Two new rape complaints have been filed against the 67-year-old singer and actor, who denies the claims
French singer and actor Patrick Bruel, facing sexual assault allegations from multiple women, was taken into police custody on Monday, as two new rape complaints were filed against him.
The 67-year-old, a major figure in French pop culture with multiple top-selling albums and more than 40 film appearances, is being questioned about 13 victims, the prosecutor’s office in the western Paris suburb of Nanterre said in a statement.
Matt Damon as Odysseus. Credit: Melinda Sue Gordon/Universal Pictures
In an insightful opinion piece published in The Guardian on June 3, 2026, titled “What the Hellenic! Why is Christopher Nolan’s new Greek epic entirely devoid of Greeks?”, author Chris Cotonou critiques the conspicuous lack of Greek actors in the director’s highly anticipated blockbuster, The Odyssey.
With an all-star ensemble featuring Matt Damon as Odysseus, alongside Zendaya, Charlize Theron, and Tom Holland, the film’s production team has repeatedly championed the cast as being meticulously chosen to “represent the world.” However, Cotonou points out a glaring irony: in the race to achieve universal global representation, the very country from which the story originates has been entirely unrepresented.
Cotonou highlights that while far-right culture warriors, including Elon Musk, have leveled bad-faith attacks against the casting of Black actor Lupita Nyong’o as Helen of Troy on the grounds of “authenticity,” they are focusing on the wrong target.
For the Greek community, both domestically and across the global diaspora, the frustration stems from a deeper cultural erasure. Cotonou notes that dinner-table debates from Patras to London have been flooded with alternative, Greek-inclusive casting ideas, with many left wondering why beloved diaspora stars like Billy Zane were bypassed entirely. To contextualize this frustration, Cotonou references Greece’s leading film critic, Thodoris Koutsogiannopoulos, who laments that Hollywood continues to perpetuate a “lazy cliché” that views Greekness through the simplistic lens of “Zorba rather than Achilles.”
Greeks secondary to their own story of Odyssey
More significantly, Cotonou argues that this complete omission carries a troubling broader implication. It suggests that Ancient Hellenic stories are viewed by Hollywood as part of a generic “shared Western inheritance,” rendering the actual Greek people incidental or secondary to their own history.
Cotonou draws a poignant parallel to the enduring geopolitical battle over the Parthenon Marbles, noting that the erasure feels as though modern Greeks are no longer viewed as worthy custodians of their ancestral mythology. While acknowledging that international audiences might dismiss the controversy under the guise that The Odyssey is merely fiction, Cotonou emphasizes how intimately interwoven these Homeric epics are with the modern Greek subconscious, identity, and sense of self.
He argues that excluding Greeks from The Odyssey is culturally equivalent to shutting out Hindus from an adaptation of the Mahabharata or stripping Polynesians from a film like Moana.
Ultimately, Cotonou connects the casting dispute back to the timeless, central theme of Homer’s poem: nostos, the deeply human yearning for homecoming after surviving grueling trials. In a Hollywood landscape that increasingly values diversity, Cotonou elegantly concludes that the Greek people are simply asking not to be written out of the journey.
Il regista, sceneggiatore e produttore iraniano Mohammad Rasoulof ha scelto la forma più tipica, poetica e metaforica del cortometraggio per girare il suo primo film in esilio, essendo stato costretto a lasciare l’Iran clandestinamente. Condannato al carcere e alla fustigazione per il suo lavoro di regista, due anni fa si è rifugiato in Germania, dove ha scritto, diretto e prodotto il cortometraggio Sense of Water (2026), con il sostegno del Displacement Film Fund lanciato da Cate Blanchett insieme all’Hubert Bals Fund (HBF) dell’International Film Festival Rotterdam. Il cortometraggio semi-biografico di circa quaranta minuti, girato in lingua farsi e tedesco, racconta la storia di uno scrittore in esilio, Ali, che a Berlino si confronta con la perdita della lingua madre e la frattura fra linguaggio e sentimenti. Nonostante riesca a riscoprire l’amore, non riesce a superare il trauma dell’esilio. In lui si risveglia così il desiderio di tornare in Iran, in segno di solidarietà con la lotta degli iraniani e per capire chi è veramente, prima di iniziare a scrivere un nuovo libro.
Frame dal cortometraggio “Sense of water”. Courtesy of the author
Un cortometraggio ibrido tra finzione e documentario è Shadowless: In Transit (2023) di Azin Feizabadi. Un girato che affronta i temi della migrazione e dell’appartenenza. Un viaggiatore iraniano in arrivo in Germania – interpretato dallo stesso Feizabadi, regista e artista– si interroga sul suo futuro, mentre si trova in uno spazio intermedio, quello di un “transito” aeroportuale, che non riesce a lasciare. Video personali e di famiglia si intrecciano ritmicamente a flashback cinematografici, immagini del presente e riprese da una videocamera. Il corto fa parte di un’opera collettiva, Iran – A Sense of Place, una collaborazione con la Wim Wenders Foundation grazie alla quale nel 2023 sei cineasti iraniani sotto la supervisione della producer Afsun Moshiry hanno raccontato storie di luoghi situati in Iran o esperienze di esilio in Francia e Germania.
Un paesaggio dominato da scene estreme, surreali e di una bellezza incantata, diventa invece teatro delle psicosi di un giovane nel cortometraggio Yo Yo (2025), diretto dal regista, sceneggiatore e produttore Mohammadreza Mayghani e presentato al Festival del cinema di Locarno. Il giovane Siavash raggiunge in automobile la splendida regione desertica dell’Iran meridionale, in compagnia dell’amica Shadi. Sente voci oscure e vede immagini che non esistono. Solo la sua amica può salvarlo da questa situazione che lo opprime quasi come fosse una disabilità. Il film è dominato dalla luce, dai colori pastello e dalla quiete del luogo. Le scene sono perfettamente adattate alla musica: il silenzio che avvolge i due protagonisti è intervallato da toni sinistri, colpi di frisbee che preannunciano la svolta finale, assurda e nichilista.
Anche in There Was One, There Was None (2026) di Yasmin Shahbahrami, presentato all’International Film Festival di Rotterdam (IFFR), la cinematografia è stata curata nei dettagli. Il film è strutturato in maniera sperimentale. Racconta l’amicizia fra due ragazze iraniane – messa a dura prova dal trasferimento all’estero di una delle due – attraverso le confidenze che si scambiano durante le videochiamate. Testimonia la difficoltà di mantenere legami solidi quando questi sono mediati dalla tecnologia moderna, ma anche il duplice conflitto vissuto dalle donne iraniane nella diaspora e da quelle che restano in patria.
Frame dal cortometraggio “There was one there was none”. Courtesy of the author
Premiato dall’importante Associazione iraniana Short Film, The Accused Showed No Remorse (2025) di Ramin Soltani è sempre ambientato sullo sfondo delle proteste del movimento Woman, Life, Freedom. Racconta la storia di una donna, Simin, interpretata dall’attrice Elaheh Farazmand, e del sistema e della società che la opprimono. Quando la protagonista riesce a ottenere la scarcerazione temporanea del figlio adolescente arrestato durante una protesta, lui torna a casa silenzioso e introverso: qualcosa lo turba profondamente. Il finale tipico del cinema iraniano è potente e tragico. Di fuga e sopravvivenza, e di come la guerra si imponga sulla vista e sulla memoria collettiva e personale si occupa il cortometraggio Fruits of Despair di Nima Nassaj, anch’esso girato in lingua farsi, e presentato nella sezione Forum della Berlinale 2026.
L’uso delle immagini a scopo politico, le nuove tecnologie e un autoritarismo digitale soffocante sono i temi che interessano un altro gruppo di registi, fra cui Hesam Eslami che con Citizen, Inmate (2025) ha ottenuto la menzione d’onore all’Exground FilmFest. In The Man in White (2026), Haman Fouladvand (noto anche come Aman) riflette sulla figura di un boia della rivoluzione del 1979, vestito di bianco e immortalato in un’iconica fotografia, che scompare dalla storia (o si fa cancellare). In questo cortometraggio di undici minuti, l’autore si serve delle nuove tecnologie e di immagini d’archivio per evocare la sua presenza spettrale in una storia in cui le vittime non sono dimenticate. Per il girato ha ricevuto una menzione speciale al Festival del cortometraggio di Clermont-Ferrand.
Il cortometraggio documentario Memories of a Window (2026) diretto da una giovane coppia cineasti della School of the Art Institute of Chicago, Mehraneh Salimian e Amin Pakparvar, affronta il tema della repressione in Iran dalla prospettiva intima e circoscritta di chi ha osservato da dietro a una finestra le proteste del 2022 del movimento Woman, Life, Freedom. Una produzione a basso costo che utilizza filmati personali e video dal vivo per rispondere alla domanda: «Può una rivoluzione nascere da dietro una finestra?». La risposta risiede nel paesaggio sonoro: la moltiplicazione di voci e musiche di protesta che, nel film, si possono udire in una strada deserta e buia di Teheran, ripresa dall’appartamento dei registi. Il film ha vinto l’Orso di Cristallo per il Miglior Cortometraggio nella sezione Generation 14plus alla Berlinale 2026.
Il festival di Berlino da tempo promuove i cineasti dissidenti iraniani. Premiato al Festival del cinema di Locarno, Blind, Into The Eye (2025) del duo di filmmaker berlinesi Realillusion – Atefeh Kheirabadi e Mehrad Sepahnia – è un cortometraggio di venti minuti che racconta la violenza mirata durante le proteste del 2022-2023 in Iran. Un collage audiovisivo realizzato con filmati di protesta e video provenienti dai social media che esamina il potere delle immagini come costrutti politici.