all’interno di una rete più ampia di relazioni.

Nel centenario del MarePineta, sostenuto anche da Franciacorta che si unisce ai festeggiamenti con una selezione delle etichette delle sue cantine, in un parallelo azzeccato tra arte e enologia che da sempre caratterizza la zona del bresciano, questa scelta culturale racconta anche una precisa idea di ospitalità che non si limita a offrire servizi, ma crea contesti in cui il soggiorno possa diventare esperienza trasformativa. Dove il benessere non coincide soltanto con il comfort, ma con la possibilità di ritrovare tempo, attenzione e significato. Un lusso sempre più raro e, forse, sempre più necessario.

Screenshot

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Mauro Colagreco sbarca sul Lago di Como

9 June 2026 at 03:45

Quando un grande chef entra in un hotel, la notizia racconta una trasformazione profonda che coinvolge il modo in cui le strutture ricettive costruiscono la propria identità. È il caso di Mauro Colagreco, cuoco del tristellato Mirazur di Mentone e figura di riferimento della gastronomia contemporanea, che ha scelto il Lago di Como per la sua prima esperienza italiana all’interno di un albergo. 

Il progetto prende forma nel nuovo The Lake Como EDITION, dove Colagreco firma quattro diversi spazi dedicati alla ristorazione. Non un solo ristorante, dunque, ma un ecosistema gastronomico che va dal lobby bar ai servizi a bordo piscina fino ai due indirizzi principali, Renzo e Cetino. Un approccio che riflette la tendenza dell’ospitalità di fascia alta a offrire esperienze sempre più articolate, nelle quali la cucina diventa parte integrante del racconto della destinazione. 

Porri, bagna cauda, bottarga di lavarello © Matteo Carassale
Il Solarium @Jiri Lizler
Rosa di branzino, Ravanello giapponese, agrumi, vinaigrette al miele © Matteo Carassale

Per Colagreco il progetto ha anche un significato personale. Nato in Argentina da famiglia italiana, lo chef ha più volte raccontato quanto le proprie radici abbiano influenzato la sua visione gastronomica. Sul Lago di Como questa eredità emerge attraverso una lettura contemporanea della tradizione, fatta di condivisione, stagionalità e attenzione agli ingredienti locali. 

Da una parte Renzo, ispirato ai ricordi familiari e ai piatti della convivialità italiana. Dall’altra Cetino, ristorante fine dining che interpreta il territorio con maggiore libertà creativa. A fare da filo conduttore è la filosofia della cosiddetta «cucina circolare», concetto che Colagreco porta avanti da anni e che mette al centro biodiversità, rispetto dei cicli naturali e riduzione dell’impatto ambientale. 

L’operazione conferma anche il crescente interesse dei grandi gruppi alberghieri verso la ristorazione d’autore. Se un tempo lo chef rappresentava un servizio aggiuntivo, oggi è spesso uno degli elementi decisivi nella costruzione del valore percepito di una destinazione. In luoghi come il Lago di Como, già meta consolidata del turismo internazionale, la gastronomia diventa così uno strumento per differenziarsi e rafforzare il legame con il territorio.

In questo senso, il debutto italiano di Colagreco appare meno come l’apertura di un nuovo ristorante e più come un tassello di una trasformazione più ampia, nella quale alberghi, cuochi e territori costruiscono insieme nuove forme di ospitalità.

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Il cocktail in bottiglia cerca il terroir

5 June 2026 at 03:45

Fino a pochi anni fa il cocktail pronto evocava soprattutto una promessa di praticità fatto di lattine, consumo impulsivo, distribuzione di massa. Un’alternativa veloce al bancone, più vicina alla logica della convenienza che a quella della miscelazione. Oggi qualcosa sembra cambiare.

Secondo il report 2024 di Federvini, la categoria degli aperitivi alcolici premiscelati ha chiuso l’anno con una crescita del 5,2 per cento a valore e del 6,4 per cento a volume. Un dato che acquista peso perché arriva in un mercato degli spirits che, in altre categorie, mostra segnali di rallentamento.

Anche sul fronte internazionale la tendenza è evidente. Secondo IWSR, i ready to drink sono tra le poche categorie ancora in crescita nel beverage alcolico globale, con un incremento del 2 per cento nel 2024 e prospettive di ulteriore espansione nei prossimi anni. Il punto, però, non sembra essere soltanto quantitativo. Gli analisti parlano di selective premiumisation: si beve meno, ma si cerca maggiore qualità, più identità, più racconto.

È dentro questo cambio di paradigma che si inserisce Allpossibledaiquiris, progetto che parte da un’idea tanto semplice quanto poco frequente nel mondo dei premix: in un cocktail il protagonista resta il distillato.

La formula è invariabile. Rum, succo di lime siciliano Igp biologico, sciroppo di zucchero di canna biologico, acqua di diluizione. A cambiare, ogni volta, è la materia prima alcolica. E con lei cambiano equilibrio, texture, intensità aromatica, identità sensoriale.

Dopo Haiti, Giamaica, Grenada e Messico, la quinta espressione della gamma guarda alla Martinica e nasce attorno a Distillerie Neisson, storica maison familiare di Le Carbet, ai piedi della Montagne Pelée, considerata da molti appassionati uno dei riferimenti assoluti del rhum agricole.

La nuova referenza, Esprit Daiquiri, utilizza L’Esprit Bio, distillato biologico imbottigliato alla gradazione naturale di distillazione, senza filtrazione né diluizione. Un rum che non porta soltanto aromaticità, ma territorio, materia agricola, metodo.

La domanda, allora, diventa più ampia del singolo prodotto: può un cocktail preparato in anticipo parlare lo stesso linguaggio di un grande distillato artigianale? Ci risponde Daniele Biondi, founder della gamma Allpossibledaiquiris e Global Export Manager di La Maison & Velier: «Il cocktail in bottiglia viene spesso percepito come un prodotto standardizzato. Con Allpossibledaiquiris abbiamo cercato di fare l’opposto: usare il cocktail come strumento per raccontare il carattere di un grande rum. Cambiando distillato cambia tutto — struttura, aromaticità, tensione, persistenza. In effetti la gamma nasce, prima ancora al solo fine di offrire la comodità del consumo anytime, anywhere, per trasmettere la stessa capacità narrativa del grande distillato. Un Daiquiri sembra semplice, ma in realtà è una lente d’ingrandimento: amplifica il carattere del rum e lo rende immediatamente leggibile. Con L’Esprit Bio di Neisson abbiamo voluto esaltare quella sensazione vegetale, minerale e quasi salina che rende unico questo rhum agricole e tutta l’identità territoriale della Martinica. È questo che oggi rende interessante la categoria: non più solo comodità, ma espressione».

Da prodotto di servizio a oggetto di ricerca, il ready to drink sembra voler abbandonare definitivamente la logica della scorciatoia per provare a entrare in un’altra categoria: quella dei liquidi che, oltre a essere bevuti, chiedono di essere raccontati.

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Barilla mette i numeri alla sostenibilità

5 June 2026 at 03:45

La sostenibilità è entrata stabilmente nei bilanci delle grandi aziende alimentari. Non più come capitolo accessorio, ma come elemento da misurare, rendicontare e sottoporre al giudizio di investitori, consumatori e istituzioni. Il nuovo Rapporto di Sostenibilità 2025 di Barilla si inserisce in questo scenario e offre uno spaccato interessante su come una multinazionale del cibo stia cercando di trasformare gli impegni ambientali e sociali in dati verificabili. 

Tra i numeri più rilevanti emerge l’investimento di trenta milioni di euro destinato nel 2025 all’efficientamento energetico e allo sviluppo delle fonti rinnovabili. Cinque nuovi impianti fotovoltaici installati negli stabilimenti di Foggia, Melfi, Ascoli Piceno, Cremona e Thiva, in Grecia, hanno portato la capacità installata oltre gli 8 MW, più di quattro volte il livello registrato nel 2022. Parallelamente cresce anche l’attenzione verso la gestione dell’acqua, con un incremento del 196 per cento dei volumi riciclati e riutilizzati negli impianti situati in aree soggette a stress idrico. 

Un altro capitolo riguarda l’agricoltura rigenerativa, uno dei temi più discussi negli ultimi anni. Nel 2025 Barilla ha acquistato 4.160 tonnellate di grano tenero proveniente da filiere che adottano pratiche orientate alla tutela della fertilità del suolo e della biodiversità. Il risultato più visibile è l’arrivo sugli scaffali di Buongrano, biscotto Mulino Bianco prodotto con farina certificata da agricoltura rigenerativa. Dietro il prodotto si trovano quasi duemila agricoltori coinvolti nel programma Carta del Mulino e un sistema di pratiche agronomiche che comprende rotazioni colturali, riduzione delle lavorazioni e aree dedicate alla biodiversità. 

Il report dedica spazio anche al profilo nutrizionale dei prodotti. Secondo l’azienda, l’89 per cento dei volumi venduti contiene meno di 5 grammi di zuccheri per porzione e il 90 per cento non supera 0,5 grammi di sale. Dati che si inseriscono nella tendenza, ormai diffusa nell’industria alimentare, verso la riformulazione delle ricette per rispondere alle richieste di consumatori e autorità sanitarie. 

Accanto agli aspetti ambientali trovano posto quelli sociali. Nel corso del 2025 Barilla dichiara di aver donato quattromila tonnellate di prodotti alimentari e due milioni di euro a sostegno di iniziative sociali. Tra queste figurano le collaborazioni con PizzAut e diversi progetti di inserimento lavorativo per persone con autismo negli stabilimenti italiani e francesi del gruppo. 

Numeri che raccontano una direzione, ma che evidenziano anche la complessità del tema. Per le grandi aziende alimentari la sfida non consiste più soltanto nel dichiarare obiettivi di sostenibilità. Il passaggio decisivo è dimostrare che tali obiettivi producano effetti misurabili lungo l’intera filiera, dal campo allo stabilimento fino alla comunità in cui operano. È su questa capacità di trasformare le promesse in risultati verificabili che si giocherà una parte crescente della reputazione dell’industria alimentare nei prossimi anni.

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