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Nuova fiammata per petrolio e prezzi dell'energia

Il cessate il fuoco dura solo finché una delle due parti non cambia idea e decide di attaccare. Così, mentre Teheran manda missili su Israele e Netanyahu risponde, salta il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso 8 aprile, scuotendo terra, cielo e mercati.

Mentre i missili tornano a passare sui Paesi del Golfo, i prezzi dell'energia vanno incontro a una nuova fiammata. Dopo un periodo di calma, con i prezzi del petrolio che erano scesi stabilmente intorno ai 90 dollari al barile, ieri i prezzi sono tornati a scaldarsi. I principali contratti sul greggio mondiale, il Brent del Mare del Nord e il West Texas Intermediate, hanno entrambi guadagnato oltre il 5% durante le contrattazioni asiatiche - che ieri sono affondate sulla scia del crollo dell'intelligenza artificiale che venerdì ha colpito gli Stati Uniti - e si sono nuovamente avvicinati ai 100 dollari al barile prima di registrare un calo. Alle 20 italiane, infatti, sia il Brent che il Wti erano tornate più vicine ai livelli dei giorni precedenti valendo, rispettivamente, 94,4 (+1,3%) euro al barile e 91,4 (+1,0%).

A chiusura di giornata, il Ttf di Amsterdam ha toccato i 50,16 euro per megawattora con una crescita giornaliera di oltre il 3,4%. Con questo nuovo balzo, il gas liquefatto olandese ha visto il suo prezzo aumentare del 13,6% in soli tre mesi.

E così, mentre la tregua si sgretola sul campo, petrolio e gas tornano a ricordare quanto i mercati restino sensibili a ogni scossa nel Medioriente, nonostante la promessa di tregue e pace.

Hotel, miniere e voli: fuga delle aziende straniere. Cuba al collasso senza scorte di cibo e medicine

L'economia di Cuba ormai al collasso riceve l'ennesimo durissimo colpo: dai giganti globali dei pagamenti elettronici agli operatori alberghieri, le aziende straniere stanno abbandonando l'isola, sempre più in crisi tra carenza di carburante, inflazione alle stelle e crollo del turismo. Il tutto mentre l'amministrazione di Donald Trump intensifica la pressione su L'Avana.

Come riporta il Wall Street Journal, secondo la Banca Centrale di Cuba a partire da sabato sono sospese le transazioni di Mastercard e Visa effettuate da visitatori stranieri non statunitensi (agli americani era già vietato utilizzare le proprie carte). Anche i colossi alberghieri si ritirano dal Paese caraibico a causa delle difficoltà energetiche e del calo della domanda: gli spagnoli Iberostar e Meliá hanno annunciato la rinuncia alla gestione di oltre una decina di hotel ciascuno, e la canadese Royalton Hotels & Resorts ha cessato le attività. Vi è incertezza pure sul futuro di Sherritt International, un'importante società mineraria canadese, che sta riconsiderando la propria presenza. Tra i più importanti investitori stranieri a Cuba, l'ex amministratore delegato della società era soprannominato "il capitalista preferito" di Fidel Castro, ma il mese scorso, Sherritt ha dichiarato di voler sospendere le operazioni e rimpatriare il personale.

L'esodo delle aziende straniere segue la cancellazione dei voli da parte di diverse grandi compagnie aeree, dovuta alla carenza di carburante. Air Canada, ad esempio, ha annunciato la sospensione a tempo indeterminato dei voli per l'isola: la compagnia di bandiera di Ottawa a febbraio aveva già comunicato uno stop fino a novembre, ma "data la persistente incertezza politica ed economica", ha deciso di estendere il fermo. Per decenni le aziende straniere hanno accettato i rischi legati all'operatività a Cuba, cercando di inserirsi nei settori del turismo e dell'industria mineraria nonostante il perdurante embargo statunitense, portando valuta pregiata e competenze imprenditoriali di cui il Paese aveva estremo bisogno. Oggi, invece, molte di esse ritengono che i rischi superino i vantaggi, trovandosi ad affrontare sia un collasso economico sempre più grave, sia un'amministrazione Trump decisa a inasprire la pressione.

A maggio, ad esempio, il presidente Usa firmato un ordine esecutivo contro Gaesa, il conglomerato di proprietà dell'esercito cubano, che controlla almeno il 40% dell'economia, inclusi numerosi hotel gestiti in partnership con società straniere, come le catene che ora stanno abbandonando l'isola o riducendo la propria presenza. Inoltre, l'embargo sul carburante ha lasciato Cuba senza gasolio per i generatori utilizzati per sostenere la rete elettrica, con conseguenti interruzioni di corrente fino a 22 ore al giorno e carenza di acqua potabile. E con i trasporti praticamente fermi, il Paese sta anche esaurendo le scorte di cibo e medicine, diventando dipendente dagli aiuti umanitari. Per Ricardo Torres, economista cubano dell'American University di Washington, "siamo a un punto di svolta, un duro colpo per un'economia già indebolita".

Balzo del Dow Jones: i mercati scommettono sul successo della pace

Scoppia la pace tra Russia e Ucraina? Il mercato sembra crederci a giudicare da come si sono mossi gli indici a Wall Street nella seconda parte della seduta con il Dow Jones che ha messo improvvisamente il turbo battendo un nuovo record per poi chiudere in rialzo dell'1,73% fino a 51.561,93 punti. Più prudente l'andamento del Nasdaq che ha archiviato la giornata poco sotto la parità (-0,09%) rallentato dal sell-off nel settore dei semiconduttori. Gli acquisti sono scattati quando è stata resa nota la lettera aperta indirizzata al Cremlino da Volodymyr Zelensky in cui il leader ucraino avanza la proposta di un faccia a faccia con Vladimir Putin. Una mossa che arriva proprio mentre lo zar da San Pietroburgo (dove si trova per il forum economico dello Spief, la cosiddetta Davos russa) sembra aprire alla pace con l'Ucraina dopo oltre quattro anni di guerra, rilanciando l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder come mediatore.

Del resto, anche i falchi in Russia hanno cominciato a mettere in discussione l'operazione militare speciale in Ucraina e gli obiettivi del Cremlino e a chiedere pubblicamente la fine della guerra, come ha scritto il Wall Street Journal, sottolineando che, di fronte a questa svolta, come anche allo stallo al fronte, e alla débacle degli attacchi dei droni ucraini, o la minaccia degli attacchi come il 9 maggio, l'interrogativo è se Putin prenderà atto della nuova realtà e abbandonerà il suo obiettivo di liquidare lo Stato ucraino indipendente.

L'approccio più pragmatico riconosce i limiti del potere militare russo e ha raccolto consensi nel blocco di potere economico che chiede il ritorno a una qualche forma di normalità. Ad alimentare la speranza sul finale della giornata è stato anche l'intervento di Donald Trump che si è detto «felice» del gesto di Zelensky. «Credo che noi abbiamo molto a che fare con questo», ha dichiarato il presidente parlando nello Studio Ovale. «Sarebbe bello se si incontrassero, dovrebbero farlo», ha aggiunto. Rispondendo sui possibili compromessi tra Mosca e Kiev, il tycoon ha scelto di non entrare nei dettagli: «Non è qualcosa di cui parlare pubblicamente, non è così che si negozia», ha affermato, aggiungendo tuttavia che «entrambi dovranno fare concessioni» e che avrebbe già avanzato alcune ipotesi in tal senso. Il presidente ha quindi ribadito la necessità di un accordo rapido, ricordando che «ogni mese muoiono circa 25 mila soldati». Sullo sfondo, resta la guerra in Medio Oriente. Ma sempre nella serata di ieri il prezzo del petrolio ha confermato i ribassi del 3-4% in scia alle notizie che vedono un Trump riluttante a riprendere una guerra su vasta scala in Iran e più propenso a raggiungere un accordo di pace. Il future sul Brent per consegna agosto ha reagito con una discesa del 3,3% a 94,74 dollari, mentre il West Texas Intermediate (WTI) per consegna luglio ha segnato un ribasso del 3,7% a 92,45 dollari. L'inquilino della Casa Bianca avrebbe confessato ai suoi collaboratori che il cessate il fuoco con l'Iran sta reggendo, nonostante gli scontri sporadici, ma avrebbe anche avvertito che porrà fine alla tregua, se l'Iran ucciderà soldati americani.

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