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Lo sguardo di Meloni, il visore di Pichetto, il ritratto di Mattarella. Queste le avete viste?

12 June 2026 at 15:45

C’è ancora poco mare per i politici italiani, anche se la bella stagione è ormai iniziata prepotentemente. Per la presidente del Consiglio infatti nessuna vacanza, anzi, una settimana fitta di impegni l’ha vista partecipare, tra le altre cose, prima all’assemblea di Confcommercio e poi in Aula per le comunicazioni in previsione del Consiglio europeo.

Laura Ravetto invece si mostrava insieme ai nuovi ingressi di Futuro Nazionale alla conferenza stampa della forza politica di Roberto Vannacci, mentre il ministro Pichetto Fratin provava un visore al Forum PA. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, invece, ha incontrato una rappresentanza della Marina Militare, in occasione della Giornata della Marina Militare, che lo ha omaggiato con un ritratto.

E poi un ricordo di Silvio Berlusconi, a tre anni dalla sua morte.

Queste le avete viste?

 

Laura Ravetto alla conferenza stampa di Futuro Nazionale (06/06/2026, Viareggio, Instagram)

 

Claudio Borghi (06/06/2026, Instagram)

 

Roberto Vannacci con la moglie Camelia Mihăilescu inaugurazione del Museo Mitoraj (06/06/2026, Pietrasanta, Instagram)

 

Anna Ascani al suo addio al nubilato (07/06/2026, Instagram)

 

Matteo Salvini all’Urban Mobility Summit 2026 (08/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Gilberto Pichetto Fratin al Forum PA (08/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Sergio Mattarella incontra una rappresentanza della Marina Militare, in occasione della Giornata della Marina Militare (08/06/2026, Roma, Quirinale)

 

Fausto Bertinotti e Gianfranco fini al festival letterario “Le Conversazioni” (08/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Claudio Lotito al forum “Futuro Capitale. La Nuova Italia” (09/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Carlo Fidanza alla riunione del Gruppo Ecr (10/06/2026, Riga, Instagram)

 

Giulio Tremonti, Maurizio Lupi, Walter Rizzetto, Maria Elana Boschi all’Assemblea di Confcommercio 2026 (10/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Roberta Pinotti e Angelino Alfano aDiplosec2026 (11/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Lorenzo Fontana con il pallone consegnato da Gilbert Rugby Italia con il Nastro Rosa per la ricerca contro il cancro al seno (11/06/2026, Roma, Instagram)

 

Antonio Iannone e Giorgia Meloni nel corso delle comunicazioni della presidente del Consiglio prima del Consiglio europeo (11/06/2026, Roma, Instagram)

 

Giorgia Meloni al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo (11/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Filippo Sensi mostra un disegno di Roberto Vannacci durante le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo (11/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

DALL’ARCHIVIO

Vittorio Sgarbi e Silvio Berlusconi alla Biennale Internazionale di Antiquariato a Palazzo Venezia (2005, Roma, Umberto Pizzi)

La linea rossa per il Pd si chiama politica estera. Parla Petruccioli

8 June 2026 at 16:13

L’addio della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno al Partito democratico non è stata una sorpresa per Claudio Petruccioli, già presidente Rai ed ex dirigente storico della sinistra italiana. Evidenzia un malcontento che in tanti manifestano, spiega in una conversazione con Formiche.net, sia fuori che dentro il Pd. E c’è una “linea rossa” insuperabile che i riformisti devono tracciare, che è quella dell’europeismo e dell’atlantismo, oltre la quale non si può andare. Tradotto: il Pd non può inseguire le posizioni del Movimento 5 Stelle solo per tenere compatta la coalizione, perché a rischiare sarebbe l’Italia intera.

Cosa pensa dell’addio al Pd di Pina Picierno?

Non posso dire che mi abbia sorpreso. Però vorrei fare una premessa. Io non sono iscritto a nessun partito: sono un elettore e guardo alle cose con le preoccupazioni di un elettore. Nei prossimi anni saremo chiamati a scegliere chi governerà il Paese in una fase decisiva per l’Italia, per l’Europa e per il mondo. Eppure conosco molte persone che non sanno per chi votare. Da una parte c’è il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, dall’altra un centrosinistra che appare diviso e nel quale la leadership politica sembra oscillare tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Molti elettori moderati e riformisti vedono limiti e inadeguatezze in entrambi gli schieramenti. In questo contesto si colloca la scelta di Pina Picierno. Non è la sola ad aver lasciato il Partito democratico negli ultimi anni e mesi, ma la sua uscita ha un significato particolare.

Perché?
Non ha detto di voler passare dall’altra parte, ha detto che così non si può andare avanti e che il problema non è soltanto vincere le elezioni, ma chiedersi con quale progetto di governo. A mio avviso ha posto una questione reale: la credibilità di un eventuale governo del campo largo su temi fondamentali come l’Ucraina e l’Europa. Sono due questioni strettamente collegate e per me rappresentano un criterio essenziale di scelta. Molti, anche tra coloro che condividono le sue preoccupazioni, le hanno posto una domanda legittima: “E dopo?”. Qual è la prospettiva politica che segue alla critica? È una domanda che vale per Picierno, ma vale anche per chi è rimasto nel Pd sostenendo che la battaglia vada combattuta dall’interno. Io penso però che il punto sia un altro.
Quale?
Qual è la linea rossa? Se il Pd riuscirà a correggere la propria posizione e ad affermare con chiarezza una linea europeista e atlantica, bene. Ma se questo non accadrà, fino a che punto i riformisti saranno disposti a seguirne la strategia? Perché la risposta che arriva dalla segreteria Schlein è sostanzialmente questa: per battere la destra bisogna tenere unita la coalizione, e quindi bisogna tenere conto delle posizioni di Conte. Ma il problema non è stare o non stare con Conte. Il problema è quale linea prevale nella coalizione. Se prevale una linea chiara sull’Ucraina, sull’Europa e sulla difesa europea, allora sarà Conte eventualmente a dover decidere se accettarla. Se invece, per tenere insieme la coalizione, il Pd continua a inseguire le posizioni del Movimento 5 Stelle, allora il problema diventa serio. Per questo la domanda “e dopo?” non riguarda soltanto Picierno. Riguarda anche chi è rimasto nel Pd. Se la linea politica non cambia, qual è il limite oltre il quale i riformisti non sono più disposti a seguire il partito?
Quindi la linea rossa da tracciare si chiama politica estera?

Per come la vedo io, sarebbe dannoso per l’Italia sia un altro governo della destra sia un governo del campo largo incapace di esprimere una posizione credibile e coerente sui grandi temi internazionali. I prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e non possiamo permetterci ambiguità.

Arturo Parisi parlando con Formiche.net ha detto che con le vecchie identità si fa poca strada e che servono nuove riforme e nuovi riformatori all’altezza delle sfide del presente. Cosa ne pensa?

Sono d’accordo. Però cerco di partire dalle questioni più concrete. La domanda posta a Picierno (“e dopo?”) è giusta. Ma deve valere per tutti. Chi sostiene che bisogna restare nel Pd e cambiarlo dall’interno deve spiegare come intende farlo e soprattutto su quali contenuti. Prendiamo l’esempio più evidente: Ucraina, Europa e difesa europea. Qual è oggi la posizione del campo largo su questi temi? Qual è la posizione che dovrebbe avere un governo credibile per l’Italia e per l’Europa? Prima ancora di discutere di nuove identità politiche, bisogna dare una risposta a queste domande. Senza una risposta chiara, il problema della credibilità di governo resta aperto.

Picierno ha lanciato Spazio Pubblico, un movimento che ha ricevuto apprezzamenti da Calenda, Marattin e altri esponenti dell’area riformista ed europeista. Pensa che sia possibile mettere insieme queste realtà, al di là dei personalismi?

Se tutte queste persone, che su molti temi dicono sostanzialmente le stesse cose, riuscissero a costruire un’iniziativa comune, sarebbe certamente meglio della situazione attuale. Non penso che da sola sarebbe la soluzione di tutti i problemi. Bisogna essere realistici sui limiti di ciascuno. Tuttavia potrebbe rappresentare una presenza politica più forte e visibile, capace di costringere tutti gli altri attori a confrontarsi con questioni che oggi vengono spesso eluse. In questo senso sarebbe utile, perché introdurrebbe nel dibattito una voce capace di porre con chiarezza e determinazione problemi che molti elettori avvertono, ma che troppo spesso la politica preferisce non affrontare.

La statuetta di Salis, il pony di Biancofiore, lo sbuffo di D’Alema. Queste le avete viste?

5 June 2026 at 16:21

In quanti possono dire di avere una riproduzione di sé stessi sotto forma di statuetta? Può certamente farlo la sindaca di Genova Silvia Salis che a Bari al festival “Women and The City” ha sfoggiato la sua riproduzione in miniatura con tanto di fascia tricolore.

E di tricolori se ne sono visti tanti, negli scorsi giorni, per le celebrazioni della Festa della Repubblica al suo ottantesimo anniversario. Parata ai Fori Imperiali e concerto al Quirinale, con le massime cariche istituzionali e molti protagonisti della politica di maggioranza e opposizione.

Ma c’è chi ha approfittato del ponte per baciare i pony in montagna o per mangiare del formaggio con aceto balsamico e chi ha presentato libri e fatto conferenze stampa.

Queste le avete viste?

Silvia Salis con una statua che la ritrae con la fascia tricolore alla giornata conclusiva del festival “Women and The City” (30/05/2026, Bari, Imagoeconomica)

 

Stefano Bonaccini mangia Parmigiano e aceto balsamico (01/06/2026, Instagram)

 

Michaela Biancofiore bacia un pony (01/06/2026, Alpe di Villandro, Instagram)

 

Guido Crosetto, Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Sergio Mattarella, Lorenzo Fontana, Giovanni Amoroso alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Eugenia Roccella e Gilberto Pichetto Fratin alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Edmondo Cirielli e Matteo Piantedosi alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Giorgia Meloni alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Guido Crosetto al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Elly Schlein con un gruppo di scout al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Filippo Tortu e Giancarlo Giorgetti al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Titti Giovannoni e Renato Brunetta al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Instagram)

 

Romano Prodi a Otto e Mezzo (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Massimo D’Alema al convegno “L’Italia e l’Europa nel disordine mondiale” (03/06/2026, Bari, Imagoeconomica)

 

Francesco Lollobrigida, Milly Carlucci, Gianmarco Mazzi, Fabrizio Zappi alla presentazione di “Campioni del mondo – Italia loves Unesco” (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Giovanni Donzelli, Sara Kelany e Galeazzo Bignami alla conferenza stampa “Stop all’immigrazione irregolare: FdI presenta i numeri del governo Meloni su rimpatri e sbarchi” (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Matteo Salvini agli Stati Generali dell’Udc (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Luca Ciriani al Phygital Sustainability Expo (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Giuseppe Valditara a Cinque Minuti (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Elly Schlein e Maurizio Landini alla presentazione del libro “L’Italia che non arriva a fine mese” (04/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Roberto Vannacci alla conferenza stampa prima dell’evento “La mia Patria è un’idea” (04/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

DALL’ARCHIVIO

Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri al compleanno di Lino Jannuzzi (2003, Umberto Pizzi)

Dopo Prodi, oltre le vecchie identità. Parisi spiega perché il riformismo va ripensato

5 June 2026 at 14:41

“Con le vecchie identità, anche sul solo piano elettorale, si fa poca strada”, per questo “bisogna allargare e approfondire il discorso”. Quale? Quello che ruota attorno all’identità del Partito democratico, scosso in questi giorni dall’ultima uscita di peso, quella dell’eurodeputata e vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno. Secondo Arturo Parisi, già ministro della Difesa, ideatore e fondatore assieme a Romano Prodi dell’Ulivo, “il vecchio riformismo non basta più. È tempo di nuove riforme e di nuovi riformatori all’altezza della sfida che ci viene dal Mondo. Ma la loro definizione non può che essere l’espressione di una impresa intellettuale autentica aperta e innovativa senza preclusione o esclusione alcuna”.

Professore, Romano Prodi ha firmato un intervento sul Messaggero che si è concluso con un appello: riformisti di tutto il mondo unitevi. Chi sono oggi, secondo lei, i riformisti ai quali si rivolge e quale progetto dovrebbero costruire?

Anche se l’articolo nei titoli e nel testo chiama in causa i cosiddetti partiti riformisti, non possiamo dimenticare l’appello col quale, rivisitando Marx, Prodi chiude la sua analisi. “Riformatori di tutto il mondo unitevi” non esattamente lo stesso di “Riformisti di tutto il mondo unitevi”. In un tempo nel quale il peso delle parole è diventato sempre più leggero “riformisti” e “riformatori” sono diventati sinonimi ormai da troppo tempo. Sarà che Prodi ha scelto “riformatori” in assonanza con i “conservatori” del campo avverso? Sarà che sono io che la faccio difficile, rivisitando una mia fissazione antica? Sarà che questo è solo l’inizio di un discorso condizionato dalla natura effimera della sede in cui scrive, un quotidiano destinato per definizione “a durare un solo giorno”, e quindi Prodi riprenderà altrove e in altri modi la riflessione così aperta? Ma in quella conclusione io leggo molto di più di quello che sta scritto in quelle sei parole. Se lo avessi titolato io, per quel che ho letto, avrei scritto “Il riformismo non basta” , o almeno “non basta più”. Non in risposta ai populisti, come dice il titolo, ma ai riformisti.

Perché?

L’appello finale di Prodi all’unità dei riformatori è preceduto dal riconoscimento della necessità di “una proposta globale” “capace di correggere la rivoluzione in corso” figlia di “una elaborazione intellettuale” che mobiliti “la gran parte dell’umanità oggi emarginata”. Non più quindi come negli anni dell’Ulivo quella azione graduale che cerca il bene possibile all’interno del sistema esistente fondata sulla convinzione che la società, l’economia, la politica, possano essere migliorati un passo alla volta attraverso leggi, accordi, e compromessi che non scardinino l’ordine costituito e si sviluppi attraverso una un’azione pragmatica, basata sulla mediazione e il consenso tra le componenti della rappresentanza parlamentare. Quell’approccio appunto che normalmente viene associato al riformismo. Se Prodi ha scritto “riformatori” penso sia perché ha maturato la convinzione che non basta più quel programma fatto di quelle poche cose concrete delle quali al tempo in cui si cenava assieme la sera in famiglia si parlava alla fine della giornata. Quella ora in corso a livello globale è una vera e propria rivoluzione che ha bisogno di essere fronteggiata da una vera riforma. Rivoluzione globale chiama Riforma globale. Il riformismo appunto non basta più. Un cambiamento profondo nel pensiero della persona che all’interno del campo di centrosinistra ha rappresentato per eccellenza il riformismo nella concretezza dell’azione di governo? Sono sicuro che Prodi svilupperà la riflessione così aperta dando risposta a questa domanda.

Pina Picierno ha motivato il suo addio sostenendo che il Pd abbia perso parte della sua vocazione riformista e di governo, diventando più identitario. Condivide questa lettura o ritiene che sia una valutazione ingenerosa?

Che all’interno del Pd vadano crescendo le voci che non si riconoscono nella vocazione che fu all’origine dell’incontro tra le forze politiche che lo fondarono nel solco dell’Ulivo è purtroppo più che una impressione. Sono infatti ormai troppi quelli che non si riconoscono più nel progetto ancora inscritto nel suo simbolo: quello di un partito nuovo, né continuazione, né somma di vecchi partiti, un partito inclusivo aperto al nuovo e a tutti solo a condizione della condivisione nella fede nella democrazia. Un partito democratico e appunto riformista nell’accezione che ho appena evocato. Quale l’approdo raggiunto o la nuova meta del viaggio intrapreso oramai quasi vent’anni fa è invece più difficile dire. Né quando, né a causa di cosa e di chi vada ricondotta la correzione di rotta. Identitario lei dice? Se identitario sta a significare la ricerca di una identità più nitida di quella indeterminata sintetizzata nell’aggettivo “democratico”. Il peccato è che i più quando dicono identità pensano più che alla apertura di un confronto a uno scontro che decida quali delle identità, parole e definizioni, che la fondazione del partito immaginava di poter superare, debba tornare a prevalere. È vero che commentando l’uscita di Pina Picierno dal partito Elly Schlein ha riproposto ieri l’inclusività come tratto distintivo del partito. Resta che tuttavia da troppo tempo le cronache danno conto di addii motivati proprio dall’abbandono del tratto dell’inclusione. Peggio. La stessa nascita di gruppi, formazioni, liste, pensate, riconosciute e addirittura incoraggiate dal partito per ospitarvi a meri fini elettorali identità “diverse” da quella dominante, variamente definite come cattoliche, centriste, moderate, demo-liberali contraddicono in radice il pluralismo e l’inclusione ribaditi nelle parole. Più che le singole uscite dei dissenzienti e la definizione dei confini con i diversamente consenzienti, a preoccupare maggiormente è tuttavia il boato dei “finalmente” che sulla rete ogni volta saluta gli abbandoni e la crescente ricerca di purezza ed epurazioni guidata dall’illusione che liberati dai cattivi il partito torni ad essere fatto di molti e buoni.

Lei, insieme a Prodi, riuscì a mettere insieme le forze di centro e quelle riformiste creando l’Ulivo dalle cui radici è nato poi il Pd. Come replicare una simile esperienza, guardando anche a forze come il Movimento 5 Stelle?

Un altro millennio. Basta pensare alla legge elettorale che premia l’unità come fu allora il maggioritario fondato sul collegio uninominale appena varato a furor di popolo dal referendum del 1993. L’inversione di marcia imposta la dal Porcellum nel 2005 con la reintroduzione di una logica spartitoria di tipo proporzionale con in più la vergognosa novità di un Parlamento nominato dai vertici di partito dentro un mondo anch’esso connotato da una sregolata frammentazione crescente ha cambiato radicalmente il panorama della competizione politica. Ogni partito è spinto a definire una identità esclusiva ed escludente, e dentro ogni partito chi si trova a conquistare il comando tende ad escludere quanti del gruppo di testa non fanno parte invitando gli altri a farsi un partito tutto loro fondato a sua volta su una identità esclusiva ed escludente. Sono ventun anni che va avanti così con una competizione e competitori che in intensità e quantità crescono ogni giorno di più, e gli elettori mobilitati attorno ad un “contro” piuttosto che attorno ad un “per”, o abbandonati a sé stessi nella indifferenza all’astensione che esplode. Tanto quella che conta è la maggiore percentuale conquistata rispetto ai concorrenti. Che la base di calcolo sia quarantacinque milioni, venticinque , o quindici è affare di tutti cioè di nessuno.

Oggi cosa manca al Pd per tornare a essere il perno di una cultura riformista capace di tenere insieme queste diverse sensibilità politiche?

Tornando alla mia – la mia – lettura della riflessione provocata ieri da Prodi, non solo il riconoscimento che con le vecchie identità anche sul solo piano elettorale, si fa poca strada, ma che bisogna allargare e approfondire il discorso. Il vecchio riformismo non basta più. È tempo di nuove riforme e di nuovi riformatori all’altezza della sfida che ci viene dal Mondo. Ma la loro definizione non può che essere l’espressione di una impresa intellettuale autentica aperta e innovativa senza preclusione o esclusione alcuna.

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