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Lo sbriciolamento di tutto, e la fine del mondo ogni quarto d’ora

4 June 2026 at 03:45

Scrivo questo articolo dopo aver cercato invano, per mezza giornata, di ricordarmi chi, e quando, e a proposito di cosa, avesse detto «I problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione». Potrebbe essere stato Alastair Campbell ma anche Daniele De Rossi, Loredana Berté ma anche Elena Ferrante. E qui già c’è un pezzo del problema. 

Un pezzo del problema è quel Grande Indifferenziato per cui un capo del mondo non si esprime diversamente da un comico, una soubrette articola le stesse preoccupazioni d’un premio Strega, e a me una volta a settimana tocca il pezzo sulla società dello spettacolo in cui stiamo tutti con lo stesso telefono in mano ad accenderci la stessa telecamera in faccia e forse persino Giovanni Gronchi, con l’intelligenza artificiale nel telefono, si sarebbe messo a fare i video in cui buttava Vianello e Tognazzi nel cassonetto, come ha fatto Trump con Colbert. 

Forse pensiamo che Trump abbia sfasciato tutto così come abbiamo per i più scemi anni della nostra vita creduto che il cattivo gusto l’avesse inventato Berlusconi, e invece era già tutto lì, era già tutto sfasciato, e loro somigliavano solo più di altri al presente, erano più bravi a rispecchiarlo. 

Forse stiamo, ormai da anni, scambiando retrospettivamente per rispettabilità e contegno e senso delle istituzioni quella che era semplicemente mancanza di occasioni. Non avevano più rispetto del ruolo: avevano il telefono a disco. 

I problemi di comunicazione, dunque, non sono problemi di comunicazione. 

Di che natura è il problema per cui ho da giorni i commenti Instagram pieni di gente che ritiene che, se un ospite della Gruber, incarnando in maniera perfettissima il cliché dell’ospite della Gruber, dice che l’Italia è complice del genocidio, di gente che ritiene che quell’ospite non sia la copia di mille riassunti ma un eroico controcorrentista che dice che il re è nudo? 

Di che natura è il problema per cui Francesco De Gregori non può dire che lui non vuole fare il juke-box delle opinioni politiche così i direttori di giornale son contenti perché le opinioni politiche li attizzano più delle canzonette e i cronisti hanno la soddisfazione rara di vedere il pezzo di spettacoli strillato in prima pagina, di che natura è il problema per cui non può dirlo senza trovarsi coi postulanti di sinistra che non smetteranno di dirsi delusi finché non scandirà ge-no-ci-dio come un ospite della Gruber, e quelli di destra scriveranno che lui dice che ha le idee confuse ma mica è quel che pensa, macché, è una frase in codice che significa che trova Netanyahu un simpaticone, loro lo sanno, loro hanno la crittografia? 

Di che natura è il problema dei feticisti della parola genocidio, convinti che se tutti diranno tutti insieme la parola più detta del momento, la parola più instagrammata, più pronunciata pubblicamente, più slabbrata, più ripetuta allo sfinimento, se invece dell’ottantacinque per cento dell’opinione pubblica italiana la ripeterà il cento per cento, allora sì avremo la pace nel mondo? 

Di che natura è il problema per cui in ventisei anni siamo passati da “Miss Detective”, film in cui Sandra Bullock era un’infiltrata dell’FBI a un concorso di miss e sbeffeggiava le reginette di bellezza che tutte, come massimo cliché analfabeta e velleitario, nel loro discorsetto dicevano di volere la pace nel mondo, a questo presente in cui la pace nel mondo la sospirano come miss Molise intellettuali e artisti ed editorialisti e gente che si accende la telecamera del telefono in faccia? 

Di che natura è il problema per cui se la spari grossissima – tipo: se per iperbole e gusto della battuta ipotizzi che tutto il casino sulla grazia alla Minetti discenda dall’aver il Quirinale visto i tweet di Vongola75 e aver per ciò messo in dubbio il lavoro della procura, senza che siano necessariamente veritiere le notizie che hanno scandalizzato la cara Vongola – poi finisce che la battuta era una cronaca? (Hanno prima iniziato a essere le battute mere cronache o i fatti di cronaca a essere buffonate?). 

Di che natura è il problema di quelli, giornalisti americani perlopiù, che l’altro giorno, due ore dopo la notizia del giudice che stabiliva che il nome di Trump venisse tolto dal Kennedy Center, ripostavano come potesse esser vero il video delle gru che toglievano le cinque lettere dalla facciata e sotto c’erano gli elettori democratici che applaudivano? (L’intelligenza americana scarsissima in colonne sonore non aveva aggiunto «e cancello il tuo nome dalla mia facciata, e confondo i miei alibi e le tue ragioni»). 

E soprattutto di che natura è il problema mio, che da svariati paragrafi sento riecheggiare la voce di Monica Vitti che in “Dramma della gelosia” chiede allo psicologo della mutua «di che natura è il mio male: è un disturbo neurovegetativo o è che sono mignotta?», e spero che nessuna delle persone citate abbia familiarità con la filmografia di Scola e mi faccia quindi scrivere da un avvocato che m’accusi d’aver neanche troppo velatamente dato della mignotta al suo cliente. 

Non sono riuscita a ricordarmi chi avesse detto che i problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione, però ho letto su Chi un’intervista in cui Dalia Gaberscik parla di tutti i cantanti e non solo sulla cui comunicazione ha lavorato per anni, e non la cito per chiedere di che natura sia il problema per cui l’intervistatore, quando lei racconta l’emozione di lavorare con Paul McCartney, sceglie di interromperla con un nome dello stesso identico preciso campionato di leggendarietà, «Ha anche lavorato con Ibrahimovic a Sanremo». 

La cito perché, pur non ricordandomi chi fosse quello o quella per cui i problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione, mi pare che a un certo punto la Gaberscik dia una risposta al problema che abbiamo, che forse è di sopravvalutazione di roba che ormai viene guardata al cesso e non sappiamo cosa sia vero, cosa sia artificiale, cosa sia barzelletta, cosa sia enciclica, e non ce ne frega niente di capirlo perché nello sbriciolamento di tutto sarà arrivata una nuova fine del mondo entro un quarto d’ora che ci farà dimenticare quella d’un quarto d’ora fa: «Il mondo è pieno di gente che comunica anche male e ha una carriera radiosa, non è mica detto».

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Edoardo Prati, De Gregori, e la solita tragedia degli adulti infantilizzati

2 June 2026 at 03:45

Ho un amico che di recente ha speso la cifra con cui avrebbe potuto comprare un rene al mercato nero degli organi per andare a un concerto di Springsteen. Non per le ragioni per cui nella vita sono andata a decine di concerti di Springsteen io – squarciagolare “Glory Days”, piangere su “Thunder Road” – ma perché a questo giro Springsteen fa i pistolotti contro Trump.

Il mio amico è imbecille? Certo, ma non più della media d’imbecillità dei miei coetanei: uno dei modi in cui ci conserviamo quindicenni ben dopo i cinquant’anni è farci rassicurare da quella fiaba della buonanotte costituita dalla gente famosa che ci dice che i cattivi sono cattivi. Sono indispensabili entrambi gli elementi: chi parla dev’essere famoso (Slavoj Žižek vale Kim Kardashian: se sei famoso, sarai speciale); e la cosa detta non dev’essere più complessa di «i cattivi sono cattivi».

«Il paese è allo sfascio e attende risposte non equivoche, per restituire dignità alla convivenza tra gli uomini, punto: finale di articolo che ho già scritto un centinaio di volte dal 1969», diceva Mastroianni scrivendo a macchina nella redazione d’un settimanale in una scena d’un film del 1980, “La terrazza”, e non è che sia cambiato granché, solo che usiamo TikTok invece dei settimanali.

«Mi telefonavano e mi dicevano: una barca di immigrati clandestini è naufragata, ti va di scriverne? Lo chiedevano a me come ad altri per altri giornali. E io e gli altri scrivevamo un articolo indignato e addolorato in cui dicevamo che era molto brutto che la barca fosse naufragata, che le barche sarebbe molto meglio che non naufragassero; che era molto brutto che gli immigrati non venissero accolti, che era molto brutto in generale che la gente nel mondo soffrisse di fame e di povertà e fosse costretta a prendere barche per andare a cercare fortuna in Paesi più ricchi e che poi queste barche naufragassero. […] Ci eravamo perfino spinti a scrivere, alcuni di noi, che era molto brutto che Israele e Palestina fossero in guerra da così tanto tempo, e che bisognava trovare una soluzione; non avevamo idea quale, ma nessuno ne aveva idea, quindi il proposito era sufficiente»: sono passati tredici anni da quando Francesco Piccolo pubblicò “Il desiderio di essere come tutti”, e siamo ancora lì, che il paese è allo sfascio e paghiamo il biglietto perché qualcuno dal palco ce lo ripeta.

Somigliamo a una pagina qualunque di “Un paese senza”, che è un libro del 1980 (che annata, fu quella) ma si può aprire in punti a caso che facciano da breviario del presente: «Appena si delinea un divertimento di moda o un nuovo fenomeno di costume o da baraccone, subito l’immediato e interminabile “dibbattito” che provoca ostilità belligeranti e scelte conflittuali, oltre che disseminare noia, tedio, “che palle”? Dover prendere partito (“rock duro contro disco music”) anche su frivolezze, dunque magari battersi per scioccaggini?».

È passata una settimana da quando Francesco De Gregori ha fatto portare a casa una settimana di articoli a dei giornalisti di spettacoli che normalmente vanno a morire di noia sentendo presentare dischi e concerti, e lui invece ha detto che il re è nudo e che se Dylan vuol fare proclami politici «saranno cazzi di Bob Dylan», e a tutti non sembra vera la pacchia.

Ai giornali, che hanno finalmente una cosa di cui parlare che non siano le dimensioni del palco o lo sventolio delle bandiere della Palestina o gli altri riempitivi d’una critica culturale che non sa più fare il suo mestiere. Ai commentatori dilettanti, che si dividono in quelli dell’offesa e quelli del sollievo.

Quelli del sollievo sono quelli che ai concerti ci vanno per le canzoni, non gliene frega niente di cosa pensino i cantanti di come vada salvato il mondo, vogliono solo sapere se faranno i pezzi famosi, e se – cortesemente – glieli faranno senza stravolgerli fino a farglieli risultare incantabili.

Quelli dell’offesa sono tutti gli altri, quelli cui Edoardo Prati deve spiegare quanto siano privi di vita interiore, e non vi dirò per la trecentesima volta che un adulto che deve farsi spiegare la vita da un ventenne è un segno della fine del mondo, anche perché Edoardo Prati ha un precedente, e quel precedente si chiama Francesco De Gregori.

Accadeva nel 1976, il che fa venir voglia di citare di nuovo quell’Arbasino del’80 («Ah, il ’77. Ma nel ’78 era già finito»). Francesco De Gregori, lo sanno anche quelli che del Novecento sanno solo ciò che gli dice Wikipedia, veniva sottoposto a una sceneggiata di processo popolare dopo un concerto milanese. Aveva venticinque anni «forse ventisei, la sua casa discografica dice di non avere “una biografia vera e propria”», riportava il Corriere.

Le cronache dell’epoca riferiscono che i rivoluzionari da concerto gli avessero detto che Majakovskij si era suicidato e quindi avrebbe dovuto farlo anche lui (oggi ci toccherebbero centoventisette articoli sulla salute mentale), e che al pubblico di sedicenni comunque non fosse piaciuta la nuova “Bufalo Bill” (tra bufalo e sedicenne la differenza salta agli occhi – scusate).

Rispetto al signore «con la barba bianca» che lo esorta a suicidarsi, il venticinquenne De Gregori che dice «non voglio dare messaggi» risalta come un gigante del pensiero e dell’azione, e dimostra che come sempre il problema sono gli adulti e la loro infantilizzazione, una verità vieppiù valida cinquant’anni dopo.

Cinquant’anni dopo, il figlio sessantenne d’un grande attore fa il suo bravo post su Instagram per dire che questo manifesto del disimpegno degregoriano è una vergogna, puntesclamativo. Il post è scritto in uno straziante chatgippittese, col suo bravo elenchino di gente invece impegnata: Martin Luther King, Nelson Mandela, Malala Yousafzai, tutti coniugati allo stesso passato remoto perché che può saperne l’intelligenza artificiale di come si parla d’una vivente, e tutti nomi sensatissimi, essendo il loro specifico professionale mettere le rime in musica.

Cinquant’anni dopo, Edoardo Prati, ventidue anni, registra un paio di minuti sull’affaire De Gregori – ma soprattutto su di noi, ché siamo sempre noi il problema – che sono, ahimé, perfetti. Ahimé perché insomma, se un ventiduenne capisce il mondo meglio di noialtri che abbiamo avuto decenni in più per studiarlo, siamo messi malino. Se il margine di fraintendibilità che distingue l’opera d’arte dal predicozzo deve spiegarvelo un ventiduenne, forse è meglio che torniate a scuola.

Il problema siamo noi, e infatti i commenti sull’Instagram di Prati sono pieni di miei coetanei disperatissimi, che fingono di contestare il merito con sofisticate affermazioni tipo «eh ma Trump è cattivo», ma quel che stanno davvero dicendo è: ma come, noi ci rimbecilliamo per non farci dire «boomer», noi investiamo tempo ed energie in relazioni parasociali per sentirci coetanei delle quindicenni coi poster, noi chiediamo immedesimabilità personale e ideologica ai cantanti come liceali idioti per sentirti più vicino, e tu ci dici che siamo cretini? È stato dunque tutto inutile?

Edoardo, scusaci se siamo adulti disastrosi che difficilmente potranno insegnarti qualcosa, e infatti diciamo in continuazione che impariamo molto dai nostri figli: non possiamo insegnar loro ad allacciarsi le scarpe, ma magari riusciremo a imparare da te a trattare i cantanti come cantanti e non come sacerdoti del pensiero.

Scusaci se abbiamo le priorità tutte sballate, se siamo terrorizzati di venire inquadrati nel minuto in cui non ci stiamo zelantemente posizionando dalla parte dei buoni, se sembriamo usciti da quella pagina di Piccolo del 2013, «Scrivevamo che bisognava dare lavoro ai disoccupati, che la cultura era importante, e un sacco di altre cose che sono tutte lì, a testimoniare il mio (nostro) senso civile. Non era compito nostro trovare soluzioni, però era compito nostro tenere desta l’indignazione».

Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura che qualcuno ci scagli contro l’insulto «ignavi» (una parola in questa settimana usata con un entusiasmo che sembra siate al liceo e abbiate appena scoperto Dante, invece che avere lo sconto over 60 per i treni).

Non abbiamo niente da insegnarti, né risposte a quell’Arbasino dell’80, a quella paginetta in cui si chiedeva, della giovinezza, se «promulgarla e proclamarla a ogni costo, sarà un atto politico oppure un gesto di consumatori di bibite? L’apparizione e proclamazione contestuale delle categorie sociali del giovane a lunga durata, dell’emarginato, del disoccupato. L’ingenua domanda se non vi siano per caso dei nessi stretti». Eh.

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