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Il tabù delle tasse ai ricchi in Italia: perché la progressività fiscale è diventata un miraggio

 

Ogni qual volta in Italia si sfiora il tema della tassazione scoppia un putiferio. Accadeva cinquant'anni fa, ma lo scenario è persino peggiorato oggi, in un sistema ridotto a sole tre aliquote fiscali. Le proposte di tassare i grandi patrimoni, al netto della retorica e del debole populismo di certa sinistra, hanno sempre esercitato una forte attrazione teorica all'interno di un programma politico di equità sociale; un programma di cui, tuttavia, non si vede più alcuna traccia nell'attuale panorama progressista.

In un Paese in cui si riflette poco e male sulle dinamiche del modo di produzione capitalistico, l’attenzione resta focalizzata unicamente sulla sfera distributiva. Qui emerge un limite tipicamente italiano: la totale assenza di équipe e gruppi di studio strutturati capaci di analizzare la ricchezza, a differenza di quanto avviene in Francia, dove la ricerca scientifica su questi temi è radicata da lustri. Nel nostro contesto, l’introduzione di una reale imposta patrimoniale finirebbe per scontentare persino una parte non trascurabile dello stesso centro-sinistra.

La fiscalità progressiva che ha caratterizzato il Novecento è ormai un lontano ricordo. Anche i criteri per valutare la ricchezza — come la definizione delle tipologie di reddito e delle basi imponibili — rimangono elementi fortemente divisivi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: tassare i grandi patrimoni è diventato a tutti gli effetti un tabù inavvicinabile.

L'immobilità delle istituzioni e la transnazionalità dei capitali

In questo scenario di progressivo smantellamento, la Corte Costituzionale non è mai intervenuta in questi anni per imporre criteri guida rigidi volti a preservare la progressività del sistema di tassazione. Di fatto, il vecchio progetto redistributivo viene ostacolato o ignorato proprio da chi dovrebbe vigilare a sua difesa, lasciando spazio a un sistema fiscale iniquo già in partenza. A complicare il quadro si aggiunge il carattere transnazionale delle grandi ricchezze, protette da un'intricata filiera societaria che permette di spostare agevolmente le sedi fiscali nei paradisi offshore.

Un programma avanzato di equità sociale non può prescindere dal ripristino di un congruo numero di aliquote fiscali, uno strumento indispensabile per restituire il principio di progressività alla tassazione e avviare una redistribuzione che sia finalmente efficace. Al contrario, gli slogan sulle "super tasse ai ricchi" si rivelano spesso semplici specchietti per le allodole, utili solo a deviare l'attenzione mediatica dai problemi strutturali del fisco. Nel frattempo, la retorica populista dominante — quella di matrice destrorsa — punta tutte le sue carte sulla delegittimazione ideologica delle tasse per i redditi elevati, provocando il conseguente definanziamento dei servizi pubblici universali.

Lo smantellamento dello Stato sociale procede di pari passo con lo stravolgimento della progressività fiscale. Le privatizzazioni selvagge sono parte integrante di questo attacco sistematico al mondo del lavoro e ai lavoratori dipendenti, un’offensiva che dura ormai da decenni. Diventa quindi fondamentale ripristinare un po' di verità storica all'interno del dibattito pubblico sul fisco, abbandonando formule astratte e slogan funzionali solo a alimentare uno scontro ideologico sterile.

Il bivio del 2 Giugno: tra parate militari e il vincolo UE che impone all'Italia le energie green

 

Sta per arrivare una mini-clausola di salvaguardia per rendere flessibili le spese energetiche alla voce investimenti. Ne abbiamo parlato negli ultimi giorni e, nelle ultime ore, è arrivata la notizia che Bruxelles avrebbe inserito una richiesta esplicita all'Italia: investire nelle energie green. Questa indicazione si inserisce proprio all'interno della clausola di salvaguardia per la difesa, quella che consente di scorporare dai vincoli di bilancio gli investimenti in armi e che viene utilizzata, in piccola parte, anche per le spese energetiche.

La domanda che sorge spontanea è come il Governo riuscirà a coniugare il sogno nucleare – spinto anche da Confindustria – con questa avvertenza "ecologista". In effetti, i 4 miliardi risparmiati in tre anni dovrebbero essere usati esclusivamente per investimenti nella transizione energetica. Riusciremo, or dunque, a sfruttare questa opportunità o, una volta fallito l'obiettivo, il Governo se la prenderà con la burocrazia europea?

Nella giornata del 2 Giugno sono in molti a chiedersi quale sarà la Repubblica italiana del futuro, sapendo che ad attenderci non saranno anni facili. La parata sui Fori Imperiali è da tempo contestata dai movimenti pacifisti, storicamente critici verso le ostentazioni di carattere militarista. Cavarsela invocando il senso di responsabilità e la riconoscenza verso quanti costituirono la Repubblica – nata dalla cacciata del fascismo, come ricordato dalla Presidente del Consiglio in occasione della festa nazionale – è l'ennesima dimostrazione di come dichiarazioni affrettate producano talvolta effetti indesiderati. La difesa d'ufficio della sfilata militare, in tempi di guerra e militarismo diffuso, non sembra cogliere la fondatezza delle critiche emerse da quanti ricordano come l'aumento delle spese per il riarmo rappresenti una concreta minaccia a quell'idea di Repubblica nata in antitesi alla guerra.

Le suggestioni presidenzialiste, appena frenate dal Referendum, torneranno presto in auge: fermarle presuppone avere un'idea alternativa a quella delle destre, che non sia la semplice salvaguardia dello status quo. Se i giudizi negativi sul Premierato sono un elemento comune a innumerevoli forze politiche e sociali, l'analisi sul ruolo dell'Unione Europea o sul sistema elettorale maggioritario potrebbero invece riservare divisioni insanabili. È proprio il 2 Giugno, tra rigurgiti militaristi e l'oblio in cui sono finite le aspettative di tanti decenni fa, la data in cui porsi le domande più scomode.

In questi giorni l'Esecutivo tenta di districare la matassa prendendo le distanze tanto da Bruxelles quanto dalla Nato: i soliti equilibrismi a cui dovremmo essere abituati. L'Italia aveva chiesto di estendere all’energia lo scorporo dal deficit delle spese per la difesa; una richiesta non certo rivoluzionaria, subito accolta, almeno in parte, dall'UE.

In soldoni, ci si accontenta di ridurre la spesa militare di qualche miliardo di euro per spendere i fondi risparmiati sul fronte energetico, magari per lanciare il progetto nuclearista italiano. Tuttavia, questa riduzione non potrà tradursi nei tanto cari sussidi e bonus a cui il governo Meloni ci ha abituato. La richiesta esplicita dell'UE va nella direzione di privilegiare investimenti strutturali, che potrebbero appunto tradursi in centrali nucleari. Ironia della sorte, sarà possibile ridurre (seppur di poco) le spese per la guerra investendo i risparmi nel nucleare, mentre l'Italia continuerà a essere sotto sorveglianza comunitaria per aver superato il parametro del 3% nel rapporto deficit/PIL.

Sempre in queste ore si continua a parlare di competitività e transizione energetica, dimenticando che lo stesso Consiglio dei Ministri aveva previsto un percorso di consolidamento dei conti per rientrare nei parametri richiesti da Bruxelles. In questo viatico, tuttavia, non viene ricordato che è stata fissata, anno per anno, una soglia massima alla spesa sociale. Una decisione che arriva in tempi in cui il morso della crisi si fa sentire per tante famiglie, alle prese con rincari generalizzati e spese sanitarie e di istruzione sempre più insostenibili.

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