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Silvia Salis e le polemiche sulle “regole” per la conferenza stampa: “Domande prima e solo sulla città”

8 June 2026 at 13:19

Il primo anno di governo di Silvia Salis sarà celebrato con una conferenza stampa. Una scelta che, fanno notare i più maliziosi, ricorda più la postura di una (aspirante) presidente del consiglio che di una sindaca, nonostante le ripetute smentite. Di più: “un anno di giunta”, questo il nome dato al format, sembrerebbe pensato apposta per convincere gli scettici sul tallone d’achille di Salis come potenziale candidata anti-Meloni, e cioè che finora ha dimostrato poco. Ma ciò che sta davvero facendo discutere sono le modalità con cui è stato organizzato questo punto stampa. E in particolare due aspetti: la restrizione delle domande “all’amministrazione della città” e la richiesta ai giornalisti di segnalare i “temi” su cui intendono fare domande con giorni d’anticipo.

Questo almeno è ciò che si evince dal comunicato stampa del Comune di Genova, che specifica di aver “concordato” le regole con l’Ordine dei giornalisti della Liguria: “Come concordato con l’Ordine dei giornalisti della Liguria, ciascuna testata potrà rivolgere un massimo di due domande su tematiche che riguardano l’amministrazione della città. Per agevolare il lavoro di tutti e rendere sostenibile la durata della conferenza stampa, si pregano i colleghi interessati a partecipare di accreditarsi, indicando le tematiche su cui rivolgeranno le domande, entro lunedì 8 alle 18”.

Vale la pena di ricordare le polemiche che accompagnano da anni Giorgia Meloni, accusata di scappare dal confronto con i cronisti e di aver limitato questa possibilità all’incontro di inizio anno. Adesso è il centrodestra a muovere la stessa contestazione alla sindaca di Genova, figura che da tempo è vista come possibile candidata anti Meloni: “Una conferenza stampa dovrebbe essere il luogo del confronto libero tra politici e cronisti ma se le domande devono essere comunicate in anticipo il rischio è che si trasformi in una rappresentazione che segue un copione già scritto, dove tutto è previsto e nulla deve disturbare la narrazione ufficiale”, commenta Susanna Donatella Campione, senatrice di Fratelli d’Italia.

Dopo le prime polemiche, rilanciate in gruppo dai giornali di centrodestra, l’Ordine dei giornalisti della Liguria sembra essersi in parte smarcato da alcuni passaggi di quel comunicato: “In merito alle richieste di chiarimento pervenute da alcuni colleghi sulle modalità cui cui si svolgerà la conferenza stampa sul bilancio annuale della sindaca Silvia Salis e convocata dal Comune di Genova, l’Ordine dei giornalisti della Liguria evidenzia che tutti i colleghi sono liberi di porre domande su temi e questioni che ogni collega ritiene più opportuno e che la richiesta (per chi lo vorrà) di anticipare gli argomenti (e non le domande) è stata fatta dal Comune soltanto per agevolare lo svolgimento della conferenza stampa, sia nei tempi che nella completezza delle risposte che verranno fornite ai cronisti presenti”. Contrordine insomma, niente domande ristrette a piacimento su argomenti cittadini, né telefonate tre giorni prima. Almeno non con l’avallo dell’Ordine dei giornalisti.

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Il riso scende dal piatto, il caffè sale sul palco, la bistecca non si schioda

6 June 2026 at 03:45

unsplash

Un uomo che non rinuncia alla bistecca, una nazione che compra meno riso, un caffè che gira il mondo nel backstage di un concerto, un’isola che teme di somigliare alle altre e un caldo arrivato troppo presto. La settimana mette in fila cinque cibi che avevano un posto assegnato – nel piatto e nell’identità di chi li mangia – e che oggi cominciano a starci stretti.

Si comincia dal corpo, o meglio da quello che un uomo crede di essere. Il Guardian racconta che in Australia due uomini su tre mangiano carne ogni giorno e oltre la metà ne supera i centonovantotto grammi, parecchio oltre le soglie consigliate. Gli uomini ne consumano più delle donne e resistono più a lungo alle diete vegetali, vissute come una minaccia personale prima ancora che alimentare. Il conto lo paga il clima, per il metano degli allevamenti, e lo paga la salute, per i rischi delle carni rosse e lavorate. La via d’uscita, secondo il quotidiano, non è diventare vegetariani ma semplicemente mangiarne meno. Il vero ostacolo, però, non sta nel piatto ma nella testa: la bistecca resta legata a un’idea di mascolinità. Per molti uomini ridurla somiglia troppo a rinunciare a un pezzo di sé.

Se in Australia l’identità si difende a tavola, in Giappone cede al prezzo. Il Japan Times riferisce che nell’anno fiscale 2025 il consumo di riso è caduto al minimo da sette anni, meno 6,1 per cento sul periodo precedente, fino a 4,435 chili a testa al mese. È lo strascico della crisi della scorsa estate, quando il riso era sparito dagli scaffali e la confezione da cinque chili aveva sfiorato i quattromila yen. Al suo posto sono arrivati pane e noodles, mentre comprare direttamente dai produttori arriva a costare quasi la metà rispetto al convenience store, il minimarket aperto a ogni ora. Ad aprile i primi dati indicavano una possibile ripresa, segno che potrebbe trattarsi di un riassestamento più che di un addio. L’inflazione ha tolto l’automatismo anche all’alimento più ovvio del Paese: la ciotola di riso, oggi, è una scelta che si discute.

C’è chi il posto, invece, lo cambia di proposito. El País segue Abner Roldán e Karla Ly Quiñones, fondatori del Café Comunión di San Juan, in Puerto Rico, che hanno lasciato il bancone fisso per accompagnare Bad Bunny in tournée e preparare il caffè al cantante e alle centocinquanta-duecento persone che ogni giorno lavorano dietro le quinte. Tutto è nato quando l’artista è entrato in uno dei loro locali dopo aver votato alle elezioni portoricane del 2024. Finita la residenza di trenta concerti sull’isola, la caffetteria mobile li ha portati dal Messico all’Australia, e in ogni Paese cercano torrefattori e baristi del posto. Lo specialty coffee – quello selezionato e tracciato lotto per lotto – esce dal locale e diventa il pretesto per il backstage di fermarsi a tirare il fiato.

Dal caffè che si radica ovunque al vino che desidera l’esatto opposto. Il Financial Times racconta la Tasmania, diventata una delle mete enologiche più ambite d’Australia grazie a un clima fresco perfetto per spumanti, Pinot Noir e Chardonnay. L’isolamento, a lungo un limite, è diventato il suo capitale: protegge il paesaggio e tiene viva una cultura produttiva indipendente. Per questo l’arrivo di Bird in Hand, grande cantina dell’Adelaide Hills che ha comprato vigneti nella West Tamar Valley e sulla costa orientale, fa notizia. Il progetto promette vini di alta gamma, ristorazione, arte e una nuova sala di degustazione nei giardini botanici di Hobart. Resta da capire se un territorio che vale proprio perché non somiglia a nessun altro possa crescere senza cominciare a somigliare a tutti.

In Francia, intanto, a muoversi per prima è stata la stagione. Le Monde descrive una canicola primaverile senza precedenti che ha spinto l’agricoltura francese in territorio sconosciuto. Sopra i venticinque gradi le vacche rallentano e la produzione di latte è già calata fino al dieci per cento; il caldo rende le uova più piccole e fragili, mette a rischio il grano in piena fioritura e accelera le vigne verso vendemmie sempre più anticipate. Ma più della resa, agli agricoltori manca il terreno fermo dei riferimenti: un caldo così, in questa fase del ciclo, non si era mai visto. E nessuno, oggi, sa dire se sarà l’eccezione di una primavera o la prima di molte.

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