Normal view

Missili sull'asse Israele-Iran. Trump chiama Netanyahu: non rispondere agli attacchi

 

Mentre i sistemi di difesa israeliani intercettano l'ennesima pioggia di missili iraniani, la tensione tra Tel Aviv e Teheran raggiunge livelli critici. L'esercito iraniano ha lanciato un duro ultimatum: Israele deve cessare immediatamente le operazioni in Libano o prepararsi a subire "colpi ancora più duri". Secondo Teheran, i raid israeliani sui sobborghi meridionali di Beirut e l'intensificazione dell'offensiva nel sud del Paese hanno ormai oltrepassato "tutte le linee rosse".

 

Sul fronte diplomatico, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha fatto sapere di aver accettato una proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ma a una condizione tassativa: deve trattarsi di una tregua totale "su tutti i fronti".

 

Una possibilità che si scontra con le posizioni più radicali interne al governo israeliano; il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha infatti liquidato ogni scenario di distensione dichiarando perentorio: "Teheran deve bruciare".

L'appello di Trump: "Tornate al tavolo dei negoziati"

In questo clima infuocato si inserisce l'intervento di Donald Trump. Parlando ai microfoni di Fox News, ha esortato l'Iran a fermare le ostilità e a riprendere i colloqui, avvertendo che nuovi raid contro Israele rischierebbero di far saltare definitivamente qualsiasi trattativa.

"Quello che suggerirei all'Iran è questo: avete lanciato i vostri missili, ora basta. Tornate al tavolo delle trattative e trovate un accordo", ha dichiarato Trump, precisando inoltre di non aver gradito i bombardamenti israeliani della mattinata su Beirut.

Trump annuncia ai media che chiamerà Netanyahu, dicendogli di non rispondere

Diverse testate giornalistiche, tra cui Axios e il Canale 12 israeliano, riportano che Donald Trump avrebbe detto loro di aver chiamato Benjamin Netanyahu per dirgli di non rispondere agli attacchi iraniani.

Il giornalista di Axios Barak Ravid ha dichiarato a X che Trump gli avrebbe anche detto di essere "molto vicino" a raggiungere un accordo con l'Iran per porre fine definitivamente alla guerra, aggiungendo di non volere che il processo diplomatico "esplodesse" a causa dell'attacco iraniano a Israele.

"Gli attacchi iraniani non hanno ferito nessuno. Spero che Israele non reagisca. Se Bibi li colpisse a sua volta, la situazione si ripeterebbe come negli ultimi 47 anni, o negli ultimi 3.000 anni", ha detto Trump, secondo quanto riportato da Axios.

Attacco israeliano a Beirut, l’Asse della Resistenza avverte Tel Aviv

L’attacco aereo israeliano contro la periferia sud di Beirut riaccende le tensioni regionali e mette in discussione la fragile tregua raggiunta nei giorni scorsi tra Libano e Israele con la mediazione degli Stati Uniti. Diversi missili lanciati dall’aviazione israeliana hanno colpito un edificio residenziale nell’area di Tahwitat al-Ghadir, nel cuore della Dahieh, quartiere densamente popolato e tradizionale roccaforte della resistenza libanese. Secondo un bilancio preliminare, il raid ha provocato la morte di due civili e il ferimento di almeno undici persone. L’operazione è stata rivendicata dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dal ministro della Sicurezza Israel Katz, mentre i media israeliani hanno riferito che l’amministrazione Trump era stata informata preventivamente dell’attacco.

Il bombardamento arriva pochi giorni dopo l’annuncio di un accordo di cessate il fuoco raggiunto in linea di principio tra il governo libanese e Israele nel corso di colloqui trilaterali tenutisi a Washington con la mediazione statunitense. L’intesa, tuttavia, continua a suscitare forti contestazioni all’interno del Libano, dove numerose forze politiche e ampi settori dell’opinione pubblica respingono qualsiasi forma di negoziato diretto con Tel Aviv. Anche Hezbollah ha preso le distanze dall’accordo. Il segretario generale del movimento, Naim Qassem, ha ribadito che la resistenza non ha assunto alcun impegno a cessare le proprie operazioni contro Israele. Giovedì scorso il gruppo ha annunciato la distruzione di due carri armati Merkava israeliani nel sud del Libano, presentando l’azione come una risposta alle continue violazioni della tregua da parte israeliana. Durissima la reazione dell’Iran. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito il bombardamento di Beirut una grave aggressione e ha ricordato che Teheran aveva già avvertito tutte le parti coinvolte che non avrebbe tollerato un attacco contro la capitale libanese o la sua periferia meridionale.

Secondo Araghchi, l’Iran era pronto a colpire direttamente Israele qualora le minacce contro Beirut si fossero concretizzate. Toni ancora più espliciti sono arrivati dal portavoce della Commissione parlamentare iraniana per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, Ebrahim Rezaei, che ha promesso una risposta “forte e dolorosa” all’attacco israeliano, accusando il governo di Tel Aviv di agire come un “cane rabbioso” che deve essere fermato. Anche Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema iraniana, ha avvertito che le forze missilistiche della Repubblica Islamica sono pronte a mettere in campo una deterrenza più ampia nel caso di ulteriori attacchi contro Beirut.

L’episodio conferma come il cessate il fuoco promosso da Washington appaia estremamente fragile. Mentre Israele continua le operazioni militari e la resistenza libanese rivendica il diritto di rispondere alle incursioni, cresce il rischio che il Libano torni a essere uno dei principali fronti di confronto tra Israele e l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’intera regione.


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Operazione speciale della Cina a est di Taiwan

Pechino ha avviato una speciale operazione di controllo del traffico marittimo nelle acque a est dell’isola di Taiwan, una mossa che le autorità cinesi ritengono necessaria per tutelare la sicurezza della navigazione, rafforzare le capacità di pattugliamento in mare aperto e difendere la sovranità nazionale. Secondo l’agenzia Xinhua, all’operazione partecipano diverse strutture dell’amministrazione marittima cinese, tra cui le autorità di sicurezza marittima delle province del Fujian e del Guangdong, oltre a organismi specializzati nel supporto alla navigazione e nelle operazioni di soccorso nel Mar Cinese Orientale.

Pechino collega direttamente l’iniziativa alla recente decisione di Giappone e Filippine di avviare negoziati sulla delimitazione delle aree marittime a est di Taiwan. Per il governo cinese, tali colloqui rappresentano una violazione dei diritti sovrani della Repubblica Popolare, poiché riguardano acque che la Cina considera parte della propria zona economica esclusiva e della propria piattaforma continentale. La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha ribadito che qualsiasi negoziato riguardante le acque a est di Taiwan non può prescindere dalla partecipazione di Pechino. Secondo la diplomazia cinese, l’avvio unilaterale delle trattative da parte di Tokyo e Manila costituisce una grave violazione del diritto internazionale e delle norme fondamentali che regolano le relazioni tra Stati.

La questione si intreccia inevitabilmente con il dossier taiwanese. Mao Ning ha ricordato che “entrambe le sponde dello Stretto appartengono a un’unica Cina” e che la difesa della sovranità territoriale e dei diritti marittimi rappresenta una responsabilità comune per tutti i cinesi. Parallelamente, il Ministero della Difesa dei secessionisti di Taiwan ha segnalato una nuova intensa attività militare cinese nell’area. Secondo Taipei, nelle ultime ore sono stati rilevati 22 velivoli, otto unità navali della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione e due navi ufficiali cinesi. Alcuni mezzi avrebbero attraversato la linea mediana dello Stretto di Taiwan ed effettuato incursioni nella zona di identificazione di difesa aerea dell’isola. Pechino ha inoltre attaccato duramente le autorità del Partito Democratico Progressista di Taiwan, accusandole di sacrificare gli interessi nazionali per fini politici e di favorire interferenze esterne.

Le dichiarazioni confermano l’inasprimento della disputa sullo status dell’isola e mostrano come la competizione geopolitica nelle acque del Pacifico occidentale continui ad assumere una dimensione sempre più strategica, coinvolgendo non solo Taiwan, ma anche Giappone, Filippine e gli equilibri regionali dell’Asia-Pacifico.


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Díaz-Canel smaschera la strategia della menzogna: "Così preparano le guerre" (VIDEO)

Mentre l'assedio economico e mediatico su Cuba si fa sempre più asfissiante, il presidente Miguel Díaz-Canel va dritto al cuore del metodo con cui Washington costruisce i suoi pretesti bellici. E lo fa con un passaggio che meriterebbe di essere inciso nella memoria collettiva.

"Inventarono il 'Cartel de los Soles' per colpire il Venezuela", denuncia il leader cubano. "Rapirono Maduro e due giorni dopo, il cartello era già svanito nel nulla. Dissero che l'Iraq possedeva armi di distruzione di massa ma non sono mai apparse. Attaccarono l'Iran con la scusa del nucleare, nessuna azione nucleare è mai avvenuta. Tutte le loro bugie, prima o poi, vengono a galla".

Cuba's Diaz-Canel: "They invented the Cartel de los Soles to go after Venezuela. They kidnapped Maduro -- two days later the cartel vanished. They said Iraq had WMDs -- never appeared. They attacked Iran over nukes -- no nuclear action ever happened. All their lies unravel." pic.twitter.com/E1StvR3FIv

— COMBATE |???????? (@upholdreality) June 6, 2026

Una sequenza impressionante di falsi allarmi, menzogne di Stato e verità insabbiate, che si ripete identica da decenni. Oggi, avverte Díaz-Canel, il copione è lo stesso: dipingere Cuba come una "minaccia inusuale e straordinaria" per la superpotenza statunitense, per giustificare l'invasione. Ma il presidente avverte: "Invadere Cuba costerebbe centinaia di migliaia di vite cubane, ma anche enormi perdite per l'invasore".

Non è solo una questione di resistenza. È la denuncia chiara di un meccanismo: inventare una minaccia, colpire, e quando le prove non si trovano, cambiare semplicemente capitolo. Il mondo, conclude Díaz-Canel, non può più permettersi di dimenticare le lezioni della storia.

Quel pizzino per prolungare la guerra (su mandato di Bruxelles)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Il tennis non mi è mai piaciuto; né come pratica sportiva, né come passatempo televisivo. Ma, negli ultimi giorni è stato un susseguirsi in rete di immagini del duello tra la tennista ucraina Marta Kostjuk e la russa (obbligata a giocare senza nazionalità) Mirra Andreeva, con la prima che, alla vigilia dell'incontro, si è esibita in un melodramma contro i “sanguinari russi”, con tanto di europeistica “lacrima di bellezza” artificiale a favore di telecamere e, poi a varie riprese, ha sfoderato i tratti tipici della “ucrainicità”, irrobustiti da quindici anni di “formazione culturale” banderista.

Ora, se nel carattere nazionale ucraino, già di per sé, si manifesta spesso una qualche altezzosità e boriosità, cento e più anni di scuola nazionalista, a partire dalle massime di Dmitrij Dontsov, secondo cui la nazione ucraina può realizzarsi solo sul sangue dei russi, hanno forgiato una condotta che, per quanto rimasta sotto traccia nel periodo sovietico, non si è mai ridotta a zero. Il golpe neonazista del 2014, poi, ha spalancato le cateratte ai peggiori atteggiamenti di superiorità, presunzione, supponenza che, nei confronti dei russi, arriva al punto di considerarli come “feccia del genere umano” e meritevoli di ricevere le peggiori calamità che l'altissimo possa lanciare sulla terra. Loro, gli ucraini, nonostante si trovino gomito a gomito a simile “gentaglia”, sono comunque talmente superiori da restare immuni a ogni catastrofe.

La signorina Kostjuk ha pienamente manifestato tali tratti; per quanto il suo non sia che il caso più recente. Andando indietro di appena pochi anni, basterebbe ricordare l'atteggiamento sprezzante e arrogante di Vitalij Markiv, durante le udienze del tribunale italiano che lo avrebbe condannato a più di venti anni di galera per l'assassinio di Andrea Rocchelli. Vero è che, in quel caso specifico, la posa del neonazista ucraino era probabilmente dovuta anche alla consapevolezza che, di lì a poco, sarebbe stato rilasciato e riportato in patria con tutti gli onori.

Per venire al dunque: quegli atteggiamenti di “ucrainicità” e “banderismo” richiamati sopra, danno il tono alla cosiddetta “lettera aperta” di Vladimir Zelenskij a Vladimir Putin, europeisticamente esaltata quale “invito alla pace”, sprezzantemente respinto dal cosiddetto “autocrate del Cremlino”. Di fatto, afferma il politologo Aleksej Živov, il nazigolpista-capo, «l'Alvaro Vitali che ce l'ha fatta in politica» (per rubare una battuta di Maurizio Crozza e con tutto il rispetto sia per il “Pierino” italico, che per la politica) vorrebbe convincere tutti di essere pronto per un cessate il fuoco, ma, in realtà, non permetterà l'avvio di veri negoziati. La lettera di Zelenskij, dice Živov è profondamente offensiva; «tutti quegli insulti rivolti al nostro presidente. E nonostante la lunghezza della lettera, il suo significato è minimo. Si compone di due elementi: una vasta gamma di insulti e distorsioni, e il secondo, “parliamo di pace”. Ma se qualcuno avesse proposto la riconciliazione, difficilmente avrebbe iniziato la conversazione con una serie di insulti. Vedo qui una complessa manovra politica».

E se il politologo russo scorge nel messaggio un insieme di narrazioni dalla propaganda dei media ucraini, non è difficile vedervi anche la riproposizione delle ritrite “argomentazioni” di Bruxelles, con in più un elemento che, evidentemente, nelle intenzioni dei media italici che hanno riprodotto la lettera, avrebbe dovuto provare le “sincere intenzioni” del jefe nazista: il continuo rivolgersi a Putin con il “tu”; quantunque l'originale ucraino rechi sempre la seconda persona plurale “vi” (voi, o lei), anche se in lettere minuscole e non, come si converrebbe a certi livelli, con il “Voi”.

Come non ricordare le solite premesse europeistiche, nelle parole di Zelenskij secondo cui «Qualunque cosa voi possiate dire sulla NATO, questa guerra è una vostra scelta personale»; oppure la quotidiana narrazione dei media italici su una Russia allo stremo: «con il rapporto tra perdite ucraine e russe di uno a cinque o uno a sei», che fa esultare le redazioni torinesi e milanesi. C'è tutta Bruxelles in quel «molti non credevano che l’Ucraina sarebbe riuscita a resistere così a lungo», o in quel beffardo «Abbiamo trovato le armi e i finanziamenti di cui avevamo bisogno. Noi riceviamo sostegno. Voi ricevete sanzioni»; fino al capovolgimento di soggetti, incolpando la Russia di voler «trascinare la Bielorussia in questa guerra e state orchestrando qualcosa attorno alla Transnistria», lasciando poi nell'indeterminatezza su chi abbia fatto fallire i colloqui di pace, a partire da Minsk. Per finire col paradigma delle cancellerie europee per cui «l’Europa debba far parte di questo processo».

In sostanza, ne vien fuori, come dice ancora Živov, un messaggio vergato sul tipo “ehi tu, senti, firmiamo un trattato di pace”; un messaggio formulato in modo che, quando «rifiuteremo questa forma di dialogo, servirà da giustificazione per la continua aggressione dell'Ucraina e la sua riluttanza a impegnarsi in negoziati realmente costruttivi». L'obiettivo, cioè, era quello di infliggere a Putin il maggior numero possibile di insulti, in modo che la lettera venisse ignorata e ciò servisse da pretesto per  ulteriori atti di terrorismo, come a Starobel'sk, Simferopol, Enakievo

Insulti che arrivano fino al punto da scrivere apertamente che «voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto che riferisce il messaggio del capobastone. Così che Vladimir Putin non poteva che rispondere in maniera adeguata: «non dobbiamo rivolgerci agli autori di questa lettera, non a coloro che apprezzano il genere epistolare, ma ai nostri soldati in prima linea... Al lavoro, fratelli!».

Tra l'altro, nel corso del Forum economico a Piter, Vladimir Putin ha ricordato che Kiev, già un paio di settimane prima, aveva fatto sapere di mirare a un incontro con la leadership russa al più alto livello. Era il 21 maggio, ha detto Putin; e il 22 maggio «le truppe ucraine hanno compiuto un orribile attacco terroristico contro un convitto universitario nella LNR, uccidendo degli adolescenti... La lettera contiene davvero elementi di insolenza. Serve a creare le condizioni per incontri e negoziati personali, oppure crea un fondo in cui è di fatto impossibile tenere qualsiasi incontro personale? Credo sia la seconda ipotesi».

Una «lettera aperta scritta in toni assertivi e sarcastici», scriveva il 6 giugno su La Stampa la signora Anna Zafesova, quotidianamente impegnata in eucaristiche genuflessioni all'altare del nazigolpista-capo e in riti di “macumba” all'indirizzo non solo della leadership del Cremlino, ma di tutto ciò che riguardi la vita russa. Toni, dice la signora Zafesova, che «hanno offeso il dittatore russo abbastanza da fargli mettere da parte l’ipocrisia della diplomazia e dichiarare esplicitamente che scommette sulla guerra». Come se proprio la continuazione della guerra non abbia dettato tempi, termini e modulazione del “pizzino” mafioso di Zelenskij, concordato in larga parte con Londra e Parigi e, per il resto, lasciato al livore furfantesco della più malvagia e supponente “ucrainicità”.

E se la signora Zafesova asserisce che il «contenuto del “pezzo di carta”, come l’ha sprezzantemente definito ieri Putin, è rivolto ai russi... quando ricorda a Putin che i suoi sudditi sono scontenti, per i “nostri droni” che bombardano le loro raffinerie, per la benzina razionata, per i “sempre più numerosi divieti” e la probabile chiamata alle armi. È ai russi che comunica i numeri delle perdite dell’esercito di Mosca al fronte», ella dovrebbe sapere, meglio forse dei suoi colleghi italici, quale sia l'atteggiamento del popolo russo nelle condizioni di una Russia accerchiata da nemici esterni, siano questi eserciti napoleonici, orde naziste, o “democratiche” cancellerie UE-NATO. “Il potere rimase fermo e il popolo saldo”, scrivevano i commentatori militari per illustrare la sconfitta napoleonica del 1812.

La lettera di Zelenskij, scrive Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, va oltre il bene e il male. Qualunque cosa abbia mosso la penna o premuto i tasti della tastiera mentre scriveva questa epistola aperta, ha rivelato un'intera litania di desideri nascosti, esperienze celate e paure nascoste che rendono, e forse hanno già reso, la vita degli autori insopportabile. Zelenskij non è rimasto altro che quel pagliaccio-ciarlatano che suonava il pianoforte coi genitali, negli avanspettacoli del “Kvartal 95”. Tutto ciò che ha «elencato nella lettera a Putin suggerisce che il Führer del regime neonazista ucraino sia mosso dalla paura e dal desiderio di ritardare la propria caduta attraverso la provocazione, che a sua volta lo aiuterà a elemosinare denaro e armi e a prolungare l'agonia del suo regno».

Nell'epistola si vanta dell'invincibilità dell'Ucraina e scarica sulla Russia le colpe dall'Ucraina. Zelenskij, dice Skachkò, ha di fatto elencato, punto per punto, tutto ciò che teme: la superiorità tecnico-militare russa sull'Ucraina, che sopravvive solo grazie agli aiuti occidentali. Teme le perdite umane, per le quali sarà chiamato a rispondere; la responsabilità personale per il paese devastato e le vite perdute; il fallimento dei negoziati di pace. C'è un altro importante motivo di timore: Putin ha confermato che la Russia è pronta a negoziare e firmare accordi di pace, ma solo con un rappresentante legittimo dell'Ucraina. E Zelenskij, secondo la legge ucraina, non lo è.

Zelenskij ha scritto la sua lettera «nel modo più scortese e provocatorio possibile. Perché non è la pace che vuole, ma il rifiuto del presidente russo di accettare un simile tono. Zelenskij vuole che la guerra continui, dopo una lettera del genere. La lettera è una spregevole trovata pubblicitaria, nella forma e nella sostanza, concepita per costringere la Russia ad abbandonare i negoziati e quindi a dipingerla ancora una volta come l'aggressore. La continuazione della guerra e le accuse di comportamento aggressivo e di riluttanza alla pace rivolte alla Russia giustificano sia le richieste di denaro e armi da parte di Zelenskij all'Occidente, sia la fornitura di tali armi da parte dell'Occidente.

La lettera di Zelenskij a Putin, conclude Skachkò, sarà oggetto di discussione per diverso tempo. Tali provocazioni sono orchestrate proprio per distogliere l'attenzione, almeno in parte, dalla politica reale, o dalla situazione concreta nella risoluzione di questioni controverse. Ad esempio, la guerra e la sua fine. E in questo senso, una diplomazia così rozza, cinica, insolente e offensiva scredita anche l'idea stessa di negoziati di pace. È un nuovo invito a continuare la guerra. E Zelenskij, nel suo impeto epistolare, non poteva non esserne consapevole. Così come sapeva che avrebbe dovuto risponderne.

Con tutta la sua “ucrainicità”, il nuovo “Alvaro Vitali che ce l'ha fatta” non fa che che mettere nero su bianco in termini banderisti quello che le cancellerie europee vogliono davvero: la guerra; così che si può concludere col Faust goethiano «Quel che chiamate spirito dei tempi è in sostanza lo spirito di quei certi signori in cui si rispecchiano i tempi».

 

https://politnavigator.news/zhivov-otkrytoe-pismo-zelenskogo-prezidentu-rf-ehto-tipichnaya-cipso-dlya-opravdaniya-teraktov.html

https://politnavigator.news/rabotajjte-bratya-putin-dal-publichnyjj-otvet-na-otkrytoe-pismo-zelenskogo.html

https://ukraina.ru/20260605/provokatsiya-voyny-zelenskiy-boitsya-i-po-khamski-na-grani-fola-pugaet-putina-i-rossiyu-----1079878129.html

 

 

Il fardello dell'uomo cubano (di Alberto Bradanini)

 

Intanto in un mondo parallelo (più equo e giusto)....

 

di Alberto Bradanini[i])

15 luglio 2026

 

1. Con una decisione senza precedenti, la Repubblica di Cuba ha lanciato un'invasione navale e aereo-trasportata contro gli Stati Uniti. L’offensiva tuttora in corso, che il governo cubano ha chiamato Operazione Rinsavimento Cerebrale (ORC) ha l’obiettivo di sostituire la classe dominante anglo-americana affetta dalla malattia degenerativa nota con il nome di Morbo di Trump con una nuova classe politica che organizzi il paese su basi diverse rispetto al passato. Secondo analisti di mainstream si tratterebbe di un’operazione di regime change, un tempo pratica diffusa da parte dell’impero Usa nei paesi dove elezioni politiche, minacce o corruzione non riuscivano a garantire un governo prono agli interessi imperiali invece che a quelli della popolazione locale.

Una volta che le ultime resistenze da parte del governo Usa saranno sbaragliate, la palingenesi toccherà la sfera dei diritti economici e della democrazia (affinché diventi effettiva e partecipata), oltre che l’insieme della politica interna e estera.  Secondo Hombre Normal, il ministro cubano della Humanidad - i canoni della nuova impalcatura istituzionale saranno centrati sulla demolizione del potere plutocratico oggi incentrato sulle corporazioni private, quali strumenti di oppressione etica ed economica di un brutale imperialismo, e il recupero della centralità dello Stato nell’economia e nello sviluppo scientifico/tecnologico del paese, nel rispetto della Costituzione, della libertà di pensiero, religione, associazione, espressione e libera impresa.

Massima priorità sarà riservata allo sradicamento della povertà e dell’emarginazione sociale. Tutti dovranno avere un lavoro sufficiente per vivere e progredire. La proprietà privata sarà garantita e incentivata, affinché ogni famiglia, attraverso il lavoro, possa soddisfare le proprie necessità in funzione delle risorse pubbliche disponibili. Le grandi aggregazioni finanziarie e industriali oltre una certa soglia saranno però consentite solo se funzionali al benessere collettivo e sotto stretta sorveglianza dello Stato. I capitali potranno essere esportati solo sotto controllo dello Stato, e in ogni caso nel rispetto del Diritto Internazionale, della Carta delle Nazioni Unite, in condizioni di parità con le altre nazioni e di rispetto dei diritti e interessi altrui.

Il servizio sanitario sarà nazionalizzato e tutti i cittadini bisognosi potranno accedervi gratuitamente. Le risorse necessarie a tal fine proverranno dallo smantellamento delle grandi corporazioni farmaceutiche e delle 800 basi militari oggi attive in 80 paesi al mondo. Sarà in tal modo possibile, altresì, avviare la costruzione e ammodernamento delle infrastrutture pubbliche oggi fatiscenti o gravemente digradate.

2. Quanto alla politica estera, la nuova classe dirigente - selezionata sulla scorta di accertate competenze e della lealtà ai menzionati principi etici – dovrà rimuovere gli apparati militari e d’intelligence, smantellando Cia, Nsa e le altre agenzie palesi o segrete, sinora utilizzate per destabilizzare, provocare guerre, organizzare colpi di stato, pianificare aggressioni, omicidi mirati, sequestri di persone e via dicendo.

Un’altra priorità sarà la rivitalizzazione delle organizzazioni internazionali, in primis quelle della famiglia delle Nazioni Unite (ad es. l’OMC che Washington ha reso da anni inoperante perché disobbediente ai suoi ordini), che dovrà tornare a funzionare, come da statuto, per risolvere le controversie che sempre emergono tra sistemi economici).

Le convenzioni bilaterali o multilaterali, sia nel campo della sicurezza che in quello economico, tecnologico e culturale, che gli Stati Uniti hanno boicottato perché giudicate non convenienti ai fini di dominio, dovranno tornare a funzionare, nel rispetto degli interessi di tutti, della pace e della stabilità internazionale. Massima priorità verrà data al controllo e riduzione delle armi di distruzione di massa (nucleari, biologiche e chimiche), tramite il rafforzamento del regime internazionale di sorveglianza.


3. Nel contesto dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il governo cubano ha sottolineato che occorrerà operare anche sul piano educativo, promuovendo l’alfabetizzazione politica presso il deculturato popolo Usa, stimolando la coscienza dei valori essenziali dell’essere umano socializzato. Saranno contrastati come nemici di classe i valori assolutizzanti del profitto e del disprezzo dei beni/interessi collettivi. L’acquisizione e l’uso personale di armi da fuoco saranno proibiti e pesantemente sanzionati. Lo Stato tornerà ad avere il monopolio dell’uso della forza. Sarà ampliata e tutelata la libertà di manifestazione pacifica prevista dalla Costituzione. L’attuale, truffaldino sistema elettorale statunitense, ideato per impedire ogni possibile alternativa e dialettica politica, sarà sostituito con un sistema proporzionale puro, che risponda alla volontà del popolo.

Le decisioni cruciali della vita del paese, come quelle su pace e guerra, non potranno essere adottate da un solo individuo, foss’egli anche il presidente, in quanto esposto, come nel caso attuale, a instabilità mentale, ricatti e corruzione. Esse saranno appannaggio di organi collegiali, Camera dei deputati e/o Senato.

Pensiero critico ed etica della socialità dovranno tornare centrali per consentire la rigenerazione dell’homo novus nordamericano, tenendo a mente le sofferenze a lungo patite sotto il tallone della deformazione mediatica e valoriale, dell’alienazione e dello sfruttamento.

Nelle parole del ministro cubano Hombre Normal, saranno immediatamente avviati progetti per presidiare il territorio, garantire la sicurezza delle persone e lottare contro ogni genere di violenza, delinquenza e uso di droghe, tenendo presente che tali mali sono il riflesso dell’emarginazione e della sottocultura. La lotta all’estrazione di risorse e lavoro da parte del ceto dominante globalista andrà a beneficio di 300 milioni di cittadini, ma anche degli stranieri legali (45 milioni) e illegali (10 milioni).

All’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il presidente cubano, Miguel El Libertador, aveva dichiarato: "il popolo nordamericano è vissuto a lungo nell'inganno di essere governato dalla migliore democrazia del pianeta, mentre era chiaro anche alle montagne del Gran Canyon che si trattava di una plutocrazia malata, violenta e spietata”, aggiungendo: "Cuba non può restare a guardare oltre, mentre milioni di cittadini statunitensi sono oppressi, vedono diminuire le loro aspettative di vita e non hanno di che vivere ".


4. Secondo le ultime notizie, le forze cubane giunte sulle spiagge della Florida con barche da pesca riadattate, convogli di biciclette e colonne di automobili anni '50 ingegnosamente ammodernate, sono state accolte con tripudio e genuina riconoscenza dai cittadini nordamericani. Le truppe cubane hanno portato al seguito viveri, coperte e medicinali per i primi soccorsi a beneficio dei senza tetto, tossicodipendenti, disoccupati cronici e altri bisognosi. Si hanno notizie di gruppi spontanei di sostegno agli invasori, disoccupati, sottoccupati, sfruttati e neolaureati privi di prospettive (tra cui i portatori dell’impagabile debito studentesco, ora abolito).

In uno slancio reattivo, la cui ragione profonda si cerca tuttora di comprendere, diverse filiali di Starbucks sono state occupate e rinominate "People's Cafés" penalizzando il titolo a Wall Street, galvanizzando tuttavia milioni di lavoratori nelle piantagioni di caffè in Africa e Asia, oltre che in America Latina. Al momento, quale misura di confidence building i clienti ricevono caffè e cappuccini a gratis, in attesa della riorganizzazione dei rispettivi settori agricoli e della distribuzione, con atteso incremento dei salari delle maestranze.

Alla notizia dell’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, la Guardia Nazionale Usa, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e i comandi di polizia in diversi stati hanno deciso di schierarsi dalla parte del popolo. A loro volta, le forze armate (Marines, Air Force e US Navy) - che in un primo momento avevano considerato l’impiego di testate termonucleari per polverizzare gli invasori sbarcati con le insidiose colonne di automobili d’epoca – si sono ribellate al Joint Chief of Staff, gen. Out of Mind, mettendosi agli ordini del col. Good Sense, autoproclamatosi difensore delle genti nordamericane.

All’annuncio pubblico che le forze cubane avevano preso possesso del Sud della Florida, il popolo nordamericano è sceso in piazza in ciascuno degli altri 49 stati dell’Unione, organizzando comitati di autogestione e di garanzia per formare il “governo provvisorio rivoluzionario dei Nuovi Stati Uniti d’America”, il cui avvio sarà garantito dalle truppe cubane fino al pieno insediamento delle nuove istituzioni. In attesa che la vita privata e pubblica possa essere riorganizzata sulla scorta dei principi diffusi da Radio Cuba Libre, il governo provvisorio ha statuito che “Il tallone di ferro” (Jack London, 1908) deve essere considerato libro costituzionale, rendendolo obbligatorio in ogni ordine e grado in seno al sistema educativo del paese.

Le prime elezioni libere ed eque saranno pertanto organizzate entro tre mesi, garanti le truppe cubane menzionate, mentre alle Nazioni Unite i leader mondiali non hanno nascosto la sorpresa che una piccola nazione come Cuba potesse esprimere un potere etico-militare di tale caratura, ottenendo risultati così strabilianti. “A questo punto, i tempi per una palingenesi mondiale – hanno osservato i pungenti diplomatici del Sud Globale in un incontro con gli intronati colleghi europei – sono dunque maturi".

Alla conferenza stampa, convocata in emergenza al Dipartimento di Stato, Marco el-Rubio non ha potuto trattenere i singhiozzi, mentre lo schermo dietro di lui proiettava immagini satellitari di truppe cubane che fumavano sigari a Central Park e passeggiavano applaudite sulla Fifth Avenue. "erano anni – ha egli tenuto a sottolineare – che mettevo in guardia di scavare trincee di difesa sulle spiagge di Miami, invece di perdere tempo con quella maledetta guerra contro l’Iran, dando retta a quel criminale squilibrato di Netanyahu, sebbene sotto altri aspetti essa abbia avuto le sue ragioni, perché abbiamo guadagnato una montagna di soldi in borsa!"

 

[i] Ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”

 

Scontro sulla memoria storica in UE: chiesta la revoca dell'Ordine del Merito a Zelensky

 

 

di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

La destra dell’Europarlamento protesta contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per la riabilitazione dei collaborazionisti dei nazisti. In una lettera del 5 giugno alla leader dell’eurocamera Roberta Metzola, 34 parlamentari chiedono la revoca dell’onorificenza dell’Ordine del Merito europeo conferitagli meno di un mese fa.

 

La goccia che ha fatto traboccare il vaso

Nel testo si contesta il conferimento ad un’unità d’elite delle Forze Armate Ucraine del titolo di “Eroi dell’UPA”, in onore all’esercito insurrezionalista di Stepan Bandera, stata assegnata con decreto presidenziale del 26 maggio n. 440/2026. Pochi giorni prima Zelensky aveva ricevuto con gli onori di Stato la salma di un altro collaborazionista di Hitler, criminale di guerra: Andrii Melnyk, fondatore dell’OUN (Organizzazione dei nazionalisti ucraini).

Le spoglie sono state riesumate dal Lussemburgo e riportate in Ucraina su richiesta del governo di Kiev. Il presidente ucraino le ha ricevute dandone sepoltura con una cerimonia in pompa, a cui hanno preso parte Oleksandr Alfiorov (direttore dell'Istituto ucraino della memoria nazionale) e Iryna Vereshchuk (vice capo dell'Ufficio del Presidente dell'Ucraina), oltre a una delegazione dell’Azov. Lo stesso Alfiorov è un membro dell’Azov.

Zelensky ha lanciato la prima zolla di terra, in ginocchio davanti al feretro.

“Il colonnello Andriy Melnyk è tornato in un’Ucraina diversa: non quella che era stato costretto a lasciare, ma quella che aveva sognato”, ha dichiarato.

 

Una dura condanna senza precedenti

Il documento si scaglia in modo inequivocabile e senza mezzi termini contro “le recenti decisioni” del presidente ucraino “che pubblicamente onorano e glorificano la criminale Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) — una formazione responsabile di crimini di massa e genocidio della popolazione civile commessi nel 1943-1945 nei territori della Volinia e della Galizia Orientale della Seconda Repubblica di Polonia”.

Specifica che durante la seconda guerra mondiale le formazioni nazionaliste ucraine furono responsabile di “pulizie etniche genocidarie” che hanno causato la morte di almeno 120.000 polacchi, ruteni, ebrei, “ucraini giusti”, nonché della cacciata di centinaia di migliaia di polacchi dalle loro terre, cui non fecero più ritorno.

Inoltre condanna nero su bianco la glorificazione dei collaborazionisti ucraini: “Negli ultimi anni, le autorità statali ucraine hanno ripetutamente presentato OUN e UPA come organizzazioni degne di emulazione che hanno lottato per l'indipendenza dell'Ucraina. Nello spazio pubblico ucraino sta diventando sempre più evidente il culto di figure legate a OUN e UPA, come Stepan Bandera, Roman Shukhevych e Andriy Melnyk, così come degli ideologi dello sciovinismo ucraino come Dmytro Dontsov”

“I loro nomi vengono dati a strade e piazze, vengono eretti monumenti e aperti musei. Molte unità dell'esercito ucraino moderno usano la simbologia dell'OUN e dell'UPA. I giovani ucraini vengono insegnati a onorare criminali presentati come eroi, il che ha conseguenze catastrofiche per la costruzione di relazioni di buon vicinato nell'Europa Centrale e Orientale e per superare i demoni del ventesimo secolo”.

“I valori europei, basati sul dialogo, la cooperazione e il rispetto reciproco tra i popoli, non possono essere compatibili con la glorificazione dello sciovinismo, dell'odio, del genocidio e delle pulizie etniche. L'identità del proprio Stato e della propria società non può essere costruita su un crimine così mostruoso. Il Presidente Zelensky, come persona responsabile della glorificazione di questa tradizione criminale, non merita questo ordine e dovrebbe esserne privato”. Queste argomentazioni sono condannate “narrativa del Cremlino” dalle autorità di Kiev e dai sostenitori dell’Ucraina. Nei Paesi UE sono definite “tematiche controverse”.

 

Tensioni al massimo con la Polonia

La prima firmataria del documento è l’europarlamentare Anna Brylka del gruppo Patriots for Europe (PfE), eletta in Polonia con il partito di destra Konfederacja. Al momento l’appello non è ancora stato presentato, è in corso la raccolta firme. La lettera è il culmine di un’ondata trasversale di indignazione esplosa in Polonia dopo l’omaggio a Melnyk e la glorificazione dell’UPA. Il presidente Karol Nawrocky ha proposto di revocare a Zelensky l’ordine dell’Aquila Bianca, la massima onorificenza polacca.

Il primo ministro Donald Tusk non solo lo sostiene, ma minaccia Kiev di conseguenze economiche: “le nostre relazioni saranno determinate non dalla simpatia, ma da uno spietato business". Tra le righe si legge il veto all’ingresso dell’Ucraina nella UE, attualmente in discussione.

Il vice presidente della Camera Krzysztof Bosak, ha chiesto di passare a “gesti più completi”: bloccare l'adesione dell'Ucraina all'UE, smettere di pagare per Starlink e concedere finanziamenti.

La reazione più emblematica è quella dell’ex presidente, capo di Solidarno?? e vincitore del premio nobel per la pace Lech Walesa:  

"Il Presidente ucraino, premiando i banditi dell'UPA, mi ha offeso e tutti i nostri connazionali uccisi. Per questo motivo, ho pubblicamente tolto la bandiera ucraina dal petto. Continuerò ad aiutare il popolo ucraino nella lotta contro i sovietici. Rifiuto il sostegno al Presidente Zelensky", ha scritto su Facebook.

Va specificato che l’indignazione non è mossa da alcun sentimento antifascista. Piuttosto è rivelatrice di come l’Ucraina sia diventata una rogna per le autorità polacche.

 

Il paradosso del giardino europeo

Nell’Europa in lotta per la libertà contro l’autocrazia russa, è la destra sovranista a promuovere un’azione antinazista. Per anni politici e giornalisti hanno lavorato intensamente nascondere la nazistificazione dell’Ucraina, accusando di filoputinismo chiunque sollevasse il problema. La sinistra liberal ha mostrato i neonazisti dell’Azov o il Corpo Volontario Russo come resistenza ucraina o partigiani russi, ammettendo i loro vessilli ai cortei del 25 aprile. La società civile ha negato o minimizzato o giustificato la glorificazione di nazisti, filonazisti e criminali di guerra. Per anni i “debunker indipendenti” (con moglie ucraina) si sono arrampicati sugli specchi per mostrare le svastiche, sempre più presenti nell’iconografia ucraina post-maidanista, come “bellissimi simboli solari slavi di fertilità”.

Dopo tutti questi sforzi, sono i polacchi a mostrare che il re è nudo. I polacchi, gli stessi che hanno fatto della russofobia e dell’anticomunismo la propria religione di stato. La sinistra liberale, europeista e filo-NATO, invece, continua a negare che in Ucraina il nazismo sia sdoganato e celebrato. E lo fa in nome della democrazia e della lotta al “putinismo”.

 

La lotta per la memoria storica

Da anni Varsavia mal tollera la riabilitazione dei seguaci di Stepan Bandera, Andriy Melnyk e Roman Shukhevych. Non per un improvviso sentimento antifascista, ma per sciovinismo interno.

Il culto delle vittime della pulizia etnica portata avanti dai collaborazionisti ucraini è uno dei pilastri del nazionalismo polacco e dunque dell’identità della Polonia democratica, assieme alla russofobia e all’anticomunismo.

Questo elemento essenziale di coesione interna della Polonia è in conflitto esistenziale con il processo di costruzione della nuova identità nazionale ucraina, basato sulla riabilitazione, sdoganamento e glorificazione degli oppositori dell’URSS. Non più collaborazionisti nazisti ma eroi della lotta di indipendenza nazionale.

La creazione di una comune memoria storica è terreno di conflitto irriducibile tra Varsavia e Kiev, nonché il principale ostacolo sovrastrutturale per una solida e duratura alleanza antirussa tra i due Paesi.

 

Le ragioni concrete della discordia

La rivalità tra Ucraina e Polonia non si colloca in cielo, ha i piedi ben radicati nel terreno. In Europa i due paesi sono avversari naturali e la loro competizione può soltanto essere amplificata da un ingresso di Kiev nell’UE.

La preoccupazione di Varsavia ha almeno tre dimensioni:

  • produttiva-commerciale: protezione del settore agricolo. L’ingresso dell’Ucraina nell’UE renderebbe i prodotti polacchi meno competitivi a scapito degli agricoltori e produttori, che costituiscono un’estesa e importante base elettorale che nessuna parte politica intende inimicarsi;
  • economica: La Polonia è uno dei maggiori beneficiari netti dei fondi di coesione e agricoli. L’ingresso di un paese grande e povero come l’Ucraina ridurrebbe la quota pro-capite di fondi disponibili.
  • politica: un paese grande come l’Ucraina minerebbe il ruolo della Polonia di “leader dell’Est” e dunque le capacità di influenza nella regione.

 

Le prime due problematiche sono condivise dagli altri Paesi Visegrad.

Infine, se vogliamo, c’è un’altra grande questione che contrappone Varsavia e Kiev: la competizione militare. La Polonia ambisce a diventare il più grande esercito europeo. L’Ucraina è già una potenza militare collaudata sul campo di battaglia, con una fiorente industria militare sostenuta dall’Occidente e all’avanguardia tecnologica.

Il rapporto tra Kiev e Varsavia non è un’alleanza ma un fidanzamento di convenienza tra due nemici naturali che si uniscono in nome della comune inimicizia contro la Russia. È una faglia tettonica strutturale in perpetuo moto conflittuale, destinata ciclicamente ad esplodere. Come in questo caso.

 

Dua Lipa e Callum Turner: un matrimonio dal sapore coloniale

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

Parliamo anche noi del matrimonio di Dua Lipa, la cantante kosovara che ha sposato l’attore e modello Callum Turner. Gli sposi hanno scelto Palermo come meta dei festeggiamenti nuziali della durata di oltre due giorni.

I giornali ci inondano di gossip. E ci raccontano che la coppia alloggia a Villa Igiea, hotel extra lusso ora proprietà di una famosa catena alberghiera e di un fondo saudita ma un tempo prestigiosissima dimora dei Florio. Qui la coppia ospita gli altri invitati, tutti celebrità e vip e alloggia in una suite di oltre 100 mq da seimila euro a notte -extra a parte- con lettone superior king -sicuramente molto interessante come informazione- grande terrazza con vista mare e opere d’arte.

Non appena atterrati avrebbero passato la giornata in hotel andando ad allenarsi in palestra. Più interessati ai bicipiti che alla città, evidentemente. Costo totale della cerimonia: oltre 1,5 milioni di euro.

Questi i gossip che l’informazione dà in pasto al volgo, alla plebe. Però a noi interessa altro di questa vicenda dal sapore coloniale, non il gossip.

Ci interessa smontare i costrutti della propaganda - all’opera anche qui-, smontare la banalità e l’ottusità con cui vengono costruiti slogan funzionali al lavaggio del cervello e a rendere tollerabile qualsiasi tipo di abuso e sopraffazione. Nella fattispecie gli abusi sono a danno della città e dei suoi cittadini.

Vasto il repertorio di slogan e frasi fatte: “il matrimonio porta visibilità” , “il matrimonio porta soldi alla città”, “porta turismo” e così via discorrendo, anzi ripetendo….Ma Dua Lipa ha davvero ‘portato soldi’ a Palermo? Andiamo a vedere e scopriamo che l’agenzia che ha organizzato l’evento è milanese, la wedding planner non è neppure siciliana. Ma sopratutto si scopre che Dua Lipa e il marito non hanno pagato per l'uso pubblico delle strade e delle piazze usate per i loro festeggiamenti. Le limitazioni, come le transenne in centro, sono state gestite tramite i normali permessi di occupazione di suolo pubblico e i relativi servizi di sicurezza privata. Quindi a chi avrebbe portato soldi? Alla famiglia nobile proprietaria del palazzo Valguarnera a Bagheria ? A palazzo Ganci o Villa Igiea? Ma questi sono soggetti privati, alla città nessun soldo. E allora cosa ha lasciato? La visibilità.  E Palermo, città millenaria, di cultura ha bisogno della Dua Lipa che cammina a Villa Igiea, nelle stanze di Franca Florio, col cappellino all’americana e un pareo al posto dei pantaloni? Palermo ha bisogno di questo tipo di visibilità?

Certamente una visibilità  che non porta soldi né ricchezza ma anzi alimenta quel turismo predatorio e di massa di chi viene a Palermo perché c’è stata Dua Lipa. Non certo per restare incantati dalle sue meraviglie. Ma già Palermo è satura di questo turismo.

Tra l’altro non è neppure un ‘grande evento’, come ad esempio le Olimpiadi o i Mondiali di calcio, dove intervengono migliaia di persone. È semplicemente un evento privato e tale resta, a prescindere dalla celebrità dei contraenti. Un evento privato dal fortissimo sapore coloniale. Si badi bene, infatti, i residenti qui non diventano figuranti, come si legge in giro. NO. Ai residenti è stato imposto divieto di circolazione, gli hanno fatto firmare “patti di riservatezza”, per non farsi vedere in giro e rovinare la cerimonia. Dunque non sono neppure dei figuranti, da osservare nel proprio ambiente esotico come animali in cattività, che già sarebbe inaccettabile. Qui è anche peggio: nn devono circolare perché Due Lipa, è ricca e vuole la città tutta per lei. Vuole la città. Senza popolo. Vuole le pietre senza popolo.

E se anche davvero questo matrimonio portasse una “visibilità” tale da richiamare turisti, in base a questo accettiamo che i diritti dei cittadini possano essere sospesi? Se anche avesse pagato tanto, oggi sono in vendita anche i diritti? E se un giorno arrivasse un buzzurro qualsiasi che volesse bivaccare a Palazzo delle Aquile o al Campidoglio? E’ solo una questione di soldi?

Altro che la visibilità e il ritorno d’immagine, qua è in ballo ben altro.

E abbiamo la misura per capire sino a che punto il Discorso è avvelenato dalla propaganda. E’ obbligatorio riflettere sul fatto che in un contesto neoliberale, in cui lo Stato è ridotto a mero garante degli interessi e della speculazione delle multinazionali e degli investitori, il riccone di turno può arrivare e comprare o disporre di una città come fosse una sua proprietà, imporre ai residenti di non uscire di casa, di non affacciarsi, di non parcheggiare. Può scegliere quel che gli piace e sospendere i diritti di chi non ha abbastanza soldi per opporsi. Così la figlia di Trump e Jared Kushner hanno “scoperto” l’isola di Sazan in Albania durante una gita in barca a vela. Ed ecco che ritorna la prospettiva coloniale: hanno fatto una nuotata, hanno raggiunto l’isola e “l’hanno scoperta”, come se prima non esistesse e iniziasse a esistere solo dal momento in cui è scoperta dall’investitore occidentale. L’isola è bella e la voglio. Palermo è bellissima, la voglio, me la prendo.

Guerra in Ucraina: immagini satellitari USA riducono del 90% i tempi per colpire i russi

 

di Francesco Fustaneo per l'AntiDiplomatico

 

Che quello combattuto in Ucraina sia un conflitto tra la Nato e la Russia, con Kiev che agisce per procura, è una tesi che come testata sosteniamo da tempo.

Gli ucraini mettono il terreno di scontro e la carne da cannone, mentre i paesi della Nato – e l'Europa in particolare – garantiscono loro sostegno economico, forniscono armi e tecnologia, finanziano fabbriche di droni (spesso con accordi di cooperazione con aziende ucraine) e supportano le attività di intelligence.

Quanto riportato dal Wall Street Journal è solo l’ultimo  tassello che conferma quanto affermato sopra.

Secondo la testata statunitense, l'Ucraina ha notevolmente accelerato la velocità e la precisione delle sue operazioni con i droni integrando immagini satellitari commerciali e strumenti software avanzati nel processo decisionale in prima linea, come affermato da fornitori di tecnologia e fonti coinvolte nel programma.

Negli ultimi sei mesi, le missioni di piccole unità che hanno testato il sistema avrebbero ridotto fino al 90% il tempo necessario per individuare e colpire obiettivi militari russi. Un risultato che rappresenta un salto di qualità nella guerra moderna, dove la rapidità decisionale è spesso decisiva.

"La riduzione del ciclo sensore-to-shooter è la tendenza determinante di questa guerra a livello tattico", ha commentato Franz-Stefan Gady, analista militare e fondatore di Gady Consulting.

La tecnologia si basa su immagini ad alta risoluzione provenienti da satelliti gestiti da Vantor, società con sede in Colorado, combinate con un software di analisi geospaziale che consente ai soldati di identificare e valutare i bersagli in dettaglio. Le immagini satellitari vengono consegnate direttamente ai dispositivi dei soldati ucraini – tablet, telefoni e computer portatili – talvolta entro quindici minuti dall'acquisizione. Questo bypassa l'elaborazione centralizzata dei dati a Kiev, che in precedenza poteva richiedere ore o addirittura giorni.

Secondo analisti militari e rappresentanti delle aziende coinvolte, si tratta del primo caso noto di immagini satellitari commerciali non classificate fornite direttamente a singoli soldati per supportare decisioni di combattimento in tempo reale. I satelliti impiegati vengono utilizzati anche per applicazioni civili come la cartografia e il monitoraggio ambientale. Il sistema è frutto di una partnership internazionale che coinvolge la statunitense Vantor per le immagini satellitari, l'olandese Bravo1Alpha per l'intelligence geospaziale, la statunitense Persistent Systems per le tecnologie di comunicazione e l'ucraina Burevii per la difesa.

La costellazione di Vantor è composta da dieci satelliti che coprono quotidianamente sette milioni di chilometri quadrati, fotografando ogni punto della Terra dalle dodici alle quindici volte al giorno. La precisione delle coordinate è di circa cinque metri, sufficiente per guidare un drone d'attacco con testata da cinquanta chilogrammi.

Il software consente inoltre ai soldati di confrontare immagini satellitari attuali e storiche per rilevare cambiamenti nelle infrastrutture o nei movimenti delle truppe, di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale per scansionare vaste aree e identificare obiettivi in movimento, e di sfruttare funzionalità di modellazione tridimensionale per simulare le traiettorie di volo dei droni, rendendo gli attacchi più efficaci.

Resta da capire se queste tecnologie, strettamente legate all'uso dei droni, potranno compensare la cronica carenza di uomini dell'esercito ucraino ed evitare il collasso di Kiev, o se si limiteranno a infliggere danni alla Russia senza cambiare le sorti di una guerra ormai basata sull'usura reciproca. Senza scossoni decisivi, sul lungo periodo il logoramento finirebbe infatti  per premiare Mosca, almeno sul terreno strettamente militare.

Albania svenduta al sionismo? Ecco cosa diceva Edi Rama alla Knesset a gennaio (VIDEO)


Se vi state chiedendo perché il premier albanese Edi Rama stia svendendo la sua patria al genero sionista di Trump, producendo una vera e propria rivolta nel suo paese, vi consigliamo di ascoltare con molta attenzione questo passaggio che ha pronunciato alla Knesset nel gennaio del 2026 poche settimane prima della barbara aggressione della Coalizione Epstein contro l'Iran.

 

Se vi state chiedendo perché Edi Rama stia svendendo la sua patria a Kushner, ecco il suo discorso alla Knesset del gennaio 2026. pic.twitter.com/oS61844pZd

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) June 6, 2026

 

"Ecco perché l'Albania è stata tra i primi Paesi in Europa ad adottare una nuova e avanzata legislazione contro l'antisemitismo; perché abbiamo integrato lo studio dell'Olocausto nei nostri programmi scolastici; e perché oggi stiamo costruendo, proprio nel cuore dell'Europa, due speciali spazi culturali. Questi luoghi sono ispirati dalla forza e dal luminoso esempio dei nostri nonni, musulmani e cristiani, che rischiarono la propria vita per salvare quella degli ebrei.

Ma non si tratta solo degli ebrei. Si tratta dell'umanità. E non dell'umanità intesa come parola generica o concetto astratto, ma della nostra umanità.

È per questo che, ormai da molti anni, l'Albania offre protezione a migliaia di cittadini iraniani, la cui opposizione ai macellai di Teheran mette le loro vite in grave pericolo. Non è stato un gesto privo di rischi per noi, e non lo è nemmeno oggi.

Tuttavia, restare umani quando la propria umanità è messa a dura prova non è mai privo di pericoli."

Bolivia: stato di emergenza imminente, proteste e accuse tra Paz e Morales

Il presidente consrvatore e neoliberista boliviano, Rodrigo Paz, sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza per ampliare l'impiego delle Forze Armate al fine di contrastare i blocchi stradali attuati da agricoltori e sindacati.

Questa misura si aggiunge alla persecuzione politica che sta conducendo contro i leader sociali che animano la rivolta boliviana contro il neoliberismo selvaggio.

Paz ha supervisionato le operazioni insieme al Ministro della Difesa Ernesto Justiniano e ha ribadito il suo appello alla pace, affermando che "ciò di cui la Bolivia ha bisogno è il dialogo, non lo scontro". Tuttavia, il presidente sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza, una misura già approvata dal Senato e in attesa di ratifica da parte della Camera dei Deputati. Questa circostanza conferirebbe una presunzione di legalità alle azioni militari e trasferirebbe la responsabilità politica al governo.

Paz ha inoltre rivolto un appello ai leader che hanno partecipato alle manifestazioni dall'inizio di maggio, esortandoli a non credere alle parole dell'ex presidente Evo Morales. L'attuale presidente boliviano sta tentando di costruire una falsa narrativa contro Morales, accusandolo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico, un'azione volta a screditare e incriminare i suoi oppositori.

???? Bolivia: Gobierno anuncia medidas ante protestas sectoriales

???? El presidente Rodrigo Paz de Bolivia anunció medidas de presión para frenar las protestas sectoriales que cumplen más de cuatro semanas. Los movimientos sociales mantienen su exigencia de renuncia del mandatario,… pic.twitter.com/imGejWPOLX

— teleSUR TV (@teleSURtv) June 5, 2026

Il conflitto si sta intensificando, con quasi cento posti di blocco in tutto il Paese, che interessano anche Cochabamba, Oruro e Potosí. Il presidente Evo Morales ha nuovamente accusato il governo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico per eludere i problemi legali, tra cui un mandato di arresto per traffico di esseri umani. "Sta usando il popolo come trampolino di lancio per difendersi dai suoi problemi legali", ha dichiarato il presidente. L'ex presidente indigeno ha inoltre denunciato di essere a conoscenza di un piano per arrestarlo e successivamente consegnalarlo agli USA.

A livello internazionale, gli Stati Uniti hanno ribadito il loro sostegno a Paz, con il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che ha dichiarato sul suo account X che "la Bolivia non deve permettere che venga ripristinato il vecchio status quo del dominio narco-terroristico nella regione". Allo stesso modo, l'alleanza regionale - asservita agli USA - Scudo delle Americhe ha denunciato i "continui tentativi di rovesciare" il governo boliviano, allineandosi alla posizione di Washington sulla crisi interna.

Questa posizione non è passata inosservata e Morales l'ha criticata per essersi schierata dalla parte del governo mentre la popolazione ne subisce le conseguenze. "Ora ricorrono di nuovo al discorso del 'narco-terrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e screditare le legittime rivendicazioni di coloro che difendono la democrazia, la sovranità e le nostre risorse naturali", ha affermato Evo Morales in un post sul suo account X, denunciando la possibile interferenza straniera.

Venerdì, forze di polizia e militari sono riuscite a sbloccare una via di rifornimento strategica per La Paz ed El Alto, città colpite da oltre un mese di proteste che chiedevano le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. L'operazione, supportata da mezzi pesanti e attrezzature antisommossa, ha permesso la ripresa delle consegne di cibo dalle zone agricole di Lipari e Río Abajo.

Guerra commerciale alla Cina: l'Europa sa cosa rischia?

C'è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui l'Unione Europea porta avanti la propria politica estera ed economica. Non si tratta di una politica estera lungimirante, né di una strategia industriale coerente. Assomiglia piuttosto a una risposta automatica a impulsi che arrivano dall'esterno, principalmente da Washington, e che Bruxelles recepisce e trasforma in decisioni capaci di danneggiare prima di tutto i cittadini europei.

Oggi il bersaglio è la Cina. Ma la storia, per chi ha memoria, risuona in modo inquietante. Abbiamo già visto come è andata con la Russia, e sappiamo come è andata a finire.

Quando l'Europa decise di sanzionare masochisticamente Mosca, lo fece con una foga che lasciava poco spazio al ragionamento economico. Le conseguenze furono devastanti per interi settori produttivi europei, dall'agricoltura all'energia, dall'industria manifatturiera al commercio di prossimità. Le bollette dei cittadini alle stelle, le imprese strozzate dai costi energetici, una recessione strisciante che ha colpito soprattutto i Paesi più industrializzati del continente. La Russia, nel frattempo, ha trovato nuovi mercati, ha riorientato i propri flussi commerciali verso est e verso sud, e ha retto all'urto molto meglio di quanto i tecnocrati di Bruxelles avessero previsto. L'Europa ha pagato il conto da sola.

Ora si prepara a ripetere l'esperimento con un interlocutore enormemente più grande e più radicato nell'economia globale.

I numeri parlano da soli, e sono numeri che dovrebbero fare riflettere chiunque abbia a cuore il benessere dei lavoratori e delle famiglie europee. Nel 2025, il deficit commerciale dell'Unione Europea con la Cina ha raggiunto i 359 miliardi di euro, più del doppio rispetto al periodo pre-pandemia. Pechino ha venduto quasi 560 miliardi di euro di merci al mercato europeo, mentre le esportazioni europee verso la Cina sono scivolate sotto i 200 miliardi. Un divario enorme, certo. Ma la risposta non può essere quella di alzare barriere che colpiscano le tasche di chi compra quei prodotti, cioè i consumatori europei.

Eppure è esattamente quello che si sta considerando a Bruxelles. Bloomberg ha rivelato che la Commissione Europea si prepara a mettere in guardia cittadini e imprese da una possibile guerra commerciale con la Cina, ammettendo in privato che Pechino quasi certamente risponderà con ritorsioni. La Commissione stessa ha dichiarato pubblicamente che la relazione con la Cina non è più sostenibile. Una frase che suona come un atto d'accusa ma che nasconde una domanda fondamentale: sostenibile per chi? Per le élite che gestiscono il processo decisionale europeo, o per i milioni di persone che dipendono da catene di approvvigionamento, da prezzi accessibili, da forniture industriali che passano in larga parte attraverso la Cina?

Pechino non ha mancato di rispondere con chiarezza. Mao Ning, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha smontato il linguaggio diplomatico europeo con una sintesi efficace: che si chiami riduzione del rischio, diminuzione della dipendenza o riequilibrio commerciale, si tratta comunque di protezionismo. E il protezionismo, ha avvertito, non colpisce i governi, colpisce le imprese e i consumatori, aumentando i costi e riducendo la competitività nel lungo periodo.

È un avvertimento che merita di essere preso sul serio, non liquidato come propaganda. Perché viene confermato anche dalla stessa OCSE, che pur criticando il sistema di sussidi cinese, riconosce implicitamente che il successo di Pechino in settori come l'energia solare, i veicoli elettrici, le telecomunicazioni e la cantieristica navale è reale e radicato. Non è un'illusione contabile.

Ricercatori cinesi, in un'analisi pubblicata dall'agenzia Xinhua, hanno messo il dito su una piaga che in Europa nessuno vuole toccare: il problema non è il surplus produttivo della Cina, ma la mancanza di innovazione europea e la chiusura dei propri mercati. Una lettura scomoda per Bruxelles, ma difficile da ignorare, specialmente guardando come l'industria continentale abbia progressivamente perso terreno in quasi tutti i settori ad alta intensità tecnologica. Una naturale conseguenza dell'implemetazione di ricette economiche basate sull'ideologia del neoliberismo selvaggio.

C'è poi un elemento strategico che rende questa partita ancora più pericolosa per l'Europa. La Cina non è la Russia. Non è un Paese isolabile (obiettivo fallito anche con la Russia) con qualche pacchetto di sanzioni. Ha già dimostrato di saper reggere alla pressione USA, molto più strutturata e determinata di quella europea. Ha mercati alternativi, ha accumulato riserve tecnologiche e produttive, sta costruendo infrastrutture commerciali nei Paesi vicini all'Unione Europea, come il Marocco, che hanno accordi di libero scambio con Bruxelles e che potrebbero diventare porte d'ingresso per aggirare qualsiasi futuro dazio. In altre parole, la Cina ha già pensato alle contromosse. L'Europa, a giudicare dalle divisioni interne alla stessa Commissione, no.

Quello che manca in questo dibattito è la voce dei popoli europei. Non degli industriali che chiedono protezione dalla concorrenza, non dei funzionari che ragionano in termini di quote di mercato e rapporti strategici, ma dei lavoratori, degli artigiani, delle piccole imprese, delle famiglie che ogni giorno fanno i conti con il costo della vita. Queste persone non hanno chiesto una guerra commerciale con la Russia, eppure l'hanno pagata cara. Non stanno chiedendo una guerra commerciale con la Cina, eppure si preparano a subirne le conseguenze.

Un'Europa che decide contro i propri cittadini non è un'anomalia della storia recente. È diventata un metodo di governo ben preciso. Si ripete con la stessa logica: si recepiscono le pressioni esterne, si adotta il linguaggio dei valori per giustificare scelte che di valoriale hanno poco, e poi si lascia che siano i più vulnerabili a pagare il prezzo. Prima con il gas russo che non arrivava più e le bollette che triplicavano. Domani, forse, con i prezzi dei pannelli solari, delle auto elettriche, dei componenti industriali che si impennano perché qualcuno a Bruxelles ha deciso che la competizione cinese è sleale.


Albania in fiamme contro Kushner e Trump: "Non saremo una nuova Palestina"

 

Il 4 giugno decine di migliaia di albanesi sono scesi in piazza per protestare contro l'imminente distruzione dell'isola di Sazan e della sua delicata costa circostante, destinata a far posto a un progetto di resort di lusso da 1,6 miliardi di dollari guidato da Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Secondo quanto riferito, i lavori di costruzione del progetto mediterraneo di 1.400 ettari, che comprende l'unica isola albanese, sono già iniziati, mentre i manifestanti denunciano l'accaparramento di terre come l'emblema dell'ingerenza straniera e della corruzione governativa. 

Quella che era iniziata come una disputa locale sulla conservazione ambientale si è trasformata in una grave crisi geopolitica, poiché i manifestanti nella capitale Tirana, sventolando bandiere palestinesi e scandendo "L'Albania non è in vendita", hanno esplicitamente collegato la società di investimenti di Kushner, Affinity Partners, alle ambizioni espansionistiche regionali.

???? La situazione sta sfuggendo completamente di mano.

L'Albania è in preda per il secondo giorno consecutivo a violente proteste di massa contro l'accordo di Kushner per l'esproprio di terreni del valore di 4 miliardi di dollari. ????????

Il popolo albanese si rifiuta di diventare una nuova Palestina. ????" pic.twitter.com/lSoD7Qskf2

— Affari mediorientali (@OpsHQs) 4 giugno 2026

L'azienda, che riceve un sostegno significativo da fondi sovrani sauditi, qatarioti ed emiratini, è stata oggetto di intense indagini per i suoi legami con gli insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est occupata. 

Albania contro Israele: i fischi hanno sovrastato l'inno nazionale israeliano durante la partita di calcio.

Pugni, spintoni, scarpe e immondizia piovevano dagli spalti sulla squadra israeliana.

Il boicottaggio parziale ha tenuto lo stadio mezzo vuoto. pic.twitter.com/OUatyG5xEC

— Clash Report (@clashreport) 5 giugno 2026

I critici sostengono che il progetto sia un'estensione dell'approccio opportunistico di Kushner, già evidente nella sua leadership del progetto di ricostruzione di Gaza "Board of Peace", che privilegia gli investimenti stranieri e il patrimonio privato della famiglia Trump rispetto agli aiuti umanitari.

Proteste in Albania per il progetto di Kushner sull'isola, legato a Israele

Proteste e scontri violenti sono scoppiati nel fine settimana quando macchinari pesanti hanno iniziato a scavare sull'isola albanese disabitata di Sazan, dove Jared Kushner e Ivanka Trump progettano di costruire un resort ecologico di lusso.… pic.twitter.com/V04e8CxRX3

— The Cradle (@TheCradleMedia) 5 giugno 2026

Il governo albanese, guidato dal Primo Ministro Edi Rama, ha conferito al progetto lo "status di investitore strategico" alla fine del 2024, una designazione che consente agli sviluppatori di aggirare gli ostacoli normativi standard. 

Questa mossa ha innescato un'indagine da parte della SPAK, l'organismo anticorruzione albanese, sulle modifiche legislative che hanno indebolito la tutela dei terreni nazionali per agevolare tali accordi. 

Mentre Rama difende l'investimento come un percorso necessario per modernizzare il Paese, gli oppositori considerano l'accordo – a quanto pare concepito durante un viaggio nel Mediterraneo a bordo di una nave di proprietà dei Rothschild – un tradimento della sovranità nazionale.

Jared Kushner ammette che è stato il suo amico Nat Rothschild ad aiutarlo a trovare la sua nuova isola privata isolata nel mezzo del Mediterraneo mentre era in vacanza sulla sua barca.

Kushner afferma di aver avuto un incontro privato con il Primo Ministro albanese sulla barca di Rothschild… pic.twitter.com/qKxA519bZO

— Shadow of Ezra (@ShadowofEzra) 3 giugno 2026

Le tensioni sono ulteriormente alimentate dalla spinta del governo verso legami più stretti con Israele, che i critici collegano al ruolo di Kushner come inviato statunitense e membro del Board of Peace.

Per molti albanesi, l'installazione di guardie di sicurezza private e filo spinato lungo la costa dello Zvernec rappresenta un "crollo totale dello stato di diritto", dove gli interessi di personaggi stranieri di alto profilo prevalgono sui diritti locali. 

I manifestanti sostengono che la lotta non riguarda più solo la salvaguardia dell'ambiente, ma la resistenza a un governo che, a loro avviso, sta svendendo il patrimonio nazionale al miglior offerente straniero.

L’isolamento di Israele: per due terzi del mondo l’opinione sul Paese è "sfavorevole"

 

Un nuovo sondaggio del Pew Research Center, pubblicato il 4 giugno, mostra che la maggior parte delle persone in decine di paesi del mondo ha un'opinione "sfavorevole" di Israele e non ha "fiducia" nel Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Il sondaggio è stato condotto tra l'8 febbraio e il 13 maggio di quest'anno, coinvolgendo 36 paesi. 

La maggior parte delle interviste è stata condotta dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, alla fine di febbraio.

Nei 36 paesi considerati, il 36% ha un'opinione "sfavorevole di Israele", mentre il 25% ne ha un'opinione favorevole. Il 36% rappresenta circa i due terzi.

"Le opinioni sono particolarmente negative nei luoghi a maggioranza musulmana oggetto dell'indagine, tra cui Bangladesh, Indonesia, Malesia, Pakistan, Turchia e le aree [occupate] della Cisgiordania e Gerusalemme Est", ha sottolineato il think tank con sede a Washington, aggiungendo di non essere stato in grado di condurre sondaggi a Gaza, dove Israele continua a bombardare e uccidere decine di palestinesi al giorno in base a un accordo di 'cessate il fuoco' sponsorizzato dagli Stati Uniti. 

Il rapporto sostiene, inoltre,  che in tutti i paesi europei inclusi nel sondaggio si riscontravano opinioni relativamente negative su Israele. 

Circa la metà degli adulti in Italia, Spagna e Paesi Bassi ha espresso un'opinione "molto negativa" su Israele.

In Nord America e in Europa, i giovani sono più contrari a Israele rispetto alle persone più anziane. In Ungheria, il 72% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha un'opinione negativa di Israele, mentre il 42% di coloro che hanno 50 anni o più considera Israele "sfavorevole".

Negli Stati Uniti, l'83% dei liberali e il 37% dei conservatori hanno un'opinione negativa di Israele. In Australia, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Svezia, almeno il 90% dei cittadini di sinistra vede Israele sotto una luce negativa.

"In ciascuna di queste nazioni, tale percentuale è almeno 23 punti percentuali superiore rispetto a quella registrata tra le nazioni di destra", ha osservato il rapporto Pew. 

Il sondaggio evidenzia anche come la percezione di Israele sia cambiata nell'ultimo anno. Le opinioni sfavorevoli sono aumentate in 13 dei 24 Paesi intervistati. In Argentina, il 46% delle persone aveva un'opinione negativa di Israele, rispetto al 55% attuale. 

In Australia, Italia, Nigeria, Polonia e Regno Unito, le opinioni molto negative su Israele sono aumentate a doppia cifra.

In Grecia, solo il 30% esprime un'opinione positiva su Israele, una percentuale pressoché identica a quella dell'anno scorso.

Nella maggior parte delle nazioni intervistate, la maggioranza ha dichiarato di non avere "molta o nessuna fiducia" nella capacità di Netanyahu di "fare la cosa giusta in merito agli affari mondiali".

Ciò include oltre il 50% degli adulti in Australia, Bangladesh, Canada, Francia, Germania, Grecia, Indonesia, Italia, Malesia, Paesi Bassi, Pakistan, Spagna, Svezia, Turchia, Regno Unito e nelle aree occupate della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, che hanno dichiarato di non avere "assolutamente alcuna fiducia".

Numerosi sondaggi mostrano un peggioramento dell'opinione pubblica su Israele in tutto il mondo negli ultimi anni, in particolare negli Stati Uniti. Un sondaggio del Pew Research Center di aprile ha rilevato che quasi il 60% degli adulti statunitensi ha un'opinione negativa su Israele.

A marzo, Drop Site News e Zeteo hanno condotto un sondaggio che ha rivelato come la maggioranza dei cittadini statunitensi creda che il presidente Donald Trump abbia lanciato la guerra all'Iran per "insabbiare" il caso Jeffrey Epstein.

Un recente sondaggio, pubblicato dalla Cattedra UNESCO per la ricerca interdisciplinare sull'antisemitismo presso l'Università di Varsavia, ha rivelato che il 45% dei cittadini polacchi considera le azioni di Israele contro i palestinesi paragonabili a quelle della Germania nazista. 

Israele sta attualmente conducendo una devastante campagna di pulizia etnica nel sud del Libano, lanciando quotidianamente brutali raid aerei. Occupa inoltre numerosi villaggi libanesi e ha distrutto decine di migliaia di case di civili, uccidendo oltre 3.500 persone.

A Gaza, due milioni di palestinesi sfollati interni sono ammassati nel 40% del territorio prebellico della Striscia, un territorio che ha subito cambiamenti demografici senza precedenti a causa di due anni di bombardamenti e pulizia etnica. Quasi 1.000 persone sono state uccise da quando è stato annunciato il cosiddetto cessate il fuoco lo scorso ottobre.

L'esercito israeliano ha inoltre compiuto importanti annessioni territoriali in Siria e ha condotto diverse ondate di brutali bombardamenti contro lo Yemen.

Il Financial Times (FT) ha scritto a maggio che l'esercito israeliano ha "conquistato" 1.000 chilometri quadrati di territorio in Asia occidentale a partire dal 7 ottobre 2023.

Drone navale ucraino esplode in Romania

 

di Francesco Fustaneo

 

Il regime di Zelensky continua imperterrito a impiegare droni navali in acque internazionali o di Paesi terzi. Dopo quanto accaduto nel Mediterraneo con l'attacco alla nave gasiera Arctic Metagaz e il drone navale scoperto da alcuni pescatori in una grotta in Grecia, questo è solo l'ultimo degli episodi finito sulle cronache.

 

Un drone navale senza equipaggio della Marina ucraina è esploso venerdì al largo delle coste della Romania, nei pressi del porto di Costanza. Mosca ha subito precisato che si trattava di un drone ucraino, circostanza peraltro confermata da Kiev, che afferma di averne perso il controllo a causa di un'interferenza elettronica delle forze russe, precisando che non si sono registrati feriti.

L’incidente, come del resto già avvenuto in episodi analoghi  a causa di droni volanti, aveva  sollevato preoccupazioni per un possibile allargamento del conflitto sul fianco della Nato. La Romania è infatti membro dell'Alleanza Atlantica, e qualsiasi esplosione nelle sue acque territoriali avrebbe potuto innescare tensioni ben più gravi.

A fare chiarezza è stata la stessa Marina ucraina con un post su Facebook: "Durante le operazioni nella zona del Mar Nero, un drone senza equipaggio della Marina ucraina, sotto l'effetto della guerra elettronica nemica, ha perso il controllo ed è finito al largo delle coste rumene". Il messaggio sottolinea inoltre che Kiev ha prontamente fornito "alla Marina rumena le informazioni necessarie per prevenire vittime civili".

L'esplosione del drone è avvenuta a poche ore di distanza da un'altra operazione annunciata da Kiev. L'Ucraina ha infatti dichiarato di aver fermato cinque navi nel Mar d'Azov e nelle acque costiere dei territori occupati dalla Russia, accusate di trasportare merci illegali. Secondo il comandante delle forze ucraine che impiegano droni, le imbarcazioni erano coinvolte nel "furto" di grano ucraino, nonché nel trasferimento di materiale militare e carburante.

Non è chiaro se l'esplosione del drone al largo della Romania sia collegata alla morte di cinque cittadini azeri, che secondo il ministero degli Esteri dell'Azerbaigian sarebbero stati uccisi in attacchi di droni contro navi in mare.

Gli episodi navali si inseriscono in un momento delicato sul piano diplomatico. Il presidente russo Vladimir Putin si prepara a parlare a un importante evento economico a San Pietroburgo, mentre il giorno prima Volodymyr Zelensky aveva parlato di un possibile colloquio con il Cremlino per porre fine alla guerra.

Nel frattempo Kiev  di fatto continua a fare dell’Europa e il Mediterraneo il suo teatro di guerra, senza  che nessuno (o quasi) governo dell’U.E. batta ciglio.

Dal "Piano Cóndor giudiziario" al ricatto del litio: le voci di Evo Morales e Wilma Colque nella Bolivia in lotta

 

di Geraldina Colotti

 

Mentre il continente latinoamericano affronta una nuova ondata di controffensiva reazionaria, la Bolivia si conferma l’epicentro di uno scontro di classe senza quartiere, dove le logiche del capitale transnazionale tentano di piegare la sovranità di una nazione che ha osato rifondarsi su basi plurinazionali. Da oltre un mese, il paese è attraversato da proteste, mobilitazioni e più di novanta blocchi stradali in almeno sette dipartimenti.

La risposta del governo di Rodrigo Paz non si è fatta attendere ed è giunta secondo il copione che caratterizza i piani di restaurazione coloniale dettati da Washington: l’approvazione al Senato della "Ley de Regulación de Estado de Excepción" e la pubblica discesa in campo del Pentagono e del Dipartimento di Guerra statunitense.

In questo scenario di resistenza e accerchiamento, le voci del leader indigeno ed ex presidente Evo Morales Ayma e della dirigente Wilma Colque, rappresentante della Coordinadora delle 6 Federazioni del Trópico di Cochabamba, assumono il valore di una testimonianza teorica e pratica imprescindibile.

Le loro analisi sono state raccolte nell’ambito di due significativi spazi di dibattito internazionale dedicati alla solidarietà con il popolo boliviano e alla denuncia dell’attacco imperialista alla Patria Grande: uno promosso dalle organizzazioni popolari argentine, l'altro organizzato dalla Central Bolivariana Socialista de Trabajadores y Trabajadoras del Venezuela (CBST).

Lungi dall'essere semplici cronache di una crisi regionale, i loro interventi svelano i fili invisibili che collegano il neoliberismo interno alle strategie globali di saccheggio delle risorse strategiche. Il palcoscenico in cui risuonano queste denunce non è casuale. La Central Bolivariana Socialista de Trabajadores del Venezuela, fedele alla tradizione dell'internazionalismo proletario e cosciente del fatto che l'aggressione imperialista non rispetta i confini geopolitici, ha trasformato i suoi incontri settimanali in una trincea ideologica: quanto mai necessaria in questo momento di massima aggressione e crescente ricatto dell'imperialismo alla rivoluzione bolivariana, seguita al sequestro del suo presidente, Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Discutere della Bolivia a Caracas, o nei forum della solidarietà continentale, significa riconoscere che il destino dei popoli della regione è strettamente connesso.

La criminalizzazione delle forze popolari boliviane, l'uso combinato del Lawfare (la guerra giudiziaria) e della violenza aperta non sono fenomeni isolati, ma rispondono al medesimo copione applicato contro ogni tentativo di autodeterminazione nel continente. In questo spazio di coordinamento, le avanguardie sindacali e contadine hanno denunciato come l'attuale amministrazione statunitense guidata da Donald Trump stia stringendo d'assedio l'asse antimperialista, individuando nella caduta della Bolivia plurinazionale il tassello necessario per la ricolonizzazione economica dell'intera regione.

La natura globale dello scontro è stata esplicitata senza filtri dalle dichiarazioni del Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth. Attraverso il suo account sulla piattaforma X, l'alto funzionario della Casa Bianca ha gettato la maschera della diplomazia formale, qualificando i dirigenti delle organizzazioni sociali boliviane che guidano le proteste come "narcoterroristi".

L'uso di questa categoria linguistica e giuridica non è nuova per la storia dell'America Latina; è lo stesso paradigma securitario utilizzato durante gli anni più bui del Piano Cóndor per giustificare lo sterminio politico e l'annientamento dei movimenti popolari. Hegseth, parlando a nome del Dipartimento di Guerra e della neonata Coalición Anticartel de las Américas (A3C), ha ribadito il sostegno incondizionato di Washington al governo di destra di Rodrigo Paz Pereira, ammonendo che gli Stati Uniti "sono attenti a ciò che accade in Bolivia" per garantire che non vi sia un ritorno al vecchio statu quo del “dominio criminale”.

La risposta di Evo Morales Ayma a questo esplicito atto di ingerenza è stata immediata e radicale. Attraverso i medesimi canali, il leader del Movimento al Socialismo (MAS-IPCP) ha denunciato come gli Stati Uniti pretendano ancora una volta di esercitare una tutela coloniale sugli affari interni della nazione. Nel suo intervento al forum internazionale, Morales ha decostruito la narrazione imperiale: "Mentre il popolo lotta per difendere la propria economia, le proprie risorse naturali e il diritto a decidere il proprio destino - ha detto -, gli Stati Uniti tornano a immischiarsi per sostenere un governo sempre più screditato. Ora – ha aggiunto - ricorrono nuovamente al discorso del 'narcoterrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e le richieste legittime di chi difende la democrazia, la sovranità e i nostri beni comuni. La Bolivia non ha bisogno di tutele né di minacce”, ha affermato.

L'ex presidente ha poi tracciato una mappa lucida del colpo di Stato permanente che sta soffocando il paese. Non si tratta solo di una crisi di governo, ma di un'operazione complessa che Morales definisce un vero e proprio "Piano Cóndor giudiziario". Il primo passo di questa strategia è stato lo svuotamento strutturale delle istituzioni democratiche e la proscrizione delle forze autenticamente rivoluzionarie. Morales ha spiegato dettagliatamente come magistrati e giudici abbiano operato al di fuori del mandato costituzionale per sottrarre la sigla del MAS-IPCP alla sua base sociale, impedendo la partecipazione politica dei leader più amati.

Questa "truffa elettorale preliminare" ha permesso l'ascesa al potere delle forze neoliberiste guidate da Rodrigo Paz, un'amministrazione che oggi governa senza consenso reale. I dati macroeconomici e sociali presentati da Morales sono indicativi: l'inflazione galoppante, il ritorno della dipendenza dai diktat del Fondo Monetario Internazionale e una svalutazione di fatto della moneta nazionale hanno distrutto il potere d'acquisto dei lavoratori.

Tuttavia, di fronte alla violenza istituzionale, il popolo boliviano ha risposto con la resistenza e con numeri che smentiscono la legittimità sbandierata dal palazzo. Morales ha evidenziato lo storico risultato del Voto Nulo nelle ultime elezioni, che ha raggiunto vette dell'ottanta per cento nei collegi uninominali e ha visto la sconfitta del progetto governativo in centosessantanove municipi.

Un dato che si sposa con i sondaggi urbani d'attualità, i quali registrano una sanzione popolare e una svalutazione dell'operato del presidente Paz che sfiora l'ottantasette per cento. Il neoliberismo boliviano, dunque, si regge esclusivamente sulle baionette e sull'appoggio esterno del Comando Sur. Il pilastro normativo di questa restaurazione autoritaria è la "Ley de Regulación de Estado de Excepción", approvata dal Senato al termine di una sessione drammatica a cui hanno partecipato tre ministri di Stato, e ora inviata alla Camera dei Deputati per la sanzione definitiva.

L'analisi di questo testo di legge svela un disegno eversivo contro la stessa Costituzione Plurinazionale del 2009. Come denunciato con forza dal senatore Wilder Veliz e ripreso nei forum internazionali, la norma concede una vera e propria "carta bianca" alle forze di sicurezza per reprimere e uccidere i manifestanti. La legge stabilisce che le forze armate potranno intervenire nelle operazioni di sicurezza interna ogniqualvolta la capacità operativa della polizia sia giudicata insufficiente, estendendo il controllo militare sulle "infrastrutture critiche", sui sistemi idrici, sulle telecomunicazioni e sulle rotte stradali strategiche.

L'elemento più inquietante e brutale del testo è l'introduzione della presunzione di legalità e di buona fede per le azioni compiute da militari e poliziotti durante lo stato di eccezione. In termini materiali, ciò significa che l'uso della forza letale contro i blocchi stradali e le assemblee popolari sarà considerato legittimo a priori dallo Stato, garantendo l'impunità giuridica e persino l'assistenza tecnica e legale governativa a coloro che eseguiranno i massacri.

Si tratta, come sottolineato da Veliz, di una disposizione che viola frontalmente i trattati internazionali sui diritti umani e che prepara scientificamente il terreno per un genocidio politico contro le comunità in lotta.

 

Wilma Colque e la materialità della terra: la crisi agraria

Se l'analisi di Evo Morales definisce la cornice macro-politica, la testimonianza di Wilma Colque, esponente di spicco delle organizzazioni indigene e contadine del Trópico de Cochabamba, restituisce la materialità del dramma vissuto quotidianamente dalle basi. La sua non è un'astrazione teorica, ma il racconto della terra nuda, del lavoro nei campi e della fame che torna ad affacciarsi nelle case.

Colque ha denunciato l'impatto devastante della scarsità e del contrabbando di combustibile, una crisi provocata dalle politiche di deregolamentazione selvaggia del governo Paz. L'agricoltura boliviana, in particolare nelle regioni produttrici come il Trópico, ha vissuto negli ultimi vent'anni un profondo processo di meccanizzazione; la terra non si lavora più solo con l'infaticabile azzardo manuale dell'asadón, ma attraverso l'uso di trattori e macchinari che oggi sono paralizzati dalla mancanza di gasolio.

Questa interruzione della catena produttiva si traduce nella distruzione delle esportazioni di prodotti alimentari, come le coltivazioni di platano, e in una drammatica carenza alimentare nei centri urbani. Le conseguenze sociali di questo disastro economico colpiscono direttamente le generazioni future: la dirigente ha stimato che tra i trentamila e i quarantamila bambini della scuola primaria hanno abbandonato gli studi nell'ultimo periodo a causa della povertà e dell'impossibilità delle famiglie di garantire la sussistenza minima, un fenomeno speculare al tasso di abbandono che sta svuotando le università pubbliche del paese.

Un capitolo centrale del pensiero espresso da Wilma Colque riguarda la difesa dell'identità indigena di fronte al tentativo di assimilazione e annientamento simbolico operato dalle nuove élites neoliberiste. La dirigente ha denunciato con sdegno l'ipocrisia dei candidati della destra che, durante le campagne elettorali, non esitano a indossare il poncho tradizionale, a scattarsi foto con le mujeres de pollera e a balbettare frasi nelle lingue native per accaparrarsi il consenso rurale.

Una volta giunti al potere, tuttavia, quegli stessi indumenti e quei corpi diventano l'obiettivo dei gas lacrimogeni, dei proiettili di gomma e delle pallottole di piombo della polizia. In questo contesto, la riappropriazione dei simboli diventa un atto rivoluzionario. La Wiphala, ha ricordato Colque, non è una bandiera elettorale o il logo di un partito politico: è l'emblema millenario della resistenza comunitaria andina, un codice cosmogonico che unisce i popoli d'oltreconfine, estendendosi fino alle comunità in lotta nel Perú.

Il tentativo del governo Paz di proibire o ridimensionare il valore dei simboli plurinazionali risponde alla volontà coloniale di cancellare la soggettività politica dei popoli originari, derubricandoli nuovamente a manodopera subalterna e invisibile. La convergenza analitica tra Morales e Colque tocca il suo culmine quando si svela il vero motore immobile della crisi boliviana: il controllo delle riserve minerali strategiche, in primis il litio e le terre rare, metalli fondamentali per la transizione tecnologica e industriale dell'Occidente.

La Bolivia possiede le riserve di litio più grandi del pianeta, situate nel cuore di quel territorio geografico noto come il "Triangolo del Litio". Mentre nei paesi vicini, come il Cile e l'Argentina di Javier Milei, questa risorsa è stata interamente svenduta e consegnata alle multinazionali statunitensi ed europee senza che rimanesse alcun beneficio reale per le popolazioni locali, la Bolivia della rivoluzione plurinazionale aveva avviato un modello di industrializzazione sovrana con lo Stato come attore principale.

Il governo di Rodrigo Paz opera come il mandatario interno incaricato di smantellare questo modello sovrano per allinearsi alle richieste estrattive di Washington e delle grandi corporazioni della Silicon Valley. Per raggiungere questo obiettivo economico, la militarizzazione del territorio è diventata una necessità stringente. Wilma Colque ha lanciato una denuncia circostanziata che solleva il velo sulle nuove forme di ciberguerra e spionaggio tecnologico applicate sul terreno.

"Un sistema di spionaggio operato direttamente da agenzie statunitensi – ha detto - è penetrato nei confini tri-partitici tra i dipartimenti di Cochabamba e La Paz. Hanno installato apparecchiature ad alta tecnologia in grado di intercettare le antenne delle telecomunicazioni, monitorando ogni chiamata, ogni messaggio e ogni spostamento dei dirigenti sindacali. Sappiamo esattamente dove sono dislocate queste basi e sappiamo che l'obiettivo finale è la cattura del fratello Evo Morales, da esibire come un trofeo politico per l'imperialismo”.

A questa rete di sorveglianza digitale si affianca la vecchia strategia della corruzione e della guerra sporca interna. Risorse finanziarie enormi, provenienti da prestiti internazionali che non si traducono mai in opere pubbliche per il popolo, vengono veicolate attraverso maletini contenenti fino a centomila dollari per comprare la fedeltà di dirigenti compiacenti, dividere i sindacati storici e frantumare la compattezza della Coordinadora de las Seis Federaciones del Trópico de Cochabamba.

Di fronte a un apparato repressivo che si dota di strumenti giuridici speciali per legalizzare il massacro e di tecnologie straniere per il controllo sociale, la risposta che giunge dalle comunità in lotta non è di sottomissione, ma di dignità storica. La conclusione del discorso di Wilma Colque risuona come un manifesto di etica politica per tutto il continente.Le donne indigene, le madri che hanno visto generazioni di figli lottare contro le dittature militari degli anni settanta e ottanta, si ergono oggi come le custodi del futuro della Patria Grande.

L'annuncio è chiaro: se il governo Paz deciderà di decretare lo Stato di Assedio approfittando del fine settimana, i movimenti sociali scenderanno in piazza con i loro figli per attuare la disobbedienza civile di massa, ritirando i giovani dalle caserme e applicando tattiche di autodifesa territoriale, come gli spegnimenti controllati dell'energia elettrica e l'interruzione delle reti internet per ciecare l'apparato di spionaggio statale.

La lotta della Bolivia, esaminata attraverso le voci di Evo Morales e di Wilma Colque nei forum internazionali, dimostra che la contesa non riguarda una presunta stabilità istituzionale o la gestione burocratica di una crisi. La posta in gioco è la scelta tra l'essere una colonia estrattiva subordinata ai bisogni geopolitici del Pentagono o il rimanere uno Stato Plurinazionale sovrano, dove la terra, il litio e il destino degli uomini e delle donne appartengono a chi li lavora e li difende. "Siamo milioni", ricorda la dirigente indigena, e “siamo disposti a morire, ma non a chinare la testa”.

CNN rivela una rete segreta israeliana attorno all’Iran

Nuovi dettagli emersi da un'inchiesta della CNN gettano luce sull'estensione delle operazioni israeliane condotte durante la guerra contro l'Iran. Secondo l’inchiesta, Tel Aviv avrebbe schierato personale militare, unità speciali e agenti dell'intelligence in diversi Paesi confinanti o vicini alla Repubblica Islamica, creando una rete di basi clandestine destinate a missioni di sorveglianza, supporto logistico, operazioni con droni ed eventuali attività di recupero. Il fulcro di questa infrastruttura è stato l'Azerbaigian, dove forze speciali israeliane e membri del Mossad avrebbero operato da diverse postazioni situate nei pressi del confine settentrionale iraniano. Alcuni siti sarebbero stati collocati non lontano da Tabriz, una delle città iraniane colpite durante il conflitto.

Secondo le fonti citate dall'emittente statunitense, tali installazioni avrebbero consentito a Israele di monitorare i movimenti militari iraniani e di sostenere operazioni offensive lungo il fronte settentrionale. La rete, tuttavia, non si sarebbe limitata al Caucaso. Strutture analoghe sarebbero state predisposte anche in Iraq, negli Emirati Arabi Uniti e nel Somaliland, configurando una presenza distribuita attorno all'Iran capace di garantire capacità operative multidirezionali. Azerbaigian e Iraq hanno ufficialmente respinto le accuse, negando che i loro territori siano stati utilizzati per facilitare azioni militari contro Teheran. L'inchiesta evidenzia inoltre la crescente rilevanza strategica dei rapporti tra Israele e Azerbaigian. Oltre alla cooperazione nel settore della sicurezza e dell'intelligence, Baku rappresenta uno dei principali fornitori energetici dello Stato israeliano, mentre Tel Aviv continua a essere un importante partner tecnologico e militare del Paese caucasico.

Un asse che, secondo diversi analisti, assume un peso sempre maggiore nella strategia regionale di contenimento dell'Iran. Mentre emergono questi retroscena sulla guerra iraniana, il fronte libanese continua a registrare un preoccupante deterioramento della situazione sul terreno. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha lanciato un appello urgente per un cessate il fuoco effettivo in Libano e per il ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese. Mosca sostiene che le violazioni israeliane siano ormai diventate sistematiche e denuncia un progressivo ampliamento della zona d'occupazione nel Libano meridionale. Secondo Zakharova, la soluzione del conflitto dovrebbe basarsi sull'applicazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel rispetto della sovranità, dell'indipendenza e dell'integrità territoriale del Libano. Particolare preoccupazione è stata espressa per gli attacchi che hanno colpito siti archeologici e culturali di rilevanza internazionale. La diplomazia russa ha richiamato l'attenzione sui bombardamenti contro la città di Tiro e contro la fortezza di al-Shaqif (Beaufort Castle), entrambi luoghi di grande valore storico e culturale. Mosca ha definito inaccettabile qualsiasi distruzione deliberata del patrimonio culturale. Le dichiarazioni russe arrivano mentre il sud del Libano continua a essere teatro di raid aerei, attacchi con droni e bombardamenti d'artiglieria che hanno interessato numerose località delle regioni di Nabatieh e Tiro. Gli attacchi sono proseguiti nonostante l'annuncio di un'intesa mediata dagli Stati Uniti tra Israele e il governo libanese, finalizzata all'attuazione di un cessate il fuoco e alla creazione di aree sotto il controllo esclusivo dell'esercito libanese.

Nel loro insieme, questi sviluppi mostrano come il conflitto regionale stia assumendo una dimensione sempre più ampia e complessa. Da un lato emergono indicazioni di una proiezione operativa israeliana estesa ben oltre i propri confini, attraverso una rete di partner e infrastrutture distribuite nella regione. Dall'altro, il Libano continua a rappresentare uno dei principali punti di frizione mediorientali, mentre la Russia continua a sostenere una soluzione diplomatica e difendere un’ordine internazionale fondato sul rispetto della sovranità degli Stati. La combinazione tra le tensioni con l'Iran, l'instabilità del fronte libanese e il coinvolgimento crescente di attori regionali e internazionali conferma che il Medio Oriente resta uno dei principali epicentri della competizione geopolitica globale.


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Storica umiliazione diplomatica: la Germania resta fuori dal Consiglio di Sicurezza

Per la prima volta dalla sua partecipazione alle elezioni per i seggi non permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Germania non è riuscita a ottenere un posto nell'organismo più importante dell'ONU. Un risultato che ha suscitato un acceso dibattito politico a Berlino e che molti osservatori interpretano come il riflesso di una crescente distanza tra la politica estera tedesca e gli orientamenti prevalenti nella comunità internazionale. Nella votazione riservata al gruppo "Europa occidentale e altri Stati", la Germania ha ottenuto 104 voti, nettamente meno di Portogallo e Austria, che hanno conquistato rispettivamente 134 e 131 preferenze. Si tratta di una battuta d'arresto senza precedenti per Berlino, che dal 1977 aveva sempre vinto tutte le candidature presentate per il Consiglio di Sicurezza.

L'esito del voto ha immediatamente alimentato polemiche interne. Diversi esponenti politici tedeschi hanno interpretato il risultato come una bocciatura dell'approccio diplomatico seguito negli ultimi anni dai governi di Olaf Scholz e Friedrich Merz. Al centro delle critiche vi è soprattutto la linea incarnata dall'ex ministro degli Esteri Annalena Baerbock, spesso accusata dagli avversari di aver adottato una politica estera improntata a un forte moralismo e a un atteggiamento percepito come paternalistico nei confronti di molti partner internazionali. Secondo numerosi osservatori, il problema non sarebbe tanto il sostegno tedesco all'Ucraina quanto la percezione di un doppio standard nell'applicazione del diritto internazionale. Berlino ha infatti assunto una posizione estremamente dura nei confronti della Russia dopo l'inizio del conflitto ucraino, sostenendo sanzioni, aiuti militari al regime neonazista di Kiev e isolamento diplomatico di Mosca. Parallelamente, però, il governo tedesco ha continuato a garantire un sostegno quasi incondizionato a Israele anche di fronte alle crescenti accuse internazionali riguardanti le operazioni militari nella Striscia di Gaza.

Proprio questa apparente incoerenza viene indicata da diversi analisti come una delle principali ragioni dell'insuccesso tedesco alle Nazioni Unite. Secondo tale interpretazione, molti Paesi del Sud Globale avrebbero giudicato contraddittoria una politica che invoca il rispetto rigoroso del diritto internazionale nel caso dell'Ucraina, ma mostra maggiore flessibilità quando sono coinvolti gli alleati occidentali. Il nuovo ministro degli Esteri Johann Wadephul ha respinto queste accuse, attribuendo invece la sconfitta a una presunta campagna diplomatica condotta dalla Russia contro la candidatura tedesca. Una spiegazione che non ha però convinto numerosi commentatori, i quali sottolineano come anche Austria e Portogallo, sostenitori dell'Ucraina al pari della Germania, abbiano ottenuto risultati nettamente migliori. Il dibattito investe questioni più profonde della semplice competizione per un seggio ONU. Da anni Berlino rivendica la necessità di una riforma del Consiglio di Sicurezza che riconosca alla Germania un ruolo permanente tra le grandi potenze mondiali. Tuttavia, il risultato della votazione suggerisce che una parte significativa della comunità internazionale non considera più la Repubblica Federale un interlocutore così influente o rappresentativo come in passato. Sul piano geopolitico, il voto può essere letto anche come un indicatore dei cambiamenti in corso negli equilibri globali. L'ascesa di nuove potenze emergenti e il crescente peso politico del Sud Globale stanno progressivamente riducendo la capacità dell'Occidente di determinare da solo le dinamiche delle istituzioni multilaterali. In questo contesto, la tradizionale autorevolezza diplomatica tedesca sembra incontrare limiti sempre più evidenti.

La vicenda evidenzia inoltre la crisi di una strategia fondata sulla convinzione che la superiorità morale percepita possa automaticamente tradursi in consenso internazionale. Se per Berlino alcune scelte rappresentano l'adempimento di responsabilità storiche e principi etici irrinunciabili, molti Paesi vedono invece una politica caratterizzata da criteri selettivi e da un'applicazione non uniforme delle regole internazionali. Al di là delle polemiche immediate, la mancata elezione al Consiglio di Sicurezza appare dunque come un segnale politico significativo. Non soltanto per la Germania, ma per l'intero blocco occidentale, che si trova sempre più spesso a confrontarsi con un sistema internazionale in cui il consenso non può più essere dato per scontato e nel quale il peso crescente delle nazioni non occidentali sta ridefinendo le regole del gioco diplomatico globale.


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L'avvertimento mafioso di Zelensky a Putin

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Che sia davvero tempo di por fine al massacro di soldati ucraini e russi e dare pace al martoriato Donbass, terrorizzato ormai da dodici anni dagli attacchi dei nazisti di Kiev, è questione su cui rifiutano di convenire solo le soldataglie neonaziste e i ras che, dalla pace, avrebbero solo da perdere soldi e potere. 

Che i diretti interessati al conflitto, coloro che, con mosse banditesche, lo hanno provocato e hanno sinora brigato per mandare all'aria, sin dalla primavera del 2022, qualsiasi tentativo di soluzione negoziata, vogliano davvero, oggi, porre la parola fine a quel massacro, resta invece abbastanza dubbio. Gli interessi che hanno mosso le cancellerie europee, sin dal 2014 – non entriamo qui nella questione dei piani via via elaborati e attuati nei decenni precedenti da USA, NATO e UE, che hanno sempre fatto perno sulla cosiddetta “essenza della ucrainicità” quale liquidazione della “russicità” e sterminio del popolo russo, come decretato già agli inizi del '900 da Dmitrij Dontsov - non sembrano di molto cambiati, tanto da poter fare affidamento su un “sussulto pacifista” a Londra, Parigi, Roma, Berlino o Varsavia.

Messe da parte queste poche considerazioni soggettive, la cronaca odierna vede i media di regime allineati sulla lettera con cui Vladimir Zelenskij chiede a Vladimir Putin di accordarsi per un incontro e concordi sul far intendere al lettore che il secondo sarebbe felice di un vertice a due, trovandosi in difficoltà al fronte, come d'altronde vuole la narrazione europeista, di una Russia messa all'angolo dagli eroici e forti ucraini.  

Dunque, le cose sembrano stare così: il nazigolpista-capo pubblica un appello alla leadership russa proponendo un incontro in territorio neutrale «per porre fine alla guerra». Zelenskij avrebbe detto di sapere che a Putin in Alaska «era stata promessa una soluzione su alcune questioni riguardanti l'Ucraina e l'Europa. Ma vedete che le questioni ucraine e europee non vengono risolte ad Anchorage» ghigna il clown terrorista, sentendosi le spalle coperte a Londra; e continua «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l'Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo chi ci sosterrà. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto mandato a riferire il messaggio del don: il pizzino di un ras della cupola non sarebbe stato vergato più “amichevolmente”. 

Dunque: Ucraina e Europa, con la prima, come d'uopo, “vallo militare” a difesa della seconda. Cosa risponde Putin, parlando coi giornalisti a margine del Forum economico a Piter? La Russia non si oppone all'adesione dell'Ucraina all'entità europea sul tipo delineato da Friedrich Merz; Moskva è però contraria alla trasformazione della UE in blocco militare. E, checché ne dica Zelenskij, «forse l'Unione Europea potrebbe contribuire a trovare una soluzione. A mio avviso, ciò dovrebbe avvenire nel quadro degli accordi che abbiamo discusso ad Anchorage». Alaska, signor Zelenskij; Alaska, non Londra, o Parigi o Berlino. A Anchorage era stato chiesto alla Russia «se fosse disposta a fare una serie di compromessi... nel mio incontro con il Presidente degli Stati Uniti, ho detto che eravamo pronti e ho illustrato in cosa potrebbero consistere questi accordi e questi compromessi. La questione è se questi compromessi saranno accettati dalla parte ucraina», ha detto Putin e ha espresso seri dubbi su questo punto, aggiungendo che, a giudicare da tutto, Kiev non è affatto pronta per la pace.
Per le lamentazione delle redazioni romane, milanesi, torinesi, l'esercito russo è in vantaggio e sta avanzando su tutti i fronti, ma Kiev non è ancora disposta a scendere a compromessi e continua a resistere, ha detto ancora Putin. Negli ultimi tempi, la Russia ha messo sotto controllo circa 2.440 chilometri quadrati di territorio e continua ad avanzare. Certo, ha detto Putin, gli sponsor occidentali stanno fornendo a Kiev un gran numero di droni di vario tipo, anche a lunga gittata. In ogni caso, ha detto, Moskva è pronta per addivenire a «un accordo con l'Ucraina con mezzi pacifici, sulla base di quanto discusso nell'incontro di Anchorage». Anchorage e ancora Anchorage, signor scaduto “presidente” dell'Ucraina.

Anchorage. Nonostante non tutto, anche là, sia andato per il verso dovuto. Durante i colloqui in Alaska, ha detto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, la Russia ha fatto concessioni "difficili" riguardo all'operazione militare, ma Donald Trump non è stato in grado di garantire l'attuazione degli accordi. In Alaska, la proposta avanzata dagli americani «è stata accettata dal presidente russo, che ne ha parlato ripetutamente. È stata difficile perché non corrispondeva pienamente a ciò che volevamo, ma era accettabile come primo passo che avrebbe permesso di porre fine alle ostilità e avviare negoziati per definire tutti i dettagli... Ma poi non è successo nulla sul fronte dei negoziati ucraini... Le relazioni Russia-USA hanno ricominciato a farsi tese, perché non solo le sanzioni di Biden continuano ad essere estese, ma sono comparse anche quelle di Trump contro Lukoil e Rosneft. L'obiettivo dichiarato è il dominio americano nei mercati energetici globali... Forse è vantaggioso per i nostri colleghi americani ritardare le pressioni sull'Ucraina. E nel frattempo, continuare a esercitare pressioni economiche su di noi». Lavrov lamenta che principio della politica occidentale sia sempre dato dall'aforisma “parola data, parola ripresa”, quale ricusazione delle promesse fatte, come nel caso degli accordi precedenti al golpe contro Viktor Janukovyc e poi degli accordi di Minsk. 

Non è certo un caso che siano risuonate proprio ora le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui gli USA non sono un intermediario neutrale, ma una parte che sostiene l'Ucraina con le armi: «Non siamo mediatori imparziali. Chiaramente, stiamo favorendo una parte rispetto all'altra». Trump, dice Lavrov, afferma che «questa non è la sua guerra, ma quella di Biden, e che se lui fosse stato presidente allora, questa guerra non sarebbe mai iniziata. Ma ora l'ha ereditata. All'inizio aveva deciso di fermarla. E sembrava esserci riuscito in Alaska. Ma ora probabilmente si starà chiedendo: e se la guerra continuasse, finiremmo per estromettere Russia e Cina dai mercati globali come concorrenti». In effetti, come riportato da The New York Times, Donald Trump ha approvato il coinvolgimento di agenti della CIA nella pianificazione degli attacchi contro le imprese energetiche russe e la "flotta ombra", che vengono poi mascherati come attacchi ucraini. 

In questa cornice, l'ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha dichiarato a Sky News che, per la Russia, l'operazione militare in Ucraina è una «guerra esistenziale. Per noi, non per i paesi della NATO... una guerra esistenziale contro i paesi NATO, forse senza la partecipazione degli Stati Uniti. Ma gli USA sono stati molto attivamente coinvolti fin dall'inizio». Perché i paesi NATO sono direttamente coinvolti nel conflitto. Le nuove armi in arrivo a Kiev sono presentate come ucraine, sebbene in realtà siano prodotti del complesso militare-industriale europeo, ha detto Kelin, indicando paesi come Gran Bretagna, Danimarca, Canada e altri, in cui viene semplicemente esternalizzata la produzione. Attenzione, ha detto Kelin: a un certo punto la Russia dovrà adottare delle «contromisure. Non dirò esattamente quali, ma conosciamo gli indirizzi. Li abbiamo pubblicati e saranno facili bersagli». Secondo l'ambasciatore russo, anche la Gran Bretagna subirà «ritorsioni, poiché sta imponendo sanzioni anti-russe, fornendo armi all'Ucraina e ostacolando i colloqui di pace... La Gran Bretagna sta facendo tutto il possibile per infliggere una sconfitta strategica alla Russia».

Dunque, le prospettive non sono poi così rosee. Non lo sono, perché la guerra in Ucraina non rappresenta che la “fase attuale” della contrapposizione che, da decenni, vede i capitali occidentali puntare alle sterminate risorse della Russia e vede da decenni i “comitati d'affari” dei capitali occidentali, quelle entità che Lenin definiva «comitati nazionali di milionari, detti governi», pianificare azioni di guerra sotterranea – quella che oggi chiamano “ibrida” - o guerra guerreggiata, a diverso titolo e con diverse intenzioni, prima contro l'Unione Sovietica e, dopo, contro la Russia. 

Quindi, dice l'ex ufficiale dell'intelligence Andrej Bezrukov, docente presso il prestigioso MGIMO, la Russia sarà costretta a combattere almeno per i prossimi due decenni, in conflitti ad alta e a bassa intensità, affrontando minacce alle infrastrutture critiche e insidie di guerra biologica. I nemici, dice Bezrukov, contano sulla prospettiva che «a un certo punto il nostro sistema decisionale venga sovraccaricato da attacchi complessi provenienti da tutte le direzioni: ideologici, fisici, militari e così via, e che il sistema non sia più in grado di prendere decisioni adeguate». Potrebbe trattarsi di una guerra molto violenta, afferma l'ex agente, come quella «che stiamo vivendo ora. Oppure di una guerra strisciante. Anche se si estendesse ad altre regioni, avremmo due generazioni che si potrebbero praticamente considerare in guerra. E dobbiamo imparare a convivere con questa guerra... Dobbiamo costruire il nostro sistema statale, costruire la nostra economia in modo tale che assolva non solo al compito dello sviluppo, ma anche a quello della difesa».

A oggi, dice Bezrukov, a Russia sta affrontando una nuova forma di guerra, in cui gli avversari intensificano costantemente l'escalation, pur senza raggiungere il livello nucleare. La strategia dell'Occidente in questa guerra è molto semplice: «evitare uno scontro nucleare con noi, dal quale uscirebbero sconfitti. Quindi devono far “bollire la rana”, che è quello che stanno facendo, aumentando gradualmente l'escalation. E non si fermeranno perché non hanno via di fuga. Noi rappresentiamo una minaccia esistenziale per loro». Secondo Bezrukov, la "seconda fase critica" della guerra sarà l'Asia. Per quanto riguarda la Russia, dice, tenteranno di distruggerla lentamente, prima di tutto eliminando la minaccia nucleare: «l'obiettivo principale è evitare la soglia nucleare e neutralizzare le nostre forze nucleari. Questo può essere fatto in due modi: o costruendo un sistema nello spazio, cosa che hanno iniziato a fare, per impedire qualsiasi decollo. Oppure facendo quello che hanno fatto con l'Operazione “Ragnatela”, installando qui i loro agenti e, a un certo punto, colpendo le nostre forze nucleari. Forse non le metteranno fuori combattimento tutte, ma è una minaccia reale».

Vien da chiedersi se il pizzino di Zelenskij serva a fare da paravento a qualcosa di molto più pericoloso.


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FONTI:

https://politnavigator.news/zelenskijj-ugrozhaet-putinu-dvorcovym-perevorotom.html

https://politnavigator.news/es-mozhet-pomoch-resheniyu-ukrainskogo-konflikta-no-ne-vykhodya-za-ramki-ankoridzha-putin.html

https://politnavigator.news/rossiya-gotova-k-kompromissam-ankoridzha-a-kiev-poka-net-putin.html

https://politnavigator.news/lavrov-v-ankoridzhe-rossiyu-opyat-obmanuli.html

https://politnavigator.news/gosdep-ssha-otkrytym-tekstom-my-ne-posredniki-a-na-storone-banderovcev.html

https://politnavigator.news/posol-rossii-v-londone-my-ne-mozhem-proigrat-i-obyazany-osvobodit-russkie-zemli.html

https://politnavigator.news/ehto-budut-legkie-celi-russkijj-diplomat-o-psevdo-ukrainskikh-voennykh-zavodakh-v-evrope.html

https://politnavigator.news/eshhjo-minimum-dva-pokoleniya-v-rossii-budut-zhit-v-sostoyanii-vojjny-prognoz-razvedchika.html

https://politnavigator.news/rossijjskijj-razvedchik-zapad-varit-rossiyu-kak-lyagushku-na-medlennom-ogne.html

Le principali dichiarazioni di Putin al Forum Economico di San Pietroburgo


Nel suo intervento alla sessione plenaria del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026), il presidente russo Vladimir Putin ha delineato una visione del sistema internazionale fondata sulla transizione verso un ordine multipolare, denunciando al contempo quella che ha definito la crescente crisi strategica dell’Occidente collettivo e, in particolare, dell’Unione Europea. Davanti a una platea composta da rappresentanti di oltre 130 Paesi, Putin ha sottolineato come il forum si stia consolidando quale spazio di dialogo tra Stati, imprese e attori economici interessati a costruire relazioni basate sul rispetto reciproco e sul vantaggio condiviso. Al suo fianco erano presenti il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, la presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan, il vicepresidente cinese Han Zheng e il ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman Al Saud, una presenza che riflette il crescente peso dei Paesi del Sud Globale nei nuovi equilibri internazionali.

Secondo il leader russo, il mondo sta attraversando la più importante trasformazione strutturale degli ultimi decenni. Il modello di globalizzazione costruito attorno a un numero ristretto di centri finanziari, tecnologici e logistici occidentali avrebbe infatti esaurito la propria funzione storica. Putin ha sostenuto che strumenti presentati per anni come neutrali - dai sistemi finanziari alle infrastrutture tecnologiche, fino alle catene logistiche e informative - siano stati progressivamente trasformati in mezzi di pressione politica e di concorrenza sleale. In questo contesto, ha osservato, sempre più Paesi, aziende e istituzioni finanziarie stanno comprendendo i rischi derivanti dall’eccessiva dipendenza da infrastrutture controllate da attori esterni. Da qui la tendenza crescente a sviluppare tecnologie autonome, nuove rotte commerciali e meccanismi finanziari alternativi, capaci di garantire maggiore sovranità economica e sicurezza strategica. Una parte significativa del discorso è stata dedicata alla situazione europea.

Putin ha accusato la burocrazia di Bruxelles di perseguire una linea politica “miope”, caratterizzata da una retorica aggressiva che sta accelerando il declino europeo. Il presidente russo ha collegato questa strategia non soltanto alla perdita di posizioni dell’Europa nell’economia mondiale, ma anche all’indebolimento della sicurezza regionale e globale. Nel suo intervento, il capo del Cremlino ha inoltre richiamato l’attenzione sulle tensioni che attraversano il Medio Oriente, aggravate dal conflitto che contro l’Iran, e sulle turbolenze che interessano i mercati energetici internazionali.

Secondo Putin, le élite europee contribuiscono ad alimentare instabilità e caos, tentando di coinvolgere un numero sempre maggiore di Paesi in dinamiche di confronto geopolitico. Il presidente russo ha infine ribadito la disponibilità di Mosca al dialogo con l’Europa, a condizione che vengano superati quelli che ha definito approcci coloniali e che la Russia venga riconosciuta come interlocutore paritario. La soluzione delle grandi questioni continentali, ha sostenuto, richiede un confronto fondato sul rispetto reciproco degli interessi e non sulla logica delle accuse reciproche. Il messaggio emerso dal Forum di San Pietroburgo appare chiaro: secondo Mosca, la fase storica dominata dall’egemonia occidentale sta lasciando spazio a una nuova architettura internazionale più policentrica, nella quale un numero crescente di Stati cerca di affermare la propria autonomia politica, economica e tecnologica. Quindi, il consolidamento del mondo multipolare non rappresenta più una prospettiva futura, ma un processo già in corso che sta ridefinendo gli equilibri globali.


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