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Lavorare a 92 anni per l'affitto: il "sogno americano"

La storia di Mary è diventata virale per caso. Una ragazza di ventun’anni, Brooklyn Green, l’ha notata mentre entrava in un cinema del Tennessee, l’ha vista stanca, gobba, provata. Non è andata via. Invece di pensare “poverina” e andare oltre, ha aperto una raccolta fondi su GoFundMe. Voleva solo darle una chance, la possibilità di poter riposarsi alla sua veneranda età. In ventiquattr’ore sono arrivati centomila dollari. Poi centoquarantamila. Una cifra che per Mary rappresenta il prezzo della libertà che gli USA (autodichiarata patria delle libertà) non le hanno mai garantito.

Mientras tanto, en EEUU, una abuela de 93 años, llamada Mary, que sigue trabajando en un cine AMC para pagar sus facturas, sin poderse jubilar, limpiando la basura que la gente deja atrás en las salas.

Este es el futuro del capitalismo, que trabajes hasta morir sin poder… pic.twitter.com/SKxwNXNSuk

— Daniel Mayakovski (@DaniMayakovski) June 4, 2026

Brooklyn ci ha provato a raccontarla bene, la storia. Ha spiegato che Mary lavora perché “ama farlo”. Il manager del cinema ha detto che tenersi occupata le fa bene. E chissà, magari è anche vero. Magari Mary ama davvero quel lavoro. Ma a novantadue anni, con la schiena piegata dal peso di decenni di fatica, l’amore per il lavoro non dovrebbe essere un obbligo. Dovrebbe essere un lusso, qualcosa che scegli quando hai già tutto il resto. Ma Mary aveva bisogno di lavorare. Perché se non lavorava, non mangiava. O meglio, non pagava le bollette, l’affitto, l’assicurazione. E nno è un caso isolato negli Stati Uniti.

Muriel Connick è l’altra faccia della stessa medaglia. Anche lei novantadue anni, anche lei in Florida, anche lei in un negozio. April Steele, una cliente, l’ha incrociata un giorno. Ha visto una vecchia signora che piegava vestiti e ha capito che non lo faceva per hobby. Ha chiesto, ha ascoltato, ha scoperto che la pensione di Muriel non bastava per arrivare a fine mese. Non bastava per l’affitto, la macchina, la luce. Così ha aperto un’altra raccolta, ha scritto un post su Facebook, e la gente ha donato cinquantacinquemila dollari. Muriel piangeva quando glieli hanno consegnati. Pensava fosse una cartolina.

Strangers have raised over $57,000 to help 92-year-old Muriel retire from her job. The GoFundMe was setup after one of her customers, April, was shocked to still see Muriel working. pic.twitter.com/zG9WfiwxuC

— News 4 San Antonio (@News4SA) January 27, 2026

Queste due storie sono commoventi, certo. Ma sono anche un’accusa. Perché una società che costringe una donna di novantadue anni a lavorare per sopravvivere non è una società che merita di chiamarsi civile. È il capitalismo selvaggio che si mangia i suoi anziani, che li spreme fino all’ultimo respiro, che trasforma la vecchiaia in un lusso che pochi possono permettersi. E poi arriva qualcuno – una ragazza di ventun’anni, una cliente qualsiasi – a fare quello che lo Stato avrebbe dovuto fare da tempo: garantire una pensione dignitosa, un tetto, la possibilità di invecchiare senza avere il badge da timbrare.

Quello che fa più rabbia è che Mary e Muriel sono solo le storie che abbiamo visto. Quelle diventate virali, quelle che hanno fatto commuovere tante persone e le hanno spinte a fare donazioni. Ma quante altre Mary ci sono? Quante altre donne e uomini curvi sui banchi di un negozio, dietro una scrivania, su una sedia a rotelle davanti a un computer, che non hanno avuto la fortuna di incontrare un’anima gentile con un account GoFundMe? Loro continueranno a lavorare. Fino a quando il corpo dice basta. Fino alla morte, praticamente. Questo è il capitalismo neoliberista.

La fine dei negoziati tra Usa e Russia. Che ruolo ha giocato l'UE nell'attacco a San Pietroburgo?


di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

La Finlandia era a conoscenza in anticipo del grave attacco sferrato dall’Ucraina la Russia, mercoledì mattina. Lo ha dichiarato alla stampa finlandese il ministro della Difesa Antti Akkänänen, riservandosi di non divulgare “i dettagli sul sistema di intelligence e sugli altri metodi” utilizzati per “ricostruire la situazione. La Finlandia era pronta ad abbattere i droni qualora fossero finiti fuori rotta nello spazio finlandese. I droni ucraini hanno colpito infrastrutture portuali a San Pietroburgo, tra cui uno dei principali terminal petroliferi per l’export, proprio nel giorno in cui iniziava il Forum Economico, importante vetrina internazionale per il Cremlino. Quest’anno è stata annunciata anche la partecipazione di una delegazione statunitense.

L’obiettivo di questo attacco è chiaro: umiliare il presidente Vladimir Putin, mostrarlo debole proprio mentre i riflettori sono puntati sul grande evento.   

Allo stesso tempo, Kiev prosegue con la sua guerra asimmetrica. In Donbass, Crimea e nelle nuove regioni continua a colpire civili, massimizzando il numero delle vittime.

Dopo la strage allo studentato di Starobilsk, 21 studenti uccisi e ignorati dalla stampa occidentale, un drone ucraino ha colpito ieri un autobus della linea Mosca – Simferopoli, a Yenakievo. Almeno otto persone sono state uccise sul colpo, la maggior parte nel sonno. Più di dieci i feriti.

Sempre ieri un altro drone ha colpito un treno di pendolari, provocando tre vittime, in base a quanto riporta Tass. Sette feriti.

Inoltre, le forze armate ucraine, hanno ripreso gli attacchi contro la centrale nucleare di Zaporizhia (ZAES), la più grande d’Europa.

Davanti a ciò, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky afferma di essere pronto per incontrare Putin, mentre Francia, Germania e Regno Unito spingono per negoziati con la Russia. L’obiettivo, probabilmente, è quello di raggiungere una tregua entro l’autunno, puntuale per le elezioni di mid-term.

Come possiamo leggere tutti questi fatti?

La svolta Neocon di Trump e la fine dei colloqui USA-Russia

Gli Stati Uniti non sono un mediatore imparziale in questa guerra, hanno preso posizione. Lo ha dichiarato Marco Rubio durante un'audizione tenuta mercoledì, davanti alla Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti a Capitol Hill, Washington D.C.

“Non siamo mediatori imparziali in questa guerra. Non forniamo armi alla Russia. Forniamo armi solo all'Ucraina. Non imponiamo sanzioni all'Ucraina. Le imponiamo solo alla Russia. Quindi abbiamo chiaramente preso posizione”.

Queste parole non lasciano altra interpretazione: lo “spirito di Anchorage” è morto, Washington si sfila dal processo negoziale in Ucraina. L’ annuncio del segretario di Stato, che ormai parla come se fosse lui il capo della Casa Bianca, è in aperta contraddizione con la linea tenuta dagli USA nei colloqui con la Russia.

Trump, infatti, ha più volte riconosciuto le “cause della guerra” secondo il punto di vista russo, come ha sottolineato in più di un’occasione il Cremlino. Inoltre ha sempre puntualizzato che Washington non è parte in causa ma si limita a guadagnare dalla vendita di armi.

Dopo l’assassinio di Charlie Kirk, però, l’ago della bilancia dei rapporti di potere all’interno dell’amministrazione Trump si è spostato a favore dei neocon. I MAGA sono entrati in aperto conflitto con il presidente. Il vicepresidente JD Vance è sempre più marginale, figure meno allineate come Tulsi Gabbard hanno lasciato l’incarico o sono state costrette alle dimissioni.

Marco Rubio, invece, è sempre più centrale. Dal dipartimento di Stato ha adeguato la politica estera statunitense alla linea trasversale neocon, il cui maggiore esponente nei repubblicani è Lindsay Graham. Trump si limita a condizionare le trattative e gli andamenti dei mercati con le sue uscite pubbliche, sempre incoerenti, sempre roboanti, sempre paradossali.

E ieri, Marco Rubio al Congresso si è comportato come il presidente de facto. Ha annunciato nuove sanzioni contro il settore petrolifero russo e tariffe al 500% per chi acquista dalla Russia. Si tratta del progetto di legge presentato dallo stesso Lindsay Graham nell’aprile 2025, rimasto latente sino ad oggi. La Camera infatti lo ha approvato con 214 voti a favore e 204 contro. Dovrà superare il voto finale del Senato.

Trump si era rifiutato di approvarla, preferendo utilizzarla come leva al tavolo con Mosca.

Adesso la finestra negoziale si è evidentemente chiusa. Rubio lo aveva annunciato alcuni giorni fa, adducendo come ragione l’indisponibilità di Russia e Ucraina ad avvicinare le proprie posizioni. Tuttavia resta uno spazio aperto per il dialogo tra le due superpotenze nucleari.  

E infatti Russia e gli Stati Uniti terranno match di hockey a Mosca il 1° luglio, il primo da sette anni. Inoltre hanno ripreso gli scambi postali. Ma la diplomazia è ad un vicolo cieco. Rubio promette ai liberali russi, quel settore che non vede l’ora di tornare nel G8, che i rapporti tra i due paesi miglioreranno dopo la guerra.

L’inviato di Putin, Kirill Dmitriev, insiste per un incontro con Jared Kushner e Steve Witkoff. Ma per il momento non è stata fissata alcuna data.

Tutto lascia credere che, come gli USA hanno lasciato all’UE l’onere della guerra, adesso lasceranno anche quello della diplomazia.


Colloqui Russia e UE?

All’inizio del dialogo con la Casa Bianca, Mosca aveva stabilito un punto fisso: l’UE non entrerà nei colloqui. Almeno finché avrà una leadership ostile alla Russia.

A cinque mesi dal naufragio del processo negoziale, dopo la parata della Vittoria, Putin ha annunciato l’inizio della fase finale della guerra, aprendo al dialogo con la parte europea. Come inviato aveva proposto l’amico Gerard Schroeder.

I paesi europei non hanno rifiutato l’offerta, ma valutano un altro rappresentante. Forse Aleksandr Stubb o Mario Draghi, non certo Kaja Kallas.

Mentre Mosca non mostra segnali di fretta, sia Washington che Kiev condividono una scadenza: l’autunno 2026. Oggi Bloomberg ha pubblicato un articolo in cui riferisce, citando fonti, che Germania, Francia e Regno Unito, insieme a Kiev, stanno discutendo la possibilità di iniziare negoziati con la Russia per porre fine alla guerra. Secondo l'agenzia, a Berlino, Parigi e Londra si ritiene che la situazione stia iniziando a diventare più favorevole per l'Ucraina. Sullo sfondo dello stallo negoziale e sul fronte, gli alleati europei hanno visto l'opportunità di tentare di avviare i colloqui con Mosca. Un ulteriore fattore di pressione sul Cremlino, secondo Bloomberg, è rappresentato dagli attacchi sempre più frequenti di droni ucraini contro obiettivi in profondità in Russia, nonché dai segni di insoddisfazione per la guerra tra una parte dell'élite russa.

E qui torniamo alla domanda iniziale: com’è possibile che mentre Kiev intensifica la guerra asimmetrica con la Russia, anziché un’escalation si apra una finestra negoziale?

L’Occidente (orfano degli USA) è convinto di potersi sedere al tavolo delle trattative da una posizione di forza, se colpirà obiettivi civili e strategici, come le infrastrutture petrolifere o la centrale nucleare di Enerdogar.

 

Il sospetto di attacchi coordinati

A questo punto è lecito pensare che gli attacchi in profondità contro il territorio russo facciano parte di una strategia coordinata dall’Ucraina con Parigi, Londra e Berlino e che Baltici e Finlandia stiano facendo il “lavoro sporco”.

Buona parte dell’opinione pubblica russa ne è convinta e le parole del ministro finlandese lo confermano: Helsinky sapeva perché avvisata da Kiev o da suoi altri partner. Akkänänen non può certo dichiararlo pubblicamente.

Inoltre le immagini dei droni che sorvolano il mare, diffuse ieri sui social, danno adito a pensare che l’attacco sia stato sferrato dal golfo di Finlandia. Molti russi pensano che i droni siano entrati dal territorio estone o siano controllati dagli operatori tramite ripetitori dall'Estonia, o attraverso Starlink, il cui segnale può provenire dalla Finlandia. Episodi analoghi sono avvenuti nel mese di maggio, provocando la caduta del governo lettone.

Alla luce delle rivelazioni pubblicate da Bloomberg, appare verosimile che alcuni Paesi europei abbiano aumentato il proprio livello di cobelligeranza con l’obiettivo di costringere la Russia a sedere al tavolo dei negoziati e strapparle concessioni. È un azzardo: il coordinamento di attacchi ucraini contro civili sul territorio russo, anziché avviare i negoziati, potrebbe avviare un escalation con la NATO.    

In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali. Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, lì i nazigolpisti di Kiev hanno campo libero: l'importante è che stiano agli ordini quando si tratta di puntare su bersagli che fanno scena e mostrano al pubblico che la Russia è ormai allo stremo, che «la favola dell’operazione Speciale si svela solo una grande illusione», come certifica la signora Anna Zafesova su La Stampa. 

Avanti così: noi vi diamo i miliardi di euro e voi continuate la guerra; a segnare le direttrici dei colpi più spettacolari ci pensano gli specialisti NATO; voi, ucraini, colpite dove più vi aggrada. Noi non siamo ancora pronti per entrare in campo direttamente e abbiamo bisogno che voi continuiate a mandare al macello i vostri uomini. Se non ne avete più a sufficienza, ci pensiamo noi: rimpatriamo in tutta fretta quei “codardi” che si sono imboscati in Europa; la legge è già pronta. Perché, anche in guerra, quello che conta è la “legalità”; la nostra “legalità” europeista, quella che plaude al bombardamento di Piter e che, ancora secondo la signora suddetta, «è quindi diretto alla vanità del dittatore russo», così che l'attacco, declama il signor Paolo Valentino sul Corriere della Sera, «non ha solo il valore simbolico di umiliazione cocente per Vladimir Putin», che ora, dunque, «deve prendere atto che la guerra ce l’ha nel salotto di casa». Chissenefrega di qualche decina di civili mandati all'ospedale in fin di vita. È la guerra. La guerra dell'Ucraina baluardo dei valori europei contro le autocrazia asiatiche. L'Ucraina sta o non sta vincendo? E allora che lo si mostri a scena aperta: il nazigolpista capo, ex “attore” di gag televisive di terz'ordine, è lì apposta a recitare la parte del “condottiero” che è riuscito a piegare una potenza nucleare, così che i popoli d'Europa vedano che la Russia non è altro che una “tigre di carta”, che non c'è da averne paura e che se le cancellerie europee si preparano alla guerra aperta, lo fanno a ragion veduta, sapendo di avere di fronte un “gigante dai piedi d'argilla”. Avanti alla guerra; l'Ucraina europeista ci dimostra come sia possibile piegare “lo zar”. Ancora un paio d'anni di uomini ucraini mandati al macello e poi interverremo noi (cioè: loro) e faremo vedere allo “zar” che lo possiamo battere in quattro e quattr'otto. Popoli d'Europa, non temete, sarà una guerricciola che promette enormi guadagni: un “migliaio di morti” e ci siederemo al tavolo dei vincitori, come diceva “sua eccellenza” nel 1940, e ci assicureremo la nostra parte di tutte quelle sterminate ricchezze che i russi pretendono di godersi solo per sé.

Intanto, se i nazisti di Kiev ammazzano un po' di civili qua e là per la Russia, sono quisquilie; non fanno nemmeno cronaca spicciola da spenderci un piede di pagina. Quello che davvero conta è convincere il lettore che la guerra europea contro la Russia, la guerra guerreggiata contro un paese “ormai allo stremo”, sia possibile, necessaria e vittoriosa.
Dunque: decine di miliardi in cambio della guerra e del massacro di altre centinaia di migliaia di uomini. Non è un caso, afferma dall'Austria il politologo ucraino Konstantin Bondarenko, che negli ultimi tempi Valdimir Zelenskij abbia insistito sulla nota per cui la guerra durerà ancora due o tre anni; perché due o tre anni? Perché «i paesi europei dicono che bisogna combattere per altri due o tre anni; non bisogna fermarsi... l'Europa si sta preparando alla guerra con la Russia e ha interesse che l'Ucraina guadagni tempo... Se all'Ucraina vengono dati 90 miliardi, non li riceve per la pace, ma per la guerra». Tra l'altro, dice Bondarenko, rendendo pubblico il messaggio in cui chiede a Trump l'immediata fornitura di missili Patriot, Zelenskij cerca di mettere il presidente USA «in una posizione scomoda», esponendolo ad attacchi politici. Nel messaggio, il nazigolpista capo elogia l'Ucraina per aver difeso praticamente il mondo intero, e chiede poi missili antiaerei. Zelenskij si sente al sicuro perché crede che gli Stati Uniti non gli impongano nulla e considera la Gran Bretagna il suo «principale Stato sovrano», governato da casate – Windsor, Rothschild, ecc. – che dettano la vera politica e non permetteranno a nessuno di danneggiare lui, Zelenskij. 
In effetti, secondo The Guardian, la carenza di Patriot sta mettendo Kiev in serio stato di vulnerabilità: l'aggressione yankee-sionista all'Iran ha innescato una carenza globale di quei sistemi, con grave impatto sul conflitto ucraino. El jefe de la junta di Kiev lamenta che 800 missili Patriot siano stati utilizzati nelle prime 24 ore dell'aggressione all'Iran, mentre, a suo dire, Kiev non ha mai avuto a disposizione un numero così elevato di missili. Per l'afflizione di tutti i media liberal-bellicisti che vedono Moskva ormai in ginocchio, il giornale britannico osserva che la carenza di quei missili ha già influenzato le tattiche russe di guerra e, a detta del professor Phillips O'Brien, la situazione offre a Moskva ancora più opportunità di colpire le infrastrutture critiche dell'Ucraina.

Ma, per l'appunto, non sono solo le armi che mancano. La tedesca Die junge Welt, su fonti dell'agenzia DPA, scrive che il 4 giugno i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare. A quanto pare, scrive Kristian Stemmler, la UE intende prolungare la guerra per procura contro la Russia non solo con milioni di euro e attrezzature militari per Kiev, ma anche con nuove reclute per il fronte. Una delle opzioni è quella di estendere di un altro anno l'attuale regime di protezione per tutti i rifugiati ucraini, valido fino a marzo 2027. L'alternativa è quella di escludere dalla protezione temporanea gli ucraini di età tra i 23 e i 60 anni. Secondo la dpa, se la restrizione per gli uomini in età militare venisse adottata, potrebbe entrare in vigore in tempi relativamente brevi.

Attualmente, i rifugiati ucraini sono ammessi nella UE in base alla Direttiva sull'afflusso di massa, entrata in vigore nel febbraio 2022, che consente agli ucraini di vivere e lavorare nella UE senza dover seguire una normale procedura di richiesta di asilo. Stando a Eurostat, a marzo 2026 erano oltre 4 milioni gli ucraini con protezione temporanea nella UE, tra cui 1,27 milioni in Germania, 961.405 in Polonia, 379.820 nella Repubblica Ceca, con un 26,6% costituito da uomini adulti.

E, comunque, nel caso che - non piangano i farabutti delle redazioni liberal-torquemadiste – l'Ucraina dovesse trovarsi a corto di tutto e impossibilitata materialmente a tenere il campo prima che l'Europa sia pronta a entrare in guerra, ecco che si sta approntando uno scenario di riserva: quello del Baltico. 

Il Comandante in Capo delle Forze armate svedesi ha comunicato che a Gotland si verificano carenze idriche e interferenze radio causate, manco a dirlo, dai russi. Dunque, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti, ciò «significa che quest'isola anonima, popolata da pecore e turisti, debba essere urgentemente trasformata in una "portaerei" svedese», aumentando il contingente militare già presente, accrescendo i mezzi militari, sistemi di difesa aerea e carri armati. Gli “esperti” svedesi dipingono un quadro con truppe russe che sbarcano a Gotland, mentre gli analisti della RAND americana “confermano” che la Russia starebbe minacciando i cavi internet sottomarini sul fondo del mar Baltico e propongono che la NATO intensifichi le attività di intelligence nell'area, aumenti il numero di pattuglie e, soprattutto, intraprenda azioni militari per proteggere i cavi sottomarini. Non si tratta solo di militarizzare il Baltico, afferma Nikiforova: si tratta di esercitare una «pressione militare diretta sulla Russia, che porterebbe al sequestro delle nostre navi e a un'ulteriore escalation, e che di fatto incoraggerebbe un vero e proprio attacco di rappresaglia». Non sono da meno a Varsavia: l'Istituto Polacco per gli Affari internazionali ha pubblicando un rapporto zeppo di proprie “verità” sul "sabotaggio russo" nel Baltico. E un eccentrico generale yankee a riposo ha proposto a Trump di creare un «secondo Stretto di Hormuz» per i russi nel Baltico, bloccando i porti di Primorsk e Ust-Luga, fermare le navi russe e assediare Kaliningrad. Ma, dice Nikiforova, in quel caso la risposta di Moskva, in base alla strategia russa, sarebbe «nucleare e colpirebbe non solo gli europei ma anche gli americani, e questo è un incubo per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca. Avventurarsi nel Baltico sarebbe un vero e proprio suicidio, sebbene gli europei sarebbero lieti di esporre gli USA a un attacco, neutralizzando il loro concorrente e vendicando tutte le umiliazioni subite».

In ogni caso, l'area del Baltico è già da tempo oggetto delle “attenzioni” UE-NATO e, come afferma l'ex maggiore dell'esercito USA di origini russe, Stanislav Krapivnik, la situazione nel conflitto ucraino non cambierà finché i paesi NATO non ne soffriranno direttamente. Prendiamo uno o due paesi e usiamoli come esempio per inviare un messaggio diretto, dice Krapivnik; «oggi Vilnius, domani Varsavia, dopodomani Parigi o Londra. Non c'è bisogno di far saltare in aria i civili con armi nucleari. La tecnologia russa è abbastanza sofisticata da paralizzare una città e distruggere le comunicazioni interne». Tanto più, dice, che Finlandia e Stati baltici hanno da tempo cessato di essere neutrali, avendo permesso «ai droni ucraini di entrare nel loro spazio aereo. La Lituania si è spinta oltre, consentendo l'utilizzo di cinque delle sue basi militari come rampe di lancio. Ma finché la NATO non ne avvertirà le conseguenze, non si fermerà. Stanno permettendo all'Ucraina di utilizzare il loro spazio aereo. Sono partecipanti diretti a questa guerra».

Negli stessi termini si esprime anche l'ex ufficiale dei servizi segreti Andrei Bezrukov, docente al prestigioso MGIMO: i paesi baltici stanno di fatto già conducendo una guerra contro la Russia. Mosca, tuttavia, si trattiene solo perché sta cercando di costruire relazioni con gli Stati Uniti. Ciò che stanno facendo è di fatto un atto di guerra, dice Bezrukov: «Se volessimo rispondere, il casus belli è già stato creato. Ma sarebbe molto doloroso per loro. L'esercito russo non interverrà. Cosa dovremmo fare noi in questi poveri Paesi baltici?… una nostra petroliera è esplosa nel Mediterraneo. L'Europa dipende per oltre il 90% dal gas importato. Immaginate se una o due di queste petroliere esplodessero improvvisamente in porto. Cosa succederebbe all'Europa allora?... Vogliono arrivare a una grave provocazione. A un certo punto non avremo altra scelta. E non è detto che dovremo ricorrere alle armi nucleari. Anche se, in caso di una guerra seria, le useremo sicuramente».

E, per i pianti dei filistei euro-guerrafondai che marciano petto in fuori all'arrembaggio di una Russia facile preda delle “potenze demo-liberiste”, l'osservatore Jurij Miloslavskij sostiene che l'Operazione militare russa sia molto probabilmente solo all'inizio. La Russia sta «preservando il più possibile le truppe e le scorte di armi in previsione di tale eventualità... la situazione economica in Europa rende inevitabile una nuova guerra di grandi proporzioni. I leader europei hanno completamente distrutto le economie dei loro paesi e ora non c'è via di ripresa; l'unica opzione possibile è la guerra». Bruxelles e le cancellerie europee l'hanno voluta, la guerra; vi si sono preparate e stanno apprestando i piani per aprire il fronte; la guerra, diceva Clausewitz, è «la continuazione della politica con altri mezzi». La politica UE-NATO ha preparato la guerra e solo un'organizzazione politica forte e combattiva delle masse popolari europee è in grado di mandare all'aria i loro piani.

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https://ukraina.ru/20260604/tri-cheloveka-pogibli-v-rezultate-udara-vsu-po-simferopolyu--1079795932.html

https://politnavigator.news/vam-dali-90-milliardov-znachit-voyujjte-es-ne-daet-ukraine-soskochit-s-vojjny.html

https://politnavigator.news/zelenskijj-pytaetsya-podstavit-trampa.html

https://ria.ru/20260603/ukraina-2096353971.html

https://www.jungewelt.de/artikel/523607.html

https://ria.ru/20260603/evropa-2096281287.html

https://politnavigator.news/stanislav-krapivnik-dalshe-vsekh-poshla-litva-s-pyati-ejo-baz-zapuskayut-drony-vsu-po-rossii.html

https://politnavigator.news/rossijjskijj-razvedchik-o-pribaltike-kazus-belli-uzhe-sozdan-im-budet-ochen-bolno-armiya-ne-vojjdjot.html

https://ukraina.ru/20260530/chto-ukrainskie-soldaty-delayut-v-afrike-i-kak-nato-gotovilos-k-voyne-s-rossiey-1079610676.html

Nazionale palestinese sotto shock: prolungata la detenzione della calciatrice Rand Halawani a Gerusalemme

 

Le autorità israeliane hanno prorogato lo stato di fermo di una calciatrice della nazionale femminile palestinese, che era stata precedentemente convocata a Gerusalemme per un interrogatorio. A renderlo noto sono le istituzioni palestinesi.

La Federazione calcistica palestinese (PFA) ha fermamente condannato il prolungamento della detenzione della ventenne Rand Halawani, arrestata nella serata di martedì. In una nota ufficiale, la PFA ha sottolineato che l'arresto di Halawani, insieme a quello di un'ex atleta della nazionale, "non rappresenta un caso isolato, bensì si inserisce in un quadro ben documentato di persecuzione sistematica ai danni degli sportivi palestinesi, perpetrata nella totale impunità". Secondo le informazioni diffuse dal Governatorato palestinese di Gerusalemme, mercoledì un tribunale israeliano ha esteso la custodia cautelare della giovane fino a venerdì.

Sempre martedì, nella Cisgiordania occupata, le forze armate israeliane hanno tratto in arresto l'ex calciatrice della nazionale Natalie Abu Diyeh, studentessa presso l'Università di Birzeit, insieme ad altre tre giovani donne palestinesi. Attraverso un comunicato, l'esercito israeliano ha giustificato il provvedimento sostenendo che le quattro donne fossero sospettate di "promuovere attività terroristiche e altre condotte connesse al terrorismo".

L'Università di Birzeit ha respinto le accuse, denunciando gli arresti come parte integrante delle "politiche sistematiche di Israele volte a colpire il sistema educativo palestinese e a negare agli studenti il diritto di portare avanti il proprio percorso accademico". Anche il vescovo Imad Haddad, della Chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa (comunità di cui fa parte Natalie Abu Diyeh), ha lanciato un forte appello per l'immediata liberazione della ragazza: "Siamo profondamente scossi e inorriditi da questa notizia, nonché dal fatto che alla famiglia non sia ancora stato comunicato dove sia stata condotta", ha dichiarato Haddad in una nota ufficiale.

Secondo i dati forniti dal Prisoners Club, la principale organizzazione per i diritti dei detenuti nei territori palestinesi, sono attualmente 89 le donne palestinesi ristrette nelle carceri israeliane, tra cui figurano tre minorenni e tre donne in stato di gravidanza. Più in generale, l'associazione affiliata all'Autorità Palestinese ha denunciato che, alla fine di maggio, il numero complessivo dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – inclusi i cittadini palestinesi con cittadinanza israeliana – superava le 9.400 unità.

Araqchi ad Al Mayadeen avverte USA e Israele: "Siamo pronti a una guerra lunghissima"

 

Il ministro degli Esteri iraniano ha dichiarato che la fine del conflitto in Iran e quella in Libano sono strettamente interconnesse, avvertendo che Teheran è pronta a reagire qualora Israele dia seguito alle sue minacce contro Beirut.

In un'intervista esclusiva rilasciata mercoledì all'emittente libanese Al-Mayadeen, il capo della diplomazia iraniana, Seyed Abbas Araqchi, ha analizzato gli ultimi sviluppi regionali, definendo il conflitto come una "guerra di aggressione israelo-americana contro l'Iran". Araqchi ha inoltre fatto il punto sui contatti con gli Stati Uniti per porre fine alle ostilità e sulle operazioni militari israeliane in Libano.

«Siamo preparati per una guerra molto lunga»

Riguardo alla situazione interna, il ministro ha chiarito che l'Iran non cerca lo scontro, ma è pienamente pronto a continuare a difendersi se necessario, evidenziando il rafforzamento delle Forze Armate della Repubblica Islamica.

«Non abbiamo mai cercato la guerra. Vogliamo la pace, ma una pace onorevole», ha affermato Araqchi, aggiungendo tuttavia che le Forze Armate iraniane sono pronte a «continuare la guerra, sia in termini di capacità militari, sia di coesione nazionale, sia di determinazione a contrastare l'aggressione».

"La nostra posizione militare è persino più forte di prima della guerra, poiché siamo stati in grado di mantenere la produzione militare durante l'aggressione, e loro non sono stati in grado di fermarla", ha aggiunto, riferendosi all'ultimo episodio di attacchi da parte di Stati Uniti e Israele contro il Paese, culminato con il cessate il fuoco entrato in vigore l'8 aprile.

"Pertanto, abbiamo la capacità di continuare la guerra per tutto il tempo necessario", ha sottolineato. Tuttavia, il Ministro degli Esteri ha precisato che "se prevarrà la ragione, la guerra non riprenderà".

La percezione degli Stati Uniti sulla forza dell'Iran

Araqchi ha sostenuto che gli eventi recenti hanno modificato la percezione di Washington riguardo alla potenza di Teheran.

"Nella recente guerra, gli americani hanno compreso concretamente la vera potenza dell'Iran", ha evidenziato.

Secondo il ministro, Washington non ha raggiunto i suoi obiettivi, a partire dalla richiesta iniziale di una "resa incondizionata".

"Questo non è mai successo", ha aggiunto, facendo riferimento alle circa 100 ondate di contrattacchi decisi e di rappresaglia condotti dalle forze armate iraniane in risposta all'offensiva, dinamica che ha poi spinto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ad annunciare un cessate il fuoco unilaterale.

Stato dei negoziati con Washington

Al momento, ha precisato il ministro, non è in corso alcun processo negoziale formale tra l'Iran e gli Stati Uniti. Tuttavia, le due parti mantengono aperti i canali di comunicazione, anche se Araqchi ha precisato che tali contatti non hanno prodotto "alcun progresso significativo" negli ultimi giorni.

"Entrambe le parti stanno attualmente rivedendo i quadri di riferimento esistenti e, se le condizioni saranno favorevoli, i negoziati riprenderanno sulla base degli interessi nazionali dell'Iran, dei diritti del popolo iraniano e dell'obiettivo di porre fine alla guerra sia in Iran che in Libano", ha spiegato.

Il legame con il fronte libanese

Araqchi ha ribadito con fermezza che la fine delle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese, resta una condizione imprescindibile per la Repubblica Islamica nell'ambito di qualsiasi potenziale accordo con gli Stati Uniti.

"Non consideriamo l'esito della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele indipendente dall'esito della guerra in Libano", ha rimarcato. «O la guerra finisce in entrambi i luoghi, oppure continua in entrambi i luoghi», ha avvertito.

Il ministro ha poi respinto l'idea che sia stato un intervento di Trump a bloccare i piani israeliani di attaccare la capitale libanese, Beirut, nelle ultime ore.

"Ciò che ha fermato questa situazione di guerra negli ultimi due giorni è stata la forza della resistenza; la forza delle Forze Armate in Iran e della Resistenza in Libano", ha dichiarato l'alto diplomatico.

L'avviso su Beirut: «Pronti a reagire»

Il capo della diplomazia iraniana ha ribadito che le sorti del conflitto dipendono dalle capacità della resistenza, confermando che Teheran è pronta a colpire Israele qualora venissero attaccati Beirut e la sua periferia meridionale. Il ministro ha rivelato di aver già avvertito Washington: un attacco alla capitale libanese farebbe decadere la tregua.

"Abbiamo informato la parte statunitense che, se Beirut fosse stata attaccata, non lo avremmo tollerato in aun modo. Dal nostro punto di vista, il cessate il fuoco sarebbe completamente fallito e le nostre Forze Armate avrebbero reagito", ha chiarito.

Il ruolo di Hezbollah e il futuro del Libano

Il ministro ha poi parlato del movimento guidato da Hezbollah, definendolo una componente strutturale e inamovibile della società, della difesa e della politica libanese.

"Il mondo deve accettarlo", ha detto Araqchi, aggiungendo che "nessuno può ignorare (Hezbollah) o eliminarlo".

Il ministro si è detto non sorpreso della tenuta del movimento nonostante le uccisioni dei suoi leader storici: “La resistenza è un ideale. La resistenza non depende dal singolo individuo”, ha affermato.

Infine, parlando della conclusione del conflitto, Araqchi ha chiarito che la fine delle ostilità dovrà coincidere con il ritiro delle forze israeliane dai territori libanesi occupati e con il pieno rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale del Libano, ponendo le basi per la ricostruzione.

"È stato Israele a legarci al Libano durante la guerra che ci hanno imposto... Hanno iniziato la guerra contro Hezbollah e hanno anche intensificato i loro crimini contro il Libano".

Pur sottolineando che Teheran non interferisce negli affari interni di Beirut, il ministro ha spiegato che la fine simultanea dei conflitti è legata all'azione militare imposta da Israele a entrambi i paesi. Ha concluso criticando l'inerzia delle organizzazioni internazionali nel condannare l'operato israeliano e confermando che diversi paesi si sono detti pronti a finanziare la ricostruzione, processo a cui anche l'Iran darà il proprio attivo contributo.

La Russia colpisce i centri nevralgici dell'apparato militare ucraino dopo gli attacchi ai civili

La Russia ha intensificato nelle ultime settimane la sua campagna di attacchi contro obiettivi del complesso militare-indistriale ucraino, come risposta diretta agli atti terroristici compiuti dal regime di Kiev contro la popolazione civile russa. Mentre il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026) apriva i battenti con la partecipazione di delegazioni provenienti da oltre cento Paesi, una massiccia incursione di droni ucraini ha preso di mira la seconda città della Federazione Russa e numerose altre regioni del Paese. Secondo il Ministero della Difesa russo, nella notte sono stati abbattuti 345 droni ucraini, di cui 59 nella sola regione di Leningrado. A San Pietroburgo alcune persone sono rimaste ferite in seguito agli attacchi contro infrastrutture civili nei distretti di Kirovsky, Krasnoselsky e nell'area portuale di Kronstadt.

Le autorità russe denunciano da tempo che Kiev continua a colpire obiettivi civili e infrastrutture non militari nel tentativo di seminare paura tra la popolazione e aumentare la pressione politica su Mosca. Particolarmente grave, evidenzia il Cremlino, è stato l'attacco di Starobelsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk, che ha provocato la morte di 21 giovani. Mosca ha definito l'episodio un attentato terroristico e ha portato il caso davanti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, presentando documentazione sulle vittime civili. Il presidente Vladimir Putin aveva avvertito che la Russia non avrebbe potuto limitarsi a proteste diplomatiche e che sarebbero seguite misure concrete di risposta. In questo contesto si inseriscono i massicci raid lanciati dalle Forze Armate russe contro il complesso militare-industriale ucraino. Nella notte del 2 giugno sono stati colpiti impianti di produzione militare, centri di comando, depositi logistici, infrastrutture aeroportuali e sistemi di difesa aerea in numerose regioni dell'Ucraina.

Secondo Mosca, tra gli obiettivi figurano aziende impegnate nella produzione di droni, armamenti e componenti destinati alle forze armate ucraine. L'ambasciatore russo per le questioni relative ai crimini del regime di Kiev, Rodion Miroshnik, ha dichiarato che gli attacchi di rappresaglia sono finalizzati a ridurre il potenziale militare ucraino e a limitare la capacità dell'Occidente di sostenere ulteriormente il morente regime di Kiev. La strategia russa punta a colpire in modo sistematico l'intera catena militare ucraina: fabbriche della difesa, reti logistiche, depositi di armi e sistemi antiaerei. Secondo gli esperti militari russi, l'operazione segna il passaggio a una fase di pressione costante, con attacchi combinati di missili e droni destinati a logorare progressivamente le capacità operative delle forze ucraine.

Mosca ritiene che la prosecuzione degli attacchi contro civili e infrastrutture russe da parte di Kiev renda inevitabile un ulteriore irrigidimento della risposta militare. Mentre l'Ucraina continua a ricevere sostegno economico e militare dai Paesi occidentali, il Cremlino sostiene che l'esito del conflitto e le prospettive di un eventuale negoziato dipenderanno sempre più dagli equilibri sul campo di battaglia. In questa cornice, per la leadership russa le operazioni contro il complesso militare-industriale ucraino rappresentano una risposta necessaria agli atti terroristici che, come evidenzia Mosca, continuano a colpire la popolazione civile della Federazione Russa.


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Iran: cessate il fuoco regionale primo passo verso un accordo con gli USA

L'Iran ha messo sul tavolo una proposta articolata in quattro fasi per arrivare a un'intesa con gli Stati Uniti, delineando una roadmap che riflette i nuovi rapporti di forza emersi dopo mesi di tensioni e scontri nella regione. A rivelarlo è stato Saeed Ajorlou, membro del team di comunicazione della delegazione negoziale iraniana. Il primo punto del piano prevede la cessazione completa delle ostilità militari su tutti i fronti regionali.

Teheran considera imprescindibile anche un cessate il fuoco in Libano, sottolineando che nessun accordo potrà essere firmato senza la fine delle operazioni militari nell'area. La seconda fase riguarda misure concrete e immediatamente verificabili. L'Iran chiede il riconoscimento di un quadro giuridico per lo Stretto di Hormuz sotto gestione iraniana, la revoca delle restrizioni economiche e delle sanzioni sul settore petrolifero, oltre allo sblocco di almeno 12 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all'estero. Solo dopo l'attuazione di questi impegni si passerebbe alla terza fase, dedicata al negoziato sulle sanzioni più ampie e sul programma nucleare iraniano. La quarta e ultima tappa prevede invece la creazione di un meccanismo internazionale di supervisione, con la partecipazione di Paesi amici di Teheran, e la chiusura definitiva del dossier iraniano presso il Consiglio di Sicurezza dell'ONU. La proposta arriva in un contesto ancora estremamente instabile.

Nelle ultime ore si sono registrati nuovi scambi di attacchi tra le due parti. Gli Stati Uniti hanno colpito un'imbarcazione diretta verso un porto iraniano nel Golfo Persico e una struttura per le telecomunicazioni sull'isola di Qeshm. In risposta, Teheran ha lanciato attacchi contro installazioni militari statunitensi in Kuwait e Bahrein, accusando i due Paesi di aver partecipato all'operazione. Sul piano diplomatico, Washington continua a parlare della possibilità di un accordo imminente. Il segretario di Stato USA Marco Rubio ha dichiarato che un'intesa potrebbe essere raggiunta nei prossimi giorni.

Da Teheran, tuttavia, il messaggio resta improntato alla fermezza: secondo la leadership iraniana, saranno gli Stati Uniti a dover accettare le nuove condizioni imposte dall'evoluzione dei rapporti di forza sul terreno, mentre ogni nuova aggressione sarà contrastata con una risposta militare immediata.


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La svastica, la "svarga" e poi l'intelligenza artificiale: la scuola ucraina di Vinnytsia contraddice Open

 

di Comitato Donbass Antinazista


Un articolo pubblicato da Open a firma David Puente sostiene che le due foto scattate al Vinnytsia Technical College non mostrerebbero degli studenti disposti nel piazzale della scuola a rappresentare una svastica, ma una "svarga", simbolo tradizionale slavo, e che la percezione della svastica sarebbe il risultato del ribaltamento delle fotografie ad opera dei “filorussi”.

Tuttavia, l'argomentazione presenta numerosi punti critici.


1. Nessuno aveva contestato l'autenticità delle fotografie

Il primo elemento da osservare è che il dibattito iniziale non riguardava la genuinità delle immagini, ad eccezione del loro ribaltamento orizzontale. Esistono infatti almeno due fotografie scattate da angolazioni differenti che mostrano la medesima disposizione degli studenti. Le immagini risultano coerenti tra loro e non sono state individuate evidenti anomalie grafiche o incongruenze prospettiche tali da suggerire una manipolazione.

Di conseguenza, la questione non era se le immagini fossero reali, bensì cosa rappresentasse effettivamente la formazione umana visibile nelle fotografie.

2. Open si è basato sulle dichiarazioni dell'istituto

L'articolo di Open attribuisce particolare rilevanza al testo pubblicato dal Vinnytsia Technical College:

“Nel sito della scuola si legge che, in movimento continuo, gli studenti hanno riprodotto a turno i tradizionali «simboli del fuoco» del ricamo ucraino: la «danza storta», il sole, la croce, la stella, il «tre-corni» e una svarga dinamica. È, per ammissione degli stessi organizzatori, un repertorio etnografico di simboli popolari, non iconografia nazista.”

L'istituto dichiarava quindi che gli studenti erano stati disposti a forma di "svarga".


3. Il cambio versione dell’istituto

A seguito dello scandalo internazionale il Vinnytsia Technical College ha pubblicato una comunicazione nella quale afferma che le immagini sarebbero addirittura false e generate dall'intelligenza artificiale ad opera dei “servizi speciali russi”. Questa posizione appare difficilmente conciliabile con il testo pubblicato nel giorno dell’evento e si pone in contrapposizione all’argomentazione di Puente.

Inizialmente l'istituto rivendicava la rappresentazione della "svarga" durante l'evento. Se invece le immagini sarebbero state create con l'intelligenza artificiale, allora la rappresentazione della "svarga" non sarebbe mai avvenuta. Le due dichiarazioni non possono essere contemporaneamente vere.

A seguito della dichiarazione, tanto per alimentare i già forti dubbi sulle dichiarazioni dell’istituto, c’è la rimozione silenziosa del video dell’evento da loro caricato su Youtube. Lo stesso video citato da Puente nel suo articolo.


4. Le critiche di Ishchenko a Puente: “l’interpretazione della svarga è una cavolata”

Un ulteriore elemento ignorato nel dibattito italiano è che le contestazioni alla versione dell'istituto non provengono esclusivamente da ambienti “filorussi”. Il sociologo ucraino Volodymyr Ishchenko, che studia proprio la società ucraina, ha definito pubblicamente "cavolata" la spiegazione di Puente secondo cui la figura sarebbe stata semplicemente una svarga mal interpretata. Una "stronzata", continua Ishchenko, al pari di chi dice che un Sieg Heil (col braccio teso) sia in realtà solo un saluto dell'antica Roma.

Secondo Ishchenko, gli organizzatori erano perfettamente consapevoli della forma realizzata e l'episodio andrebbe inserito nel più ampio contesto della crescente normalizzazione di simboli e riferimenti dell'estrema destra emersa in alcuni settori della società ucraina dopo Euromaidan dal 2014.


5. L’istituto e il nazionalismo ucraino

Che l’istituto possa aver realmente fatto inscenare agli studenti una rappresentazione della svastica nel piazzale è ancor più credibile per il fatto che figure legate al nazionalismo ucraino e al collaborazionismo col Terzo Reich sono elogiate dai professori dai vertici della struttura. In queste foto pubblicate dall’istituto notiamo delle grafiche su cui campeggia il volto dell’ormai noto Stepan Bandera e di Roman Shukhevych, comandante del Nachtigall Battalion della Germania nazista.

 

 

La direttrice dell’istituto è Svetlana Vasiluk, che vediamo qui sorridente in mezzo ai ragazzi tra le bandiere rossonere dell’Organizzazione dei Nazionalisti ucraini, collaboratori del Terzo Reich.

 

6. Il simbolo esiste anche nella cultura russa? L’uso manipolatorio delle fonti di Puente

Uno dei passaggi più curiosi della ricostruzione proposta da Open è il richiamo al fatto che la cosiddetta "svarga" sarebbe presente non soltanto nella cultura ucraina ma anche in quella russa. Le fonti citate da Open come La Grande Enciclopedia Russa e lo studio di Anna Bednarchik analizzano principalmente: ricami, asciugamani rituali, tessuti popolari, ornamenti tradizionali.

Dimostrano quindi una cosa molto specifica: che motivi a svastica erano presenti nell'ornamentazione popolare della Russia settentrionale. Ma questo non era il punto contestato. Nessuno ha sostenuto che la forma geometrica della svastica sia stata inventata dai nazisti tedeschi o che non esistesse nella tradizione slava.

La Grande Enciclopedia Russa specifica che il simbolo è stato successivamente associato al nazismo tedesco. Questo dettaglio è importante. L'enciclopedia non sostiene che il simbolo sia rimasto culturalmente neutro. Al contrario, riconosce che il XX secolo ne ha modificato profondamente la percezione pubblica.

Di conseguenza, le stesse fonti citate da Open rendono più complessa la difesa dell'episodio, non più semplice.

Conclusione

Il problema principale dell'articolo di Open non è tanto la difesa di una determinata interpretazione del simbolo, quanto il fatto che la sua ricostruzione si fonda su una versione fornita dall'istituto che successivamente è stata smentita dallo stesso istituto. Dalla tesi della "svarga” tradizionale alla tesi dell’immagine generata dai russi con l'intelligenza artificiale, ai video che scompaiono silenziosamente, il quadro della situazione sembra essere piuttosto chiaro.

Nel frattempo che siamo qui ad analizzare a fondo la vicenda, Open ha già sanzionato numerose pagine che hanno pubblicato questa notizia: il loro articolo è stato utilizzato dal social network per censurare la notizia in tutto il mondo, colpendo anche molti utenti stranieri, i quali sono stati ridirezionati sul sito di Open per farsi spiegare da questo sconosciuto David Puente perché avrebbero sbagliato a rilanciare questa o quella informazione.

Il nostro canale è già stato bannato nel 2022 a seguito di un articolo firmato proprio da Puente. Abbiamo perso 51mila iscritti nel giro di qualche ora, e tutta la documentazione sul conflitto che avevamo accumulato dal 2014. La promessa di Zuckerberg del gennaio 2025 di “liberarsi dei fact-checkers” “troppo condizionati politicamente” e di “sostituirli con note della comunità simili a X (ex Twitter)” è caduta nel vuoto, e con essa anche la possibilità di avere un’informazione più neutrale nel nostro paese (e in tutto l’occidente).

Saltate le trattative Iran-USA. Scambio di attacchi nel Golfo

 

di Francesco Corrado

 
Negli ultimi due giorni la situazione nel Golfo Persico sembra che stia di nuovo precipitando. L'Iran, dopo aver ribadito per l'ennesima volta quali sono le condizioni per avviare trattative, le quali condizioni peraltro tenderebbero ad un semplice ripristino della legalità internazionale, ha deciso di abbandonare le suddette trattative data l'irragionevolezza della posizione statunitense (o meglio israeliana?).
 
A questo fatto è seguita una burrascosa telefonata tra Trump e Netanyahu di cui ci sono diverse versioni. Quella trapelata dalla Casa Bianca racconta di un Trump inferocito che avrebbe inveito contro il premier israeliano per il comportamento del suo esercito in Libano. 
 
Ma tra ieri sera e stanotte c'è stata un'escalation e nel Golfo si è tornati ad usare le maniere forti con scambio di colpi USA-Iran/USA-Iran: facciamo una breve cronaca dell'accaduto.
 
Tutto è iniziato con un attacco statunitense ad una petroliera iraniana la cui sala macchine è stata colpita da un missile Hellfire. 
In risposta l'Iran ha attaccato la nave (definita sionista-statunitense) Panaya.
 
Fin qua, quindi, uno scambio di attacchi su navi commerciali.

Ma gli USA hanno rilanciato attaccando una torre di comunicazioni sull'Isola di Qeshm. A quel punto l'Iran ha effettuato un attacco ad ampio spettro su diversi obiettivi USA in Medio Oriente. Attacchi confermati da entrambe le parti in conflitto.
 
L'Iran ha attaccato due basi in Kuwait: una di aerei ed una di elicotteri. Lo spazio aereo del paese è stato successivamente chiuso al traffico civile per evitare ulteriori incidenti.
 
Ad essere attaccato è stato poi il centro di comando della 5a Flotta della Marina USA di stanza in Bahrein. Questi fatti, pur nella diversa narrativa, sono confermati da entrambe le forse in conflitto: ovviamente per l'Iran le azioni sono state coronate da successo mentre secondo il comando USA ogni missile è stato intercettato con successo anche se invece pare confermato che i missili iraniani siano andati a bersaglio.
 
Non ancora confermato né rivendicato dalla Guardia Rivoluzionaria dell'Iran sarebbe stato poi un attacco su postazioni curde dell'Iraq. Ricordiamo che i curdi dell'Iraq insieme ad organizzazioni che fanno riferimento all'ISIS potrebbero essere usate dagli USA per un attacco terrestre all'Iran.

Petro denuncia brogli elettorali in Colombia: “Il software modificato cinque giorni prima del voto”

A pochi giorni dalle elezioni del 31 maggio, il presidente colombiano uscente Gustavo Petro ha lanciato una denuncia pesante: il software di preconteggio gestito dai fratelli Bautista sarebbe stato manipolato. E non in un momento qualsiasi, ma il 26 maggio 2026, cinque giorni prima che i cittadini andassero alle urne, quando il sistema avrebbe dovuto restare sigillato.

Petro ha lanciato la sua denuncia tramite il social network X, come fa ormai abitualmente quando vuole bypassare i canali ufficiali. Ha affermato che il responsabile del registro, Hernán Penagos si è sempre rifiutato di consegnare il codice sorgente del software, nonostante una sentenza del Consiglio di Stato del 2018 avesse dichiarato quel programma vulnerabile sia da dentro che da fuori. La Registraduría, dal canto suo, ha risposto che un’alterazione è impossibile. Ma per il presidente proprio questa sicurezza dimostra che l’ente non ha affatto il controllo sul sistema.

Presento las bases comprobadas del posible fraude. Que puedo entregar a autoridad competente.

Dije que no reconocí los datos del preconteo del software de los hermanos Bautista es porque tengo datos.

Mi compromiso con mi pueblo y el amor a mi país por el que he luchado toda mi…

— Gustavo Petro (@petrogustavo) June 2, 2026

I numeri che Petro ha messo sul tavolo non sono vaghi. Secondo la sua ricostruzione, il corpo elettorale ufficiale di 41.421.973 elettori sarebbe stato modificato nel sistema DIVIPOL fino a raggiungere i 42.307.373 votanti. Una differenza di 885.409 schede che, sostiene il presidente, non si sarebbero iscritte nei termini di legge. Poi ci sarebbero stati anche aumenti nei seggi, passati da 13.742 a 14.438, e nei tavoli di voto, da 120.527 a 122.020. In totale 1.493 tavoli in più che probabilmente non sono mai stati scrutinati.

Ma il punto più esplosivo della denuncia riguarda 5.300 tavoli dove sarebbero comparsi più di 300 voti ciascuno, alcuni addirittura fino a 700. Una cifra che, per Petro, supera ampiamente il massimo teoricamente raggiungibile nelle ore di apertura dei seggi. Ed è proprio in quei tavoli, ha detto il presidente, che si concentrerebbe il vantaggio di 635.000 voti con cui Abelardo de la Espriella starebbe superando Iván Cepeda.

Il presidente ha usato parole che riportano la tensione di un passaggio cruciale per la Colombia. Ha detto che il suo amore per il paese e il suo impegno verso il popolo lo costringono a rischiare tutto trasmettendo queste informazioni. Ha ribadito che non ha riconosciuto i dati del preconteggio perché ha i suoi dati in mano. E ha annunciato che aspetterà i risultati dello scrutinio ufficiale che stanno svolgendo i giudici, quello che il Consiglio Nazionale Elettorale conta di rendere noto entro la settimana.

Mentre il governo uscente alza i toni, Iván Cepeda, il candidato del Pacto Histórico che ha ottenuto 9.688.361 voti, il 40,90 per cento dei voti validi, ha scelto una strada diversa. Ha fatto un appello alla calma, chiedendo ai suoi sostenitori di non ricorrere alla violenza contro chi professa altre idee politiche. Ha ricordato le ferite che il paese si è già portato dietro per colpa di chi semina odio, paura e voglia di distruzione. In democrazia, ha detto Cepeda, si possono avere differenze intense con gli avversari, si può discutere con fermezza, confrontare idee, difendere con convinzione le proprie posizioni. Ma non si deve mai ricorrere alla violenza. Né quella simbolica che semina paura e risentimento, né quella fisica che pretende di distruggere gli altri.

Il candidato di sinistra ha esortato i suoi sostenitori a non lasciarsi trascinare dall’odio o dalla provocazione. La sua ricetta è semplice: rispondere all’aggressione con gli argomenti, alla menzogna con la verità, alla violenza con la serenità. Questa è la forza della democrazia, ha detto. Per accompagnare il messaggio ha mostrato un’immagine che non è passata inosservata: De la Espriella che sorride mentre preme la schiena di Cepeda con un ginocchio, una tecnica simile a quelle usate dai corpi repressivi per immobilizzare i manifestanti, la stessa che l’ex poliziotto Derek Chauvin usò per uccidere George Floyd.

VIOLENCIA POLÍTICA

En democracia podemos tener diferencias intensas con nuestros contradictores. Podemos debatir con firmeza, confrontar ideas y defender con convicción nuestras posiciones.

Pero nunca debemos apelar a la violencia. Ni la violencia simbólica que siembra miedo y… pic.twitter.com/gXfZSkqgkI

— Iván Cepeda Castro (@IvanCepedaCast) June 3, 2026

Ma l’appello alla moderazione non ha impedito a Cepeda di tracciare un ritratto spietato del suo avversario. Ha definito De la Espriella un avvocato dei signori paramilitari a San José de Ralito. Ha ricordato che il padre del candidato di destra è stato un notaio che legalizzò i beni del paramilitare Salvatore Mancuso. Lo ha definito avvocato di narcotrafficanti, e anche "truffatore di truffatori", "truffatore di narcotrafficanti". Ha detto che rappresenta il fascismo mafioso, il progetto di quell’estrema destra fascista che in Colombia e nel mondo vuole distruggere tutto ciò che è stato conquistato sul piano sociale. Secondo Cepeda, se De la Espriella vincesse, il salario vitale verrebbe spazzato via, così come il sostegno all’istruzione pubblica e alla tassa zero, la riforma agraria, gli aiuti ai giovani. Al loro posto, ha detto, ci sarebbero solo i circoli più corrotti e potenti della società colombiana: plutocrazia e corruzione.

Non solo, ha aggiunto Cepeda, non ci si può aspettare nessuna misura favorevole all’ambiente, alla protezione dell’acqua o alla conservazione delle ricchezze naturali e dei santuari ecologici del paese. Sarebbe la distruzione totale della natura e della vita in Colombia. E poi ancora: De la Espriella è un omofobo e un misogino. Rappresenta il ritorno al passato parapolitico, narcotrafficante, mafioso, plutocratico e corrotto che il paese ha vissuto sotto i due mandati di Álvaro Uribe, adesso rafforzato dall’estrema destra internazionale.

Anche Gustavo Petro, dal canto suo, ha preso di mira De la Espriella senza mezzi termini. Dopo essere stato pesantemente attaccato dal candidato dell'estrema destra neoliberista, il presidente ha denunciato che gli viene promessa la prigione solo per la sua posizione politica progressista in favore del popolo. E ha ribadito che il progetto dietro De la Espriella è lo stesso che stava dietro a Uribe: il "fascismo mafioso" che ha già governato in Colombia. Petro ha detto che ogni popolo ha l’obbligo morale di sconfiggere il fascismo, e ha fatto un elenco storico: l’Olocausto in Europa, l’Olocausto in Cina, l’Olocausto in Cile, Uruguay e Argentina. E poi l’Olocausto in Colombia, ha detto, perché è stato il fascismo a governare al tempo di Laureano Gómez e Mariano Ospina, e poi con il governo dei paramilitari che ha lasciato 200.000 morti.

Petro ha rivendicato la sua storia personale come prova che il fascismo si può battere senza armi. "Io mi sono alzato con le mie parole pubbliche contro di loro e senza un’arma li ho sconfitti, ecco perché sono presidente", ha detto. Poi ha lanciato un avvertimento: ora parlano di vendetta perché credono di poter tornare al potere. Vogliono squartare il progressismo e incarcerarlo, che in realtà significa uccidere il suo leader.

Il presidente ha anche fatto un’accusa precisa sulla compravendita di voti. Ha detto di sapere quanti voti sono stati comprati a piene mani, da 150.000 a 200.000 pesos ciascuno. Ha detto che cercano la disfatta e stanno affilando i coltelli. Ma ha anche ammesso le debolezze della campagna progressista. Tuttavia, ha concluso, vinceremo e sconfiggeremo il fascismo.

Per sostenere la sua tesi, Petro ha usato anche un argomento territoriale. Ha detto che De la Espriella è nato a Córdoba come lui, ma a differenza del presidente, che viene da una famiglia umile, il candidato è di famiglia latifondista e difensore del paramilitarismo. Secondo Petro, De la Espriella è stato sonoramente sconfitto nel paese dove è nato, Sahagún, e in tutto il dipartimento di Córdoba. È stato sconfitto in tutti i Caraibi colombiani, ha detto. E perché? Perché nel suo paese lo conoscono e sanno cosa succederebbe se un fascista difensore del paramilitarismo arrivasse al potere.

 

Tutto sullo SPIEF 2026, il simbolo di un isolamento che non ha funzionato

Dal 3 al 6 giugno, la vecchia Leningrado diventa per l’ennesima volta il crocevia degli affari globali. Si apre il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, l’appuntamento più atteso per l’élite imprenditoriale russa e una delle piazze mondiali dove si annusano i venti dell’economia e degli investimenti. A patrocinarlo, ormai dal lontano 2006, è il presidente Vladimir Putin, il cui intervento in sessione plenaria rappresenta da sempre il momento clou di questo appuntamento, quello che genera più commenti, più attese, più interpretazioni.

L’edizione di quest’anno si presenta con un titolo ambizioso, quasi una dichiarazione d’intenti: “Dialogo pragmatico: la strada verso un futuro stabile”. Sotto questa etichetta, gli organizzatori hanno infilato oltre centocinquanta sessioni, incontri bilaterali e dibattiti. Si parlerà di economia, naturalmente, ma anche di tecnologia, energia, logistica. E di quei nuovi centri di crescita che, silenziosamente, stanno ridisegnando la geografia del potere globale.

La partecipazione, a guardare i numeri, è tutt’altro che scontata. Oltre ventimila persone da centotrenta paesi hanno già dato conferma. E le delegazioni governative arriveranno da settantasei nazioni, con vicepresidenti, ministri e sottosegretari pronti a sedersi attorno ai tavoli. Tra i nomi che contano, spiccano i presidenti di Uzbekistan e Tanzania, il vicepresidente cinese e il ministro dell’Energia saudita. Proprio l’Arabia Saudita, guarda caso, sarà il paese ospite d’onore. Un modo per celebrare cent’anni di relazioni diplomatiche tra Mosca e Riad, sanciti da una delegazione guidata dal ministro dell’Energia e composta da duecento rappresentanti tra fondi sovrani, aziende di stato e colossi dell’industria. Uno dei momenti più attesi sarà il dialogo d’affari tra Russia e Arabia Saudita, incentrato su investimenti, energia, trasporti e agricoltura.

Ma a suscitare un certo scalpore tra i cronisti e gli analisti è un’altra presenza, piccola nella forma ma pesante nel simbolo. Per la prima volta in sette anni, parteciperà un rappresentante in carica dell’amministrazione statunitense. Si chiama Rodney Mims Cook Jr., presidente della Commissione di Belle Arti degli Stati Uniti. L’uomo, tra le altre cose, ha avuto un ruolo nella supervisione dei lavori di ampliamento del salone da ballo della Casa Bianca di Trump. Lui stesso ha confermato all’agenzia russa Ria Novosti: “Il comitato organizzatore e il Dipartimento di Stato mi hanno invitato alla sessione plenaria e al discorso del presidente Putin. E io ci sarò”. E non è solo una passerella: sono previsti due eventi ufficiali tra Russia e Stati Uniti, un dialogo imprenditoriale e una sessione culturale, con il sostegno della Camera di Commercio statunitense e della fondazione Roscongress.

E poi c’è la Germania. Una delegazione di imprenditori tedeschi, guidata dal presidente della Camera di Commercio Estero Germanorumssa Matthias Schepp, che ha dichiarato senza troppi giri di parole: “Vogliamo mantenere il legame economico con la Russia e proteggere i nostri asset, che superano i cento miliardi di euro”. Una scelta in netto contrasto con la masochistica strategia occidentale di isolamento. Secondo un sondaggio citato dallo stesso Schepp, la stragrande maggioranza delle aziende tedesche non ha alcuna intenzione di abbandonare il mercato russo. Lo considerano ancora strategico per il lungo periodo.

A dare una lettura di fondo a questi movimenti ci prova Stanislav Tkachenko, economista e professore all’Università statale di San Pietroburgo. Il suo ragionamento è lineare: in Europa, spiega ai microfoni di RT, si sta facendo strada la consapevolezza che essere entrati in conflitto con Mosca è stato un errore, pagato a caro prezzo dai cittadini e dalle imprese. Quando l’economia russa ha resistito alle sanzioni e ha addirittura accelerato la crescita, il fronte occidentale ha cominciato a mostrare crepe. “La militarizzazione dell’interdipendenza economica”, dice Tkachenko, “si è rivelata una strategia senza uscita. Le aziende occidentali che hanno partecipato al tentativo di infliggere un danno strategico alla Russia si sono sparate sui piedi. Hanno subito perdite dirette, hanno perso l’accesso a un mercato promettente e hanno visto i loro posti occupati da imprese turche, cinesi, indiane, dei paesi del Sud-Est asiatico”. Insomma, il tentativo di isolare la Russia, a guardare i numeri e le presenze di San Pietroburgo, appare sempre più come una battaglia persa prima ancora di iniziare. Una scelta masochista basata su una russofobia irrazionale di cui è affetta l'attuale classe dirigente europea.

Pedro Sánchez e la crisi della politica europea su Gaza

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Il dibattito che circonda Pedro Sánchez viene sempre più presentato come un dibattito sulla corruzione, e giornali, programmi televisivi e avversari politici descrivono il Primo Ministro spagnolo come un leader sommerso dagli scandali e travolto da una crisi politica intensa.

Eppure questa narrazione nasconde una realtà più profonda.

La questione non riguarda soltanto il futuro di Sánchez. Riguarda il modo in cui il genocidio a Gaza sta ridefinendo la politica europea.

Le accuse che coinvolgono figure vicine al governo meritano di essere indagate con rigore e in totale trasparenza. Nessuna democrazia può funzionare senza che il potere sia chiamato a rendere conto del proprio operato. Tuttavia la politica democratica richiede anche la capacità di distinguere tra procedimenti giudiziari e conflitti di natura politica.

Pedro Sánchez è diventato uno dei pochi leader socialdemocratici europei capaci di sopravvivere a una successione di crisi senza perdere centralità politica. La pandemia, la crisi energetica, l'inflazione e le tensioni territoriali non hanno prodotto il collasso che molti prevedevano. In un continente dove gran parte della sinistra ha perso terreno, la sua posizione e il suo impegno sono diventati un punto di riferimento, soprattutto per chi ha ancora a cuore la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani.

Il suo successo e la sua popolarità hanno scatenato una reazione di un'intensità esagerata e inspiegabile, un'opposizione nei suoi confronti che non trova facile spiegazione.

Sánchez è diventato un simbolo. Per la destra spagnola rappresenta la normalizzazione delle alleanze con le forze autonomiste. Per alcuni settori economici rappresenta una concezione più interventista del ruolo dello Stato nell'economia, e suscita per questo diffidenza. Per altri ancora rappresenta una crescente disponibilità a mettere in discussione principi consolidati della politica estera occidentale. E forse è questo il punto più importante, quello che si preferisce ignorare.

Attori diversi, mossi da obiettivi diversi, possono concorrere a creare un clima che genera instabilità.

Ma è sulla Palestina che questa dinamica diventa più evidente.

Per decenni la Palestina ha occupato una posizione particolare nel dibattito europeo. La simpatia e la solidarietà dell'opinione pubblica verso i palestinesi, e il sostegno al loro diritto all'autodeterminazione, erano spesso molto più sentiti dalla gente di quanto non fossero rappresentati dalle posizioni adottate dai governi. Ma questo divario raramente produceva conseguenze politiche rilevanti.

Gaza ha cambiato questa equazione. Gaza, dove si sta consumando il peggiore dei crimini, e che vediamo in mondovisione dai nostri telefoni, è davvero diventata il centro nevralgico del futuro del sistema democratico, del rispetto della legalità internazionale e dell'umanità stessa.

Le immagini provenienti dalla Striscia di Gaza hanno reso sempre più difficile sostenere una distinzione tra valori proclamati e pratiche politiche effettive. Il linguaggio dei diritti umani, del diritto internazionale e della protezione dei civili è uscito dagli spazi dell'attivismo per entrare nel cuore del dibattito pubblico europeo.

In questo contesto la Spagna ha assunto una posizione singolare e fondamentale. Il riconoscimento della Palestina da parte di Spagna, Irlanda, Norvegia e perfino della Gran Bretagna ha segnato una rottura con la prudenza che per anni aveva caratterizzato molte capitali europee. Per Madrid non si trattava soltanto di un gesto simbolico. Era il riconoscimento che continuare a promettere uno Stato palestinese futuro senza riconoscere l'esistenza politica palestinese nel presente stava diventando sempre meno sostenibile: una beffa ormai troppo evidente, troppo ridicola e troppo irritante.

Ancora più significativa è stata la scelta del linguaggio politico. Sánchez ha sollevato ripetutamente questioni relative alla proporzionalità, all'accesso umanitario, alla protezione dei civili e al rispetto del diritto internazionale, temi che molti governi europei hanno preferito affrontare con estrema cautela, e con grande ipocrisia.

Ciò non significa che ogni accusa o ogni inchiesta che coinvolge il Primo Ministro spagnolo sia una conseguenza della sua posizione sulla Palestina.

Tuttavia sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che, in tutta Europa, figure politiche che hanno assunto posizioni particolarmente critiche nei confronti di Israele si sono spesso trovate esposte a campagne di pressione politica, mediatica e lobbistica. Gaza ha reso la Palestina una questione interna alla politica europea, e il costo politico di una posizione indipendente su Israele appare oggi molto più elevato di quanto fosse in passato.

La Spagna di Sánchez resiste a questi attacchi e a queste trasformazioni.

Di fatto si tratta del neoliberismo che si scontra con il socialismo democratico e che mina le fondamenta dello Stato di diritto e della legalità internazionale, lì dove Gaza è diventata la cartina di tornasole.

Quello che si può affermare è che Gaza ha cambiato il significato politico delle controversie che circondano Sánchez. Egli non viene più percepito soltanto come il leader del suo partito o come il capo del governo spagnolo. È diventato il punto di incontro di un dibattito più ampio sul futuro dell'Europa, sulla credibilità del diritto internazionale e sulla coerenza morale delle democrazie occidentali.

Questa realtà dovrebbe indurre alla prudenza sia i sostenitori sia i critici di Sánchez. Il valore simbolico di un leader non lo rende immune da eventuali responsabilità, ma allo stesso tempo i critici dovrebbero riconoscere che l'intensità dell'opposizione nei suoi confronti non può essere spiegata soltanto attraverso le singole inchieste. La reazione riguarda non soltanto ciò che egli ha fatto, ma anche ciò che è arrivato a rappresentare. Si tenta di annientare una figura politica che ha tenuto le redini di un'Europa dei valori democratici e della legalità.

Il significato più profondo del caso Sánchez va quindi oltre la Spagna. Gaza ha reso visibile una crescente distanza tra le élite politiche e ampi settori dell'opinione pubblica europea. La vera domanda non è soltanto come l'Europa debba rispondere alla tragedia palestinese. La domanda è se le istituzioni europee siano ancora capaci di adattarsi a cambiamenti profondi dell'opinione pubblica senza entrare in crisi.

L'esito della vicenda politica di Pedro Sánchez non determinerà il futuro di Gaza. Potrebbe però influenzare il modo in cui altri leader europei valuteranno il costo politico di una posizione indipendente sulla Palestina.

Per questa ragione il dibattito su Pedro Sánchez non è più soltanto un dibattito spagnolo. È diventato parte di una più ampia discussione europea sulla democrazia, sulla sovranità, sul diritto internazionale e sulla Palestina. La questione decisiva non è se Pedro Sánchez sopravviverà politicamente. La questione decisiva è se Gaza sia ormai diventata una delle principali linee di frattura della politica europea contemporanea.

Pioggia di droni sulla Russia e l'ombra della NATO: il duro avvertimento di Mosca ai Paesi Baltici

 

Diversi feriti si registrano a seguito di attacchi condotti con droni ucraini contro San Pietroburgo, avvenuti nella giornata inaugurale del più importante forum sugli investimenti in Russia ospitato dalla città. Lo ha riferito il governatore locale, Aleksandr Beglov.

I veicoli aerei senza pilota (UAV) hanno preso di mira infrastrutture nei distretti di Kirovsky e Krasnoselsky, oltre che nel porto di Kronstadt, anch'esso parte dell'area metropolitana di San Pietroburgo, ha scritto Beglov in un post su Telegram mercoledì mattina. Squadre di emergenza sono state dispiegate presso le strutture danneggiate dagli attacchi, ha aggiunto.

La 29ª edizione del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026), spesso definita la "Davos russa", si svolge tra il 3 e il 6 giugno. Al forum di quest'anno è prevista la partecipazione di circa 20.000 imprenditori, politici e figure pubbliche provenienti da oltre 100 nazioni. Il presidente russo Vladimir Putin terrà il suo discorso all'assemblea venerdì.

Nella regione di Leningrado, che circonda San Pietroburgo, almeno 59 droni ucraini sono stati abbattuti durante la notte, secondo quanto dichiarato dal governatore locale, Aleksandr Drozdenko. Diverse abitazioni private hanno subito lievi danni a causa della caduta di frammenti, ma non si registrano feriti, ha aggiunto.

In totale, 345 UAV ucraini sono stati abbattuti in tutta la Russia nel corso della notte, mentre il Paese veniva colpito da un altro attacco su vasta scala, ha riferito il Ministero della Difesa. Le intercettazioni sono avvenute sopra le regioni di Mosca, Leningrado, Belgorod, Brjansk, Voronež, Kaluga, Kursk, Novgorod, Orël, Pskov, Rostov, Smolensk, Tver, Tula e Krasnodar, oltre che sulla Crimea e sul Mar d'Azov, ha specificato il ministero.

Nella Repubblica Popolare di Donetsk, sette civili sono rimasti uccisi e altri 11 feriti quando un drone ucraino ha colpito un autobus passeggeri in viaggio dalla Crimea verso Mosca.

Negli ultimi mesi, gli UAV ucraini hanno preso di mira a più riprese la regione di Leningrado, in particolare le sue infrastrutture energetiche, con droni carichi di esplosivo che spesso raggiungono la Russia nord-occidentale transitando attraverso Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia. Alcuni di essi si sono schiantati all'interno dei paesi NATO.

Il Segretario del Consiglio di Sicurezza russo, Sergey Shoigu, aveva precedentemente avvertito che, qualora emergesse che i Paesi Baltici e la Finlandia "concedono deliberatamente il proprio spazio aereo" agli UAV ucraini, Mosca avrebbe il diritto alla legittima difesa in risposta a un "attacco armato", ai sensi dell'Articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite.

Guerra e miliardi: il record shock di Israele che vende armi "collaudate in combattimento" per 19 miliardi

 

Lo scorso anno, le esportazioni israeliane di armi "collaudate in combattimento" hanno raggiunto un livello record, superando la soglia dei 19 miliardi di dollari, come annunciato dal Ministero della Guerra israeliano in un comunicato del 2 giugno. 

"Il record assoluto di esportazioni nel settore della difesa di Israele è stato battuto per il quinto anno consecutivo, raggiungendo i 19,2 miliardi di dollari nel 2025, con un incremento di quasi il 30% rispetto all'anno precedente, più che raddoppiando in cinque anni e quadruplicando in un decennio", ha annunciato il ministero. 

Ha inoltre aggiunto che i sistemi missilistici, di razzi e di difesa aerea sono rimasti in testa per tutto il 2025, rappresentando oltre un quarto (29%) del volume totale delle transazioni. 

La maggior parte di questi accordi (il 53 percento) erano "mega-accordi del valore di 100 milioni di dollari o più ciascuno", ha proseguito il Ministero della Guerra israeliano. 

"Gli straordinari successi operativi, tra cui quelli ottenuti durante l'Operazione Rising Lion contro l'Iran nel giugno 2025, unitamente alle comprovate prestazioni in combattimento dei sistemi israeliani in tutti i teatri operativi, hanno generato una forte domanda internazionale di tecnologia di difesa israeliana. Il 2025 ha confermato la traiettoria ascendente delle esportazioni nel settore della difesa, superando per la prima volta la soglia dei 19 miliardi di dollari", ha aggiunto. 

Israele è impegnato in una guerra su diversi fronti dal 7 ottobre 2023, e negli ultimi anni ha condotto brutali attacchi a Gaza, in Yemen, in Libano, in Siria e in Iran. 

Le armi collaudate in battaglia a cui faceva riferimento il ministero israeliano sono state utilizzate nel corso di queste campagne, molte delle quali sono tuttora in corso, soprattutto in Libano

Tra le aziende israeliane che producono armi letali utilizzate da Israele in tutta l'Asia occidentale c'è Xtend. 

È documentato che diversi tipi di droni della Xtend abbiano partecipato ad attacchi e uccisioni mirate durante il genocidio di Gaza. Alcune fonti affermano che un drone della Xtend sia stato utilizzato per trovare il defunto leader di Hamas Yahya Sinwar, ucciso in battaglia nell'ottobre del 2024.

All'inizio di quest'anno, Eric Trump, figlio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha annunciato  che avrebbe investito ingenti somme nella tecnologia di Xtend e nella fusione tra l'azienda israeliana e la società JFB Construction Holdings, con sede in Florida.

L'uso di droni da parte di Israele, con conseguenti danni letali, è stato diffuso e ha causato numerose vittime civili sia a Gaza che in Libano.

Negli ultimi mesi, oltre 3.400 persone sono state uccise in Libano da bombe e sistemi d'arma israeliani. Migliaia di persone hanno perso la vita anche nella guerra tra Stati Uniti e Israele in Iran. 

Secondo prestigiose riviste mediche come The Lancet, il bilancio totale delle vittime del genocidio israeliano a Gaza potrebbe ammontare a centinaia di migliaia, includendo anche i decessi indiretti. 

Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno sostenuto Israele nelle sue brutali guerre contro Gaza e l'Iran, sono diventati un importante importatore di sistemi d'arma di fabbricazione israeliana. Negli ultimi cinque anni, lo stato del Golfo ha acquistato armi israeliane per miliardi di dollari. Abu Dhabi e Tel Aviv hanno istituito un fondo per l'acquisizione e lo sviluppo congiunto di nuovi sistemi d'arma, come hanno riferito due funzionari statunitensi a Middle East Eye (MEE) il 18 maggio. 

Mentre Tel Aviv commercializza le sue armi e i suoi sistemi di difesa aerea "collaudati in combattimento", i droni FPV di Hezbollah continuano a colpire con precisione le batterie dell'Iron Dome negli insediamenti israeliani e nelle postazioni militari vicino al confine con il Libano. L'esercito israeliano non è stato in grado di fermare gli attacchi. Decine di soldati israeliani sono stati uccisi da Hezbollah dal 2 marzo di quest'anno.

L'ordine di Netanyahu e il "no" di Trump: cosa c'è dietro il misterioso stop ai raid su Beirut

 

I media e i funzionari israeliani hanno reagito con rabbia all'annuncio unilaterale di cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele da parte del presidente statunitense Donald Trump, con i coloni del nord che si lamentano di essere ancora "bersagli facili".

"Dal caos nelle strade al fango libanese, Israele sembra essere un Paese in cui ogni attore detta legge: gli Haredim in patria, Hezbollah dall'esterno e Trump al di sopra di tutti", ha scritto Avi Ashkenazi del quotidiano Maariv il 2 giugno.

“In un Paese serio e responsabile, stamattina sarebbero successe diverse cose… Il primo ministro e il governo si sarebbero dimessi e sarebbero tornati a casa [e] l’aeronautica militare avrebbe continuato l’ondata di attacchi in tutto il Libano – una campagna che avrebbe dovuto iniziare ieri alle 9:00 e proseguire senza interruzioni fino a quando Hezbollah non avesse alzato bandiera bianca”, ha aggiunto.

Ha inoltre criticato aspramente la comunità ultraortodossa (Haredim) e si è lamentato del fatto che truppe e riservisti stiano sopportando il peso maggiore della guerra. 

“Ma noi non viviamo in un vero e proprio Paese. Questo è lo Stato di Israele, dove ogni facinoroso può fare ciò che vuole e imporre nuove regole allo Stato. Questo accade sia dall'interno che dall'esterno.”

Ashkenazi ha scritto che l'annuncio di Netanyahu di lunedì di colpire la capitale libanese era una manovra.

"La paura di Netanyahu nei confronti di Donald Trump è maggiore della pressione che subisce dagli abitanti del nord di Israele e dell'indignazione pubblica per il fatto che i soldati se ne stiano seduti come bersagli in un poligono di tiro in Libano. E l'esercito, nonostante sia estate, rimane impantanato fino al collo nel fango libanese", ha continuato Ashkenazi. 

Anche l'agenzia di stampa israeliana Walla ha citato fonti della sicurezza secondo cui la marcia indietro di Tel Aviv sugli attacchi a Beirut ha minato l'occupazione israeliana nel sud del Libano e ha rafforzato i legami tra Hezbollah e l'Iran, collegando i due teatri operativi.

Una fonte della sicurezza avrebbe affermato che astenersi dal colpire Beirut danneggia gli sforzi di Israele per recidere il legame tra Hezbollah e Teheran, che i funzionari israeliani considerano un obiettivo centrale della guerra.

Tuttavia, la fonte ha aggiunto che l'esercito è pronto a sferrare un attacco a Beirut se la leadership politica lo approverà. 

Sia i membri dell'opposizione che quelli della coalizione di governo hanno criticato aspramente la decisione di non colpire Beirut. 

Il leader dell'opposizione Yair Lapid ha descritto Israele come uno "stato protettorato" degli Stati Uniti, mentre Avigdor Lieberman si è lamentato dicendo che "non siamo una repubblica delle banane".

"Dahiye deve essere rasa al suolo immediatamente, e non dobbiamo fermarci finché non sarà stato abbattuto l'ultimo edificio", ha dichiarato Lieberman.

Anche l'ex primo ministro israeliano Naftali Bennett ha accusato il governo di aver perso il controllo della sovranità israeliana, mentre il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha esortato Netanyahu a respingere le pressioni statunitensi e a procedere con gli attacchi contro Hezbollah. 

«Avete detto che un primo ministro forte dice al Presidente degli Stati Uniti: "sì" quando possibile e "no" quando necessario. È giunto il momento di dire al nostro amico, il Presidente Trump, "no". È giunto il momento di fare ciò che è necessario per colpire Hezbollah, per dare slancio ai nostri combattenti e per ripristinare la sicurezza nel nord», ha affermato Ben Gvir. 

Secondo il quotidiano Haaretz, le minacce di attaccare Beirut erano "vuote" – anche prima dell'intervento statunitense.

Lunedì sera, dopo l'emissione degli ordini di sfollamento forzato per tutti i sobborghi meridionali di Beirut, Trump ha rilasciato una dichiarazione. Il presidente ha affermato che era stato raggiunto un cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele. 

Nel tentativo di dichiarare che non ci sarebbero stati attacchi su Beirut, Trump ha affermato che le "truppe" israeliane non erano più in viaggio verso la città. 

L'esercito israeliano ha incontrato una forte resistenza nel sud del Libano e, di fatto, non era mai stato diretto a Beirut. 

L'annuncio del presidente statunitense è giunto mentre la Repubblica islamica dell'Iran minacciava di colpire Israele e di far fallire i negoziati con Washington. 

Teheran ha inoltre emesso ordini formali di evacuazione per gli insediamenti israeliani del nord, esortandoli a fuggire immediatamente nel caso in cui Beirut venisse bombardata. 

Nel frattempo, il governo libanese ha tentato di attribuirsi il merito di aver sventato l'attacco.

L'ambasciata libanese a Washington ha affermato lunedì sera, in una dichiarazione, che Hezbollah ha accettato una proposta statunitense che prevede una cessazione reciproca degli attacchi, in base alla quale Israele si asterrà dal colpire solo la capitale, in cambio dell'astensione di Hezbollah dagli attacchi contro Israele.

L'ambasciata ha aggiunto che i negoziati diretti previsti per martedì e mercoledì mireranno ad estendere il quadro del cessate il fuoco a tutto il territorio libanese. La dichiarazione, diffusa anche dalla Presidenza libanese, afferma che il quadro verrà ampliato per includere tutti i territori libanesi, sebbene non vengano forniti né una tempistica né un meccanismo per tale estensione.

Hezbollah ha respinto qualsiasi cessate il fuoco che non preveda la completa cessazione degli attacchi israeliani in tutto il Libano. Il deputato di Hezbollah Hassan Fadlallah ha affermato che la proposta statunitense non è accettabile. 

Lunedì sera Netanyahu ha minacciato di procedere con gli attacchi pianificati su Beirut se Hezbollah non avesse cessato le sue offensive. 

Hezbollah ha continuato a resistere alle truppe di occupazione nel sud del Libano da quando Netanyahu ha lanciato quella minaccia. Gli attacchi oltre confine sono cessati per la maggior parte, con l'eccezione di un'incursione di droni di Hezbollah a Kiryat Shmona martedì mattina. 

Sono proseguiti anche i brutali raid aerei israeliani nel sud del Libano.

L'allarme dell'ammiraglio Gurdeniz: la NATO sta trascinando l'Europa in una catastrofe nucleare inevitabile?

 

L'ammiraglio in pensione Cem Gürdeniz — già capo del Dipartimento di Strategia della Marina turca, mente dietro la celebre dottrina marittima della Patria Blu (Mavi Vatan) e fondatore della Fondazione Hamit Naci — traccia un quadro drammatico dell'attuale escalation globale, analizzando i rischi sistemici che minacciano l'Eurasia e la Turchia.

Il suo pensiero si articola in quattro punti fondamentali:

1. La Nuova Fase della Guerra e la "Cecità" Europea

Secondo Gürdeniz, il conflitto in Ucraina ha superato la dimensione regionale. L'Europa sta vivendo la crisi di sicurezza più profonda dal 1945, ma soffre di una totale cecità strategica. I leader europei alimentano una retorica bellicista aggressiva pur non avendo le infrastrutture produttive, le scorte di munizioni e la resilienza sociale per sostenere una guerra vera. Priva di reale forza, l'Europa adotta comportamenti provocatori (come l'ipotesi di blocco sull'oblast' russo di Kaliningrad), rischiando di innescare una catastrofe nucleare in zone calde come il corridoio di Suwa?ki.

2. Il Cambio di Paradigma di Mosca

Gürdeniz evidenzia come il recente lancio del missile ipersonico Oreshnik da parte di Mosca sia un messaggio di deterrenza psicologica rivolto direttamente alla NATO, non a Kiev. La Russia ha modificato la sua strategia: non cerca più solo un accordo di neutralità con l'Ucraina, ma è pronta a colpire obiettivi industriali e militari nei paesi NATO europei se questi continueranno a sostenere gli attacchi ucraini sul proprio territorio. Mosca scommette sulle crepe interne dell'Alleanza, consapevole che molti paesi europei non vorranno rischiare una guerra totale per difendere i Paesi Baltici o la Polonia.

3. La Pressione Multidimensionale sulla Turchia

In quanto massimo teorico della Mavi Vatan (la dottrina che rivendica la sovranità marittima turca sui propri mari), Gürdeniz guarda con estrema preoccupazione al vertice NATO previsto in Turchia il 7 e 8 luglio 2026. Secondo l'ammiraglio, Ankara è sotto una pressione coordinata della NATO su due fronti:

  • Nell'Egeo e Mediterraneo Orientale: Dove la Grecia si riarma e la compagnia Chevron calpesta i diritti energetici turco-ciprioti.

  • Nel Mar Nero: Dove i recenti attacchi di droni contro navi mercantili al largo di Kilyos (Istanbul) e il caso della petroliera Altura (marzo 2026) dimostrano il tentativo atlantista di trascinare la Turchia nel conflitto contro la Russia, rompendo la sua storica politica di equilibrio.

4. Il Pericolo del Fronte Interno e la Soluzione di Montreux

Richiamando la sua esperienza di capo della Divisione Pianificazione e Politiche navali, Gürdeniz lancia un monito storico: il punto più fragile di uno Stato non è il fronte esterno, ma quello interno. Come accadde nel 1925, quando la Gran Bretagna sfruttò una ribellione interna per sottrarre Mosul alla Turchia, oggi le divisioni e l'inerzia del principale partito di opposizione turco rischiano di indebolire il Paese.

La conclusione di Gürdeniz è netta: la priorità assoluta di Ankara deve essere la difesa a oltranza della Convenzione di Montreux e il mantenimento di una rigorosa neutralità attiva. La Turchia non deve farsi coinvolgere nelle provocazioni della NATO e non deve permettere che il Mar Nero si trasformi in un "lago atlantista", poiché preservare l'asse geopolitico e commerciale con la Russia è un interesse vitale per la sicurezza nazionale.

"Non rivendicate diritti": come la sinistra ha dimenticato Marx

 

di Leonardo Sinigaglia

 

La prassi politica della moderna sinistra occidentale si basa sulla rivendicazione di “diritti” per gruppi di minoranza presentati come oppressi e marginali all’interno della società.

Tale prospettiva è condivisa anche con i settori più radicali della sinistra, che si limitano unicamente ad accentuare la radicalità delle rivendicazioni: se i moderati chiedono l’estensione del diritto all’interruzione di gravidanza, i radicali chiedono la fine di ogni limite in merito; se i moderati vogliono l’apertura dei confini ai flussi migratori, i radicali esigono l’abbattimento di ogni frontiera; se i moderati denunciano il cosiddetto “patriarcato”, i radicali arrivano a parlare di “decostruzione del maschio” e a presentare ogni uomo come un potenziale violentatore.

Tutto ciò è perfettamente coerente con la visione “intersezionale” fondata sulla credenza post-moderna dell’esclusiva validità di ogni prospettiva soggettiva rispetto a una realtà oggettiva in realtà inesistente, oltre che con l’individualismo estremo proprio del tardo liberalismo. Si tratta di posizioni però incompatibili con il marxismo e con la visione materialista-dialettica, al di là delle credenze degli esponenti della sinistra radicale e delle coloriture retoriche con le quali infarciscono i propri discorsi.

Già nel 1844, Karl Marx, nella sua Critica alla filosofia del Diritto di Hegel, arrivava a vedere nella classe lavoratrice quel “soggetto universale” la cui emancipazione avrebbe significato l’emancipazione generale dell’Umanità, e non la semplice sostituzione di una nuova gerarchia sociale a quella abbattuta, come accaduto per ogni rivoluzione precedente a quella proletaria-socialista. Il proletariato sostiene l’intera società tramite il suo lavoro, e nelle sue condizioni ricade progressivamente ogni altra classe sociale. Il suo compito storico è quindi quello di un’emancipazione universale. Esso non ha interessi particolari da difendere, ma rappresenta nella sua lotta per il superamento del sistema borghese-capitalista gli interessi generali dell’Umanità. Essendo il proletariato “la perdita completa dell’uomo”, esso riacquista sé stesso attraverso “il completo riacquisto dell’uomo” [1].

Al contrario, la visione post-moderna fatta propria dalla sinistra, propone la visione di un’emancipazione collettiva raggiungibile solo tramite la somma di particolari “emancipazioni” individuali, che non hanno per base l’oggettiva realtà economica e sociale del capitalismo, ma anzi vincoli e restrizioni culturali e di costumi. L’emancipazione così teorizzata si riduce quindi alla liberazione dai vincoli, presunti o reali, che vincolano l’individuo, permettendogli di esprimere pienamente una propria individualità estetica, di apparire come vuole senza timore di giudizi o di richiami alla realtà. Un caleidoscopio di identità che assomiglia più a un centro commerciale americano che al socialismo, ma che la sinistra identifica come orizzonte al quale aspirare.

Costituendo “se stesso in nazione” [2], il proletariato riconosce politicamente questo suo compito universale. Si tratta quindi di qualcosa inseparabile dall’esercizio del potere e dalla costruzione di una nuova autorità che rimpiazzi quella della decadente classe borghese. Ma nelle teorizzazioni dell’estrema sinistra a noi contemporanea non esiste traccia del tema del potere. Figlia della più miope tradizione anarchica, la sinistra condanna l’autorità in quanto tale, preferendo alla prassi rivoluzionaria fondata sull’edificazione del potere della classe lavoratrice le “lotte” cosmopolite delle “moltitudini”.

Non il potere proletario, non la trasformazione dell’esistente, ma la semplice “critica” ai costumi che si concretizza nell’apparenza degli individui. Tutto ciò non ha legami col marxismo, che viene tuttalpiù ridotto anch’esso a una forma estetico-identitaria, a un significante privo di significato.

Non bisogna confondere la difesa dei “diritti” delle numerose minoranze identificate dalla sinistra con la lotta per quelle che Lenin definì “libertà borghesi”. Non esiste continuità tra lotta per l’acquisizione degli strumenti democratici necessari a far avanzare la rivoluzione socialista con quelle aventi per scopo l’affermazione della “fluidità” sessuale, relazionale, e nazionale. Le seconde riprendono anzi in maniera parodistica alcuni termini e concezioni dell’analisi marxista: la critica alla famiglia borghese, vista come prodotto di determinate condizioni storiche, diviene ripudio della famiglia in quanto tale, con l’esaltazione della poligamia, del “libero amore” e della denatalità; le analisi sulla questione nazionale vengono distorte e ricondotte all’esaltazione di qualsiasi particolarismo fin tanto che si muova lungo una traiettoria anti-statale, dal “land back” in voga nell’estrema sinistra statunitense all’esaltazione di ogni tipo di indipendentismo regionalista che vediamo in Italia; e così via dicendo.

Dietro la lotta per i “diritti” della sinistra non vi è nessun progetto emancipatorio, ma solo un individualismo collettivamente espresso. Non si tratta di far avanzare la rivoluzione socialista, ma di tornare paradossalmente alla situazione premoderna dell’affermazione di una molteplicità di “libertà” differenziate e connesse all’esistenza di numerosi “corpi” distinti all’interno della società. Non si tratta infatti nemmeno della lotta per i “diritti” in senso astratto e generale promossa dalla borghesia durante la sua fase eroica, ma di una nuova degenerazione individualista strettamente connessa alla realtà post-moderna, al tardo liberalismo e al potere del capitale monopolistico finanziario.

Tale ideologia non va respinta solo sulla base delle sue premesse, ma anche per la sua nocività per qualsiasi progetto di reale emancipazione. Quella collettivizzazione dell’individualismo più egoista che è la cosiddetta “intersezionalità” forma persone incapaci di portare avanti qualsiasi lotta, e che conseguentemente preferiranno l’innocua critica culturale alla prassi rivoluzionaria. Da un punto di vista morale, aveva ragione Giuseppe Mazzini nel tracciare un distinguo tra “gli uomini dei Diritti” e gli “uomini del Dovere”: “Eccovi, in lui e negli uomini de’ quali ho parlato, rappresentata la differenza tra gli uomini dei diritti e quei del Dovere. Ai primi la conquista dei loro diritti individuali, togliendo ogni stimolo, basta perché s'arrestino: il lavoro dei secondi non s'arresta qui in terra che colla vita” [3]. Solo chi trascenda la sua dimensione individuale e fonda la sua prassi sul Dovere è capace di perseguire attivamente la trasformazione dell’esistente.

Per essere rivoluzionari non bisogna chiedere diritti. Bisogna compiere il proprio dovere, e accettare ogni sacrificio necessario alla conquista del potere da parte delle forze progressive della Storia e alla creazione di una più alta forma sociale.



NOTE:

[1] Marx K., Per la critica della filosofia del Diritto di Hegel, introduzione, 1844.

[2] Marx K., Engels F., Manifesto del Partito Comunista, 1848.

[3] Mazzini G., Dei Doveri dell’Uomo, 1861.

Attacchi incrociati USA-Iran e il nodo di Qeshm: cosa sta succedendo davvero nello Stretto di Hormuz?

 

Nuove e pericolose tensioni scuotono l’Asia occidentale. Nelle ultime ore si è assistito a uno scontro diretto tra Washington e Teheran.

Lo scontro militare e il giallo della petroliera

Il Pentagono ha dichiarato di aver intercettato e abbattuto una serie di droni e missili balistici iraniani. Secondo le fonti americane, i vettori erano diretti contro le basi statunitensi in Kuwait e in Bahrein. Come contromisura, le forze USA hanno condotto attacchi definiti di "autodifesa" sull'isola iraniana di Qeshm, situata in una posizione strategica nello Stretto di Hormuz.

Di contro, la versione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) delinea uno scenario opposto:

  • La tesi iraniana: Teheran sostiene che le forze statunitensi abbiano dato il via alle ostilità colpendo una petroliera iraniana nei pressi dello Stretto di Hormuz, danneggiandone gravemente la sala macchine.
  • La rappresaglia: Secondo l'IRGC, i successivi attacchi iraniani contro gli avamposti americani nella regione sarebbero stati una risposta a questa prima aggressione. L'Iran ha inoltre rivendicato un raid contro il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, un'affermazione che l'esercito americano ha però smentito categoricamente.

Diplomazia e politica: i colloqui Israele-Libano e le primarie USA

Nonostante l'inasprimento del conflitto nell'area del Golfo, restano aperti i canali diplomatici su altri fronti caldi. Il Dipartimento di Stato americano ha annunciato che la prima giornata di colloqui bilaterali tra Israele e Libano, inaugurata martedì a Washington DC, si è conclusa registrando alcuni progressi. I negoziati proseguiranno immediatamente con un secondo round di discussioni.

Sul fronte interno americano, si registra un voto dal forte valore simbolico: Adam Hamawy, chirurgo di fama noto per aver prestato servizio come medico volontario nella Striscia di Gaza, ha vinto le primarie democratiche. Correrà per rappresentare il 12° distretto congressuale del New Jersey.

Perché l'esercito statunitense ha preso di mira l'isola di Qeshm?

Un tempo nota come area di libero scambio e paradiso naturalistico globale — celebre per il suo Geoparco protetto dall'UNESCO —, l'isola iraniana di Qeshm ha subito una radicale mutazione antropica e strategica, trasformandosi in una vera e propria fortezza militare d'avanguardia.

Con una superficie di circa 1.445 km², Qeshm è l'isola più grande del Golfo Persico e sorge in una posizione geografica cruciale: domina l'ingresso dello Stretto di Hormuz, il corridoio energetico più critico del pianeta. La scelta del Pentagono di colpire questo specifico territorio risiede in precisi fattori strategici:

  • La "portaerei inaffondabile" e le reti sotterranee: L'isola funge da hub militare permanente per l'Iran. Sotto la superficie si snoda un labirinto di gallerie e grotte di sale che l'intelligence occidentale ritiene nascondano batterie missilistiche costiere classificate e imbarcazioni rapide d'attacco.
  • Le 'Città missilistiche': Teheran ha pesantemente fortificato il sottosuolo dell'isola con installazioni concepite specificamente per la guerra navale, il cui obiettivo primario è il controllo o l'eventuale blocco totale del traffico marittimo nello Stretto.
  • Il controllo dei flussi energetici globali: Utilizzando Qeshm come base operativa, l'Iran ha già dimostrato in passato di poter intercettare o limitare il transito delle petroliere internazionali. Per gli Stati Uniti, l'isola rappresenta il centro nevralgico della guerra energetica nell'area.
  • L'asse della rappresaglia: Qeshm è ormai il bersaglio designato nei cicli di azione-reazione tra Washington e Teheran. Gli attacchi di "autodifesa" statunitensi mirano sistematicamente a degradare le infrastrutture di comunicazione e le postazioni delle Guardie Rivoluzionarie sull'isola, riducendo la capacità iraniana di proiettare forza e interrompere la libera navigazione.

Scontro a fuoco tra Stati Uniti e Iran dopo lo stallo dei negoziati. Il comunicato dell'IRGC

 

Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato che le sue forze hanno effettuato "attacchi di rappresaglia contro una nave nemica, il quartier generale della Quinta Flotta degli Stati Uniti in Bahrein e una base aerea americana nella regione, in risposta a due atti di aggressione da parte degli Stati Uniti contro beni iraniani." Lo riporta Press Tv.

In una dichiarazione rilasciata mercoledì dal proprio Ufficio Relazioni Pubbliche, l'IRGC ha ricostruito la sequenza degli eventi, iniziata a tarda notte quando una petroliera iraniana è stata colpita nei pressi dello Stretto di Hormuz. Secondo la dichiarazione ufficiale, «a tarda notte, l'aggressivo esercito statunitense ha colpito una petroliera iraniana con un proiettile aereo nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz, causando danni alla sala macchine della nave».

L'IRGC ha affermato che l'incidente ha provocato una immediata risposta da parte delle proprie forze navali. «In risposta a questa aggressione e alla violazione delle norme che regolano lo Stretto di Hormuz, una nave nemica americano-sionista denominata Panaya è stata colpita da missili lanciati dalla Marina dell'IRGC», ha dichiarato il Corpo.

Il comunicato ha poi descritto un secondo atto di aggressione. «In un rinnovato atto di aggressione, il nemico americano ha preso di mira una torre di comunicazione dell'IRGC nella parte meridionale dell'isola di Qeshm con proiettili aerei». L'IRGC ha affermato che l'attacco è stato seguito da operazioni di ritorsione condotte dalla sua Forza Aerospaziale. «In risposta a questa aggressione, la loro base aerea ed elicotteristica di stanza in uno dei paesi della regione, così come il quartier generale della Quinta Flotta degli Stati Uniti, sono stati oggetto di attacchi missilistici e con droni da parte della Forza Aerospaziale dell'IRGC».

Il Corpo ha affermato che le operazioni di rappresaglia erano in linea con i suoi precedenti avvertimenti. «Avevamo precedentemente avvertito che qualsiasi atto di aggressione avrebbe ricevuto una risposta diversa e più pesante, e abbiamo agito di conseguenza. Queste risposte dovrebbero servire da lezione». «Ribadiamo che compromettere la sicurezza dello Stretto di Hormuz comporterà un prezzo pesante per l'aggressivo esercito statunitense», conclude la dichiarazione.

 

L'Occidente sfrutta l'incidente del drone in Romania per la guerra dell'informazione – L'inviato russo all'ONU

 

I paesi occidentali si sono affrettati a puntare il dito contro Mosca in merito al recente incidente con un drone in Romania, dimostrando al contempo scarso interesse per un'indagine approfondita. A dichiararlo è stato il rappresentante permanente della Russia presso l'ONU, Vassily Nebenzia, durante una riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza.

L'inviato russo ha osservato che in passato si sono verificate diverse incursioni aeree simili, inizialmente attribuite frettolosamente alla Russia, che alla fine si sono rivelate di origine ucraina.

Venerdì scorso, un UAV carico di esplosivi si è schiantato contro un condominio nella città rumena di Galati, vicino al confine ucraino, ferendo due persone. Bucarest ha prontamente affermato che il drone proveniva dalla Russia e ha tentato di attivare l'articolo 4 della NATO.

Intervenendo lunedì durante la riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza, Nebenzia ha suggerito che la fretta della Romania nel convocarla fosse stata dettata dal desiderio dell'Occidente di creare «l'ennesima ondata di disinformazione anti-russa». Nebenzia ha sottolineato diverse incongruenze nella versione dei fatti fornita da Bucarest. Il drone kamikaze russo Geran 2, che secondo le autorità rumene avrebbe colpito l'edificio residenziale, trasporta tipicamente un carico utile di circa 50 chilogrammi. Un'esplosione corrispondente a tale quantità di esplosivo avrebbe causato danni all'edificio ben più gravi di quelli documentati dai media rumeni.

Il rappresentante russo ha anche affermato che i funzionari avevano inizialmente sostenuto che l'incidente fosse un attacco mirato, ma poche ore dopo il presidente rumeno Nicusor Dan ha dichiarato che l'UAV si era deviato dalla rotta prevista a causa delle difese aeree ucraine.

Secondo Nebenzia, anche quest'ultima versione appare inverosimile, poiché un drone compromesso probabilmente non sarebbe stato in grado di percorrere quasi 20 chilometri dalle postazioni della difesa aerea ucraina fino a Galati.

Versioni alternative, tra cui una potenziale provocazione da parte di Kiev, non vengono nemmeno prese in considerazione, ha affermato il diplomatico russo, nonostante negli ultimi mesi diversi UAV ucraini si siano schiantati in Lettonia, Lituania e Finlandia.

Nebenzia ha ricordato un tragico incidente avvenuto nel novembre 2022, in cui un missile ha ucciso due persone in Polonia. L'Occidente inizialmente ha accusato la Russia, per poi riconoscere in seguito che si trattava di un missile di difesa aerea ucraino S-300.

Mosca è pronta a impegnarsi in un'indagine «oggettiva e depoliticizzata» con qualsiasi materiale rilevante condiviso con la Russia, ha detto Nebenzia, facendo eco alle precedenti osservazioni del presidente Vladimir Putin.

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