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“Asilo in cambio di informazioni sui miliziani. Così i servizi israeliani ricattano i gay palestinesi che cercano protezione”

8 June 2026 at 07:10

Fino ad aprile 2024, quando si è ritrovato a vivere in un rifugio per persone della comunità LGBTQ+ a Tel aviv, il palestinese Kareem, in 22 anni di esistenza, non aveva mai incontrato un israeliano che non avesse la divisa, e che non stesse imbracciando un fucile all’interno della West Bank occupata, dove è nato e cresciuto.

La sua storia, raccontata da The Intercept, è una di quelle finite tutto sommato meglio, negli ultimi anni. Sospettato di essere gay da un padre ultraconservatore – che per questo lo minaccia di morte -, nel marzo 2024 decide sfruttare la decisione di un tribunale israeliano e di applicare per lo status di richiedente asilo in Israele per motivi di discriminazione di genere, conscio che ciò si sarebbe tradotto nell’abbandono definitivo della sua terra – tornarci avrebbe significato essere accusati di collaborazionismo con Israele.

Ottenuto l’asilo ad aprile 2024, grazie all’aiuto di alcuni avvocati israeliani, passa varie settimane a dormire sulle panchine, fino a trovare rifugio nella citata comunità LGBTQ, chiamata Hagag Havarod (il Tetto rosa). All’interno del checkpoint di Sha’ar Ephraim, da dove era transitato per andare in Israele, le autorità israeliane lo incalzano, chiedendogli informazioni su parenti e conoscenti, con l’implicito ricatto di un più rapido rilascio del permesso d’asilo in cambio di intelligence. “Quando sei in una situazione così fragile, in cui non puoi tornare nella west bank e non hai uno status riconosciuto in Israele, le agenzie di sicurezza usano sistematicamente la tua debolezza (non solo con omosessuali ma anche con consorti infedeli, persone con problemi finanziari o persone che hanno bisogno di cure urgenti, ndr) per ottenere informazioni, promettendo di non deportarti o imprigionarti”, ha spiegato a The Intercept l’avvocato di Kareem, Tamir Blank.

Passano pochi mesi all’interno del “Tetto Rosa” e una mattina Kareem si sveglia leggendo sul telefono un messaggio che lo informa che il suo permesso di permanenza in Israele è stato revocato. La sua stessa famiglia aveva riferito alle autorità israeliane che Kareem sarebbe stato un membro di Hamas, informazione che avrebbe fatto scattare la procedura di invalidazione del suo permesso. “Ero confuso”, ricorda Kareem su The Intercept. “Mi avevano appena dato il permesso, perché adesso lo rivogliono indietro?”

Per quanto inverosimile sia che un ragazzo omosessuale possa essere un membro di Hamas, lo Shin Bet prova a ricattarlo, chiedendogli nuovamente informazioni su membri di gruppi miitanti della sua città, Ramallah. Informazioni che Kareem non possiede, ovviamente, la cui mancanza, tuttavia, rischia seriamente di accelerare il suo processo di rimpatrio. Alla fine, i suoi avvocati riescono a vincere il contenzioso legale e fargli rinnovare a dicembre 2024 il suo permesso d’asilo, con il giudice che certifica la falsità delle dichiarazioni di suo padre. Oggi si trova a Tel aviv, all’interno di un limbo che si rinnova ogni sei mesi: il suo permesso rimane ma non può lavorare, avere la cittadinanza o la residenza, perché titolare di un passaporto dell’Autorità palestinese (ciò creerebbe un precedente rispetto all’invocato diritto al ritorno dei palestinesi).

È salvo, al momento, ma come ricorda il suo avvocato – che ha difeso decine di palestinesi che alla fine sono stati costretti a collaborare con lo Shin bet – i gay palestinesi più che essere accolti in Israele, vengono continuamente ricattati dalle autorità, che chiedono sostanzialmente informazioni in cambio di protezione, trasformando la loro vulnerabilità in uno strumento coercitivo.

“Ogni caso in cui le autorità possono adescare una persona innocente, a cui si può estorcere qualche informazione o che può essere reclutato come collaboratore, è oro per noi”, aveva dichiarato ad aprile 2023 su Haaretz un ex membro anonimo dell’Unità 8200 di Aman (intelligence militare), quella che si occupa di guerra cibernetica e spionaggio di segnali elettromagnetici. “Durante i nostri corsi di formazione ci insegnano ad imparare a memoria le varie parole che in arabo designano una persona omosessuale”, continuava l’ex dell’Unità 8200. “L’obiettivo è scovare online il minimo segnale sulla sessualità di un palestinese e poi usarlo contro di lui, rovinandogli la vita. Ciò ha anche un ulteriore effetto collaterale: in un ambiente in cui l’omofobia è diffusa, le persone LGBTQ nella West bank vengono visti ex ante come dei potenziali collaborazionisti, proprio in virtù del fatto che le pratiche ricattatorie contro di loro da parte delle autorità israeliane sono ormai di dominio pubblico”.

La storia di Kareem ha molto a che fare con la tendenza di Israele non solo a indulgere in pratiche di pinkwashing per nascondere le proprie politiche d’occupazione e i massacri di palestinesi, come quando a novembre 2023, i soldati delle IDF a Gaza postavano foto della bandiera LGBTQ tra le macerie della Striscia, svuotando di senso tanto la stessa bandiera quanto la desolazione dell’ambiente circostante, raso al suolo da Israele (che aveva già ucciso 10 mila palestinesi dopo un mese di offensiva) e ridotto a “sfondo” per una operazione di autopromozione gay-friendly (sulla bandiera capeggiava la scritta “in the name of love”); ma anche con quella, abbastanza fuorviante, a promuoversi come un “rifugio sicuro” per le persone omosessuali, anche palestinesi, specie rispetto ai paesi che lo circondano, ed agli stessi Territori Occupati.

Israele non esita a minacciare sistematicamente i palestinesi della comunità LGBTQ, e questo non è solo un crimine d’odio omofobo ma anche un crimine di guerra, se è vero che la Corte dell’Aja definisce come tale il fatto di “obbligare civili di un paese ostile a prendere parte ad operazioni di guerra dirette contro il loro stesso paese”.

È certamente vero che Israele è 50mo nell’Lgbtq Equality Index, mentre la Palestina è 146ma – sebbene nella West Bank, ma non a Gaza, gli atti omosessuali consenzienti siano legali. È però altrettanto vero che l’uguaglianza di genere, formale o sostanziale, perde di valore quando non è sorretta dall’uguaglianza in genere, come nel caso dello Stato ebraico. Come riferito al Guardian dall’attivista arabo israeliana Rauda Morcos, a proposito del gay pride di Tel aviv, “a chi importa in questo momento che in Israele tu abbia uguali diritti come omosessuale? A me no, perché se non abbiamo uguali diritti come esseri umani, non ha nessun senso”. Una democrazia per soli ebrei non è una democrazia.

Non solo: vendersi come paese empatico e aperto nei confronti della comunità LGBTQ non è compatibile con il sadismo di certe pratiche dello Shin Bet. Anche perché se a Kareem è andata un po’ meglio, in tanti ci hanno rimesso la vita, come ad esempio Zouhair al Ghaleeth, un ventitreenne di Nablus, che nel 2023 era stato adescato su una app di incontri da un membro dei servizi israeliani, che aveva registrato poi un loro incontro sessuale e obbligato a rivelare informazioni su membri della Fossa dei Leoni, che lo avevano quindi scoperto, obbligato a registrare una video confessione di collaborazionismo, e infine ucciso. Come lui, secondo quanto riferisce Bets’elem, centinaia di palestinesi, sin dal 1967, e migliaia ricattati con minacce esistenziali.

Nel 2014, una ventina di membri dell’Intelligence israeliana aveva già pubblicato una lettera significativa, in cui si rifiutavano di completare il loro servizio nell’Unità 8200 a causa delle violazioni dei diritti dei palestinesi della West Bank. “La popolazione palestinese sotto il regime militare è totalmente esposta allo spionaggio e alla sorveglianza dell’intelligence israeliana“, recitava la lettera. “Si tratta di attività usate a fini persecutori, e per creare divisioni all’interno della società palestinese, reclutando collaboratori e così mettendo una parte della società palestinese contro se stessa”.

La risposta a quella stessa lettera, tanto inattesa quanto potente ed emblematica della miriade di difficoltà per i palestinesi, era arrivata da Al Qaws, uno dei principali gruppi palestinesi per la promozione dei diritti LGBTQ, che in una lettera speculare aveva scritto che sebbene il ricatto sistematico dei membri della comunità fosse un “chiarissimo atto di oppressione, non è più o meno oppressivo del ricatto o estorsione nei confronti di altri individui, Magari sulla base della loro incapacità di accedere a cure mediche, Della privazione della loro libertà di movimento o anche dell’esposizione di loro infedeltà coniugali, Problemi finanziari o di abuso di droghe”. Tutti motivi di ricatto da parte di Israele, confermati dagli stessi ex membri dell’Unita 8200.

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“Fake news sui candidati della France insoumise”: indagini su una società israeliana accusata di aver interferito nelle elezioni francesi

6 June 2026 at 07:58

Una misteriosa azienda israeliana, chiamata BlackCore, ha pesantemente interferito nelle ultime elezioni municipali francesi dello scorso marzo, mettendo in piedi una pervasiva campagna di disinformazione e diffamazione ai danni di almeno tre diversi candidati de La France Insoumise (LFI), notoriamente su posizioni ostili alle politiche israeliane e solidali coi palestinesi. Lo ha rivelato l’agenzia Reuters, per cui da circa un mese le autorità francesi hanno iniziato a investigare sulla possibilità che dietro BlackCore ci sia lo stesso governo israeliano, o perlomeno elementi legati più o meno direttamente all’establishment, come la nota agenzia Elnet.

La notizia in realtà risale proprio allo scorso marzo, quando si sono tenute le elezioni municipali francesi. Il quotidiano Le Monde, per primo, aveva denunciato uno “schema di interferenza digitale straniera volta a danneggiare i candidati di un partito politico francese a Marsiglia, Tolosa e Roubaix”, riportando in questo modo le conclusioni di Viginum, l’agenzia governativa francese – che dipende dal Segretariato Generale della Difesa e della Sicurezza Nazionale (SGDSN) – incaricata della vigilanza e protezione contro le ingerenze digitali straniere.

Sebbene non sia stato al momento possibile risalire alla sede di BlackCore, e non ve ne sia traccia nemmeno sui registri ufficiali israeliani (il governo israeliano ha anche affermato di non conoscerla), è stata proprio Viginum a identificarla come un’agenzia privata israeliana. La stessa Reuters e Hareetz hanno quindi visionato documenti interni e archivi digitali di BlackCore, che la collegano a reti e tecnologie sviluppate in Israele. La stessa Meta ha poi rimosso da Facebook una rete di profili e pagine legati a BlackCore, dichiarando ufficialmente che l’attività coordinata e non autentica aveva origine in Israele e mirava principalmente a bersagli in Francia.

BlackCore, sul proprio sito web e sul proprio profilo Linkedin – che sono stati misteriosamente chiusi all’indomani di queste rivelazioni – si descrive d’altronde come una “società cyber di tecnologia informatica costruita per l’attuale epoca di guerra d’informazione”, che propone ai governi e alle campagne elettorali “gli strumenti e le strategie per dare forma alle proprie narrazioni”, vantandosi pubblicamente di poter “gestire e mobilitare oltre 1.600 falsi profili sulle piattaforme social”.

Le indagini sin qui effettuate avrebbero rilevato appunto una rete di profili falsi, pubblicità diffamatorie, siti web ingannevoli e immagini generate dall’intelligenza artificiale per diffondere fake news, nonché accuse penali false (tra cui violenza sessuale) e deepfake. Come poi approfondito sia da Haaretz che da Liberation, BlackCore opererebbe in sinergia con altre due società tech basate a Tel aviv, la Galacticos e SNI Digital.

I tre candidati di LFI – Francois Piquemal a Tolosa, Sebastien Delogu a Marsiglia e David Guiraud a Roubaix – sarebbero quindi stati oggetto di una feroce campagna di disinformazione e calunnie online, che da un lato potrebbero aver contribuito ad alcune sconfitte (solo Guiraud ha vinto) e dall’altro hanno allarmato il partito in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno, di cui le municipali costituiscono di norma un termometro.

Particolarmente emblematico il caso di Piquemal, che a Tolosa ha perso al ballottaggio contro il riconfermato sindaco di centro destra Jean Luc Moudenc, chiedendo poi l’annullamento del voto proprio a causa di queste interferenze: tra esse, la pubblicazione di alcune sue password private, informazioni fiscali e indirizzo di casa a meno di due settimane dal voto, oppure pubblicità diffamatorie (nonché fortemente islamofobiche, come quella che ritrae una donna in burqa a cui viene attribuita l’intenzione di votare per LFI) della sua campagna, circolate per esempio su piattaforme di shopping online come Vinted, anche durante il silenzio elettorale.

Secondo le indagini effettuate da Viginum e le inchieste di Le Monde o Le Canard Enchaine, le attività di interferenza di BlackCore sarebbero legate ad Elnet, l’organizzazione non governativa apartitica fondata per rafforzare le relazioni tra l’Europa e Israele. Ma non è tutto: l’attuale capo di Elnet, Arie Bensemhoun, è stato in precedenza il presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche francesi (CRIF); il presidente della sede del Crif di Tolosa, Franck Touboul, una delle sue principali esponenti, Nicole Yardeni, assieme allo stesso Bensehmoun, sarebbero tutti molto vicini allo stesso sindaco Moudenc (Yardeni è anche una sua vice, addetta alla cultura).

Durante la sua campagna elettorale per diventare sindaco della quarta città francese, Piquemal è stato assai esplicito nelle sue critiche a Israele e al genocidio a Gaza. Ha pubblicamente chiesto la sospensione della partnership con Tel aviv e ha anche proposto di illuminare il Capitole locale con i colori della Palestina.

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