Normal view

Il drone ucraino pilotato da 2mila km: come funziona Sting, l’arma che cambia la guerra nei cieli

Per oltre due anni la guerra in Ucraina è stata raccontata come il primo grande conflitto dominato dai droni. Oggi, però, il campo di battaglia sembra essere entrato in una nuova fase: quella della guerra tra droni. Non più soltanto velivoli senza pilota impiegati per colpire obiettivi terrestri, ma sistemi progettati esclusivamente per dare la caccia ad altri UAV, trasformando il cielo in una sorta di arena automatizzata.

In questo contesto si inserisce il risultato annunciato nelle ultime settimane dalla società ucraina Wild Hornets, uno dei gruppi di sviluppo tecnologico più attivi al fianco delle forze di Kiev. Nata come associazione di volontari, inclusi sviluppatori e ingegneri, che raccoglieva donazioni e comprava droni commerciali per i combattenti al fronte, è poi balzata verso la trasformazione in azienda produttrice. Committenti e consulenti? I soldati stessi assieme ai loro reparti.

Il suo drone intercettore Sting ("pungiglione") sarebbe riuscito a essere controllato operativamente da una distanza record di circa 2000 chilometri grazie al sistema di controllo remoto Hornet Vision Ctrl, con il pilota che si trovava addirittura fuori dal territorio ucraino. Secondo quanto comunicato dall'azienda e confermato da diversi media specializzati, il test rappresenta un passaggio cruciale nella trasformazione delle operazioni anti-drone.

Wild Hornets has donated ONE THOUSAND STING interceptors to Ukrainian forces

As part of the “One of a Thousand” initiative, we provided frontline crews with 1,000 STING interceptor drones equipped with the Hornet Vision digital communication system to strengthen Ukraine’s… pic.twitter.com/u3y6qpsFSo

— Wild Hornets (@wilendhornets) May 22, 2026

Il prezzo di partenza va da 1000 fino a 2.500 dollari, e ne vengono prodotti un po’ più di 10mila al mese. Lo Sting è alimentato con una batteria che gli consente di volare per 25 minuti, anche se necessita appena di cinque minuti. Viene pilotato mettendosi in coda al nemico per raggiungerlo, esplodere, in modo da investirlo con lo scoppio e farlo esplodere in volo.

La sfida degli Shahed e la risposta ucraina

L'evoluzione dello Sting è strettamente legata alla crescente minaccia rappresentata dai droni kamikaze Shahed, di progettazione iraniana e prodotti su larga scala anche dalla Russia con la denominazione Geran. Negli ultimi mesi Mosca ha intensificato l'impiego di questi sistemi, utilizzandoli in attacchi di saturazione contro infrastrutture energetiche, depositi militari e grandi centri urbani. Il loro costo relativamente contenuto e la capacità di essere lanciati in sciami hanno spesso messo in difficoltà le tradizionali difese antiaeree, molto più costose.

Per questo Kiev ha investito nello sviluppo di droni intercettori economici e altamente manovrabili. Lo Sting utilizza una testata esplosiva di piccole dimensioni e può neutralizzare il bersaglio sia con l'impatto diretto sia con una detonazione di prossimità. Secondo i dati diffusi dall'azienda, il sistema ha registrato un tasso medio di successo compreso tra l'80 e il 90 %, con giornate operative nelle quali il rapporto è stato di "un lancio, una distruzione". La stessa Wild Hornets sostiene che oltre 3.000 droni nemici siano stati abbattuti nei primi sette mesi di impiego operativo.

L'interesse internazionale attorno a queste piattaforme è cresciuto rapidamente. Analisti occidentali e osservatori militari vedono infatti negli intercettori ucraini una possibile risposta anche alle minacce che arrivano dal Medio Oriente, dove gli Shahed hanno dimostrato la loro efficacia in numerosi teatri di crisi.

Il controllo da 2.000 km e la rivoluzione della guerra distribuita

Il vero salto tecnologico, tuttavia, non riguarda soltanto il drone in sé, ma il modo in cui viene pilotato. Grazie al sistema Hornet Vision Ctrl e all'utilizzo di collegamenti satellitari, gli operatori possono controllare il velivolo a centinaia o addirittura migliaia di chilometri dal punto di lancio. La Wild Hornets ha mostrato come un pilota situato in un altro Paese sia riuscito a gestire uno Sting impegnato nei cieli dell'Ucraina settentrionale, stabilendo il nuovo record operativo dei 2.000 chilometri.

L'obiettivo è soprattutto quello di proteggere il personale. I piloti di droni sono diventati uno dei bersagli prioritari della ricognizione russa e spesso vengono individuati e colpiti poco dopo l'avvio delle operazioni. Allontanare fisicamente gli operatori dalla linea del fronte significa quindi ridurre drasticamente i rischi e, allo stesso tempo, ampliare la copertura difensiva del territorio. Secondo fonti dell'industria ucraina, in prospettiva i droni potrebbero essere pilotati persino da un altro continente.

Il modello ricorda, su scala ridotta, quello già utilizzato dagli Stati Uniti per i grandi droni strategici come gli MQ-9 Reaper, controllati a migliaia di chilometri di distanza dai teatri operativi. La differenza è che qui si parla di sistemi dal costo di poche migliaia di dollari, pensati per essere prodotti e impiegati in massa.

La nuova corsa globale agli intercettori

L'esperienza ucraina sta attirando l'attenzione di governi e industrie della difesa di tutto il mondo. Il motivo è semplice: la proliferazione dei droni d'attacco a basso costo sta rendendo sempre meno sostenibile l'impiego di missili antiaerei tradizionali, il cui prezzo può superare di decine o centinaia di volte quello del bersaglio da abbattere. Gli intercettori FPV rappresentano invece una soluzione asimmetrica e relativamente economica.

Parallelamente, la corsa tecnologica continua. Le aziende ucraine stanno lavorando a sistemi sempre più veloci e integrati con algoritmi di intelligenza artificiale, mentre la Russia sperimenta versioni più rapide dei propri droni Shahed e introduce contromisure elettroniche per eludere gli intercettori.

In questa prospettiva, il record dei 2000 chilometri annunciato dalla Wild Hornets va oltre il semplice primato tecnico. Segna l'ingresso in un'epoca in cui il combattimento aereo a corto raggio può essere gestito da operatori lontanissimi dal fronte, collegati attraverso reti satellitari e infrastrutture digitali globali. Una trasformazione che potrebbe influenzare non soltanto la guerra in Ucraina, ma il modo stesso in cui saranno concepite le difese aeree del futuro.

Trump: "Chiederò a Netanyahu di non attaccare"

Ieri era il giorno numero 100 della guerra in Iran, partita l'ultimo giorno di febbraio con l'attacco israelo-statunitense al regime teocratico, che ne è uscito decapitato. Pochi avrebbero immaginato che si sarebbe andati in tripla cifra quel sabato di fine inverno. Eppure per Donald Trump, il regista dell'operazione, "questa non è una guerra infinita, è in corso da tre mesi". Trump ha parlato ieri lungamente a Nbc News, lAnche se con pura non-logica trumpiana, il presidente nega di aver mai promesso di tenere fuori gli States dal contesto bellico. "Non ho garantito l'assenza di guerre - ha garantito il tycoon -. Perché mai altrimenti ho dovuto costruire la forza militare più potente del mondo?" Di certo The Donald ha assicurato di non voler ritirare i 50mila soldati impegnati nel conflitto in Medio Oriente prima che si giunga a una conclusione del conflitto. Trump si avventura in un parallelo numerico con la guerra del Vietnam, nella quale gli States persero oltre 58mila soldati. "Qui abbiamo perso 13 persone ed è un numero elevato. Tredici persone: trippe. Ma se guardiamo al Vietnam o una qualsiasi delle ultime sette o otto guerre che hanno causato moltissime vittime, noi ne abbiamo perse 13".

Ma ci sarà l'accordo con Teheran? Trump appare ottimista, le due parti sarebbero "molto vicine" alla firma. "Ci sono un paio di punti ancora da definire, non sono neanche questioni di grande entità" visto che l'Iran "ha accettato il fatto di non dotarsi di armi nucleari", ha detto Trump, precisando di aver voluto voler inserire una clausola che impedisca agli ayatollah anche la possibilità di acquistarle, che Teheran avrebbe accettato dopo un'iniziale riluttanza. E in serata Donald avverte Netanyahu della necessità di non rispondere al fuoco dopo il bombardamento iraniano che, dice, non ha causato vittime. Lo rivela lo stesso Trump, in un colloquio telefonico con il giornalista di Axios, Barak Ravid, riportata dallo stesso reporter su X. Secondo Ravid, Trump ha affermato che una risposta militare israeliana rischierebbe di alimentare ulteriormente il conflitto. "Se Bibi li colpisce di nuovo, tutto continuerà come negli ultimi 47 anni o negli ultimi 3mila". E che l'allarme resta alto lo dimostra anche il fatto che le scuole iraniane oggi rimarranno chiuse,

E a proposito di nucleare, a Nbc Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti collaboreranno con l'Iran per recuperare e distruggere il suo uranio. "Se raggiungiamo un accordo e saremo in buoni rapporti, porteremo via l'uranio e lo distruggeremo, sia che l'operazione avvenga sul posto sia altrove". "Se invece - ha aggiunto l'inquilino della Casa Bianca - non dovessimo raggiungere un accordo, allora elimineremo le strutture con estrema durezza". Infine Trump ha detto che in caso di accordo, non ci sarebbe automaticamente lo sblocco dei beni di Teheran congelati, pari a 24 miliardi di dollari. "Avverrà in un secondo momento".

I jet di Israele colpiscono Beirut. E l'Iran furioso lancia i missili

La nuvola di fumo non è stata grande, ma sta creando una possibile nebbia mondiale: a Dahiyeh, la base principale delle attività degli Hezbollah, ieri i caccia israeliani hanno colpito un edificio probabilmente parte delle strutture del comando dell'organizzazione. Si parla di due morti e 11 feriti, ancora niente è chiaro fuorché la rabbia iraniana, il terzo, indispensabile protagonista nella vicenda israelo-libanese. Mentre faticosi incontri di pace fra l'ambasciatore israeliano e l'ambasciatrice libanese negli Usa cercano una strada e il presidente Aoun seguita a rivendicare la sovranità dall'Iran, Teheran tiene i fili degli Hezbollah. Nella mattina di domenica, dopo una nottata agitata in cui di nuovo Hezbollah aveva bombardato Israele con razzi e droni, i missili sono stati indirizzati su due cittadine dell'Alta Galilea e sul Kibbutz Neot Mordechai in cui gruppi di bambini si avventuravano in una rischiosa gita scolastica, dopo tanti giorni di cautela e di rifugi. Hanno fatto in tempo a rifugiarsi, ma tutta Israele ha visto filmati i loro pianti e l'inutile tentativo delle maestre di calmarli.

Israele non ne può più, tutto il Nord è occupato dalla violenza del proxy dell'Iran, che però sta trattando con Trump. Il presidente americano nei giorni scorsi ha chiesto a Netanyahu in modo perentorio di lasciar stare Beirut. Ma la disperazione delle famiglie, mentre i soldati seguitano a cadere nel mezzo del cessate il fuoco (solo ieri due ventenni, più di 12 uccisi dalla tregua) non è più contenibile con promesse: Netanyahu, che alla riunione di gabinetto di prima mattina aveva annunciato che Israele non avrebbe sopportato oltre gli attacchi continui, ha dato l'ordine. Nella mattina un altro fronte aveva mostrato la sua faccia, quella del terrorismo interno, nel cuore di Israele, vicino ad Herzlya, pressso Tel Aviv, dove un arabo israeliano armato di un'arma "Carlo" ha attaccato i passanti in una stazione di benzina e poi ha dato loro la caccia durante l'inseguimento: un morto e quattro feriti. Lui, Omar Mandar Yassin, è stato eliminato.

Le conseguenze dell'attacco a Beirut possono diventare mondiali. L'Iran maneggia i suoi proxy come burattini. Dato che aveva imposto come prezzo della prosecuzione della trattativa con Trump che Israele non attaccasse gli Hezbollah, adesso si presenta come il grande vendicatore. Prima Ebraihim Rezai, portavoce del Comitato per la Sicurezza "darà una risposta ferma e dura all'attacco del regime sionista. Stanotte guardate il cielo dei territori occupati". E già in serata sono scattate le sirene d'allarme in tutto il Paese: due i missili balistici intercettati dall'Iron Dome. Mentre il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, pubblicava su X un'immagine che ritrae le bandiere di Iran e Libano unite. Segno dellasolidarietà di Teheran a Beirut contro gli attacchi israeliani.

Trump non sembra scandalizzato per l'intervento israeliano, ha solo chiesto "obiettivi precisi", ma è consapevole che Netanyahu ha stabilito da ieri una regola precisa: se Hezbollah attacca, Israele va a Dahiyeh. Vediamo se l'Iran si accontenterà di una risposta relativa per non destare l'ira degli Usa, ma ribadire il suo odio e la sua gestione degli Hezbollah, o decidere che di tornare in guerra anche con Trump.

Droni russi su Chernobyl. "Danni molto gravi". Ma non ci sono radiazioni

Tra parole, ipotesi di trattative e accuse incrociate, il conflitto in Ucraina è ben lontano dal fermarsi e, anzi, seguendo lo spartito ormai consolidato da settimane, rischia di avvicinarsi a quella escalation tanto temuta e da più parti evocata. La notte scorsa per esempio un drone russo ha colpito una struttura di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nei pressi della tristemente nota centrale nucleare di Chernobyl, causando un incendio che grazie al pronto intervento delle forze di sicurezza è stato domato evitando conseguenze ben più rischiose con i livelli di radiazione sono rimasti stabili. "Un attacco estremamente vile", secondo Zelensky. Il tutto mentre Kiev prosegue nella sua strategia di attacchi in profondità contro strutture energetiche e petrolifere per fiaccare le forze russe già impantanate sul campo.

"La Russia ha deliberatamente colpito un'infrastruttura nucleare, la sfrontatezza della Russia sia aumentata, superando da tempo ogni limite", ha denunciato Zelensky. "Danni strutturali significativi", riporta l'agenzia internazionale per l'energia atomica. "Attaccare una struttura che ospita grandi quantità di materiale nucleare è come giocare con il fuoco e non deve mai accadere", ha detto il direttore Rafael Grossi parlando di episodio "preoccupante". Un altro attacco è stato lanciato contro Zaporizhzhia, sede della più grande centrale nucleare europea che però non è stata danneggiata. Tre persone invece sono state colpite e uccise da un altro drone mentre aspettavano l'autobus alla fermata. Un'altra persona è rimasta ferita a Balabyne in quello stillicidio ormai quotidiano di raid contro obiettivi civili. Di contro, le forze speciali ucraine rivendicano di aver condotto una serie di attacchi con droni contro il deposito petrolifero di Semykolodezyanska e il terminal petrolifero di Feodosia in Crimea durante la notte. Rivendicati anche blitz nelle regioni occupate di Lugansk, Donetsk e Zaporizhzhia oltre che nella regione russa di Bryansk.

Ma dopo l'ennesima chiusura al dialogo di Putin che ha rifiutato un confronto diretto con Zelensky per arrivare alla fine dalla guerra, dal Cremlino arrivano segnali discordanti. Il consigliere presidenziale Yuri Ushakov, molto vicino allo Zar, ha fatto sapere che Mosca continua a mantenere "contatti sia pubblici sia privati con il regime di Kiev", contrariamente a quanto fatto intendere dallo stesso Putin. "Le comunicazioni pubbliche sono state mantenute quando abbiamo avuto diverse tornate di trattative", ha aggiunto il consigliere di Putin. Nessuna svolta, ma la conferma che sottotraccia qualcosa potrebbe comunque muoversi. Anche senza l'impegno sbandierato per mesi degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha liquidato la questione ucraina con un "se la vedano tra di loro", dopo aver benedetto e messo il cappello sull'ipotesi di un facci a faccia lanciata da Zelensky, Ma le parole del segretario di Stato Marco Rubio, che ha ribadito il sostegno americano a Kiev certificato anche dal via livbera a un nuovo finanziamento, non sono piaciute a Mosca. Rubio aveva dichiarato al Congresso che gli Stati Uniti non possono essere considerati un mediatore imparziale nel processo di pace ucraino perché Washington sostiene l'Ucraina. "Stiamo tenendo conto delle sua parole", ha detto il portavoce del Cremlino Peskov. "Ci sono diversi punti di vista tra i membri del team, alcuni cercano sinceramente di contribuire a una soluzione pragmatica, mentre altri sostengono una posizione diversa", ha detto. E così, tra un attacco, un'accusa e una polemica, la guerra va avanti.

Deficit alle stelle e sondaggi in calo, ma Putin non cede. La via è il petrolio

Un tre più uno scavalcato dai fatti e dai "niet" di Mosca. Difficile interpretare diversamente l'incontro di ieri sera a Londra tra il padrone di casa Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron. Un incontro al termine del quale i tre leader, auto-nominatisi avanguardia dell'Europa, avrebbero dovuto sottoporre al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, arrivato in serata a Downing Street, le loro idee per una presunta trattativa con la Russia di Vladimir Putin. Un'idea che, come capita ormai dal febbraio 2022, non tiene conto delle reazioni del presidente russo. Un presidente che parlando al foro economico di Pietroburgo ha liquidato come carta straccia la missiva con cui Zelensky proponeva un incontro faccia a faccia. E così siamo alle solite. Il terzetto "europeo" continua a cullarsi in proposte inconcludenti il cui unico risultato è l'ennesima stretta di mano con un presidente ucraino.

Ma l'incontro di Londra è, forse, ancor più surreale. Dimentichi delle delusioni incassate tra il 2022 e 2023 quando una Russia data ormai per quasi sconfitta riprese a mangiarsi i territori del Donbass fino a controllare oggi tutto il Lugansk e l'85 per cento del Donetsk, i tre leader sembrano illudersi che qualche decina di droni arrivati a destinazione tra San Pietroburgo, la Crimea e i territori occupati stiano mettendo in ginocchio la Russia. Di certo quei colpi rendono più difficile gestire i costi di una guerra che, stando a un rapporto del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, spinge la Federazione verso un deficit di fine anno superiore ai 5mila miliardi di rubli (circa 59 miliardi di euro). E sicuramente quei colpi scuotono sia i vertici militari del Cremlino sia l'opinione pubblica. Ma non nel modo in cui li interpretiamo noi europei. Certo il consenso di Putin è per la prima volta in calo dopo tre anni. Ma la maggior parte dei russi pronti a rimproverargli qualcosa non vuole la fine della guerra bensì una risposta più decisa e determinata agli attacchi di Zelensky.

Dunque in questa situazione è assai difficile che le proposte di dialogo o tregua avanzate da un Europa, convinta di poter semplicemente congelare la linea del fronte, possano portare da qualche parte. La fine delle ostilità senza la conquista totale del Donetsk e senza la firma di accordi che definiscano la zona d'influenza russa e quella della Nato in Europa, resta un'opzione inaccettabile per Vladimir Putin. Anche perché gli impedirebbe di venir ricordato come il presidente che riequilibrò i rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica dopo la caduta dell'Urss. Senza contare il disinteresse di Donald Trump distratto dalla questione iraniana. Dunque l'unica possibilità concreta per l'Europa sarebbe quella di riallacciare un dialogo partendo dall'alleggerimento di alcune sanzioni e dal riacquisto del petrolio e del gas russo. Una compromesso già abbozzato nelle scorse settimane da fonti del Cremlino, che ricordano come l'energia russa resti a disposizione degli europei rimasti in bolletta a causa della crisi energetica.

Ma in un Europa dove, nonostante la Brexit, torna a giocare da protagonista una Gran Bretagna forte del petrolio del mare del Nord l'argomento resta un autentico tabù. E così per ora al trio londinese non resta che accontentarsi dell'ennesima foto ricordo con Volodymyr Zelensky.

Fronte congelato e l'Ue al tavolo. Il messaggio di Zelensky a Londra

Dall'apparente disimpegno strategico di Trump all'impegno di una triade europea anglo-franco-tedesca che prova a far fruttare il lavoro degli sherpa militari e diplomatici delle ultime settimane. Come ha detto ieri Zelensky arrivando a Londra per "discutere e concordare i punti chiave", gli argomenti sono ancora una volta "la difesa in caso di guerra, maggiore cooperazione per la sicurezza di tutta Europa nella difesa aerea, e la visione condivisa sulle prospettive diplomatiche: l'Europa secondo il presidente ucraino deve partecipare ai negoziati e dev'essere forte". E dunque dovrebbe associare la propria industria militare sempre di più a quella ucraina. Per mostrarsi uniti ed efficienti. E arrivare all'obiettivo esplicitato ieri a Sky News: congelare le linee del fronte "è la via più rapida" per una tregua per poi spostarsi "in un contesto diplomatico", ha aggiunto Zelensky ribadendo che non cederà il Donbass.

Una spinta per rialzare la testa come Continente è giunta solo in parte ieri a Downing Street: dal padrone di casa Starmer, dal presidente francese Macron e dal cancelliere tedesco Merz. Zelensky ha rivendicato l'apertura al dialogo con Putin ("Io pronto a negoziare, deve rispondere alla mia lettera") e ha chiesto al formato E3 di archiviare la fase di rodaggio della Coalizione dei Volenterosi per avviare un'azione in favore di una pace giusta e duratura. Ma come? Al quadro immaginato da Starmer e Macron mesi fa, si sono aggiunte scelte pragmatiche di Kiev. E queste ha messo sul piatto ieri Zelensky, facendo intendere che, in caso di nuovi sostegni militari all'Ucraina come i 70 miliardi che potrebbero essere annunciati dai Paesi dell'Alleanza atlantica al vertice Nato di Ankara, i costi si abbatterebbero. Il riferimento è ai Drone Deals che prevedono la produzione e fornitura di droni, missili e munizioni, oltre a scambi tecnologici con i sistemi di difesa dei Paesi partner. Le intese con vari Paesi europei renderebbero più facile l'approvvigionamento. E risparmiare.

Nel Regno Unito dove l'agenda di Zelensky oggi prevede anche un incontro con Re Carlo III è già realtà l'apertura di una divisione di Ukrspecsystems vicino alla base aerea della Royal Air Force incastonata nel Suffolk, a Mildenhal, per produrre fino a mille droni al mese una volta a regime; si partirà con 200, attesi entro l'anno. Espansione dell'industria del droni ucraini prevista anche in Germania e Danimarca, entro il 27 con le aziende FirePoint e Skyfall. E c'è soprattutto l'idea di integrare nei sistemi europei a protezione dei cieli oggi schiavi di costosi jet l'intelligenza artificiale gialloblù; già testata sul campo per neutralizzare gli attacchi russi e contrattaccare in territorio della Federazione fino a colpire San Pietroburgo. "Non moriremo in silenzio, diventeremo ogni giorno più forti", la lettura ieri di Zelensky. Che esclude Mosca e Minsk per eventuali colloqui, ma "Putin può scegliere il formato che vuole: con Trump, gli europei o bilaterale". Gli E3, tra affari e diplomazia, cercano di colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti0 nella ricerca di un'intesa con Mosca, mostrando capacità militare di ultima generazione (efficace e a basso costo con Kiev) e spiragli di dialogo. Dopo la lettera di Zelensky a Putin, questi potrebbero passare nelle mani di Macron, che ha già aperto un canale. O perfino dall'ex proprietario del Chelsea, Roman Abramovich. Zelensky ieri ha infatti confermato che il magnate è stato a Kiev per farsi tramite tra il presidente ucraino e quello russo.

Caccia Nato in volo sul Baltico: abbattuto un drone in territorio lettone

La guerra tra Russia e Ucraina torna ad allargare il fronte della tensione. La Nato ha abbattuto almeno un drone proveniente dalla Russia entrato nello spazio aereo lettone, mentre Kiev denuncia il lancio notturno di 155 droni russi, 124 dei quali intercettati. Mosca sostiene invece di aver abbattuto 310 droni ucraini e accusa Kiev di aver colpito un treno diretto in Crimea. Intanto depositi petroliferi sarebbero stati attaccati in Crimea e a Novorossiysk.

I missili su Beirut poi lo scoppio dell'escalation: così è riesploso lo scontro tra Israele e Iran

Per quasi due mesi il Medio Oriente aveva vissuto in un equilibrio precario. La tregua raggiunta ad aprile tra Stati Uniti e Iran aveva contribuito a raffreddare lo scontro diretto tra Teheran e Israele, ma non aveva mai risolto il nodo più delicato: il Libano e il ruolo di Hezbollah. Proprio lì, nelle periferie meridionali di Beirut controllate dal movimento sciita, si è consumata la crisi che nelle ultime quarantotto ore ha fatto ripiombare la regione sull'orlo di una nuova guerra aperta.

I missili iraniani lanciati contro Israele e la successiva risposta delle Idf contro obiettivi militari nella Repubblica islamica non sono un episodio inatteso, ma il risultato di una tensione accumulata nelle ultime settimane. Da una parte Israele seguita a sostenere che la tregua non limiti la propria libertà di colpire Hezbollah in Libano; dall'altra, Teheran ritiene che l'intesa debba valere su tutti i fronti collegati al conflitto. Due interpretazioni inconciliabili che hanno trasformato Beirut nella miccia dell'ultima escalation.

Beirut, la tregua che nessuno interpretava allo stesso modo

Il punto di rottura è arrivato con il raid israeliano contro la periferia sud di Beirut, storica roccaforte di Hezbollah. L'operazione è stata ordinata dal governo di Benjamin Netanyahu come risposta ai lanci di razzi provenienti dal Libano e considerati una violazione degli accordi di cessazione delle ostilità. Per Israele, infatti, il cessate-il-fuoco non impediva di continuare a colpire le infrastrutture del gruppo sciita quando ritenute una minaccia diretta.

La posizione iraniana, diametralmente opposta. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e altri esponenti della leadership di Teheran avevano sostenuto pubblicamente che la tregua mediata dagli Stati Uniti riguardasse l'intero teatro regionale, compreso il Libano. Un eventuale attacco a Beirut sarebbe quindi stato interpretato come una violazione dell'intesa e avrebbe comportato una risposta diretta. Quando le bombe israeliane sono cadute su Dahiyeh, quella minaccia è diventata realtà.

La risposta di Teheran e il ritorno dello scontro diretto

Poche ore dopo il raid, l'Iran ha scelto di lanciare una decina di missili balistici verso il nord di Israele, nel primo attacco diretto contro lo Stato ebraico dalla tregua di aprile. Secondo le Forze di difesa israeliane, la maggior parte dei vettori è stata intercettata o è caduta in aree disabitate, ma il significato politico dell'operazione è stato inequivocabile: Teheran ha voluto dimostrare che qualsiasi azione contro Hezbollah può trasformarsi in uno scontro aperto con la Repubblica islamica.

I Guardiani della Rivoluzione hanno descritto il lancio come una rappresaglia per l'attacco su Beirut, mentre le autorità iraniane hanno lasciato intendere che ulteriori operazioni israeliane potrebbero provocare una risposta ancora più ampia, coinvolgendo anche droni e altri alleati regionali. La crisi ha così riportato il Medio Oriente allo scenario che Washington cercava di evitare da settimane: quello di un confronto diretto tra Israele e Iran, senza più il filtro delle rispettive forze alleate.

Il contrattacco dell'Idf

La risposta israeliana è arrivata nella notte, quando l'aviazione dell'Idf ha colpito diversi obiettivi militari nell'Iran occidentale e centrale. Secondo le informazioni diffuse dall'esercito israeliano e confermate da fonti statunitensi, i raid hanno preso di mira siti collegati al programma missilistico e alle infrastrutture utilizzate per gli attacchi contro Israele. Washington ha precisato di non aver partecipato all'operazione, pur ribadendo il sostegno al diritto israeliano di difendersi. Il complesso petrolchimico di Karoun, a Mahshahr è fra i siti colpiti da Israele.

Il presidente americano Donald Trump avrebbe tentato di convincere Netanyahu a evitare una controffensiva immediata, nel timore che una nuova escalation potesse compromettere definitivamente il dialogo con Teheran. Ma il meccanismo della deterrenza reciproca sembra ormai essersi rimesso in moto. La vicenda di Beirut dimostra come il Libano sia diventato il principale punto di contatto tra la guerra contro Hezbollah e il confronto strategico tra Israele e Iran: un equilibrio tanto fragile che basta un singolo raid per trascinare l'intera regione sull'orlo di un conflitto più vasto.

Raid Idf contro Teheran, interrotte le comunicazioni tra Khamenei e i pasdaran. Trump: "Cessate immediatamente le ostilità"

La tregua tra Iran e Israele è sempre più fragile. Nella notte Teheran ha lanciato nuove ondate di missili verso lo Stato ebraico, facendo scattare le sirene a Gerusalemme, Tel Aviv, Beersheba e nell’area dell’aeroporto Ben Gurion. L’Idf ha risposto colpendo obiettivi militari nell’Iran centrale e occidentale, mentre esplosioni sono state segnalate a Teheran, Tabriz, Isfahan e Karaj. Trump però tira dritto sull’accordo con l’Iran e avverte Netanyahu.

Missili dall'Iran verso Israele, Idf: "Tutti intercettati". Tel Aviv: "Risponderemo". Trump sente Netanyahu e avverte Teheran: "Ora basta, tornate a negoziare"

Sale la tensione in Medio Oriente: l’esercito israeliano ha annunciato di aver identificato missili lanciati dall’Iran contro il territorio dello Stato ebraico, dopo i raid dell’Idf contro Hezbollah nel quartiere di Dahyeh, a Beirut. Netanyahu ha convocato i vertici della sicurezza, mentre Teheran aveva promesso una risposta “decisa e dolorosa”. Sullo sfondo, Trump sostiene che la guerra con l’Iran “non è infinita” e afferma che Washington e Teheran sono vicine a un accordo sul nucleare.

L’élite russa contro Putin: “È arrivato il momento di concludere la guerra”

La guerra della Russia contro l’Ucraina, giunta al quinto anno, ha ormai superato in durata il conflitto che contrappose l’Unione Sovietica alla Germania nazista. E mentre lo stallo sui negoziati mediati dagli Stati Uniti si protrae e Kiev incalza Mosca con attacchi in profondità sul territorio della Federazione, il Wall Street Journal riferisce che personalità autorevoli all’interno dell’establishment russo hanno rotto il muro del silenzio che circonda l’operazione militare speciale lanciata da Vladimir Putin per esprimere la loro contrarietà alla prosecuzione della guerra.

Tra queste, spicca l’opinione di Oleg Tsaryov, ex parlamentare ucraino fuggito in Russia nel 2014 e uno dei principali candidati che il Cremlino avrebbe voluto insediare alla guida di un regime fantoccio filorusso a Kiev nel 2022. Tsaryov, che a Mosca è considerato tra i più noti esponenti della corrente dei falchi, ha pubblicato lo scorso mese un messaggio su Telegram in cui ha avvertito che la propaganda russa ha alimentato una pericolosa illusione di una vittoria inevitabile contro l’Ucraina. “I professionisti che hanno creato una realtà alternativa”, si legge nel messaggio di Tsaryov, “hanno convinto non solo la popolazione, ma anche loro stessi, che l’illusione che hanno inventato sia davvero la realtà. Prima o poi, questi mondi di illusione e realtà si scontreranno. E ora sta accadendo nella forma più dolorosa”.

Un’altra voce fuori dal coro che ha espresso forti riserve sul conflitto è quella dello storico ed ex funzionario russo Aleksey Chadaev, ora a capo del centro di ricerca Ushkuynik sulla guerra con i droni, il quale ha affermato che proseguire con l’attuale linea “non è solo una strada verso una “non vittoria”, ma verso una sconfitta su vasta scala”. Chadaev ha quindi chiesto una pausa affinché Mosca possa riorganizzarsi in vista del prossimo round.

A schierarsi contro la strategia del Cremlino c’è poi Vasily Kashin, analista alla guida del Centro per gli studi europei e internazionali presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca. L’esperto ha pubblicato a maggio un discusso articolo sulla principale rivista di politica estera della Russia nel quale ha spiegato che l’Ucraina, anche a causa del numero delle perdite subite, rimarrà inevitabilmente un Paese anti-russo e filo-occidentale. Kushin ha inoltre messo nero su bianco che l’obiettivo di insediare un regime amico a Kiev non è più realistico e, citando gli eventi in Iran, ha dichiarato che anche l’assassinio di Zelensky e dei vertici militari e civili ucraini, porterebbe al potere una generazione di leader “più attivi, ambiziosi e radicali”.

Sempre secondo il Wall Street Journal, gli analisti russi sostengono che l’approccio più pragmatico, che riconosce i limiti della potenza militare di Mosca, è presente in alcuni settori del Cremlino. Tra questi l’influente vice capo di Stato maggiore Sergey Kiriyenko, il servizio di intelligence esterna SVR e gli operatori economici che vogliono un ritorno, per quanto possibile, alla normalità. Il quotidiano americano sottolinea comunque che le critiche di una parte dell’establishment della Federazione non sono condivise da tutti e c’è comunque chi preme per un’escalation contro i Paesi baltici e altrove e chi vorrebbe trasformare la Russia in una sorta di “ibrido ortodosso tra la teocrazia iraniana e il totalitarismo nordcoreano”.

Il grande interrogativo di fondo nella discussione in corso rimane però la posizione di Putin. Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino, spiega che alcune persone a Mosca stanno “iniziando a rendersi conto che continuare il conflitto per un altro anno o due non migliorerebbe significativamente la posizione negoziale della Russia. Per loro sta diventando sempre più chiaro che è giunto il momento di porvi fine”. “Il dibattito tra le élite sulla questione sta cominciando ad essere normalizzato, pur con tutte le riserve del caso in termini di lealtà”, prosegue Gabuev che si chiede se il capo del Cremlino si renda conto “di essere in un vicolo cieco e che la guerra sta diventando sempre meno efficace”. “Non lo sappiamo”, aggiunge l’esperto. Che in conclusione precisa che “nulla indica che abbia cambiato idea”.

Massiccio attacco di droni ucraini su Mosca e San Pietroburgo, Zelensky: "I nostri attacchi stanno funzionando"

San Pietroburgo e la regione di Leningrado sono finite nel mirino di un massiccio attacco con droni, mentre almeno cinque velivoli sono stati intercettati alle porte di Mosca. Sul fronte diplomatico, il Pontefice esprime preoccupazione per l'escalation in Ucraina e sollecita una soluzione negoziata per porre fine alla guerra.

"Il Mossad spia Witkoff e alti vertici americani". Le accuse degli Usa a Israele

Sale nuovamente la tensione tra Stati Uniti e Iran nell'area strategica dello Stretto di Hormuz. Il Centcom ha riferito che nella notte le forze americane hanno abbattuto quattro droni d'attacco iraniani considerati una minaccia per il traffico marittimo e successivamente hanno colpito alcune postazioni radar di sorveglianza costiera iraniane a Goruk e sull'isola di Qeshm.

La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Secondo il comando militare statunitense, l'Iran ha lanciato sette missili verso Kuwait e Bahrein: sei sarebbero stati intercettati, mentre il settimo non avrebbe raggiunto il bersaglio. Washington ha inoltre smentito le affermazioni iraniane secondo cui sarebbe stato colpito il quartier generale della Quinta Flotta americana in Bahrein.

Sul fronte diplomatico, restano bloccati i colloqui tra i due Paesi. Mohsen Rezaei, consigliere militare della guida suprema iraniana, ha dichiarato alla Cnn che un eventuale accordo dipende dalla decisione dell'amministrazione Trump di sbloccare 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. Secondo Teheran, 12 miliardi dovrebbero essere liberati alla firma di un'intesa preliminare e altri 12 in una fase successiva.

Attriti tra Usa e Israele: stando a diversi rapporti di intelligence e del Pentagono, Witkoff e altri alti negoziatori sono stati intercettati dal Mossad durante le loro trattative per cercare di raggiungere un accordo di pace con l'Iran

“Stop al supporto dell’Italia alle guerre”: oltre cento sigle convocano un corteo alla base aerea Usa di Aviano

5 June 2026 at 13:34

La base aerea Usa di Aviano è da oltre due mesi una specie di sismografo dell’attività statunitense sul fronte della guerra contro l’Iran. Gli arrivi e le partenze si susseguono, consentendo gli scali di aerei cargo che trasportano materiali non meglio identificati sulle rotte del conflitto. Alcuni partono da Fairford nel Regno Unito e si dirigono verso la Giordania, facendo scalo nel centro friulano o a Ramstein in Germania. Altri aerei sono stati segnalati sulla rotta da Lakenheath, nel Suffolk, a Incirlik, in Turchia ai confini con la Siria (dove si trovano una cinquantina di testate atomiche), per poi rientrare in Europa attraverso Aviano, che a sua volta è un deposito atomico. A tenere meritoriamente il monitoraggio di questo flusso aereo è il giornale on line pordenoneoggi.it, che segue anche il via vai delle truppe che, a bordo di Boeing 747, raggiungono la base di Camp Lemonnier a Gibuti, nel Corno d’Africa. “Continuano giornalmente anche i voli da e per Ramstein e la Romania, dove gli Usa hanno una base molto importante per lo scacchiere europeo, considerando che la Romania aiuta l’Ucraina nell’invio di droni di fabbricazione statunitense”, spiega il giornalista Alessandro Rinaldini.

In quell’extraterritorialità della guerra su cui possono contare gli americani in Italia, Aviano è uno snodo importante ed è lì che associazioni pacifiste e movimenti politici contro la guerra si sono dati appuntamento per sabato 6 giugno. Al momento 112 sigle hanno dato la loro adesione, a cominciare da Anpi Friuli-Venezia Giulia, Cgil, Tavolo della Pace, Global Sumud Flotilla, Rete italiane Donne in Nero che fanno da capifila. Il raduno è previsto alle 15 davanti al Duomo, da dove si snoderà il corteo fino all’ingresso della base. “Aviano, una voce collettiva per la pace, contro la guerra e il riarmo” è il tema della manifestazione. “La pace non appartiene soltanto ai governi o alle istituzioni, ma nasce anche dalla responsabilità e dall’impegno quotidiano della collettività”, si legge nel manifesto. “Un fermo No alla guerra e a ogni escalation militare si alzerà con voce unica, per riaffermare l’urgenza per la pace e per un modello di società alternativo fondato sulla dignità e sul rispetto delle persone, dei popoli e di ogni essere sul pianeta”. I temi si intrecciano: si va dalla denuncia della corsa globale agli armamenti e dei “rigurgiti nazionalisti” al rischio sempre più concreto di un mondo dominato dalla logica della deterrenza e dello scontro permanente. “Ci opponiamo fermamente al supporto politico e militare fornito dal governo italiano e dai governi europei a Israele nel genocidio del popolo palestinese, così come alla guerra condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro Iran e Libano. Il nostro pensiero e la nostra solidarietà vanno a tutte le vittime dei conflitti in corso nel mondo, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo e all’Eritrea”.

“La manifestazione sta riscuotendo un forte consenso”, ha detto in conferenza stampa Maurizio Marcon, segretario generale della Cgil di Pordenone. “La mobilitazione vuole essere anche una proposta, non soltanto una denuncia. Chiediamo al governo italiano e alle istituzioni di investire nelle politiche sociali e nelle misure urgentissime per affrontare i disastri ambientali e il cambiamento climatico, anziché nelle spese militari”. Antonella Lestani, coordinatrice regionale dell’Anpi, ha aggiunto: “Richiamarsi all’articolo 11 della nostra Costituzione equivale riaffermare la promessa originaria della democrazia italiana: mai più la guerra come strumento di potere, e centralità della convivenza democratica tra i popoli. Abbiamo scelto Aviano per lanciare un messaggio politico e umano contro la normalizzazione della guerra”. Michele Negro, rappresentante friulano della Rete per i diritti, l’accoglienza e la solidarietà internazionale, ha fornito alcuni dati: “Abbiamo oltre 12mila testate nucleari nel mondo, quando sappiamo che ne basterebbero cinquanta per distruggere l’umanità. Mentre crescono gli investimenti per la produzione di armi e per le infrastrutture militari, abbiamo situazioni economiche esplosive come i licenziamenti dell’Electrolux. Di fronte a ciò, l’Italia sceglie di investire quasi mille miliardi in dieci anni per arrivare al 5% del Pi, in spese militari”. Altri numeri sono stati aggiunti da Massimo Marchini, attivista della Flotilla di terra: “La maggior parte delle vittime delle guerre oggi sono i civili. A Gaza, degli oltre 80mila morti registrati, circa l’85% sono civili, un quarto delle vittime sono bambini. Un dato terribile”.

L'articolo “Stop al supporto dell’Italia alle guerre”: oltre cento sigle convocano un corteo alla base aerea Usa di Aviano proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il regime al tracollo economico. E la faida superfalchi-riformisti fa "impazzire" la trattativa

«Lo spirito da leader martire» ha impedito ad Ali Khamenei di «rifugiarsi nei bunker». Così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi racconta ad Al Mayadeeen, una tv libanese vicina ad Hezbollah, la scomparsa della Suprema Guida dilaniata dalle bombe israeliane la mattina del 28 febbraio scorso. Un racconto in prima persona, visto che quel giorno Araghchi era nel bunker della Suprema Guida in attesa di riferirgli i risultati delle trattative con gli americani condotte a Ginevra. Ma proprio l'essere stato messo in attesa ha salvato Araghchi. «Nel momento del martirio di Ali Khamenei, mi trovavo nel suo ufficio, ma l'ala in cui eravamo è rimasta illesa. Quando sono uscito dalle macerie, il mio solo pensiero è stato per lui. Continuavo a chiedermi se fosse stato colpito o si fosse salvato». Quel colpo fatale sulle prime non diede i risultati sperati. Anzi la nomina di Mojtaba Khamenei, il figlio della Suprema Guida sopravvissuto all'attacco nonostante le gravi ferite, è sembrata irrigidire il regime e regalare maggior potere a pasdaran e falchi ultra conservatori.

Oggi però l'apparente monoliticità sembra sul punto di sfaldarsi. Il primo ad ammetterlo è proprio Mojtaba Khamenei. «I nemici dell'Iran dopo la sconfitta sul campo - scrive in una lettera la Suprema Guida - cercano di creare divisioni interne e indebolire la resilienza del popolo». A chi si rivolge? Capirlo non è difficile. Il primo ad aver creato «divisioni interne» opponendosi prima alla nomina del figlio di Ali Khamenei e poi all'egemonia dei pasdaran è stato il presidente Masoud Pezeshkian. Eletto nonostante la passata fede «riformista», Pezeshkian è ormai un presidente di facciata. Non a caso, in una lettera di fine maggio indirizzata all'invisibile Suprema Guida, ha offerto le proprie dimissioni motivandole con l'impossibilità di svolgere il proprio ruolo. Una proposta che non è stata presa in considerazione per non rendere evidente la profondità dello scontro interno. L'uscita di Pezeshkian gli è valsa però numerosi attacchi. Tra i più duri quello del deputato Kamran Ghazanfari, un superfalco pronto ad accusarlo di aver trattato il cessate il fuoco e accettato il negoziato con gli Usa senza l'autorizzazione della Suprema Guida.

Ma gli strali dell'ala dura evidenziano anche le crepe interne al gruppo conservatore. Nei giorni scorsi l'ayatollah Jafar Sobhani, vicino ai vertici del potere, ha elogiato la trattativa con Washington. «Dobbiamo appoggiare i negoziati ed ottenere dei buoni risultati», ha detto l'ayatollah spiegando che una «buona trattativa» risponde all'interesse nazionale. Ma quel che fa più paura a Mojtaba e ai pasdaran suoi alleati sono i motivi di queste divisioni ovvero i timori di un tracollo economico. Chi, come Pezeshkian, punta a negoziare teme il collasso economico di un Paese dove il contro-blocco americano di Hormuz e le mancate vendite di petrolio hanno azzerato le entrate e dove oltre un milione di iraniani hanno perso il lavoro e dove mezzo chilo di formaggio - venduto a marzo a 4 milioni e 500mila rial (meno di 3 euro) - si compra oggi a circa 8 milioni di rial. Tra due mesi Teheran non avrà più petrolio da vendere alla Cina. Una situazione da incubo che rischia di portare il Paese al collasso se, come previsto, le scorte di valuta estera si esauriranno entro due mesi. Del resto Pezeshkian lo ripete da settimane. «La guerra principale si combatte sul fronte dell'economia».

In Libano la regia degli ayatollah. Hezbollah spara sulla tregua

Accordo respinto. La milizia sciita che rappresenta il "gioiello della corona" dell'asse filo-Iran, Hezbollah, boccia l'intesa di cessate il fuoco raggiunta fra il governo di Beirut e quello di Tel Aviv. E in Libano non si vede tregua all'orizzonte. Nonostante gli annunci ottimistici, le speranze di pace sono totalmente contraddette dai fatti. I razzi e i droni di Hezbollah continuano a martellare il nord di Israele, con le sirene di allarme che sono tornate a suonare appena pochi minuti dopo la visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyanu nell'area tartassata dai terroristi sciiti. Allo stesso tempo, le bombe israeliane non smettono di colpire il Sud del Paese dei cedri. Il Libano si conferma fronte di guerra ancora aperto e caldissimo nel conflitto fra Israele ed Hezbollah, ma soprattutto il vero pomo della discordia nelle trattative per un'eventuale pace fra Stati Uniti e Iran. Tutto ciò a dispetto dell'intesa raggiunta a Washington fra governo libanese e israeliano

Dopo l'ennesimo round di negoziati a Washington, durato altre 9 ore, nella notte fra mercoledì e giovedì, il governo di Beirut e quello di Tel Aviv hanno infatti annunciato di aver raggiunto un accordo per il rinnovo del cessate il fuoco del 16 aprile, anche se il fuoco fra le due parti non si è mai fermato in questi due mesi. L'intesa è subordinata alla "cessazione completa" degli attacchi di Hezbollah e all'allontanamento di tutti i suoi membri dal Libano meridionale, a nord del fiume Litani. L'accordo prevede inoltre la creazione di "zone pilota" in cui le forze armate libanesi "assumeranno il controllo esclusivo del territorio, escludendo qualsiasi attore non statale", leggasi proprio Hezbollah, il "Partito di Dio", contro il quale Israele ha avviato un'escalation militare, che dal 2 marzo ha già provocato oltre 3500 morti.

Appena poche ore dopo l'annuncio gravido di speranze, l'esercito libanese ha effettivamente iniziato a entrare nelle aree da cui l'esercito israeliano dovrebbe ritirarsi. Ma i droni israeliani hanno continuato a martellare il Sud del Paese. E i razzi e i droni di Hezbollah hanno proseguito a puntare sul nord di Israele. Ai combattenti islamisti è arrivato l'ordine di scuderia del leader Naim Qassem, che ha definito i negoziati "vergognosi", "una resa e una sconfitta" e ha chiesto il ritiro completo delle forze israeliane da tutto il territorio libanese. Un rifiuto del cessate il fuoco previsto e coordinato proprio con il grande regista del disordine e del terrorismo mediorientale: l'Iran. Non a caso il regime degli ayatollah, tramite i Guardiani della Rivoluzione, ha ribadito che "la richiesta di base della resistenza è il ritiro del regime occupante alla posizione che deteneva prima dell'inizio della guerra dei 40 giorni". "Non ci sarà pace nella regione - dicono - senza il ritiro di Israele dal Libano".

Di contro, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha spiegato che "Israele continuerà per il momento le proprie operazioni di terra nel sud del Libano e non consentirà il ritorno dei residenti libanesi sfollati dalle aree interessate dalle attività militari". Tra i due contendenti è un'escalation anche di minacce. Hezbollah avverte che colpirà Tel aviv e Haifa, se Israele attaccherà di nuovo Beirut. Israele minaccia di bombardare la capitale libanese se i terroristi attaccheranno. La tregua è solo sulla carta.

"L'attuazione potrebbe iniziare entro 24 ore dall'approvazione definitiva", ha specificato fiducioso il presidente libanese Joseph Aoun, convinto che il cessate il fuoco rappresenti "l'ultima opportunità" prima di un accordo complessivo da concordare nei nuovi colloqui del 22 giugno.

A sei mesi dalla fine della missione Onu in Libano, il Paese resta nel caos e sotto le bombe. Un soldato serbo di Unifil è rimasto ucciso, secondo gli israeliani da un colpo di mortaio di Hezbollah, e due militari spagnoli feriti.

Anche nella Striscia di Gaza si continua a morire. Almeno nove le vittime, fra cui quattro bambini, in un raid delle Idf sulla città di Gaza. Un incontro tra Hamas e i mediatori per la tregua, previsto per ieri in Egitto, è stato rinviato a domenica. I terroristi chiedono a Israele di fermare gli attacchi.

L'apertura di Putin: "Ora negoziamo". Zelensky: "Vediamoci". Trump: "Bellissimo"

Una tregua sembra una chimera. La pace ancor di più. E allora, nel momento in cui il conflitto in Ucraina sembra non poter finire mai, scendono in campo i leader. Vladimir Putin prova il bluff e si dice aperto al negoziato nonostante le sue pretese rimangano su posizioni massimaliste. Volodymyr Zelensky decide di "vedere" e gli scrive una lettera aperta proponendo un faccia a faccia per concludere immediatamente la guerra. Un botta e risposta serrato e nel giro di poche ore che potrebbe rappresentare la tanto attesa svolta mentre il conflitto va avanti secondo uno spartito chiarissimo: Kiev colpisce in profondità le infrastrutture energetiche russe forte di uno sviluppo tecnologico notevole, la Russia replica con attacchi indiscriminati sulle città colpendo sempre più spesso obiettivi civili, anche per nascondere quella difficoltà sul campo ormai palese.

Lo Zar, dalla sua San Pietroburgo colpita nei giorni scorsi dai droni ucraini, è tornato a parlare di un possibile negoziato, spiegando che Trump avrebbe sollecitato la Russia a compiere alcune concessioni. "Mosca è disponibile a fare compromessi, purché anche l'Ucraina accetti di farne", ha detto Putin, pur sostenendo che le forze russe stiano avanzando "lungo tutto il fronte" e che il Paese disponga di tutte le risorse necessarie per i propri obiettivi militari. Dichiarazioni che, dopo oltre quattro anni di conflitto, sono smentite dai fatti, al punto da arrivare ad ammettere che le difese aeree russe sono da migliorare. Ma le parole di Putin sono già state sentite e risentite più volte senza mai arrivare a reali concessioni da parte di Mosca. Con lo Zar che tra l'altro ribadisce: "Non siamo contrari a Kiev nell'Ue, siamo contrari alla trasformazione dell'Ue in un blocco militare" e ribadisce di volere l'impresentabile Schroeder come mediatore. Passa pochissimo e Zelensky replica con una lettera aperta: "Ora la scelta è tua. Basta con la guerra. L'Ucraina propone di porre fine a questa guerra con dignità e con garanzie", scrive il leader di Kiev che chiede "un dialogo diretto tra noi e voi. Propongo un incontro", dice Zelensky ipotizzando Svizzera, Turchia o Paesi arabi come campo neutro. "Sono i leader a risolvere le questioni chiave. È sempre stato così e lo sarà sempre. Propongo di fissare una data precisa - incalza - L'Ucraina è pronta per un cessate il fuoco completo per tutta la durata dei negoziati", ipotesi già esclusa dallo Zar. Zelensky poi spiega che "dobbiamo stabilire quale futuro attende le generazioni di ucraini e russi che verranno dopo di noi" e attacca frontalmente: "Se non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l'Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra stessa esistenza. Non è una minaccia, è un fatto. Puoi fermare la tua guerra". Con il Cremlino che replica provocatoriamente: "Ok, venga a Mosca quando vuole", ipotesi già esclusa da Zelensky.

Una possibile svolta benedetta anche da Donald Trump, che mette in parte Putin spalle al muro in caso di bluff: "Sono contento che stiano parlando di incontrarsi. Credo che il mio contributo in tal senso sia stato notevole - ha detto il tycoon - Entrambi dovranno scendere a compromessi, l'ho suggerito io e ho avuto un ruolo determinante nella vicenda". Il tycoon poi lancia l'ennesima frecciata all'Europa: "Non abbiamo bisogno di loro, non ci hanno aiutato in Iran".

Nel quadro di dialogo potenziale, cozzano le parole del ministro degli Esteri russo Lavrov: "Siamo pronti a negoziare, ma non troviamo con chi parlare, non vediamo disponibilità al dialogo dall'altra parte. Non riusciamo a trovare interlocutori con cui poter dialogare". Lavrov che rilancia gli improponibili accordi di Anchorage tra Russia e Usa che prevedevano di fatto una resa incondizionata di Kiev e il consigliere presidenziale russo Dmitriev che riferisce di aver avuto una conversazione telefonica con l'inviato Usa Witkoff e con il genero del presidente Kushner, più che per un dialogo, per accordi relativi a un tunnel che colleghi la Russia e gli Stati Uniti attraverso lo Stretto di Bering che Dmitriev definisce imminente. Ma in campo, ora ci sono i leader. Se Putin prova a bluffare, Zelensky cerca di stanarlo. Ma finché al tempo delle parole non seguirà il tempo dei fatti, resterà il tempo della guerra, delle bombe, dei missili e dei droni.

Kiev istituisce l'unità Scorpio: cosa sappiamo della nuova forza speciale della polizia militare ucraina

Le Forze Armate ucraine stanno rafforzando in modo progressivo il proprio sistema di sicurezza interna, con un’attenzione crescente alla gestione della disciplina, alla protezione delle infrastrutture militari e al contenimento delle vulnerabilità che possono emergere nelle retrovie operative. In questo processo s’inserisce la creazione della nuova unità speciale Scorpion, pensata per garantire capacità di intervento rapido all’interno del dispositivo militare.

L’annuncio è stato diffuso dalla Vijskova sluzhba pravoporyadku ZSU, organismo della polizia militare incaricato del mantenimento dell’ordine e della disciplina nelle Forze Armate ucraine. La nascita del nuovo reparto risponde all’esigenza di disporre di uno strumento in grado di intervenire con tempestività nelle situazioni critiche che interessano la sicurezza interna, in particolare nei casi di sabotaggio, violazioni disciplinari gravi e minacce rivolte alle infrastrutture militari.

Cosa sappiamo

Secondo fonti ufficiali la Scorpion è stata concepita come unità di pronto impiego integrata nei distaccamenti zonali della polizia militare, con una struttura flessibile e una capacità di reazione rapida su scala territoriale. Il suo impiego è previsto nei casi in cui si verifichino eventi che richiedono un intervento immediato e non gestibile attraverso i normali canali di controllo disciplinare.

Il mandato include la prevenzione e la repressione dei reati militari, il monitoraggio delle violazioni del regolamento interno e la tutela del patrimonio delle Forze Armate ucraine. Particolare attenzione è rivolta alla protezione di asset considerati strategici, come armamenti, mezzi, depositi e infrastrutture logistiche, elementi essenziali per la continuità delle operazioni sul terreno.

Questa forza speciale è inoltre chiamata ad agire in presenza di possibili azioni di sabotaggio o di minacce dirette contro installazioni militari sensibili. In questi casi, l’obiettivo è ridurre i tempi di risposta e contenere l’impatto di eventuali vulnerabilità interne sul funzionamento complessivo del sistema difensivo.

Impiego sotto legge marziale e contrasto alle minacce ibride

Con l’attivazione della legge marziale o dello stato di emergenza, il raggio d’azione viene ampliato. Il reparto può essere impiegato anche nel supporto alle operazioni di contrasto a gruppi di ricognizione e sabotaggio, operando in coordinamento con le strutture già responsabili della sicurezza e della difesa territoriale.

Sotto questi auspici, l’unità non si limita alla gestione delle emergenze interne, ma contribuisce anche al contenimento di minacce ibride che si sviluppano al di fuori del fronte tradizionale e che incidono direttamente sulla stabilità delle retrovie.

Nel contempo, la nuova creatura di Kiev svolge anche un ruolo nel mantenimento della disciplina interna delle Forze Armate, intervenendo nei casi in cui sia necessario ristabilire rapidamente condizioni di ordine e garantire la continuità funzionale delle unità.

Valenza strategica nel sistema di sicurezza ucraino

La decisione di costituire questa unità riflette il rafforzamento della dimensione interna della sicurezza militare ucraina, in risposta a un quadro in cui la gestione delle minacce non si limita più alla sola dimensione frontale.

Secondo analisti, in questa condizione, la polizia militare assumerà un ruolo più strutturale nella stabilità del sistema difensivo, mentre unità specializzate come la Scorpion rappresenteranno uno strumento per garantire tempi di reazione più rapidi, maggiore controllo delle situazioni critiche e rafforzamento della resilienza complessiva delle Forze Armate.

Putin: "Lettera di Zelensky maleducata, non ci sono motivi per incontrarlo". La replica: "Sceglie la guerra". Starmer: "Mosca può attaccare la Nato nel 2030"

La guerra in Ucraina torna al centro della giornata con nuovi attacchi russi nella notte: tre le vittime in diverse regioni del Paese, mentre Kiev riferisce l’abbattimento di 198 droni su 216 lanciati da Mosca. Negli Stati Uniti la Camera approva un pacchetto di aiuti e sanzioni contro la Russia. Intanto Londra lancia l’allarme sui rischi di escalation e in Romania un drone navale esplode nel porto di Costanza senza causare feriti. La Nato monitora la situazione.

La fatica sul fronte, i costi della guerra e i droni di Kiev sulla sua Davos: cosa c'è dietro l'apertura di Putin

Per ora è solo un’apertura a parole: una lettera da Kiev, una replica del Cremlino e l’invito russo a eventuali colloqui a Mosca. Difficile capire tempi, formato e reale possibilità di arrivare a incontri di alto livello. Ma il punto politico è un altro: perché Putin apre proprio ora?

La risposta va cercata non solo nella diplomazia, ma nell’escalation militare e psicologica che Mosca sta costruendo attorno all’Ucraina. Nei giorni della “Davos russa” di San Pietroburgo, colpita da droni ucraini, mentre un drone russo violava lo spazio Nato cadendo in Romania, il Cremlino ha iniziato ad alternare segnali negoziali e pressioni sempre più aggressive. Non è una contraddizione: è una strategia. Colpire Kiev, intimidire il fianco orientale della Nato, mostrare l’asse con la Cina e presentarsi al tavolo da una posizione di forza, anche se il contesto reale è molto meno comodo per Mosca.

L’ultima accelerazione russa non può essere letta solo come l’ennesima fase brutale di una guerra ormai entrata nel suo quinto anno. Dietro i raid su Kiev, il linguaggio sempre più aggressivo verso i Paesi baltici e il viaggio di Vladimir Putin da Xi Jinping c’è una strategia di pressione multilivello: colpire l’Ucraina dove è più vulnerabile, intimidire il fianco orientale della Nato e mostrare che Mosca non è isolata, perché può ancora contare sulla profondità economica e politica della Cina.

Ma questa escalation racconta anche un’altra cosa: il Cremlino non si muove in un contesto comodo. Sul fronte, l’avanzata russa si è fatta più lenta e costosa, mentre l’Ucraina ha migliorato la capacità di colpire retrovie, logistica e nodi militari russi con una produzione sempre più ampia di droni. La guerra che Mosca voleva trasformare in logoramento dell’Ucraina sta diventando anche logoramento russo. E il bilancio federale, già piegato dalle spese militari, mostra crepe sempre più evidenti.

Il fronte non corre più per Mosca: Kiev avanza poco, ma cambia il ritmo della guerra

La novità non è che l’Ucraina stia ribaltando improvvisamente il conflitto con una grande offensiva convenzionale. La novità è più sottile: Kiev sta lentamente modificando il rapporto tra costi e risultati. Le forze russe continuano a premere lungo più assi, ma con guadagni territoriali ridotti, perdite elevate e una logistica sempre più esposta agli attacchi ucraini.

Negli ultimi mesi, la produzione di droni ucraini e l’uso sistematico di strike a medio raggio hanno reso meno sicure le retrovie russe. Depositi, centri di comando, linee ferroviarie, basi e concentrazioni di truppe sono diventati bersagli più frequenti. Non è una svolta spettacolare, ma è una trasformazione operativa: Mosca deve spendere di più per ottenere meno, deve arretrare asset logistici, disperdere le forze, proteggere infrastrutture che prima considerava relativamente al riparo.

È in questo quadro che l’escalation russa assume un significato politico. Quando il fronte non produce vittorie nette, il Cremlino cerca di produrre shock altrove: nei cieli di Kiev, nella comunicazione nucleare, nelle minacce verso i diplomatici stranieri, nella pressione sui confini Nato. La violenza diventa messaggio. Serve a dire agli ucraini che la capitale resta vulnerabile, agli europei che la guerra può allargarsi, agli americani che ogni trattativa avrà un prezzo.

I raid su Kiev e il fronte baltico: colpire la capitale, spaventare la Nato

I giorni di raid violenti su Kiev si inseriscono in questa logica. Gli attacchi combinati con missili e droni non mirano soltanto a distruggere obiettivi militari o infrastrutture. Mirano a saturare le difese aeree, logorare psicologicamente la popolazione e mandare un segnale agli alleati occidentali: senza nuove batterie, nuovi intercettori e nuove forniture, l’Ucraina resterà esposta.

La minaccia russa di continuare a colpire centri decisionali e la richiesta ai diplomatici stranieri di lasciare Kiev hanno alzato ulteriormente il livello dello scontro. È una comunicazione studiata per trasformare la capitale ucraina in un problema internazionale permanente. Mosca vuole mostrare che può colpire anche mentre si parla di negoziati, che può imporre il calendario dell’escalation e che nessun sostegno occidentale è privo di rischio.

Lo stesso vale per la querelle con i Paesi baltici. Estonia, Lettonia e Lituania sono da anni il punto più sensibile del fianco orientale della Nato: piccoli territori, memoria storica dell’occupazione sovietica, confini diretti o prossimi alla Russia e alla Bielorussia, altissima esposizione a guerra ibrida, cyberattacchi, provocazioni aeree e pressione migratoria. Le tensioni di questi giorni, alimentate anche dalle accuse russe e dagli incidenti legati ai droni, servono a Mosca per testare i nervi europei.

Il messaggio è duplice. Da una parte, la Russia cerca di rappresentarsi come potenza assediata, circondata da un’Europa ostile e militarizzata. Dall’altra, prova a dividere gli alleati Nato tra chi chiede fermezza e chi teme l’escalation. È una vecchia tecnica del Cremlino: spostare il conflitto dal campo militare alla sfera psicologica, costringendo gli avversari a discutere non solo di come aiutare Kiev, ma anche di quanto rischio siano disposti ad assorbire.

Secondo Lauri Hussar, presidente del Parlamento estone, la Russia rappresenterà una minaccia strutturale per l’Europa ancora per molti anni, ben oltre il conflitto ucraino, puntando a ricostruire una sfera d’influenza paragonabile a quella dell’ex Unione Sovietica. In un’intervista all'Adnkronos, Hussar ha ribadito la necessità di rafforzare la sicurezza europea attraverso una deterrenza credibile e una maggiore capacità di difesa. L’Estonia, che ha portato le spese militari al 5,4% del Pil, considera questo investimento una risposta diretta all’aggressione russa contro l’Ucraina e non una scelta simbolica.

Putin da Xi: l’urgenza di chi ha bisogno di soldi, tecnologia e profondità strategica

Il viaggio di Putin a Pechino va letto dentro questa stessa cornice. La Cina non è solo un partner diplomatico: è la retrovia economica più importante della Russia. Compra energia, offre sbocchi commerciali, garantisce una sponda politica contro l’Occidente e permette a Mosca di attenuare l’effetto dell’isolamento. Ma il fatto stesso che Putin abbia bisogno di rafforzare continuamente l’asse con Xi rivela una dipendenza crescente.

Secondo un’analisi del Financial Times, la spesa russa per la guerra rischia di superare il budget previsto di almeno 2.000 miliardi di rubli nel 2026, con scenari ancora peggiori negli a venire. Il ministero delle Finanze avrebbe, infatti, chiesto di congelare spese non militari per coprire i costi del conflitto, mentre difesa e sicurezza assorbono ormai una quota enorme del bilancio pubblico. Anche l’aumento del prezzo del petrolio può dare ossigeno, ma non basta a cancellare il problema: la guerra costa sempre di più, mentre crescita, investimenti e spesa sociale vengono compressi.

È qui che l’escalation diventa anche una corsa contro il tempo. Putin deve dimostrare ai russi che la guerra resta sostenibile, agli ucraini che la resistenza sarà punita, agli europei che il prezzo del sostegno a Kiev aumenterà, e ai cinesi che Mosca è ancora un partner utile, non un alleato in declino da mantenere artificialmente in piedi.

La visita da Xi, con nuovi accordi e una retorica comune contro l’ordine dominato dagli Stati Uniti, serve quindi a proiettare solidità. Ma dietro la scenografia del fronte anti-occidentale c’è un rapporto sempre più asimmetrico. La Russia porta energia, materie prime, tecnologia militare e disponibilità geopolitica; la Cina porta mercato, liquidità, componenti, copertura diplomatica e una posizione negoziale molto più forte.

Mosca colpisce Kiev perché non riesce a piegare rapidamente il fronte. Minaccia i Baltici perché vuole spaventare l’Europa. Cerca Xi perché ha bisogno di profondità economica. E aumenta la spesa militare perché, senza la guerra, l’intero impianto politico putiniano perderebbe il suo principale strumento di mobilitazione. È un sistema che ha trasformato la guerra in motore politico, industriale e identitario. E quando quel motore comincia a costare troppo, il Cremlino non rallenta: accelera.

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