Courrier international – Un “déficit colossal” de 3,7 milliards de dollars pour Disneyland Paris
| | submitted by /u/Critical_Key552 [link] [comments] |

«Lo spirito da leader martire» ha impedito ad Ali Khamenei di «rifugiarsi nei bunker». Così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi racconta ad Al Mayadeeen, una tv libanese vicina ad Hezbollah, la scomparsa della Suprema Guida dilaniata dalle bombe israeliane la mattina del 28 febbraio scorso. Un racconto in prima persona, visto che quel giorno Araghchi era nel bunker della Suprema Guida in attesa di riferirgli i risultati delle trattative con gli americani condotte a Ginevra. Ma proprio l'essere stato messo in attesa ha salvato Araghchi. «Nel momento del martirio di Ali Khamenei, mi trovavo nel suo ufficio, ma l'ala in cui eravamo è rimasta illesa. Quando sono uscito dalle macerie, il mio solo pensiero è stato per lui. Continuavo a chiedermi se fosse stato colpito o si fosse salvato». Quel colpo fatale sulle prime non diede i risultati sperati. Anzi la nomina di Mojtaba Khamenei, il figlio della Suprema Guida sopravvissuto all'attacco nonostante le gravi ferite, è sembrata irrigidire il regime e regalare maggior potere a pasdaran e falchi ultra conservatori.
Oggi però l'apparente monoliticità sembra sul punto di sfaldarsi. Il primo ad ammetterlo è proprio Mojtaba Khamenei. «I nemici dell'Iran dopo la sconfitta sul campo - scrive in una lettera la Suprema Guida - cercano di creare divisioni interne e indebolire la resilienza del popolo». A chi si rivolge? Capirlo non è difficile. Il primo ad aver creato «divisioni interne» opponendosi prima alla nomina del figlio di Ali Khamenei e poi all'egemonia dei pasdaran è stato il presidente Masoud Pezeshkian. Eletto nonostante la passata fede «riformista», Pezeshkian è ormai un presidente di facciata. Non a caso, in una lettera di fine maggio indirizzata all'invisibile Suprema Guida, ha offerto le proprie dimissioni motivandole con l'impossibilità di svolgere il proprio ruolo. Una proposta che non è stata presa in considerazione per non rendere evidente la profondità dello scontro interno. L'uscita di Pezeshkian gli è valsa però numerosi attacchi. Tra i più duri quello del deputato Kamran Ghazanfari, un superfalco pronto ad accusarlo di aver trattato il cessate il fuoco e accettato il negoziato con gli Usa senza l'autorizzazione della Suprema Guida.
Ma gli strali dell'ala dura evidenziano anche le crepe interne al gruppo conservatore. Nei giorni scorsi l'ayatollah Jafar Sobhani, vicino ai vertici del potere, ha elogiato la trattativa con Washington. «Dobbiamo appoggiare i negoziati ed ottenere dei buoni risultati», ha detto l'ayatollah spiegando che una «buona trattativa» risponde all'interesse nazionale. Ma quel che fa più paura a Mojtaba e ai pasdaran suoi alleati sono i motivi di queste divisioni ovvero i timori di un tracollo economico. Chi, come Pezeshkian, punta a negoziare teme il collasso economico di un Paese dove il contro-blocco americano di Hormuz e le mancate vendite di petrolio hanno azzerato le entrate e dove oltre un milione di iraniani hanno perso il lavoro e dove mezzo chilo di formaggio - venduto a marzo a 4 milioni e 500mila rial (meno di 3 euro) - si compra oggi a circa 8 milioni di rial. Tra due mesi Teheran non avrà più petrolio da vendere alla Cina. Una situazione da incubo che rischia di portare il Paese al collasso se, come previsto, le scorte di valuta estera si esauriranno entro due mesi. Del resto Pezeshkian lo ripete da settimane. «La guerra principale si combatte sul fronte dell'economia».
"Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari". L'intervista di ieri alla Cnbc in cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu flagella il presidente francese Emmanuel Macron e altri leader europei accusati di sudditanza nei confronti delle minoranze islamiche e di ignavia nei confronti del conflitto iraniano contiene parecchie verità. Ma risponde anche a un'evidente necessità. Riaprendo lo scontro con l'Europa Bibi punta soprattutto a far dimenticare quello con l'alleato Donald Trump. E a ricucire quell'alleanza con l'America che gli ha permesso - il 28 febbraio scorso - di attaccare la Repubblica Islamica.
Anche perché dietro quella diatriba telefonica, confermata ieri da un Trump che ammette di aver dato del "fottutamente pazzo" a Netanyahu, che l'ha ridotta a "divergenze tattiche", si nasconde un evidente successo strategico dell'Iran. Imponendo il cessate il fuoco in Libano come questione chiave per la riapertura di Hormuz e il raggiungimento di una non meglio definita intesa sul nucleare con gli Usa gli iraniani stanno trasformano la trattativa in un'equazione irrisolvibile. Un'equazione capace di paralizzare l'amministrazione Usa e il governo Netanyahu condannando entrambi a un'irreversibile sconfitta nelle elezioni di autunno per il rinnovo del parlamento israeliano e del Congresso statunitense. Una doppia sconfitta che sancirebbe di fatto la vittoria ai punti della Repubblica Islamica.
Bloccare la macchina militare israeliana significa infatti mantenere in vita quella di Hezbollah e garantire la continuazione degli attacchi con missili e droni che hanno costretto all'esodo gli abitanti dei villaggi e delle cittadine israeliane al confine. La continuazione di quegli attacchi rischia di condannare alla sconfitta Netanyahu accusato dagli avversari di aver tenuto il Paese in guerra per tre anni senza aver sconfitto i due principali nemici, ovvero l'Iran e il Partito di Dio. D'altra parte accettare le condizioni di Teheran sul Libano e sacrificare l'alleato Netanyahu equivale a rinunciare all'opzione militare. E quindi all'unica minaccia capace di far paura Teheran. Sottoscrivendo le richieste iraniane sul Libano il presidente americano rischia insomma di ritrovarsi prigioniero di quella tela di Penelope dei negoziati che gli iraniani sono abilissimi a tessere e disfare ogni qualvolta ne hanno bisogno. Una tela che più si avvicina la scadenza delle elezioni di Midterm più si fa soffocante. I tempi stretti rendono complessa anche un'eventuale rottura delle trattative con Teheran e la ricerca di una vittoria sul campo. Sia la riapertura "manu militari" di Hormuz, sia il recupero dei 460 chili di uranio arricchito al 60% rimasti in territorio iraniano sono operazioni assai rischiose. E più passa il tempo più rischiano di costringere Trump ad affrontare il voto di novembre con un conflitto ancora in corso. O peggio, con il peso di un insuccesso militare.
Un solo elemento lega il governo di Benjamin Netanyahu al regime dei pasdaran ed è la comune avversione per la tregua inseguita negli ultimi cinquanta e passa giorni da Donald Trump. Una tregua che il Presidente Usa ha rimesso in piedi ieri sera telefonando a Bibi e chiedendogli di sospendere il programmato bombardamento di Beirut annunciato ore prima dal premier israeliano.
Ma per capire le difficoltà in cui naviga la Casa Bianca bisogna ricostruire i convulsi sviluppi delle ultime 72 ore. Netanyahu costretto ad andare alle urne a settembre, non può permettersi d'ignorare la sorte degli abitanti del Nord d'Israele costretti all'esodo da missili e droni di Hezbollah. L'Iran invece non può abbandonare al proprio destino quel «Partito di Dio» creato e cresciuto dai Guardiani della Rivoluzione tra il 1982 e il 2000, in concomitanza con l'occupazione israeliana del Sud del Libano. E così il Paese dei Cedri torna ad essere la terra di mezzo su cui rilanciare la guerra e dribblare i tentativi di tregua con l'Iran intessuti dall'amministrazione Trump. Tutto questo s'intreccia con l'avanzata di Tsahal nel Sud del Libano e la simbolica conquista israeliana del castello di Beaufort e di altre roccaforti del Partito di Dio. Un'avanzata a cui i militanti sciiti - incoraggiati secondo fonti americane dai pasdaran - replicano con nuovi missili contro i villaggi del Nord d'Israele e con una serie di attacchi di droni costati la vita ad un soldato israeliano.
L'escalation spinge Netanyahu e il ministro degli Esteri Israel Katz ad annunciare l'imminente ripresa dei bombardamenti sui sobborghi meridionali di Beirut controllati da Hezbollah. Una risposta agli iraniani e ad Hezbollah, ma anche un calcio negli stinchi a Trump che giorni prima ha chiesto a Netanyahu di metter fine agli attacchi su Beirut per permettergli di chiudere un accordo di tregua con l'Iran. Così per qualche ora il buco nero libanese sembra inghiottire tutte le trattative condotte fin qui dagli emissari della Casa Bianca e lasciare Trump con un pugno di mosche in mano. «La violazione della tregua su un fronte - scrive su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi - è una violazione su tutti i fronti». L'agenzia Tasnim, controllata dai pasdaran, annuncia invece la ripresa del blocco di Hormuz e la chiusura «dello stretto di Bab el Mandeb, al fine di punire i sionisti e i loro sostenitori». Parole che sembrano metter a fine ai negoziati con la Casa Bianca e amplificare la crisi globale già innescata dal blocco di Hormuz.
Con conseguenze particolarmente gravi per l'Europa e il nostro Paese. Un blocco di Bab El Mandab per mano delle milizie Houthi - alleate di Teheran - azzererebbe i passaggi attraverso Suez costringendo i mercantili a circumnavigare l'Africa. E questo - oltre a moltiplicare i costi delle merci - spingerebbe le navi a preferire i porti del Nord Europa a quelli italiani. La repentina evoluzione rappresenta anche uno smacco per Trump. Messo con le spalle al muro da nemici e alleati il presidente rischia di dover riprendere gli attacchi a Teheran giocandosi ulteriori consensi sul piano interno. Ecco allora la telefonata in zona Cesarini a Netanyahu e la richiesta, accolta apparentemente dall'alleato israeliano, di bloccare i bombardamenti su Beirut. Resta però drammaticamente aperto il fronte iraniano. Ma Trump per ora minimizza. «Non mi importa se sono finiti» dichiara in un'intervista alla Cnbc affrontano il tema dei colloqui con Teheran. Il conflitto, però, è di nuovo ad un passo. E per un presidente che ha sempre promesso di metter fine alle «guerre infinite» non è un problema da poco.